“Il Gattopardo”. La celebrazione della lingua italiana.

9788807830174_quartaCaro Visitatore,

un romanzo celeberrimo mancava alle mie letture, Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E dire che lo avevo sempre avuto nella mia libreria, ereditato dalla mia nonna paterna, che me lo donò tanti anni fa, un giorno che mi ero fermato a guardare i tanti libri che aveva in casa. Mi disse: “Prendilo, non si può non aver letto il Gattopardo“.

E non si poteva davvero, e finalmente, dopo anni, le ho dato retta.

Al di là della preziosità storica del periodo narrato, quello del Risorgimento italiano, letto da un’ottica particolare, una famiglia filo-borbonica che accetta il passaggio dei poteri sotto i Savoia, sotto un nuovo Stato unito, e con l’ascesa della borghesia, il vero peso di questo romanzo è nello stile di Tomasi di Lampedusa.

Non fu un caso che questo romanzo vinse il premio Strega, battendo anche Una vita violenta, di Pasolini. Era il 1959, un anno dove, probabilmente, il premio Strega aveva ancora un valore meritocratico.

Il Gattopardo, che risulterà ostico ai lettori meno esperti, è a mio avviso una vera e propria celebrazione della lingua italiana, e mostra come davvero si possano costruire dei periodi capaci di trascinare il lettore in sensazioni, emozioni, e metafore, che lo fanno vibrare.

C’è chi ha definito questo romanzo, più che un romanzo storico, una riflessione sul disfacimento e sulla morte, con uno sfondo di una Sicilia che richiama ere mitologiche, e contesti dove i siciliani sono descritti come gente difficile da far mutare. Dirà l’autore  che ci provarono i greci, i fenici, i romani… i Borboni… non ci sarebbero riusciti nemmeno i Savoia. E proprio sulla morte voglio prendere un passaggio, esemplificativo di come si possa giocare con la lingua per regalare la sensazione stessa della morte che si avvicina: Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà d esistere, a vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente, come i granellini si affollano e sfilano ad uno ad uno senza fretta e senza soste dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia.

1479719648198Giuseppe_Tomasi_di_Lampedusa_590A Tomasi di Lampedusa, oltre che a uno spaccato di storia e cultura di un’Italia nascente, dobbiamo un romanzo pregno di periodi che avvolgono il lettore, portandolo nei profumi, nei gusti e nell’aria dell’epoca. Il vero talento non è solo in ciò che si scrive, ma in come lo si scrive. E l’autore che risulta capace di stimolare i cinque sensi, di regalare olfatto, tatto, vista, udito e gusto, attraverso le parole scritte, ha l’incredibile dono di chiudere la realtà in un libro, tramestarla a suo piacimento, e restituirla, con una storia per lo più inventata, allo stesso lettore, senza che una goccia di profumo, il fruscio di una foglia, un sapore, si sia perso.

Amo quel genere di autori, inarrivabili, che sanno farti respirare i profumi della primavera quando è inverno (esalava profumi untuosi, carnali…), che sanno stimolarti l’acquolina in bocca, anche se hai appena cenato, che sanno farti gustare il sapore di un vino, o di una pietanza, con semplici parole tracciate su un foglio. E ancora, che sanno farti respirare la sensazione di invecchiamento e di morte quando sei giovane, o farti rivivere la sensazione di giovinezza quando essa ti ha già abbandonato. Di questi autori non potrai dire che sanno scrivere, apparirebbe riduttivo, essi riescono a rendere vera arte la scrittura.

E di fronte a questo talento, la storia in se passa persino in secondo piano. Perché la storia tracciata dal Gattopardo, per quanto contestualizzata in un periodo storico importante per il nostro Paese, è una storia che non ha pretese eccessive, ma che regala al lettore ben più di quanto, umilmente, vuole narrare.

Consigliatissima la lettura.

Come disse mia nonna, non si può non averlo letto.

 GGB

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L’arte non è acqua. “Have you seen this girl”, di Maura Grignolo.

Caro Visitatore,

downloadtempo fa mi è stata proposta la lettura di Have you seen this girl, dalla stessa autrice, Maura Grignolo.

Ho letto la trama, che mi ha promesso una lettura intrigante, con un plot d’effetto.

