Il bar sotto il mare. Viaggio nella creatività.

Passiamo metà della vita  a deridere ciò in cui gli altri credono,

e l’altra metà a credere in ciò che gli altri deridono.

Caro Visitatore,

88-07-88081-0_Benni_Il bar sotto il mare.inddal mio penultimo compleanno mi è stato donato, tra i vari libri, Il bar sotto il mare di Stefano Benni. È una raccolta di racconti che, nel migliore stile di Benni, viaggiano nella creatività, che l’autore sa magistralmente applicare in modo esuberante, tanto al contenuto quanto alla forma.

In un bar immaginario, posto sotto il mare, ogni astante deve raccontare la sua storia (perfino le pulci e il cane dove su cui dimorano…!).

I racconti spaziano in ogni genere, horror, avventura, romantico e via dicendo. In alcuni racconti, Benni, gioca letteralmente con le parole, modificandole, sbagliandole di proposito, affidandosi persino alla capacità della mente di sintetizzare un senso preciso al testo, pur con parole palesemente errate.

Ammetto che ci sono racconti che mi hanno coinvolto profondamente (il mio preferito è senza dubbio Il Mistero di Oleron) e racconti che mi hanno annoiato, ma è inevitabile in una raccolta dove il filo conduttore porta il lettore in contesti, temi e generi profondamente diversi tra loro. Vero è che, nonostante i momenti di noia, non posso dire che ci sia stato un racconto che mi abbia lasciato senza una riflessione o senza un’emozione. Credo profondamente che un testo di qualunque tipo abbia il suo valore se è capace di non lasciarti uguale a come ti ha trovato ad inizio lettura. Se ti trasmette una riflessione, una connessione o, ancora meglio, un’emozione, ha un valore profondo.

BENNIBudapest1Benni si rivela sempre più poliedrico. Scompare dietro le diverse voci dei personaggi, e questa è la sua forza più profonda, muta forma, stile, contenuto. E rimane, nella sua creatività, sempre coerente con se stesso. E in questo mutamento, entra in contatto con il lettore in modo sempre diverso, attivando diversi aspetti del Sé. Ecco perché ho utilizzato due sensazioni antitetiche per definire la lettura: coinvolgimento e noia. Tra questi due poli, si trovano tutte le sfumature emotive che Benni riesce a pizzicare con la sua mutevolezza.

Credo che Il bar sotto il mare sia una lezione di stile e di immaginazione in grado di aprire la mente e di toccare più parti di noi. Potrebbe anche essere un ottimo esercizio di autoconoscenza: quali racconti mi coinvolgono di più? Che parti di me attivo maggiormente? Dove mi annoio? Dove risuono? E come mai? Chi porterei a cena tra le varie voci narranti? Chi eviterei? A fine lettura, quali racconti mi sono rimasti dentro? Quali ho rimosso? E come mai?

E, non meno importante, è una lettura di pregio.

Consigliato.

 GGB

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La mia recensione di “Mai più sole”, di Alessandro Curti.

51LQ0eD0wGL._SX351_BO1,204,203,200_Caro Visitatore,

Ho letto Mai più sole, di Alessandro Curti, già recensito in passato per Padri imperfetti.

Dopo la figura del padre, vista dall’ottica preziosa di un operatore, la figura materna, attraverso la gravidanza, il parto e la maternità di quattro donne. Anche qui l’ottica di un operatore, che gestisce un centro interessante di confronto, gioco e scambio tra neo-genitori.

Il romanzo è interessante, a tratti commovente, specie per chi come me è diventato padre padre e certi momenti, come l’attesa della nascita, li ha vissuti.

Le storie, tutte di peso, tracciano quattro vite di donne e coppie in attesa, con diversi problemi (una figlia con autismo, un tradimento, un lutto, e via dicendo) e diverse risorse.

