La mia recensione di “Riverside”, di Bianca Cataldi.

51MMJhj22IL._SX312_BO1,204,203,200_Caro Visitatore,

Oggi ti parlo di Riverside di Bianca Cataldi.

Riverside, Regno Unito. Le quattro e mezzo di un pomeriggio qualunque. Una scuola abbandonata e cadente alla fine di Silverbell Street. Come la venticinquenne Amabel scoprirà presto, non si tratta di un edificio qualunque: al suo interno, i banchi sono ancora al loro posto e si respira, nell’aria, polvere di gesso. Tutti gli orologi, da quello al di sopra del portone d’ingresso sino al pendolo del salone, sono fermi alle nove e diciannove di chissà quale giorno di chissà quale anno. Cosa è accaduto nella vecchia scuola? Quale evento è stato così sconvolgente da fermare il tempo all’interno di quelle mura? E soprattutto, chi è quel ragazzo in divisa scolastica che si presenta agli occhi di Amabel affermando di frequentare la scuola, benché quest’ultima non sia più in funzione da anni? Tra passato e presente, Bianca Rita Cataldi ci guida in un mondo in cui gli eventi possono modificare lo scorrere del tempo, dimostrandoci che ognuno di noi ha un proprio universo parallelo col quale, un giorno o l’altro, dovrà scendere a patti.

Quando ho accettato di leggerlo e commentarlo, non ero tanto attratto dalla storia o dal genere, quanto più dal curriculum di Bianca Cataldi.

E non sbagliavo. Lo stile con cui è scritto Riverside è accattivante e il ritmo coinvolgente. Pur non essendo appassionato del genere, Bianca Cataldi è riuscita a coinvolgermi pagina dopo pagina, e, dato il finale, potrei dire che si è conquistata la mia curiosità anche per il prossimo capitolo della storia.

Non è un paranormal da adolescenti, è un paranormal capace di stimolare la propria parte adolescente. E lo fa con un stile semplice e mai sopra le righe. Si crea un magnetismo, se da un lato sapevo, o comunque immaginavo, che non era una storia che mi avrebbe cambiato la vita, o fatto vibrare in profondità, dall’altro si è creato un legame di fiducia con l’autrice .

E ha realizzato ciò che un libro come questo era destinato a realizzare: divertire, incuriosire, portare in una realtà altra rispetto al quotidiano. Come accade alla protagonista.

Forse l’unica pecca è lasciare il lettore a metà, di non farlo entrare, per ora, nel vivo più profondo della storia. Ma l’interruzione è talmente ben fatta, e al punto giusto, da non risultare poi una pecca vera e propria.

Consigliato. Soprattutto a chi vuole distrarsi. In attesa del prossimo.

 GGB

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La mia recensione a “I non morti”, di Matteo Mauri

I non mortiCaro Visitatore,

ho letto I non morti, di Matteo Mauri, edito da Edizioni DrawUp.

Gino e Giacomo sono a casa, in un giorno come tanti.
Bussano alla porta, è la polizia che li ammanetta conducendoli fino in piazza Duomo, dove vengono rinchiusi in un’immensa uccelliera adornata per il Periodo di Giusta Punizione. L’Italia non ha più un sistema giuridico, ma una giustizia che funziona solo una volta al mese nell’arco di un intero anno.
Vengono ingiustamente accusati e portati in un carcere, immerso nella zona Frutta & verdura di un grande supermercato.

«Dovete piegarvi e infilarvi in quegli scaffali, per cortesia. Lo fanno tutti, è la prassi.»
«Lei è un Non-morto le dico, e adesso si pieghi come una camicia, su… Allora?! Entri, incominci dalle gambe!»

