Ancora su Venetia Nigra: la relazione senza nome.

Caro Visitatore,

negozi di mascheresubito dopo aver recensito il romanzo Venetia Nigra, di Alessandro Vizzino, ho sentito che mancava qualcosa. Tanto mi ero soffermato alla sua capacità di ambientare la storia in un contesto non facile da riportare su carta, Venezia, da perdere un nodo importante, all’interno della storia, che mi ha stimolato diverse riflessioni. Il rapporto tra il protagonista Niccolò Testier Gritti e Zanetta, la madre del narciso per eccellenza, Giacomo Casanova, nel libro di Vizzino ancora neonato.

Per chi non ha letto il libro, Niccolò è un personaggio affascinante, a suo volta narciso, che si dedica al gioco, alle belle donne, e che perde letteralmente la testa per la moglie di un altro, Elisabetta, che sposerà a sua volta.

Eppure nel cuore ha anche Zanetta, in una relazione che viene descritta con pennellate sottili da Vizzino, in pochissime pagine, e che si può riassumere con una sua frase, che dà sapientemente l’idea del tutto. Non era semplice attrazione a condurlo verso quella donna, tanto meno il capriccio o un prurito erotico, bensì la certezza di non dover sprecare un’altra volta, adesso che l’aveva riavuta, una fratellanza più unica che rara, un connubio che assorbiva la propria forza da un’affinità congenita, dalla capacità di riconoscere l’uno negli occhi dell’altro, come due specchi posti a confronto.

Questa frase, questa semplice frase, mi ha fatto letteralmente vibrare. Mi ha richiamato alla mente un tema che ho già trattato su questo sito: le relazioni senza nome. Quei legami, quei rapporti, che non rientrano nelle categorie che la nostra razionalità è abituata a categorizzare in amore, amicizia, parentela…

venetia-nigraEsistono persone, che si si presentano alle porte del nostro cuore e che creano una tale intesa con noi che ogni termine diventa limitante per descrivere ciò che proviamo per loro. L’amore stesso diventa riduttivo, come l’amicizia. Vizzino definisce il rapporto tra Niccolò e Zanetta fratellanza, ma anche questo termine, sono convinto, non coglie neanche per lui la vastità della complessità dell’affetto che lega i due. Tant’è che deve aggiungere due aggettivi: più unica che rara. E deve completare con un’ulteriore considerazione, poche righe dopo. Esistono sentimenti speciali, che prevalgono su qualsiasi interesse, che sopravvivono a ogni distanza, al tempo, allo spazio, persino all’impossibilità di un amore carnale, compiuto.

Sono quelle relazioni dove l’affetto risalta in tutte le sue sfaccettature (affetto cerebrale, emotivo ed erotico). Se ci si possedesse carnalmente, si ammetterebbe di essere caduti nella banalità dell’Eros.  Se si cadesse nella razionalità, si ammetterebbe di essere solo amici. Se si cadesse nell’amore, si ammetterebbe di essere solo innamorati.

“So a cosa stai pensando” le confidò il patrizio (Niccolò).

“Cosa?”

“Quello a cui sto pensando io.”

“Cosa?” ripeté la ragazza.

“Vorrei baciarti.”

“Hai ragione, lo vorrei anch’io. Però…”

“Ce lo siamo detti.”

“E non ce lo diremo mai più.”

“Per l’eternità.”

In queste relazioni non si cade mai e si continua a restare nel volo di un limbo indefinito, un limbo limaccioso tra ciò che si ha e ciò che non si avrà mai, parafrasando Vizzino. Un limbo che nella sua indefinitezza rende vivo e acceso il rapporto stesso.

E’ un rapporto che spesso coinvolge la nostra parte più narcisa, quella che ha bisogno di uno specchio continuo per vibrare e sentirsi viva, e di essere essa stessa specchio per la parte narcisa dell’altro, in una coazione a riflettere continua, che tende all’infinito.

Dare un nome a queste relazioni, farle cadere nella banalità dell’amore, dell’amicizia o di qualsiasi altra definizione di rapporto comunemente data, significherebbe uccidere la relazione stessa.

Ho preso un frammento del romanzo di Alessandro, che mi ha stimolato a continuare a riflettere sulla ricchezza delle relazioni che intessiamo con l’altro, che spesso il nostro linguaggio non ha parole per descrivere nella loro ricchezza. Serve lo sguardo acceso che accompagna le parole di chi descrive la sua esperienza di queste relazioni, il fuoco che saprete cogliere negli occhi di chi le avrà vissute e te ne parlerà.