Il linguaggio dell’autore è semplice, fresco, spontaneo, mai banale. Alessandro utilizza molto il canale emotivo, in un punto, ritengo, si lascia prendere troppo. C’è un momento in cui un nonno assiste alla nascita della nipote. La reazione mi sembra molto paterna, come se fosse la sua prima esperienza di nascita. Mi è sembrato che in quel personaggio, in quella scena, Alessandro abbia proiettato tutte le due emozioni e ricordi di padre. Di per sé sono emozioni toccanti, forse un poco esagerate per un personaggio che è nonno. Affidate a un padre, sarebbero state molto più coerenti.

Un prezioso messaggio, a mio avviso, è dato proprio dal centro che Alessandro, oltre che autore, personaggio educatore del romanzo, gestisce. Una bella realtà di promozione della salute e della genitorialità, dello scambio, del mutuo sostegno. Sarebbe bello saperne di più di questi luoghi, promuoverne in tutte le città. E mi piacerebbe che l’autore, magari come commento sotto a questa recensione, dicesse di più.

Due piccoli errori, infine. Il primo è che ho trovato la descrizione delle capacità di Beatrice (di un anno e una manciata di mesi, come scrive Alessandro) troppo alte e simboliche per l’età della bambina. Il secondo è nella descrizione dell’epidurale, che per quanto ne sappia, è somministrata sulla colonna vertebrale e non al braccio.

Al di là di questo, ho trovato molto coraggioso il passaggio di Curti dalla figura del padre a quella della madre, passaggio che sottolinea una sua forte empatia. Forse un giorno gli uomini riusciranno a capire le donne. Difficilmente i padri riusciranno a capire le madri, per la potenza di ristrutturazione delle difese che una donna sa attuare dopo la nascita del proprio figlio. E per capirle al punto di incentrare un romanzo su di loro, occorre una fortissima capacità empatica. E Alessandro ha dimostrato di possederla.

Chapeau!

 GGB

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Buon cammino all’Amore che Viola

Caro Visitatore,

EDU - L'Amore che Viola, Giovanni Garufi Bozza - Fronte HD (1)Il percorso del mio romanzo L’Amore che Viola inizia in un piccolo paese dell’Abruzzo, che ha aderito alla campagna Una targa per la vita, con l’esposizione di una targa in memoria di tutte le donne morte per nano violenta di chi diceva di amarle.

Sabato 11 agosto, ore 17, presso il Teatro Giuliani, del Comune di Castel del Monte, ha debuttato L’Amore Che Viola, il mio ultimo romanzo. Con grande emozione l’ho presentato, riferendo come sia il frutto delle tante riflessioni che negli ultimi due anni ho portato e appreso, nel lungo percorso di esposizione delle Targhe per la Vita.

Era bello presentare Alina. Si andava sul sicuro. Il romanzo aveva avuto tante recensioni positive.

Diverso è presentare un romanzo appena uscito, che parla di violenza, ma che si focalizza soprattutto sull’ambivalenza del genere umano, che dondola tra l’Eros, a tratti sfrenato (avrò forse esagerato in alcune pagine del romanzo?) e il Thanatos violento, tra l’ambiguità del narcisista (piacerà o non piacerà come personaggio?) e la fragilità della protagonista (la tollererà il lettore?)

39387589_2157491494262248_8898334405156667392_n (1)Tante domande si annidavano nella mia mente, mentre scrivevo dediche e firmavo copie. Ma con fiducia ho lanciato Viola, certo che farà la sua strada.

Perché in fondo, parla di noi, dei nostri tratti più profondi, delle nostre fragilità, del nostro essere violenti, passionali, emotivi.

Del nostro essere umani.

Dunque, buon viaggio, Viola.

 GGB

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La mia recensione di “Come un’aquila e un delfino”, di Claudia Esposito

Certi sguardi hanno il potere di raccontare storie infinite.
Caro Visitatore,

 

41PneYmSejL._SY346_Ho letto Come un’aquila e un delfino di Claudia Esposito.
Un romanzo delicato, che porta una bellissima visione sistemica per rappresentare storia e personaggi, accuratamente trattati dal punto di vista fisico e caratteriale, con rimandi continui alle loro storie familiari, in un continuo sali-scendi tra passato, presente e futuro.