Da giorni non mangiavano, non bevevano, eppure erano ancora vivi…

Un libro che fa interrogare il lettore sulla vita e sulla morte, in un limbo di sospensione dove i protagonisti sono costretti a sostare. Un carcere paradossale, in un supermercato, che ricorda in qualche modo il braccio della morte statunitense. Con le dovute differenze.
I prigionieri di questo supermercato-carcere sono sospesi tra la vita e la morte, possono essere definiti solo con una doppia negazione, non vivi, e,per l’appunto, non morti. Tra i banchi che vendono i prodotti alimentari e i clienti costretti a fingere di non vederli, aspettano il buio definitivo, che non si sa quando arriverà.
L’intuizione di Mauri si rivela interessante e permette all’autore di ampliare in riflessioni filosofiche di vario genere, sull’esistenza, sulla sospensione, sulla morte.
Nonostante sia ben scritto, questo testo ha però un limite importante, che per il tipo di storia forse è inevitabile: un ritmo narrativo decisamente lento. Ci si ferma più volte nella lettura, dato che in molte pagine non accade praticamente nulla. Dopo un inizio molto veloce (troppo veloce!) si entra in una condizione di stasi, che si ripercuote inevitabilmente anche nella lettura.
Probabilmente l’autore poteva osare molto di più, ma per definire la mia opinione su questo romanzo, mi trovo anche io a dover utilizzare una doppia negazione: non mi è piaciuto, non mi è dispiaciuto.

 GGB

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La mia recensione di “Partenze”, di Maggie Van Der Toorn

PartenzeCaro Visitatore,

il libro che ti presento oggi è Partenze, di Maggie Van Der Toorn, di cui avevo già recensito Labirinti.

Posso presentarti questa antologia di racconti con una metafora. Immagina di prendere in mano una vita. Sì proprio una vita, che terrai tra le dita come un diamante. Prova a osservarla dalle sue diverse  angolature, girala tra le mani, stai e osserva.

Ora immagina partire da ogni angolo del diamante-vita un binario, che ha una stazione di partenza e una di arrivo, ma non sai quali siano. Alcune stazioni saranno belle, come bella sa essere l’esistenza, alcune brutte, come brutta può essere, in alcuni momenti, la vita stessa.

E tu sei quel passeggero, su un treno che è presente in ogni racconto di Maggie, a guardare dal finestrino le mille possibilità di questo viaggio.

Il libro di Maggie Van Der Toorn è un insieme di frammenti di vita, di viaggi nell’esistenza, alcuni con la lieta svolta (perché se si parla di vita, è già tragico di per sé parlare di lieto fine) altri con una svolta tragica, eppure reale, possibile, vera.

E ogni viaggio ti apre diverse riflessioni, con uno stile che sa toccare il cuore. Si narra della violenza di genere, della speranza, della rassegnazione. Si parla di sfaccettature dell’essere, dove vita e morte si intrecciano, l’una va in figura grazie allo sfondo dell’altra, in un’intercambiabilità che si trasforma riga dopo riga, binario dopo binario.

Perché c’è sempre un treno in mezzo, e quindi un movimento, un percorso, perché è impossibile vivere immobili sui propri piedi. Che il treno lo si osservi dalla stazione, che l’azione si viva al suo interno, poco importa. Il treno è mezzo di cambiamento.

Credo che Partenze completi o comunque continui un percorso già iniziato da Maggie con Labirinti, e sono curioso di leggere dove la porteranno i prossimi racconti che pubblicherà, sperando, come lettore, che presto ci sappia sorprendere con un romanzo.

Consigliato,

 

 GGB

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La mia recensione di “Caravaggio, il fuoco oscuro” di Linda Murray

Caravaggio. Il fuoco oscuroCaro Visitatore,

oggi un commento a Caravaggio, il fuoco oscuro, di Linda Murray, quello che viene definito (non ho ancora capito perché…) un best-seller.