Thea Valentine, sedici anni, viene rapita durante una festa a Portland. Tenuta prigioniera per quasi un mese, riesce miracolosamente a scappare. Tornata a casa, crede di essersi lasciata alle spalle l’incubo da cui è appena sfuggita. Mentre le indagini della polizia continuano senza sosta, strani incidenti convincono Thea che nel buio ci sia qualcuno che controlla ogni sua mossa. E più cerca di capire chi possa essere, più si convince che quell’odio si nasconda tra i suoi amici, forse nelle vesti del suo stesso ragazzo. E che forse la sua fuga da quella cantina degli orrori, non è stato un miracolo, ma un piano ben orchestrato per farla precipitare sempre di più in una spirale di morte.

Purtroppo, ho presto scoperto che si trattava di luce finta. Questa storia può rientrare nel calderone dei voglio provare a fare la scrittrice, ma non ho le basi per farlo.

Credo, fermamente, che essere artisti non sia per tutti, e che per mandare avanti i meritevoli, sia necessario bocciare i non meritevoli.

Esporrò dunque i forti limiti di questo romanzo.

Primo tra tutti un editing mal fatto, che ha lasciato refusi, sfondoni grammaticali (qual erano, qual è con l’apostrofo, i sì affermativi senza accento…), e un uso della virgola che spesso stravolge il senso stesso della frase, costringendo il lettore a rileggere più volte alcuni periodi per coglierne il reale senso.

Per il resto, la scrittura risulta basica, scolastica, non un periodo complesso, non un termine ricercato, non una metafora che colpisca il lettore. Non una frase che esca dallo schema soggetto, verbo, complemento oggetto. E questo non è saper scrivere.

Torniamo al plot. Sono partito sostenendo che poteva essere d’effetto, e l’idea era buona davvero, peccato che ogni capitolo sia diventato una continua ripetizione: Thea (la protagonista) sta con le amiche, si sforza di ricordare, Thea non ricorda, Thea non vuole sapere, toh!, compare il cattivo… alcuni capitoli sono palesemente inseriti per allungare il brodo.

In alcuni passaggi, nonostante la a verità sia chiara al lettore già da metà libro, i personaggi assumono atteggiamenti inverosimili e forzati.

Alcuni esempi: la protagonista riceve minacce da un numero di cellulare ma non le viene minimamente in mente di indagare di chi sia quel numero. Anzi, in una strana vena che sa di masochismo perverso, si lascia torturare psicologicamente dai suoi aguzzini senza chiedere aiuto a nessuno, neanche a suo fratello sostituto procuratore. Abbastanza forzato, no?

Altri personaggi sanno chi sono i colpevoli (che, chiariamo, hanno seviziato la protagonista diciassettenne in un modo talmente inverosimile che manco in un film splatter di terza mano…) e invece di dirlo alla polizia o alla protagonista, le ripetono “inutile che ti diciamo chi è il tuo Hannibal the Cannibal tanto non ci crederesti, gne, gne, gne…“. Neanche parlassero di chi le ha semplicemente spoilerato il finale di un film o rubato la maglietta preferita. Ah, e naturalmente il cattivo può presentarsi davanti alla protagonista-vittima, chiamarla al telefono, menarla, senza che lei si renda minimamente conto di chi sia… Ha problemi seri ‘sta Thea…

Poi non parliamo del movente del perfido persecutore, perché non mi piace lo spoiler. Ma è di una banalità disarmante.

KatieHolmesMainIn più l’atteggiamento stesso delle diciassettenni nella visione di Maura, fa consigliare all’autrice di farsi un giro tra i licei. I tempi di mi hai baciata e sei sparito, perfido… direi che erano superati già da Dawson’s Creek.

Passiamo poi al contesto. Se l’Italia ti sembra troppo piccola per la tua storia, a me va bene. Se vuoi portarci tutti negli USA, a me va bene. Ma per ambientare una storia negli USA, devi conoscere gli States come le tue tasche, averli visti, respirati, vissuti. Altrimenti stai trapiantando uno stile italiano in un luogo che conosci poco (così traspare dal testo) decontestualizzando il tutto.

Questa è la differenza tra chi sa scrivere e chi non sa farlo: chi sa scrivere dà spazio al contesto, lo cura in ogni sua forma. Ed è per questo che non si sognerebbe mai di ambientare una storia in un contesto che non conosce. A meno che non si chiami Salgari, ma lì è vero stile. Ed è per pochi.