 

Perno centrale del romanzo, le relazioni, i legami tra i personaggi, con tutte le emozioni connesse. L’autrice sa concentrare la sua attenzione non solo sui personaggi, ma sulle loro connessioni, su quello spazio  tempo che lega un personaggio all’altro. Fa percepire che in ogni rapporto, di qualunque tipo (genitoriale, amicale, amoroso….) si è sempre in tre, c’è l’uno, l’altro e quello spazio e tempo che li lega, che comunemente chiamiamo relazione, un terzo da curare, da coltivare, da rispettare e da guardare per risolvere una crisi o per elaborare un lutto.

 

Altra potenzialità del romanzo la sua capacità di trasportare in luoghi lontani dall’Italia: Inghilterra, America, Africa. Ogni qual volta un autore o un’autrice porta la sua storia lontano dal suo Paese di origine, mi chiedo se lo abbia visitato realmente, se abbia colto il suo clima, il suo profumo, per portarlo tra le righe del romanzo. Che abbia effettivamente visitato questi Paesi o Continenti o meno, ella è riuscita a tenerli timidi sullo sfondo, lasciando trapelare delicatamente un profumo che si incastona tra le pieghe della storia, rendendo il contesto narrativo verosimile e gradevole.
Non mancano piacevoli metafore, a partire dal titolo. Possono un delfino e un’aquila avere una storia d’amore?

 

Il tutto rende il romanzo di gradevole lettura, introspettivo, a tratti persino commovente.

 

I tre limiti principali, a mio avviso sono alcune prolissità, le eccessive anticipazioni e  alcune cadute di stile, che purtroppo abbassano la qualità del romanzo.

 

Le prolissità le troviamo quando il focus narrativo si sposta eccessivamente sulle storie di personaggi secondari, non premiando la sinteticità e talvolta risultando, come movimento, pedante e per certi versi sconveniente per una lettura agile. Sembra un tentativo di allungare il brodo, quando la stessa storia centrale è già ricca di per sé.

 

Le eccessive anticipazioni sono legate a ciò che accadrà anni dopo, o poche pagine più avanti, che viene comunque ri-narrato dall’autrice. Una sorta di spoiler sulla vita dei personaggi, come se la vita potesse essere prevedibile, scontata. Non è male l’idea di anticipare qualcosa, proprio per creare quel bel sali-scendi tra presente, passato e futuro che citavo a inizio recensione. Ma il troppo, come sempre, storpia e rovina la lettura.

 

Il terzo limite, come dicevo, è nelle cadute di stile, rare, ma evidenti. Ad un certo punto, all’autrice prende un vero e proprio attacco di congiuntiviteLo stesso sarebbe accaduto se Brenda invece di proporre alle amiche una serata di popcorn e film, sarebbe (fosse!) andata al cinema come inizialmente era stato deciso. …. se fosse rimasta lì e lo avrebbe (avesse!) riempito di domande, Alan non avrebbe mai preso la macchina.

 

Oltre a questi passaggi di congiuntivite, non mancano alcune violazioni della consecutio temporum. Un esempio tra i vari: La prima settimana in Ghana fu talmente impegnativa che Arianna non si era resa (rese?) conto del tempo trascorso.

 

Sono certo che il romanzo abbia delle ottime potenzialità, specie se consideriamo che è auto-pubblicato, ma vada rivisto con un buon editing che elimini gli errori dei tempi verbali e renda l’impalcatura della storia più snella.

 

Consigliato,
ma occhio ai congiuntivi!