Caravaggio dipinse magnifici quadri in cui la rappresentazione artistica rispecchia la violenza che ha caratterizzato la sua vita reale. Il suo nome emerge di continuo nei registri della polizia romana: l’offesa a due donne, il ferimento di un capo delle guardie, la causa per diffamazione portata avanti da un altro pittore per “versi offensivi”, l’aggressione a un oste, il lancio di pietre contro le finestre di un’abitazione, per finire con l’uccisione di un uomo in una rissa, nella quale riuscì a malapena a salvarsi. Ottenuta la commissione del gran maestro Wignacourt di decorare la chiesa di La Valletta, si rifugiò a Malta, ma fu ferito durante un litigio e imprigionato. Fuggito a Napoli, fu sfigurato nel corso di una rissa al punto da divenire irriconoscibile. Durante la convalescenza si ammalò di febbre e morì all’età di trentanove anni. Questo romanzo racconta in quattro fasi la vita del pittore: la giovinezza e l’apprendistato a Milano; la protezione, quasi miracolosa, di un grande mecenate; i primi, misteriosi anni precedenti la sua andata a Roma, durante i quali incontra il Monsignore, un principe fattosi prete, e Maddalena, la donna che poserà per le sue opere e diverrà la sua amante; infine le sue peregrinazioni in esilio dopo la fuga da Roma a Napoli, Malta, Palermo, per poi tornare nuovamente a Napoli. Attraverso Gian, personaggio fittizio, assistente devoto di Caravaggio, Linda Murray descrive l’esistenza dell’artista, intrecciando i fili della sua turbolenta carriera.

Partiamo da una premessa: ho un particolare interesse per Caravaggio, per un’idea letteraria che mi frulla in testa. E un po’ del mio tempo libero lo passo a leggere della sua vita, dell’epoca storica in cui è vissuto, dei personaggi che lo hanno circondato. Quando ho trovato questo romanzo, ho sperato di poter unire l’utile al dilettevole. Ho iniziato la lettura, ma ho chiuso il libro a metà. Deluso.

Più che fuoco oscuro, andrebbe definito un fuoco spento, quello che genera quel fastidioso odore acre, che è meglio evitare.

Se ti immagini di leggere della vita turbolenta del pittore, puoi riporre le tue fantasie nel cassetto. Quello che emerge è la noiosissima vita di un uomo che l’autrice ha voluto descrivere sotto una luce talmente diversa dal reale, da risultare finta. In più lo stile dell’autrice, e probabilmente del traduttore, è fortemente noioso e soporifero.

Ti farò un esempio di questa finzione riuscita male, che coincide con il motivo che mi ha fatto chiudere il libro. Nel romanzo lo pseudo Michelangelo Merisi incontra una donna, tal Maddalena, che ritrae diverse volte. Da qui scatterà un amore tipical-harmony. Maddalena ha un figlio, e non avendo un marito, viene vista come una meretrice dai più. Tranne che dal pittore, che la ospiterà sotto il suo stesso tetto, crescendo il bambino, perdendosi in effusioni amorose e mettendola incinta.

Ti basti pensare che:

1- la “vera Maddalena” (in realtà si chiamava Anna), che Caravaggio incontrò, non era incinta, ed era realmente una meretrice, con una storia affascinante. Si vendeva per strada. Lui, col suo talento, la rese immortale.

2- Vi fu probabilmente una passione tra loro, ma mai la prese sotto il suo stesso tetto. La ritrasse quattro volte.

3- Non fu una fanciulla incontrata per caso. La incontrò perché Caravaggio frequentava i luoghi più degradati di Roma, i luoghi più bui, più malfamati, gli stessi che ha mostrato ai posteri sotto una nuova luce. La sua luce, il suo chiaroscuro.

E qui sta il punto.

Il suddetto chiaroscuro è totalmente assente nel romanzo. Il Michelangelo Merisi della Murray è un uomo che cresce come pittore, che ha sì una storia difficile, ma che frequenta solo cardinali e bella gente. La vera Roma, quello che ha costruito il suo mito, quella dei bassifondi, delle meretrici, dei ladri, dei briganti, proiezione del suo buio interiore, ben evidente nei quadri, scompare completamente dal romanzo.