Sei stato troppo cattivo nella recensione, penserai, caro Visitatore. No, sono stato realista. E lo devo a chi lotta ogni giorno per rendere pubblico il suo talento, a chi mi ha inviato libri che ho lodato su questo blog, tanto mi avevano stupito per stile e trama. E se lodiamo tutti senza il coraggio di separare chi ha talento da chi non lo ha, allora ammettiamo di fatto che la scrittura non è un’arte, che è per tutti, e che chiunque può pubblicare senza che nessuno lo fermi.

E questo lo specifico a chiunque mi scriva per una recensione.

Romanzo non consigliato.

 GGB

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“L’incensiere”, di Valerio Della Ragione. La castrazione di Dioniso.

Caro Visitatore,

51ZU5ypTe4L._SX355_BO1,204,203,200_Qualche tempo fa mi è stata proposto di recensire L’incensiere di Valerio Dalla Ragione.

Qui la sinossi:

Con vostra grande sorpresa vi scoprite essere lo scomodo bersaglio della classe dominante della vostra città, una città dove centotrenta milioni di persone vivono con lo spettro di un conflitto che potrebbe annientare le loro esistenze. Mentre la corruzione dilagante ingloba la vita politica e un monarca semi-umano getta le fondamenta di una nuova società, la morte a cui vi hanno predestinato potrebbe non essere la vostra unica opzione: dimore imperiali oltre la via della seta, autostrade informatiche, etnie robotiche sepolte dal tempo e cerimonie del tè in un pomeriggio d’autunno si mostreranno nel campo delle vostre possibilità. Fra i riflessi distorti di una metropoli dormiente e le notti di delirio nella ferocia di un’altra epoca, vi chiederete se le domande sulla vostra vita e quello che vi circonda valgano la pena di essere poste.

Occorre dire che, nonostante la sinossi e la biografia del giovane autore mi attraessero, mi sono ritrovato, non senza mille ripensamenti, ad abbandonare la lettura.

L’autore mostra una padronanza della lingua italiana efficace, e indubbiamente ha scelto un’arte, quella della scrittura, su cui ha il potenziale per potersi esprimere. Tuttavia, in questo scritto, dà l’idea di voler volare troppo in alto per le sue ali, mancando di empatia verso il lettore.

La narrazione unisce in un mondo futuro stralci dell’epoca latina e greca, e tematiche orientali, e riprende l’antica contesa, tutta italiana, tra quelli che potremmo definire Guelfi e Ghibellini. Elementi, questi, che potrebbero essere tutti punti di forza del romanzo, se non fosse che l’autore li incastona in un mondo con popolazioni, persone, ed eventi storici poco approfonditi e spiegati, al punto che il lettore si ritrova con poche coordinate per comprendere la storia.

E se già questo mostra una poca empatia con in lettore, potremmo anche dirci, fin qui, poco male. Con un po’ di sforzo mnemonico e intellettivo in più da parte del lettore (che non dovrebbe essere richiesto), il romanzo prima o poi potrebbe chiarire molte cose del contesto narrativo.

La vera pecca è che il romanzo poggia totalmente sul razionale, lascia sullo sfondo le emozioni, e i vissuti emotivi, dei personaggi. L’emotivo appare così non assente, ma letteralmente castrato.

La narrazione diventa pretenziosa, e arzicolata, con troppi giri di parole.

E per quanto ci si sforzi di proseguire, dando fiducia all’autore e alla sua cultura, ci si ritrova a non risuonare, a ripetersi quanta barba e quanta noia si provi in corso di lettura.

L’autore cita ad un tratto il Dionisiaco e l’Apollineo. È come se, nello stendere il romanzo, avesse scelto di appoggiarsi del tutto all’apollineo, castrando Dioniso. E personaggi diventano per la maggior parte inespressivi. Ho parlato volutamente di castrazione: perché le emozioni ci sono ma si perdono in giri di parole razionali e inespressivi, che trasformano il romanzo in una cronaca asettica di ciò che potrebbe essere il futuro.

Credo che l’autore, che mostra una cultura e una conoscenza notevoli, debba imparare ad ascoltare di più il suo Dioniso, facendo qualche passo indietro sul suo razionale. Perché la vera conoscenza si trasmette solo attraverso il giusto equilibrio tra emozione e ragione. Il resto è eccesso, vuota passione delirante in un caso, asettico nozionismo nell’altro.