 GGB

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Io mi libro, di Alessandro Pagani

9788899783822_0_0_300_75Caro Visitatore,

oggi ti segnalo un libretto molto particolare, Io mi libro, del fiorentino Alessandro Pagani.
Si tratta di una raccolta di 500 frasi e dialoghi umoristici che attraverso giochi di parole, doppi sensi e freddure, racconta alcuni aspetti del nostro modo di vivere in chiave comica.
Una delle 500 frasi del libro è stata selezionata per l’agenda 2019 di Comix in uscita a Giugno 2018.
Ho scorso le frasi e devo dire che, più che l’humor (ognuno ha il suo…) ho apprezzato la sagace costruzione di molte delle frasi. Personalmente adoro i giocolieri di parole, chi sa usare il verbale all’ennesima potenza, giocando con i termini, con i doppi sensi che una parola, una frase, un modo di dire può contenere.
Segnalo dunque questo libro non per chi abbia voglia di ridere, ma per chi ama, come me, capacità dei comici di creare nuovi sensi, a partire dal senso comune del nostro linguaggio.

 GGB

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La mia recensione de “Il dolore del Tiglio”, di Laura Scanu

Caro Visitatore,

41MJHkIsS6L._SX359_BO1,204,203,200_Ho letto il libro di Laura Scanu, Il dolore del Tiglio, centrato sulla violenza di genere, trattata dal punto di vista della vittima.
Ho contribuito a presentarlo il 25 novembre di un anno fa.
Il perno del romanzo poggia sul legame della vittima, Lucilla, col compagno aggressore, sulle sue emozioni, sulle giustificazioni che ella dà per coprire la violenza di cui è vittima.
Laura Scanu non è nuova a romanzi di stampo sociale, avevo già letto il suo Prima che cali il silenzio, dove si era messa nei panni di un pedofilo. Un libro che colpiva l’anima e che, ammetto, mi ha coinvolto molto di più di quest’ultimo.
Per quanto sia una testimonianza di un tema quanto mai attuale, è troppo incentrato sulla vittima, lasciando sullo sfondo tanto il compagno aggressore, quanto la loro relazione, contesto e origine della violenza. In questo gioco di figura – sfondo, che rende il tutto unilaterale, tanto si perde di riflessioni in merito alla violenza e alle sue radici.
Altri due limiti sono la brevità del testo, dal momento  che molto altro si poteva aggiungere, e il continuo passaggio di persona (ad esempio ci riferisce all’aggressore prima in seconda persona poi in terza, senza continuità).
Per il resto, conserva il suo valore di testimonianza, e ne è certamente consigliata la lettura.
Specie al genere maschile, per aumentare l’empatia.

 GGB

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“Il Gattopardo”. La celebrazione della lingua italiana.

9788807830174_quartaCaro Visitatore,

un romanzo celeberrimo mancava alle mie letture, Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E dire che lo avevo sempre avuto nella mia libreria, ereditato dalla mia nonna paterna, che me lo donò tanti anni fa, un giorno che mi ero fermato a guardare i tanti libri che aveva in casa. Mi disse: “Prendilo, non si può non aver letto il Gattopardo“.

E non si poteva davvero, e finalmente, dopo anni, le ho dato retta.

Al di là della preziosità storica del periodo narrato, quello del Risorgimento italiano, letto da un’ottica particolare, una famiglia filo-borbonica che accetta il passaggio dei poteri sotto i Savoia, sotto un nuovo Stato unito, e con l’ascesa della borghesia, il vero peso di questo romanzo è nello stile di Tomasi di Lampedusa.

Non fu un caso che questo romanzo vinse il premio Strega, battendo anche Una vita violenta, di Pasolini. Era il 1959, un anno dove, probabilmente, il premio Strega aveva ancora un valore meritocratico.

Il Gattopardo, che risulterà ostico ai lettori meno esperti, è a mio avviso una vera e propria celebrazione della lingua italiana, e mostra come davvero si possano costruire dei periodi capaci di trascinare il lettore in sensazioni, emozioni, e metafore, che lo fanno vibrare.