Togli l’oscuro dai quadri di Caravaggio, e resterà una luce che non illumina. Togli la Roma che lui frequentava e descriverai un Michelangelo dalla vita noiosa, che non è Caravaggio.

E la luce che non illumina, nel caso della Murray, è una favoletta di dubbio gusto, a tratti harmony, francamente soporifera.

In questo ha un primato: ce ne vuole di talento per rendere noiosa la vita di Caravaggio…

Meglio non aggiungere altro. Anzi, sì: sconsigliato.

 GGB

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La mia recensione a “Tutti sul tetto” di Daniele Semplici

Caro Visitatore,

Oggi ti parlo di Tutti sul tetto, romanzo eccessivamente breve di Daniele Semplici.

Mi spiace valutare un romanzo come mediocre, ma sono convinto, da lettore, che si poteva fare decisamente meglio, specie per gli spunti narrativi che la storia offre e che potevano essere curati maggiormente.

Purtroppo ha vinto la fretta.

Cominciamo dallo stile. L’autore gioca poco con i periodi, non osa, sceglie un’eccessiva semplicità. La storia è un susseguirsi di frasi dirette, soggetto, predicato e complemento oggetto. Mancano subordinate, metafore e, per me grandi assenti, emozioni pungenti, anche in passaggi dove era possibile inserirle.

Un padre che, indirettamente, causa l’incidente del figlio si ritrova a fare poco e niente i conti con la sua coscienza.

Il romanzo non ha il tempo di iniziare che è già concluso, con sbalzi temporali disarmanti. Nonostante l’appetibilità emotiva di alcuni eventi (possibile perdita del figlio, scontri generazionali, lotte operaie, e via dicendo ) il tutto resta appena accennato, al punto da risultare prevedibile. A metà romanzo ci si immagina già come andrà a finire, senza colpi di scena, cambi di ruolo, crisi personali, che si sarebbero trasformati in ottimi spunti di riflessione per il lettore.

Si crea una sorta di disarmonia tra chi legge e chi narra, laddove viene ripetuto spesso che il tal personaggio “resta sorpreso non si aspettava quella reazione”, di fronte a un lettore che non si sorprende per nulla.

Resta quindi un copione, un canovaccio di storia che avrebbe potuto dare molto di più.

L’invito che voglio fare all’autore è proprio questo, sentirsi maggiormente libero di osare, di stupire il lettore, di giocare con le parole e il loro significato. Sono certo che, scavandosi dentro, affrontando le sue paure e i suoi fantasmi, riuscirà a stupire il lettore.

Io lo aspetto per la prossima storia, da cui spero emerga maggiore spessore e complessità.

Sinossi:

Il romanzo intreccia i problemi generali dell’attuale crisi economica, che rimangono comunque solo sullo sfondo, con quelli lavorativi e personali del protagonista, un tranquillo rappresentante di auto spinto dal suo capo a diventare suo complice in una truffa, oggetto di un’indagine della polizia.
L’incontro con un uomo più anziano, che riporta alla memoria un passato dimenticato, e il grave incidente del figlio, con il quale aveva un rapporto conflittuale, lo fa ridestare da una vita vissuta sottotono.

 GGB

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Quando la violenza è della donna. “Trecento Secondi”, di Patrizia Fortunati

Trecento secondiCaro Visitatore,

Oggi ti presento il nuovo libro di Patrizia Fortunati, Trecento secondi. Ho conosciuto Patrizia, lo ricorderai, per lo splendido Marmellata di Prugne.