Ti lascio con un consiglio: ripensa a quelle relazioni che non sei riuscito a chiamare per nome. Ascolta il fuoco che hai dentro che crepita quando ne parli, le emozioni che vibrano uno dopo l’altra. Concentrati su di esse e pensa alla persona con cui le hai intrecciate, perché se ogni persona compare nella nostra vita per dirci qualcosa di noi, in queste particolari relazioni, la persona stessa ha acceso molti più fari nella notte del nostro essere, di qualunque altra. E no, non era semplice amicizia, non era semplice amore, non era semplice fratellanza… era più della somma di tutte queste cose, e ti sei compreso, o compresa, e ancora puoi comprenderti, grazie ad esse e al mistero che le accompagna.

 GGB

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La mia recensione di “Venetia Nigra”, di Alessandro Vizzino

Caro Visitatore,

oggi ti pavenetia-nigrarlo del nuovo romanzo di Alessandro Vizzino, Venetia Nigra.

Seguo Vizzino quasi dagli esordi e ho sempre apprezzato la sua penna, pur in modo critico, prestando particolare attenzione agli scambi dialogici che intesseva nei suoi romanzi, talvolta criticandoli nella loro “scontatezza”. E lui lo sa, perché il bello del nostro scambio sui nostri scritti è stato quello di eliminare ogni vezzoso complimento dettato dall’amicizia, e criticarci, per crescere come persone e come autori. In modo trasparente e sincero.

Con la stessa trasparenza e sincerità, devo ammettere che con Venetia Nigra Alessandro ha letteralmente superato se stesso, battendo, per stile e capacità narrativa, tutti i suoi precedenti scritti.

Voglio partire da una frase che come lettore troverai nella prima pagina. Venezia (…) Una bellissima prostituta sfuggente: non si negava a nessuno, ma nessuno ne avrebbe mai colto la reale essenza, nemmeno possedendola un milione di volte. Un concetto che, con parole diverse, chiude anche il romanzo.

Credo che questa frase riassuma tutto lo sforzo fatto da Vizzino nello stendere questo scritto, perché il vero punto di forza di questo romanzo, oltre a una trama coinvolgente, a dei personaggi ben costruiti e a uno stile fluido e scorrevole, è l’ambientazione del romanzo, che si traduce nella capacità dell’autore di costruire letteralmente attorno al lettore una Venezia del 1700.

Chi avrà visitato Venezia avrà colto un tale fascino e una tale bellezza difficile da riprodurre in uno scritto di qualunque tipo. In molti l’hanno celebrata, in pochi sono riusciti a costruirla attorno ai lettori, con dovizia di particolari, permettendo loro di camminare tra le calli con i personaggi, di respirare l’aria veneziana assieme a loro, di sentire persino il rumore dell’acqua, il profumo intrigante di una città che si fatica a credere sia stata davvero costruita da una mano umana.

Per sfidare la sua bellezza e scegliere di trasporla in un romanzo, devi essere un pazzo o una penna di vero talento. O forse entrambe le cose. Perché il fallimento è dietro l’angolo, e consiste nel non riuscire a cogliere neanche un infinitesimo di tanta bellezza.

Vizzino è riuscito in questa impresa, sulle pagine di questo romanzo ha portato l’intrigo, la doppiezza dell’animo umano, l’amore, la virtù, la cupidigia, la brama di potere, ma, soprattutto, il suo amore spassionato per questa città, che si vede che ha visitato più e più volte, ciascuna con animo diverso. Ed era consapevole che, da prostituta, mai l’avrebbe colta del tutto, ma nell’umiltà di questa posizione, è riuscito a costruire un contesto d’azione ricchissimo di particolari, e funzionale alla storia, che esalta il suo valore, e il suo pregio, grazie al contesto che la circonda.

La “telecamera” che ha usato Vizzino per narrare la storia è passata dietro a ogni personaggio, il punto di vista narrativo muta di capitolo in capitolo, ma il contesto veneziano, l’ambientazione dei palazzi e delle calle, l’interno delle taverne, o delle botteghe, è l’onnipresente protagonista. La telecamera parte dall’ambiente e arriva ai personaggi, continuamente, per poi approfittare dei personaggi stessi per tornare all’ambiente. Lo stesso protagonista, Testier, spesso si perde, come l’autore, a celebrare con gli occhi ciò che lo circonda. Persino i dialoghi, i dialetti, le movenze dei personaggi richiamano il contesto storico scelto, facendo da specchio e rinforzando la bellezza delle ambientazioni architettoniche.