C’è chi ha definito questo romanzo, più che un romanzo storico, una riflessione sul disfacimento e sulla morte, con uno sfondo di una Sicilia che richiama ere mitologiche, e contesti dove i siciliani sono descritti come gente difficile da far mutare. Dirà l’autore  che ci provarono i greci, i fenici, i romani… i Borboni… non ci sarebbero riusciti nemmeno i Savoia. E proprio sulla morte voglio prendere un passaggio, esemplificativo di come si possa giocare con la lingua per regalare la sensazione stessa della morte che si avvicina: Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà d esistere, a vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente, come i granellini si affollano e sfilano ad uno ad uno senza fretta e senza soste dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia.

1479719648198Giuseppe_Tomasi_di_Lampedusa_590A Tomasi di Lampedusa, oltre che a uno spaccato di storia e cultura di un’Italia nascente, dobbiamo un romanzo pregno di periodi che avvolgono il lettore, portandolo nei profumi, nei gusti e nell’aria dell’epoca. Il vero talento non è solo in ciò che si scrive, ma in come lo si scrive. E l’autore che risulta capace di stimolare i cinque sensi, di regalare olfatto, tatto, vista, udito e gusto, attraverso le parole scritte, ha l’incredibile dono di chiudere la realtà in un libro, tramestarla a suo piacimento, e restituirla, con una storia per lo più inventata, allo stesso lettore, senza che una goccia di profumo, il fruscio di una foglia, un sapore, si sia perso.

Amo quel genere di autori, inarrivabili, che sanno farti respirare i profumi della primavera quando è inverno (esalava profumi untuosi, carnali…), che sanno stimolarti l’acquolina in bocca, anche se hai appena cenato, che sanno farti gustare il sapore di un vino, o di una pietanza, con semplici parole tracciate su un foglio. E ancora, che sanno farti respirare la sensazione di invecchiamento e di morte quando sei giovane, o farti rivivere la sensazione di giovinezza quando essa ti ha già abbandonato. Di questi autori non potrai dire che sanno scrivere, apparirebbe riduttivo, essi riescono a rendere vera arte la scrittura.

E di fronte a questo talento, la storia in se passa persino in secondo piano. Perché la storia tracciata dal Gattopardo, per quanto contestualizzata in un periodo storico importante per il nostro Paese, è una storia che non ha pretese eccessive, ma che regala al lettore ben più di quanto, umilmente, vuole narrare.

Consigliatissima la lettura.

Come disse mia nonna, non si può non averlo letto.

 GGB

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L’arte non è acqua. “Have you seen this girl”, di Maura Grignolo.

Caro Visitatore,

downloadtempo fa mi è stata proposta la lettura di Have you seen this girl, dalla stessa autrice, Maura Grignolo.

Ho letto la trama, che mi ha promesso una lettura intrigante, con un plot d’effetto.

Thea Valentine, sedici anni, viene rapita durante una festa a Portland. Tenuta prigioniera per quasi un mese, riesce miracolosamente a scappare. Tornata a casa, crede di essersi lasciata alle spalle l’incubo da cui è appena sfuggita. Mentre le indagini della polizia continuano senza sosta, strani incidenti convincono Thea che nel buio ci sia qualcuno che controlla ogni sua mossa. E più cerca di capire chi possa essere, più si convince che quell’odio si nasconda tra i suoi amici, forse nelle vesti del suo stesso ragazzo. E che forse la sua fuga da quella cantina degli orrori, non è stato un miracolo, ma un piano ben orchestrato per farla precipitare sempre di più in una spirale di morte.

Purtroppo, ho presto scoperto che si trattava di luce finta. Questa storia può rientrare nel calderone dei voglio provare a fare la scrittrice, ma non ho le basi per farlo.

Credo, fermamente, che essere artisti non sia per tutti, e che per mandare avanti i meritevoli, sia necessario bocciare i non meritevoli.

Esporrò dunque i forti limiti di questo romanzo.