Paolo Mazzini è un uomo come tanti, sposato con tre figli. Ha una famiglia, un lavoro e una vita normali. Una casa, un cane, un grande amore per la montagna e una salda fede in Dio. Una sera torna a casa e la trova vuota. Da lì inizia il suo incubo, che durerà quattro anni. Anzi sette. E tutta la vita. Scoprirà che la moglie lo ha lasciato, portandosi via i loro tre figli. Che ha sporto, con la complicità dei genitori, trentasette denunce contro di lui contenenti accuse gravissime, tra cui quella di aver abusato sessualmente dei propri figli. Inizia così il lungo calvario di Paolo. Tra avvocati, giudici, assistenti sociali e psicologi. Quella di Paolo Mazzini è una storia indelebile. Come indelebile è la cicatrice che gli riga il polso destro. Un romanzo ispirato a cento e più storie sofferte e taciute, storie che non finiscono sulle prime pagine e che, anche per questo, vanno raccontate. “Trecento secondi” è un romanzo coraggioso. Scritto da una donna, per tutte le donne e gli uomini che si sono ritrovati all’inferno. Per tutte le donne e gli uomini che fuggono e poi tornano. Per tutte le donne e gli uomini segnati da una cicatrice indelebile. Su un polso o sul viso o nell’anima. Perché abbiano la forza, sempre, di continuare la salita.

Mi piace commentare questo romanzo ripercorrendo le emozioni che ho provato nella lettura.

Le prime sono la rabbia e l’incredulità. Rabbia verso l’autrice, lo ammetto. Mi sono chiesto più volte che senso avesse un romanzo del genere, perché descrivere tanto male. Assieme alla rabbia, l’incredulità per la storia narrata, per delle azioni, quelle del personaggio Francesca, che sfuggono a ogni comprensione per la violenza che svelano.

Poi ho capito, dopo aver divorato 70 pagine in poche ore, che la rabbia e l’incredulità che provavo era quella di Paolo verso Francesca, che avevo identificato le azioni della protagonista femminile con chi me le aveva descritte.

Un’identificazione che mi ha fatto vibrare, complice la prima persona che Patrizia Fortunati utilizza, la sua capacità di identificarsi nei panni di un uomo, di un padre, di un disperato a cui viene tolto tutto in pochi mesi.

Poi si sono aggiunti l’amarezza, il sollievo, la compassione.

Un bellissimo libro, che ho finito in pochi giorni dato il coinvolgimento che mi provocava, ma che ho dovuto digerire bene, prima di commentare.

Patrizia Fortunati conferma il suo talento di autrice, sa scavare in fondo all’animo umano, sa inserire il lettore nella storia, sa farlo commuovere, sa farlo riflettere, con messaggi multipli sulle vicende giudiziarie che coinvolgono il nostro Paese, sulla necessità, in molti casi, di rispetto e silenzio da parte dell’opinione pubblica mentre la giustizia fa il suo lavoro. Sulle forme di violenza esistenti che non coinvolgono solo gli uomini contro le donne, ma agiscono anche in maniera opposta.

Fa riflettere su come ogni relazione sia il frutto delle relazioni che ci hanno insegnato i nostri genitori.

Paolo mostra una forza inaudita, perché gli hanno insegnato a convivere col suo dolore, trovando le risorse attorno a lui. Francesca crolla e violenta una famiglia intera, perché non le hanno insegnato cosa è l’amore.

Da leggere.

E da ri-leggere.

 

 GGB

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La mia recensione di “Solo una madre finta”, di Daniela Biancotto

Solo una madre finta. Storia di un'adozioneCaro Visitatore,

Ho appena terminato di leggere Solo una madre finta, di Daniela Biancotto, in versione E-Book, gentilmente donatomi dall’autrice.

In questo libro viene raccontata la storia di un’adozione difficile. I due coniugi, gratificati da un matrimonio sereno, decidono di prendere una figlia per coronare completamente il loro amore. Purtroppo Bianca si rivelerà essere una ragazzina piena di problemi, incapace di accettare l’affetto che i nuovi genitori cercano di darle, per mille motivi: il suo turbolento passato, l’erroneo indottrinamento di una suora, il suo carattere impossibile e l’incapacità di psicologi e assistenti sociali di fornire un sostegno adeguato al nascente nucleo familiare.