Ed è, in ambo i casi, solo rinuncia.

 GGB

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Narciso e Boccadoro, di Hesse: la complessità del nostro animo

Maturavano lentamente,

nella luce dell’amore,

nuovi vincoli fra anima ed anima;

le parole vennero dopo.

arton30Caro Visitatore, 

Dopo anni di desiderio, finalmente sono riuscito a leggere Narciso e Boccadoro, di Herman Hesse. 

Un libro spettacolare, sia per il pregevole stile utilizzato dall’autore, ricco di metafore da segnare a mo’ di aforismi, sia per la storia in sé, pregna di significati e filosofia. 

Nel medioevo del Cattolicesimo imperante, Narciso e Boccadoro sono legati da un’amicizia, e un amore platonico, talmente intensi da travalicare gli anni e la distanza, e sono tra loro opposti nelle scelte di vita.

Narciso è dedito a una vita di studio e di ascesi, ma scorge nel giovane Boccadoro, suo scolaro, una vitalità che è ben lontana dalla vita monastica, e lo spingerà a ricercare un percorso diverso, basato sul piacere e sull’esplorazione. Non sai che una vita di libertinaggio può essere una delle vie più brevi per giungere ad una vita di santità?

Sebbene Narciso, nella maggior parte delle pagine, resti nell’ombra, e Hesse preferisca seguire la peregrinazione esplorativa di Boccadoro, egli resta nell’ombra, vivido nella mente del giovane, nelle sue sculture, nei suoi pensieri più emotivi. 
 
Narciso e Boccadoro rappresentano le due parti di ogni essere umano: la stabilità e il cambiamento, l’elevazione del pensiero e la mutevolezza dell’arte, l’ascesi dello spirito e la vitalità del corpo, la ragione e l’emotività, l’isolamento e l’incontro, lo studio sui libri e lo studio dell’esperienza, il padre e la madre, l’Apollineo (razionalità) e il Dionisiaco (istintualità), per dirla con il maestro di Hesse, Nietzsche. Isolamento contro intimità e solidarietà, per disturbare Erikson e la fase dello sviluppo psicosessuale che ci costituisce tra i 20 e i 40 anni; poli opposti, Narciso e Boccadoro, persino nell’aspetto, che si attraggono l’uno all’altro.

Dirà Narciso: noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro ed imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro complemento. (…Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto

220px-Hermann_Hesse_2Hesse traccia in questa diade bipolare la ricchezza dell’animo umano, e aggiunge nel peregrinare di Boccadoro la ricerca della madre, la prima donna di ogni vita: Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire.

E qui emerge una contraddizione che sembra lacerare Hesse e i suoi personaggi: la contrapposizione tra il padre, visto come l’autorità, il dovere, la castrazione della vita, e la madre, l’immagine onirica ed infantile, perduta e rimossa, ma verso cui ognuno si muove, verso cui tutto tende, il punto in cui la vita e la morte si danno appuntamento e non c’è più distinzione tra le due. Morte e voluttà erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare amore o piacere, si poteva chiamare anche tomba o corruzione. La madre era Eva, era la fonte della felicità e la fonte della morte, generava eternamente, uccideva eternamente. […] Il lato paterno della vita, lo spirito, la volontà non erano la sua patria. Quella era la patria di Narciso.

Recalcati, in una sua rassegna, ha suddiviso gli autori in base alla loro ricerca del padre o della madre. A fronte di un Leopardi che guarda al padre, ecco un Hesse che insegue la madre perduta.

Cosa ci insegna Hesse? Che l’animo umano è troppo complesso per ridursi a un’unica via, che la duplicità di opposti ci abita, e non possiamo ridurci a un unico sentiero, perché tradiremmo la complessità stessa del nostro essere.

La complessità è la materia di cui siamo fatti, e la contraddizione che ci abita, che ci consente di usare l’istinto e la ragione, l’arte e il pensiero, l’emozione e la razionalità, il paterno e il materno, e tutti i poli opposti che abitano la nostra anima, è la vera ricchezza che portiamo al mondo.