E sì, caro Visitatore, ho detto tanto del contesto e poco della storia, degli intrighi e delle (dis)avventure di Testier, ma davvero credo che la storia passi in secondo piano rispetto al valore che Vizzino ha voluto dare a Venezia.

La storia te la lascio scoprire, vale la pena leggerla, diverte, appassiona, ma resta quasi sospesa in una bolla, è una delle tante, tra personaggi inventati e realmente esistiti, che Venezia, nella sua eternità, racchiude.

E, mi permetto di dire, traspare quasi un messaggio intrinseco di Vizzino, che riformulo a parole mie: ti ho fregato, caro lettore, ho preso personaggi esistiti e inventati, ho cucito una storia, un intrigo, ma l’ho fatto apposta. Non era mia intenzione divertirti, ma avere una scusa, per portarti in una Venezia che profuma di storia e di mistero, per farti vibrare con me davanti a una bellezza eterna.

Chiudo con una considerazione sul Vizzino autore. Giuro che tre o quattro volte ho alzato lo sguardo verso l’angolo destro della pagina o, ancora, ho chiuso il libro per leggere il nome dell’autore, per verificare che avesse scritto proprio lui questo romanzo: il Vizzino che troverai tra queste pagine è un Vizzino completamente diverso dall’autore degli altri romanzi. Quasi irriconoscibile, per stile. Se con Trinacrime aveva sancito un netto miglioramento rispetto ai romanzi precedenti (senza nulla togliere al loro pregio), con Venetia Nigra ha sfidato e superato se stesso.

Caldamente consigliata la lettura.

 GGB

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La mia recensione di “Creature di un giorno”, di Irvin D. Yalom

Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. 

(Marco Aurelio)

 

C51d0fzve6nl-_sx321_bo1204203200_aro Visitatore,

oggi voglio parlarti di un libro e di un autore capaci di toccare il cuore, Creature di un giorno e di Irvin D. Yalom, psichiatra e autore di diversi testi, tra cui La cura Schopenhauer e Le lacrime di Nietzsche.

Dieci casi di psicoterapia seguiti da Yalom, con grande maestria, che toccano i temi più profondi dell’animo umano, la morte, la malattia, l’amore…

Il Chicago Tribune ha definito questo testo un libro in cui il terapeuta è un poeta, e la terapia un’arte. E mai definizione fu più adeguata. Yalom porta il lettore dentro le emozioni e soprattutto dentro la relazione terapeuta-paziente, una relazione trasparente, pura, reale, vibrante, dimostrando che la psicologia non è mera scienza della mente, ma scienza della relazione.

Yalom accoglie la persona nella sua interezza, nel suo essere globale, senza approcci precostituiti, freddi, comportamentali, senza diagnosi -etichette, ma con un approccio olistico che rispetta l’Altro, il proprio essere terapeuta, e lo spazio e il tempo che passa tra loro: la relazione.

Esiste un paradosso, che Yalom cita, e che attiene al processo psicoterapeutico: il cliente sembra diventare dipendente dal terapeuta, per aprire relazioni sane fuori dal contesto terapeutico. Diventa dipendente da un contesto sufficientemente buono, per dirla con Winnicot,  accogliente, capace di rispettarlo e di renderlo, alla fine, indipendente dal contesto stesso. Un utero capace di farlo rinascere. Se riesco a creare un ambiente genuino e accogliente, i miei pazienti troveranno l’aiuto di cui hanno bisogno, spesso in modi meravigliosi che non avrei potuto prevedere o persino immaginare.

Ed esistono insegnamenti utili ai terapeuti, che le scuole di psicoterapia non insegnano e che nascono da un’esperienza pluriennale e da una capacità dell’autore di passarle in modo umile e semplice. Ancora una volta mi sentivo pieno di umiltà al cospetto dell’infinita complessità della mente umana.

Yalom ha più di ottanta anni, e l’arrivo della fine della vita è ben presente nel suo processo terapeutico e nei suoi scritti: faccia presto a ricontattarmi, si ricordi la mia età. Eppure la visione della morte diventa risorsa per le sue terapie, la morte inizia con la vita una danza, diventa un opposto indissolubile dalla vita stessa, una risorsa fondamentale per ricordarsi di vivere appieno il proprio essere.