Primo tra tutti un editing mal fatto, che ha lasciato refusi, sfondoni grammaticali (qual erano, qual è con l’apostrofo, i sì affermativi senza accento…), e un uso della virgola che spesso stravolge il senso stesso della frase, costringendo il lettore a rileggere più volte alcuni periodi per coglierne il reale senso.

Per il resto, la scrittura risulta basica, scolastica, non un periodo complesso, non un termine ricercato, non una metafora che colpisca il lettore. Non una frase che esca dallo schema soggetto, verbo, complemento oggetto. E questo non è saper scrivere.

Torniamo al plot. Sono partito sostenendo che poteva essere d’effetto, e l’idea era buona davvero, peccato che ogni capitolo sia diventato una continua ripetizione: Thea (la protagonista) sta con le amiche, si sforza di ricordare, Thea non ricorda, Thea non vuole sapere, toh!, compare il cattivo… alcuni capitoli sono palesemente inseriti per allungare il brodo.

In alcuni passaggi, nonostante la a verità sia chiara al lettore già da metà libro, i personaggi assumono atteggiamenti inverosimili e forzati.

Alcuni esempi: la protagonista riceve minacce da un numero di cellulare ma non le viene minimamente in mente di indagare di chi sia quel numero. Anzi, in una strana vena che sa di masochismo perverso, si lascia torturare psicologicamente dai suoi aguzzini senza chiedere aiuto a nessuno, neanche a suo fratello sostituto procuratore. Abbastanza forzato, no?

Altri personaggi sanno chi sono i colpevoli (che, chiariamo, hanno seviziato la protagonista diciassettenne in un modo talmente inverosimile che manco in un film splatter di terza mano…) e invece di dirlo alla polizia o alla protagonista, le ripetono “inutile che ti diciamo chi è il tuo Hannibal the Cannibal tanto non ci crederesti, gne, gne, gne…“. Neanche parlassero di chi le ha semplicemente spoilerato il finale di un film o rubato la maglietta preferita. Ah, e naturalmente il cattivo può presentarsi davanti alla protagonista-vittima, chiamarla al telefono, menarla, senza che lei si renda minimamente conto di chi sia… Ha problemi seri ‘sta Thea…

Poi non parliamo del movente del perfido persecutore, perché non mi piace lo spoiler. Ma è di una banalità disarmante.

KatieHolmesMainIn più l’atteggiamento stesso delle diciassettenni nella visione di Maura, fa consigliare all’autrice di farsi un giro tra i licei. I tempi di mi hai baciata e sei sparito, perfido… direi che erano superati già da Dawson’s Creek.

Passiamo poi al contesto. Se l’Italia ti sembra troppo piccola per la tua storia, a me va bene. Se vuoi portarci tutti negli USA, a me va bene. Ma per ambientare una storia negli USA, devi conoscere gli States come le tue tasche, averli visti, respirati, vissuti. Altrimenti stai trapiantando uno stile italiano in un luogo che conosci poco (così traspare dal testo) decontestualizzando il tutto.

Questa è la differenza tra chi sa scrivere e chi non sa farlo: chi sa scrivere dà spazio al contesto, lo cura in ogni sua forma. Ed è per questo che non si sognerebbe mai di ambientare una storia in un contesto che non conosce. A meno che non si chiami Salgari, ma lì è vero stile. Ed è per pochi.

Sei stato troppo cattivo nella recensione, penserai, caro Visitatore. No, sono stato realista. E lo devo a chi lotta ogni giorno per rendere pubblico il suo talento, a chi mi ha inviato libri che ho lodato su questo blog, tanto mi avevano stupito per stile e trama. E se lodiamo tutti senza il coraggio di separare chi ha talento da chi non lo ha, allora ammettiamo di fatto che la scrittura non è un’arte, che è per tutti, e che chiunque può pubblicare senza che nessuno lo fermi.

E questo lo specifico a chiunque mi scriva per una recensione.

Romanzo non consigliato.