Dire che è un tuffo al cuore di emozioni è dir poco. Non so se la storia sia reale o meno, la prima persona e la vicinanza emotiva che Daniela Biancotto trasmette al lettore suggeriscono di sì, ma a fine libro l’autrice dichiara che si tratta di pura fantasia.

Se così fosse, dovrebbero raddoppiare i miei complimenti per il coinvolgimento che ha mostrato e che mi ha provocato.

La madre narrante accusa e si accusa, si scusa e si giustifica, né più né meno mette su carta il dolore e il senso di solitudine (e ce ne è tanto che passa al lettore ) nel crescere una figlia adottata che nella rabbia, nella speranza e nel dolore dimostra di amare più di se stessa.

Una figlia stra-viziata prima dell’adozione, con tratti di un disturbo oppositivo provocatorio nell’infanzia e nell’adolescenza, e con i primi cenni di un disturbo borderline verso la maggiore età.

Ma i tratti della figlia non sono il vero problema, ciò che più colpisce è la solitudine che la madre trova nel chiedere aiuto a parenti vicini e lontani, a servizi iatrogeni vicini e lontani. Una patologia (la definisco cosi) sistemica e multi forme, da cui emerge che la situazione di Bianca e la solitudine della madre non sono che la punta dell’iceberg. Il senso di abbandono di Bianca è specchio del senso di abbandono della madre.

La ribellione di Bianca, oltre ogni limite, è specchio della rabbia della madre verso istituzioni che aiutano a rinforzare il danno più che l’aiuto. Il libro della Biancotto fa riflettere sull’adozione, mostra che non tutte sono facili. Come d’altronde nessun genitore ha a disposizione un manuale di istruzioni, ma chi sa scegliere di essere genitore ha una forza che travalica ogni confine.

La forza di questa madre di non arrendersi neanche quando dichiara di essersi arresa.

Unica pecca di questo libro appartiene a chi lo ha pubblicato (una casa editrice tristemente famosa) e a chi, in contemporanea, non lo ha scoperto. Ciò nonostante, mi ha stupito la cura delle parole e la totale assenza di refusi.

Brava la Biancotto? O l’Albatros sta cominciando a diventare una casa editrice vera?

 GGB

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La mia recensione di “Labirinti”, di Maggie Van der Toorn

Ho lasciato la caverna, il buio, l’ignoranza ed ora che la mia anima è apolide, e il mio spirito vola alto, ricordo quel piccolo miracolo di una lama di luce, che da quel giorno mi scalda anima e cuore.

LabirintiCaro Visitatore,

Oggi ti presento un libro di racconti, Labirinti, di Maggie Van Der Toorn.

Prima di commentarlo, una piccola premessa. Ho aspettato diversi mesi prima di leggerlo. Me lo regalò lei stessa a dicembre 2014, durante una presentazione a Cattolica.

Ho atteso perché avevo un sincero timore di non recensirlo positivamente.

Se segui questo sito, saprai ormai che ho sempre diverse remore verso i racconti. Non è facile creare in poche pagine una storia che sappia donare realmente qualcosa al lettore. Sono convinto che in molti provino, in pochi riescano.

Dunque partivo già prevenuto. In più, Maggie mi ha sempre colpito come persona. La conosco poco, ma ho sempre apprezzato quel raro dono del sorriso negli occhi, la percezione di avere davanti una donna che sa guardare il mondo con il dono della meraviglia.

E, dunque, se non mi fosse piaciuto il libro, come criticarlo a una persona così?

Poi l’ho letto, ed è accaduto che non mi sia piaciuto. Di più.

Maggie ha il rarissimo dono di saper costruire in pochissime pagine perle che trasmettono il profumo della vita, che non si concludono lasciando il lettore a mani vuote, ma donano riflessioni che dalla mente scendono al cuore.