E’ un libro che consiglierei a tre categorie di persone.

Ai terapeuti inesperti, che Yalom cita spesso. E credo che, al pari di un uomo di più di ottant’anni, con la sua umanità e professionalità ed esperienza, meravigliato ancora dalla complessità e unicità dell’uomo, rispettoso dell’Altro e della relazione, possiamo considerarci con grande umiltà tutti terapeuti inesperti.

A chi porta dentro una sofferenza, in particolare un lutto e una perdita, perché il vero punto di forza di Yalom è la profonda umanità che restituisce dignità e calore all’individuo nel suo essere in divenire, lima gli spigoli duri dell’esistenza. Conosco persone che hanno subito lutti dolorosi che hanno ritrovato il sorriso nel leggere i suoi scritti.

A chiunque voglia riflettere sulla vita e sull’uomo, in tutte le sue sfaccettature.

 GGB

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L’estate addosso: le relazioni senza nome

59306_pplCaro Visitatore,

sono andato a vedere L’estate addosso, di Gabriele Muccino, e vorrei condividere con te alcune riflessioni che mi ha ispirato.

E’ un film che segna una sorta di passo indietro rispetto alla filmografia del regista, che si era incentrata, dopo l’incontro con Will Smith, sulle tematiche dei padri e dei figli. In questo suo ultimo lavoro torna all’adolescenza, o meglio ai giovanissimi adulti, alla costante ricerca di sé, creando un viaggio, dall’altra parte del mondo, negli States, in cui hanno modo di cercare e trovare loro stessi.

Strano, a 49 anni, tornare proprio lì.

A questi elementi aggiunge l’incontro con il diverso, da un lato Maria, la bigotta, con i suoi pregiudizi, e dall’altro la coppia gay di Matt e Paul. Da un lato la cultura italiana, che tanto ammira Paul, dall’altro l’esame di realtà che Maria e Marco riportano ai due americani, su un Paese come il nostro che di limiti ne ha tanti. Da un lato il sogno americano, dall’altro le difficoltà di una coppia di giovani degli USA che vorrebbero seguire le loro personali ambizioni, ma si ritrovano incastrati in lavori che non amano, e in famiglie che non accettano la loro scelta d’amore.

Da questo incontro si crea una bolla, in cui i quattro ragazzi sperimentano una relazione che non ha nome. Non è amicizia e non è amore, è qualcosa di altro. Credevo fosse tre il numero perfetto, dirà Marco, ma non sono più così sicuro. Muccino riesce, ed è il pregio di questo film, a far vedere i fili che legano i quattro ragazzi, i fili di un’armonia altra, che l’essere umano è capace di creare.

E da qui la riflessione che vorrei portarti: siamo abituati a dare un nome a tutte le relazioni, a categorizzarle dentro classi che ci danno sicurezza. Esistono relazioni d’amore, d’amicizia, relazioni tra ex, relazioni genitoriali, familiari e via dicendo. E poi ci sono quelle relazioni, le più armoniche, che non hanno un nome. Legami che ci uniscono e che vorremmo riuscire a definire, ma non troviamo le parole, perché sono talmente indescrivibili, che le parole non le abbiamo mai trovate per dar loro un nome. E perché, se riuscissimo a descriverle, non ci farebbero vibrare così tanto.

E sono relazioni che ci fanno paura, tanto che le isoliamo in un viaggio, in un’esperienza altra, fuori dai soliti schemi, in una bolla, come la definirà Matt. Una bolla sospesa.

Il fine di questo post non è di consigliarti di vedere il film. Ma di ripensare a quelle relazioni e a quei legami a cui non sei riuscito a dare un nome. Quelle che hai definito solo e soltanto con un non o con un come: non era amore, non era amicizia… Eravamo come fratelli, eravamo come padre figlio.

E, superando le definizioni, di concentrarti con il pensiero solo sulle emozioni e sulle sensazioni che hanno fatto vibrare queste stesse relazioni. Perché, credimi, sono le relazioni fuori dagli schemi che più di ogni altre ci narrano di noi, perché ci fanno sentire nudi, senza abiti, senza difese. Puri. Reali. Diversi da come avevamo creduto di essere fino a quel momento.