 GGB

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“L’incensiere”, di Valerio Della Ragione. La castrazione di Dioniso.

Caro Visitatore,

51ZU5ypTe4L._SX355_BO1,204,203,200_Qualche tempo fa mi è stata proposto di recensire L’incensiere di Valerio Dalla Ragione.

Qui la sinossi:

Con vostra grande sorpresa vi scoprite essere lo scomodo bersaglio della classe dominante della vostra città, una città dove centotrenta milioni di persone vivono con lo spettro di un conflitto che potrebbe annientare le loro esistenze. Mentre la corruzione dilagante ingloba la vita politica e un monarca semi-umano getta le fondamenta di una nuova società, la morte a cui vi hanno predestinato potrebbe non essere la vostra unica opzione: dimore imperiali oltre la via della seta, autostrade informatiche, etnie robotiche sepolte dal tempo e cerimonie del tè in un pomeriggio d’autunno si mostreranno nel campo delle vostre possibilità. Fra i riflessi distorti di una metropoli dormiente e le notti di delirio nella ferocia di un’altra epoca, vi chiederete se le domande sulla vostra vita e quello che vi circonda valgano la pena di essere poste.

Occorre dire che, nonostante la sinossi e la biografia del giovane autore mi attraessero, mi sono ritrovato, non senza mille ripensamenti, ad abbandonare la lettura.

L’autore mostra una padronanza della lingua italiana efficace, e indubbiamente ha scelto un’arte, quella della scrittura, su cui ha il potenziale per potersi esprimere. Tuttavia, in questo scritto, dà l’idea di voler volare troppo in alto per le sue ali, mancando di empatia verso il lettore.

La narrazione unisce in un mondo futuro stralci dell’epoca latina e greca, e tematiche orientali, e riprende l’antica contesa, tutta italiana, tra quelli che potremmo definire Guelfi e Ghibellini. Elementi, questi, che potrebbero essere tutti punti di forza del romanzo, se non fosse che l’autore li incastona in un mondo con popolazioni, persone, ed eventi storici poco approfonditi e spiegati, al punto che il lettore si ritrova con poche coordinate per comprendere la storia.

E se già questo mostra una poca empatia con in lettore, potremmo anche dirci, fin qui, poco male. Con un po’ di sforzo mnemonico e intellettivo in più da parte del lettore (che non dovrebbe essere richiesto), il romanzo prima o poi potrebbe chiarire molte cose del contesto narrativo.

La vera pecca è che il romanzo poggia totalmente sul razionale, lascia sullo sfondo le emozioni, e i vissuti emotivi, dei personaggi. L’emotivo appare così non assente, ma letteralmente castrato.

La narrazione diventa pretenziosa, e arzicolata, con troppi giri di parole.

E per quanto ci si sforzi di proseguire, dando fiducia all’autore e alla sua cultura, ci si ritrova a non risuonare, a ripetersi quanta barba e quanta noia si provi in corso di lettura.

L’autore cita ad un tratto il Dionisiaco e l’Apollineo. È come se, nello stendere il romanzo, avesse scelto di appoggiarsi del tutto all’apollineo, castrando Dioniso. E personaggi diventano per la maggior parte inespressivi. Ho parlato volutamente di castrazione: perché le emozioni ci sono ma si perdono in giri di parole razionali e inespressivi, che trasformano il romanzo in una cronaca asettica di ciò che potrebbe essere il futuro.

Credo che l’autore, che mostra una cultura e una conoscenza notevoli, debba imparare ad ascoltare di più il suo Dioniso, facendo qualche passo indietro sul suo razionale. Perché la vera conoscenza si trasmette solo attraverso il giusto equilibrio tra emozione e ragione. Il resto è eccesso, vuota passione delirante in un caso, asettico nozionismo nell’altro.

Ed è, in ambo i casi, solo rinuncia.