Maggie ha la capacità di narrare con leggerezza frammenti di vita. Sa attivare la ricchezza di immagini che ongi individuo ha dentro. E guarda caso scrive: immaginai di essere io il suo strumento e abbandonarmi alla sua bravura nel far risuonare la mia musica.

Non so dirti quale sia stato il racconto più bello, posso rivelarsi quali mi abbiano colpito di più.

Il primo è Crescere. Sono parole di un figlio a una madre, ha il sapore di una lettera di addio, eppure sono pensieri di un quasi nato prima della sua nascita. La sola separazione è dall’essere simbiotici al diventare due esseri con respiri diversi. Ho visto la congiunzione tra la vita e la morte.

L’ho fatto leggere a una persona cara che ha perso la madre e ancora ne piange la perdita. Le sue lacrime miste ai sorrisi mi hanno confermato tutte le sensazioni che il racconto mi aveva donato.

L’altro racconto è Pensieri circolari. Qui Meggie sceglie il contesto della stazione Termini per seguire i pensieri degli astanti, l’uno chiama l’altro, fino ad arrivare a lei e a un bellissimo saluto che chiude il libro (Osservo e percepisco questa realtà, come un fluire di pensieri comuni, collegati, in continua perenne evoluzione(…) Salgo. Si parte. E’ ora di tornare a casa. Arrivederci Roma. Sono arrivata a Termini, o scusate… al termine). Ho riconosciuto anche una persona tra esse, che spesso si vede a Termini perché ha fatto della stazione la sua casa. Avrebbe potuto agganciarsi ad altri mille pensieri, non mi sarei stancato di seguire con lei la ricchezza dell’uomo.

Il flusso di pensiero è lo stesso che si ritrova nel libro, dove l’unico fil rouge che lega una narrazione e l’altra è la capacità di Maggie di fissare un frammento, incastonarlo in una prospettiva di luce e fartene dono, arricchendolo spesso con metafore davvero gradevoli.

Cosa criticarle? Se volessimo cercare il pelo nell’uovo, i dialoghi un po’ monotoni nel primo racconto, che richiama un po’ il Dorian Grey di Wilde (Per sempre) o ancora il racconto Io (le) lei (la), che non ho compreso.

Per il resto non ho null’altro da criticarle, ho solo una voglia da confessarle. Leggere un suo romanzo. Quasi ogni volta che iniziavo un suo racconto, mi ritrovavo a pensare che era bello ciò che leggevo, e che mi sarebbe piaciuto che l’intero libro susseguisse quella storia.

Labirinti è consigliato perché sa donare arte, e l’arte sa rinarrare ciò che hai dentro e ciò che è attorno a te, in una luce nuova.

 GGB

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La mia recensione di “A muso duro”, di Giorgio La Daga

Caro Visitatore,

Ho letto A muso duro, libro di racconti di Giorgio La Daga. Quando mi ha contattato per chiedermi una recensione, mi ha colpito la sua biografia, estremamente sincera, non costruita.

Il libro, purtroppo, non mi ha impressionato, nonostante la brevità ho faticato a leggerlo. I racconti sono spesso autoreferenziali, si percepisce un continuo e malinconico ricordo del passato, a tratti delicato, da cui però il lettore sembra costantemente escluso.

Quando manca l’autoreferenzialità, spuntano invece racconti che non vanno in profondità, affrontando temi, come lo stupro, con una dialettica che pare la descrizione di un copione, la traccia di una storia che non è storia, che non ha le emozioni per esserlo e per coinvolgere il lettore.

Giorgio accarezza i suoi pensieri e le sue storie con un tocco che ha poco ritmo. Lascia tanto a lui, ne sono certo, ma poco al lettore, che si perde tra le righe, desidera lasciare la lettura libro.

Ho francamente dovuto chiudere e riprendere la lettura più volte per non abbandonare il libro per noia. Ho sperato che il ritmo crescesse di intensità, che non si passasse di palo in frasca, lasciando come uniche costanti la malinconia di fondo e l’eccesso di descrizioni, che pongono il lettore in disparte, a chiedersi perché stia entrando in un privato altrui.