 

 GGB

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La mia recensione de “L’uomo che correva vicino al mare”, di Ciro Pinto

514x-a2plPL._SY346_Caro Visitatore,

Il libro di cui ti parlo oggi si intitola L’uomo che correva vicino al mare, di Ciro Pinto. Un libro del 2014, letto con colpevole ritardo, visto il tempo che è rimasto nel cassetto del comodino. Basti pensare che nel frattempo l’autore ne ha pubblicati altri due.

Una storia delicata, sia per i temi che affronta, sia per lo stile di Ciro, che prende per mano il lettore e lo accompagna lungo un percorso che tocca quattro generazioni di vita.

Ho letto su qualche recensione che è un libro che affronta la malattia, il tumore al cervello del protagonista Giorgio, e l’autismo di suo nipote Filippo. Credo sia una visione limitante, dal momento che questo libro affronta la vita e le alleanze intergenerazionali che di creano nella famiglia, dai nonni ai nipoti.

È vero, sembra che nella vita dei componenti della famiglia di Giorgio ci siano delle problematiche legate alla mente che si tramandano, come anche una melanconia diffusa, una sensazione di continua mancanza, di lutti non risolti, di assenti che risuonano più dei presenti.

Eppure c’è nel libro una ricchezza, che passa dagli avi ai discendenti, che si svela nel talento pittorico e un legame di appartenenza molto forte, che travalica lo spostamento da un lato all’altro dell’Italia. Mezzo romanzo si ambienta a Napoli, l’altra metà in Emilia Romagna.

Oserei dire che è un romanzo di legami intergenerazionali, di continui ritorni al passato per vivere il presente e sperare nel futuro. È un romanzo sulle appartenenze alla famiglia, sulle radici che ognuno di noi porta con sé, in quanto rami di congiunzione tra ciò che è stato e i boccioli di ciò che sarà. In tal senso non è un romanzo sulla malattia, ma sulla salute.

Ed è un romanzo sul ruolo del femminile nella famiglia, costantemente in ombra, con piccole apparizioni, eppure risolutivo per la trama.

E da ultimo, è un romanzo dove Ciro Pinto riesce a tenere pienamente in equilibrio azione e descrizione, a tal punto da immergere il lettore in una realtà a lui vicina, Napoli, in una a lui geograficamente più lontana, l’Emilia Romagna e la Riviera, e a portarlo a correre con l’uomo che correva vicino al mare.

Da leggere.

 GGB

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Buone vacanze!

Caro Visitatore,

dopo le puntate che hanno accompagnato quest’ultima edizione radiofonica 2015-2016 di Crisalide…

dopo le varie recensioni scritte di film e libri

dopo averti raccontato le mie presentazioni in giro per l’Italia per il tour del mio secondo romanzo Alina

dopo averti raccontato dei premi vinti…

dopo averti parlato della Psicologia della Salute e aver pubblicato il saggio La torre di Igea. Psicosomatica e Psicologia della Salute.

dopo averti inviato vari doni via newsletter,

dopo aver scritto articoli e piccoli saggi on line,

direi che un mese di vacanza me lo sono guadagnato ;)

 

Buone vacanze,

Sarò di nuovo on line a Settembre 2016.

Per restare in contatto, non esitare a scrivermi ;)

 GGB

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La mia radiointervista a Simone Turri, autore di “Brandelli d’anima”

51RbXPKoHnL._OU29_AC_UL320_SR216,320_Caro Visitatore,

Nell’ottava puntata di Crisalide sarà nostro ospite Simone Turri, autore, assieme a Daniela Mecca, di Brandelli d’Anima.

Un grande ritorno, quello di Simone, che è già stato nostro ospite in passato, per presentare il suo fortunato romanzo Il Tatuatore, e ancora prima Il fiore nero. Un passaggio dall’horror al thriller psicologico sempre più evidente, con un fil rouge evidente: scoprire sempre di più il nero nascosto in ciascuno di noi…

Sinossi: 

Michelle, giovane donna di Dublino, decide di riprendere in mano la propria vita, affrontandola e scontrandosi con una torbida realtà che le ha lasciato un marchio indelebile. Avrebbe dovuto essere un percorso semplice e spensierato, ma un susseguirsi di strani incontri ed eventi rendono tutto molto complicato, fino a quando si troverà costretta a ricomporre il puzzle della sua anima.

Buon ascolto!