 GGB

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Narciso e Boccadoro, di Hesse: la complessità del nostro animo

Maturavano lentamente,

nella luce dell’amore,

nuovi vincoli fra anima ed anima;

le parole vennero dopo.

arton30Caro Visitatore, 

Dopo anni di desiderio, finalmente sono riuscito a leggere Narciso e Boccadoro, di Herman Hesse. 

Un libro spettacolare, sia per il pregevole stile utilizzato dall’autore, ricco di metafore da segnare a mo’ di aforismi, sia per la storia in sé, pregna di significati e filosofia. 

Nel medioevo del Cattolicesimo imperante, Narciso e Boccadoro sono legati da un’amicizia, e un amore platonico, talmente intensi da travalicare gli anni e la distanza, e sono tra loro opposti nelle scelte di vita.

Narciso è dedito a una vita di studio e di ascesi, ma scorge nel giovane Boccadoro, suo scolaro, una vitalità che è ben lontana dalla vita monastica, e lo spingerà a ricercare un percorso diverso, basato sul piacere e sull’esplorazione. Non sai che una vita di libertinaggio può essere una delle vie più brevi per giungere ad una vita di santità?

Sebbene Narciso, nella maggior parte delle pagine, resti nell’ombra, e Hesse preferisca seguire la peregrinazione esplorativa di Boccadoro, egli resta nell’ombra, vivido nella mente del giovane, nelle sue sculture, nei suoi pensieri più emotivi. 
 
Narciso e Boccadoro rappresentano le due parti di ogni essere umano: la stabilità e il cambiamento, l’elevazione del pensiero e la mutevolezza dell’arte, l’ascesi dello spirito e la vitalità del corpo, la ragione e l’emotività, l’isolamento e l’incontro, lo studio sui libri e lo studio dell’esperienza, il padre e la madre, l’Apollineo (razionalità) e il Dionisiaco (istintualità), per dirla con il maestro di Hesse, Nietzsche. Isolamento contro intimità e solidarietà, per disturbare Erikson e la fase dello sviluppo psicosessuale che ci costituisce tra i 20 e i 40 anni; poli opposti, Narciso e Boccadoro, persino nell’aspetto, che si attraggono l’uno all’altro.

Dirà Narciso: noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro ed imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro complemento. (…Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto

220px-Hermann_Hesse_2Hesse traccia in questa diade bipolare la ricchezza dell’animo umano, e aggiunge nel peregrinare di Boccadoro la ricerca della madre, la prima donna di ogni vita: Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire.

E qui emerge una contraddizione che sembra lacerare Hesse e i suoi personaggi: la contrapposizione tra il padre, visto come l’autorità, il dovere, la castrazione della vita, e la madre, l’immagine onirica ed infantile, perduta e rimossa, ma verso cui ognuno si muove, verso cui tutto tende, il punto in cui la vita e la morte si danno appuntamento e non c’è più distinzione tra le due. Morte e voluttà erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare amore o piacere, si poteva chiamare anche tomba o corruzione. La madre era Eva, era la fonte della felicità e la fonte della morte, generava eternamente, uccideva eternamente. […] Il lato paterno della vita, lo spirito, la volontà non erano la sua patria. Quella era la patria di Narciso.

Recalcati, in una sua rassegna, ha suddiviso gli autori in base alla loro ricerca del padre o della madre. A fronte di un Leopardi che guarda al padre, ecco un Hesse che insegue la madre perduta.

Cosa ci insegna Hesse? Che l’animo umano è troppo complesso per ridursi a un’unica via, che la duplicità di opposti ci abita, e non possiamo ridurci a un unico sentiero, perché tradiremmo la complessità stessa del nostro essere.

La complessità è la materia di cui siamo fatti, e la contraddizione che ci abita, che ci consente di usare l’istinto e la ragione, l’arte e il pensiero, l’emozione e la razionalità, il paterno e il materno, e tutti i poli opposti che abitano la nostra anima, è la vera ricchezza che portiamo al mondo.

 GGB

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