Tra una narrazione e l’altra si trovano alcune poesie  (tra cui quella che dà il nome alla silloge) che somigliano più a pensieri prosaici, spesso riempiti di luoghi comuni.

Il narrato, di cui andrebbe rivista d’accapo l’impaginazione e il rispetto delle maiuscole a inizio dialogo, è pieno di frasi dirette, con poche costruzioni subordinate. Troppo semplicistico e poco accattivante, eccetto che in alcuni passaggi, troppo rari per far appezzare il tutto.

Eppure c’è un quid nel tutto, che mi ha convinto ostinatamente a tornare al libro per terminarlo. Lo stesso quid della biografia di Giorgio. Non so dirti cosa sia, forse la delicatezza con cui traccia i suoi pensieri. La stessa con cui, lavorando sullo stile e pensando al lettore mentre scrive, può creare narrazioni capaci di arrivare al cuore di chi legge, senza escluderlo.

Da ultimo, non ho capito il senso del gatto in copertina.

Non consigliato, ma nemmeno sconsigliato. Resto a disposizione, nei commenti, per eventuali confronti con altri lettori di A muso duro.

 GGB

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La mia recensione di “E niente indietro”, di Andrea Tavernati

La Paola dei miei sogni scivolava sullo sfondo

e quella vera si rifletteva in mille specchi,

ognuno dei quali mi dava un’emozione diversa.

Caro Visitatore,E niente indietro

Non ho mai apprezzato molto i libri di racconti, li trovo in qualche modo frammentari. Spezzano trame al momento topico, costringono a ricominciare continuamente una storia nuova.

Eppure, questa mia posizione di antipatia non mi ha impedito di apprezzare E niente indietro di Andrea Tavernati.

Fin dalle prime pagine ho apprezzato lo stile, morbido, scorrevole, con un ritmo narrativo notevole. Il solo racconto che ho apprezzato meno stilisticamente (ma anche per contenuto) è l’ultimo, dove trionfa uno stile (fanta)scientifico, (fanta)nozionistico, annoiante.

Andrea Tavernati mostra una capacità invidiabile di mutazione, eppure è possibile scorgere alcune comunanze tra certi brani, che mi  hanno davvero colpito.

La prima è un riferimento continuo alle emozioni, la seconda è la presenza di una sensualità,  in alcuni passaggi straordinaria. La terza è la costante presenza di un’aura di mistero, accattivante.

Le descrizioni che fa in più racconti hanno una delicatezza magica. Il ragionamento che propone nel racconto Il libro di Eva sulle diverse forme di linguaggio esistenti e sull’origine della parola è mirabolante e seducente.

Andrea non offre solo uno scritto, offre sfumature di emozioni ben disposte. Si passa dal timore al sensuale, dal corpo alla natura. Dal particolare all’universale.

Credo che i racconti siano stati disposti in un continuum ben pensato.  Si passa dal reale al fantascientifico, e in questo cammino, Tavernati prende per mano il lettore e lo porta fino a universi inesplorati, rispettando i tempi fino al penultimo racconto, ed esagerando nell’ultimo.

In questo percorso incastra perfettamente nozioni di fisica quantistica e filosofia. E lo fa grazie a una dote narrativa notevole. Ecco perché sono rimasto deluso dall’ultimo scritto, perché ha lasciato improvvisamente esplodere fantascienza e nozionismo, senza soluzione di continuità rispetto ai precedenti racconti.

Ma il resto è una perla di complessità, di narrativa e di capacità di assumere punti di vista diversi, tra il dentro e il fuori, tra il narrato e l’esplicativo, tra corpo e mente, tra uomo e donna, tra il singolo e l’universo.

Piccola lode va anche all’editore, per aver selezionato una splendida raccolta di racconti e avergli fornito una copertina accattivante e un editing ottimo.

Libro consigliato.

 GGB

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