La mia recensione di “Acuto”, di Carla Magnani

Copertina Acuto copiaCaro Visitatore,

Il romanzo che ti presento oggi si intitola Acuto, e mi è stato presentato dalla stessa autrice, Carla Magnani.

L’ho letto, pagina dopo pagina, con un interesse sempre più crescente. Potremmo utilizzare lo stesso titolo del romanzo per esemplificare la lettura con una metafora: una melodia crescente, che raggiunge l’acuto nelle fasi finali.

Mi piace definirlo un romanzo sulle relazioni e sui legami, dal momento che è il suo pregio più grande, che si situa in due epoche distinte, l’epoca attuale e quello della gioventù della protagonista Elisa, in piena rivoluzione del ’68, ancora poco trattata dalla letteratura.

Il testo ruota attorno a due figure femminili, le due sorelle Ester e Elisa. Quest’ultima è la protagonista, che sceglie di vivere quasi come una spettatrice in disparte rispetto alla sua vita e ai mutamenti sociali che le si palesano davanti. Agli antipodi Ester, dinamica, ribelle, protagonista del cambiamento eppure sempre sullo sfondo del romanzo, per lo più narrata da altri.

La prima, scomodando Recalcati, si arrende alla legge del padre (notaio, patriarcale, reazionario), la seconda sfida questa legge.

Nel rapporto tra le due e nel legame tra Elisa e Marco, l’amore rinunciato e mai vissuto, l’amore da rinarrare, da rincontrare e da vivere, prima che sia troppo tardi, si gioca tutto. Nelle relazioni, mi è sembrato, Elisa vive l’unica vitalità che si permette di concedersi. A differenza di Ester.

Il romanzo mi ha ricordato che ogni relazione narra qualcosa di noi, che non esistono legami giusti o sbagliati, e che tutti vanno vissuti, o rinunceremo non solo al legame, ma alla parte di noi che esso ci narra.

E vengo allo stile. Morbido, fluido, scorrevole, con una narrazione  forse con il limite di essere troppo addossata al dialogo e all’azione, che contestualizza poco, e sarebbe stato bello avere qualche descrizione in più che permettesse al lettore di respirare l’aria del ’68.

Altro limite che ho trovato è consegnare spesso qualche metafora di vita alle parole dei personaggi, ma in una forma impersonale, forzata, che mi ha richiamato più una riflessione profonda dell’autrice consegnata tout court al personaggio, che poteva essere incastonata meglio nella trama.

Nel complesso, ne consiglio vivamente la lettura.

Sinossi:

Elisa ha una vita invidiabile, tranquilla, avvolta dalle granitiche certezze che è riuscita a costruirsi negli anni. Ma una telefonata da oltreoceano cambia tutte le carte in tavola. Elisa è costretta a fronteggiare un passato che pensava di aver sepolto, gli anni dell’università, il Sessantotto a Pisa e… Marco. Dopo aver affrontato le sue più grandi paure, la protagonista sarà davvero pronta a mollare il salvagente e lasciarsi trasportare dalla corrente? Una storia di forza e di coraggio tutta al femminile, dagli anni Settanta ad oggi.

 GGB

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La mia recensione di “Racconti e Disincanti”, di Vanina Sartorio

racconti-e-disincantiCaro Visitatore,

ho conosciuto questa antologia  Racconti e disincanti, di Vanina Sartorio, grazie alla stessa autrice, che mi chiese un’intervista a Crisalide. Rimasto colpito dalla presentazione, ho scelto di leggerlo, e non ho sbagliato.

Vanina ha un buon talento descrittivo, un ritmo coinvolgente nelle sue storie, alcune delle quali potrebbero tranquillamente essere sviluppate in un romanzo. L’autrice tocca più argomenti, estratti dalla vita di tutti i giorni, sviluppandoli in modo coinvolgente e stimolante.

Il fil rouge è proprio il disincanto, spesso legato al finale di ogni racconto, un disincanto che spesso somiglia a un esame di realtà, a una concretezza, al reale della vita.

Sono racconti che lasciano il segno. E mi sono scoperto ad evitare di passare da un racconto all’altro, prendendomi il giusto tempo per far decantare ogni racconto nella mia mente. Solo quando era giunta la giusta maturazione, ed era una mera sensazione di pancia, ho continuato col racconto successivo.

E devo dire che è stata una lettura piacevole e assolutamente consigliata.

Molto intrigante, poi, la copertina ;)

Sinossi:

I racconti che danno vita al libro non temono di fotografare il lato oscuro della personalità dei soggetti prescelti, risultando tragicamente attuali, se letti in parallelo con le ricorrenze degli accaduti narrati sulle cronache. La depressione post partum con il lento smarrimento dell’equilibrio di coppia, la scoperta della sessualità nella diversa abilità, la devozione verso l’anziana madre ammalata che si tramuta in odio e auto-annientamento, un imbarazzante colloquio di lavoro in cui i due protagonisti fanno finta di non conoscersi, l’angoscioso approssimarsi degli “anta”, il cibo come stabilizzatore di squilibri affettivi, feticismo e sesso violento contro voglia di serenità familiare, la noia e l’oblio del post sbornia, la fugacità di un bel ricordo, la morte e il tempo che passa sono i temi caratterizzanti. Gli scenari prescelti variano, presentando situazioni comuni, con cui è però difficile regolare i conti. Due elementi sono cari agli stati d’animo sommersi, perpetuamente tesi in una sofferenza “regolare”, non provocata da eventi speciali, ma connaturata a una certa indole, a una condizione, a un’incomprensione di fondo, a un accavallarsi di circostanze sfavorevoli.

 GGB

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La mia recensione di “Come un’eclissi solare”, di David Valentini

Sono le anime vaganti che s’incontrano nei primi venti anni di vita

che restano attaccate dentro come un nuovo strato di pelle

41WJbkHiD2L._SX341_BO1,204,203,200_Caro Visitatore,

il libro che oggi commento è Come un’eclissi solare, di David Valentini. Quando un libro ti costringe a prendere la matita in mano e a sottolineare quei passaggi, quelle frasi, che ti entrano dentro, e che proprio non vuoi perderti, sta sortendo un effetto positivo su di te. Quando, da psicoterapeuta, ti ritrovi a citare il libro in seduta per un passaggio che potrebbe essere significativo per l’altro, allora ha fatto molto di più.

Questo è il libro di David Valentini, ventottenne romano, che ha voluto creare una realtà in qualche modo borderline. Si immagina ricercatore italiano trapiantato a Londra, sposato, con una figlia, che torna a Roma e nel vedere l’amico, non un amico qualunque, ma l’amico tanto amato e perso senza un reale perché, si ritrova a ripercorrere la sua adolescenza, la nostra adolescenza, dal momento che siamo quasi coetanei. Definisco questo stato borderline, perché mi sono ritrovato sospeso assieme all’autore in un momento dove al contempo ancora non si è (che io sappia non vive a Londra, non ha figlie) e si è già stati in giovinezza.

Un momento di stasi di una ricchezza impressionante, a metà tra ciò che è stato e ciò che sarà. E con le giuste parole, con uno stile poetico e toccante David regala un quadro di pensieri ed emozioni davvero notevole, ben intessuti tra loro e cangianti.

Bellissima la distanza/vicinanza che crea con Alberto, l’amico che stimola i suoi pensieri, tanto vicini da potersi toccare, riconoscere, rivivere, eppure così lontani, senza un perché. Come un’eclissi solare, per un lungo tempo i nostri astri si sono avvicinati e poi sovrapposti, e i corsi di pensiero armonizzati al punto da non poter quasi più distinguere l’uno dall’altro. poi, ineluttabilmente, le nostre luci hanno vacillato. In un gioco di specchi, Alberto, così cambiato dall’adolescente ribelle che era, ora in giacca e cravatta, i capelli corti, riporta il protagonista-narrante alle gioie e ai dolori della sua giovinezza. E parliamo di una giovinezza che accomuna oggi tanti trentenni, quindi dell’altro ieri.

Ma il vero talento che scopro in David Valentini è il suo stile morbido, la sua capacità di scegliere il termine giusto in ogni frase, il saper selezionare le parole con cura. Non parole comuni, banali, ma quelle che entrano dentro e toccano corde profonde, che sanno far sorridere, commuovere, che creano nostalgia, malinconia e speranza. David Valentini ha la possibilità di entrare in quella rara categoria di autori non commerciali, che sanno davvero emozionare e far vibrare. E io me lo vedo lì, a ragionare anche ore su una parola da inserire, quella giusta, quella che ti toccherà l’anima.

Ed è un bel talento.

Consigliato.

 GGB

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