 GGB

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Leggendo “Una vita violenta”, di Pasolini: gli spazi estimi di Foucault

una-vita-violenta-pier-paolo-pasoliniCaro Visitatore,

ho letto recentemente Una vita violenta, di Pier Paolo Pasolini, romanzo che arrivò finalista al Premio Strega, poi vinto, quell’anno, dal Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
 
L’autore, similmente a Verga con i Malavoglia, traccia una storia verista, in una periferia romana degli anni ’60, con le sue baracche, la sua miseria, la sua prostituzione, da cui i personaggi, tra cui il protagonista Tommaso, in primis, tentano di venire fuori, senza mai riuscirvi. E si rivela verista persino nello stile, fortemente influenzato dal dialetto romanesco dei personaggi, che coinvolge persino la voce narrante, con buona pace, in alcuni passaggi, per la correttezza dell’italiano, che abdica all’esigenza di veridicità di quanto narrato.
 
Pasolini riporta su carta una Roma che oggi definiremmo in buona parte scomparsa, ormai, ma anche una denuncia, drammaticamente attuale, dell’abbandono delle periferie da parte delle istituzioni, che si ricorda degli emarginati solo quando necessita di isolarli nella galera (emblematiche in tal senso le pagine dedicate al rastrellamento di Pietralata o alla repressione della rivolta al Forlanini).
Non c’è un personaggio buono e uno cattivo in questo romanzo, bensì una continua lotta tra i miserabili e la povertà, al punto che il lettore si ritrova a empatizzare con qualunque personaggio, a prescindere dalle sue azioni, anche le più aberranti.
 
Perché la povertà, e l’emarginazione, fanno paura a tutti.
 
La lettura di questo romanzo mi ha riportato alla mente l’insegnamento di Foucault sugli spazi estimi, che sono lontani, periferici, e non facilitanti, rispetto agli spazi comuni, centrali, utili alla crescita. Quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano, ci dice Foucault (1967).
Il bordello, come il manicomio, diventa lo spazio periferico che conferma la normalità degli “spazi sani”, centrali. Il bordello, come il manicomio, diventano il luogo della follia e della diversità, una follia e una diversità che servono a confermare l’unica follia possibile e socialmente accettata, che viene chiamata normalità. E la periferia diventa il luogo della diversità, a beneficio del centro, pieno di normalità.
 
Ed è proprio negli spazi estimi che ci porta Pasolini, ci immerge nel loro fetore, ci mette accanto Tommaso, e la sua combriccola (Lello, Carletto, il Cagone, il Zimmio, il Zucabbo, il Matto…), ci accompagna ad accattoni, prostitute e balordi. Ci insegna cosa erano le periferie, e cosa possono essere oggi. 
 
pasolini_ingleseTommaso stesso, il giovane protagonista, vive un’adolescenza che oltrepassa i limiti della legalità e della decenza, non studia e non lavora, passa il tempo tra alcool, coltelli e liti, si vende ad omosessuali in cerca di compagnia, ruba macchine e rapina benzinai e prostitute. E, nonostante a un certo punto si adoperi per ribellarsi al sistema a cui appartiene, cercando un lavoro onesto e una vita tranquilla, si ritroverà sommerso dal sistema stesso, perché è un sistema che abbandona il diverso, la periferia, a beneficio di chi è fuori da quella periferia stessa.
Si dice che sia uno dei libri più tradotti al mondo, e non so davvero come avranno riportato in altre lingue la veridicità del parlato di questo romanzo, gli intercalari, lo stesso dialetto romano. Tuttavia, resta una perla, perché riporta alla mente ciò che fu, la periferia romana, e la denuncia di ciò che resta ancora attuale l’esclusione, la periferizzazione del diverso.

 GGB

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La mia recensione di “Vanità di potenza”, di Giulia Esse

9788892625440Caro Visitatore,

Ho letto un romanzo che mi ha estasiato fin dalle prime pagine, Vanità di potenza, di Giulia Esse.

 

Sinossi:
Venezia 1797. Napoleone Bonaparte è ormai alle porte della Serenissima: dopo tanti colpi e sventure, presto la Repubblica cadrà. Insieme all’orgoglio della città deve piegarsi anche quello di Anna, giovane sposa costretta dai debiti del marito a trasferirsi nella casa dello zio di lui, Fosco Alvise Candiani, il più acclamato compositore di Venezia. Abbandonata in una casa ostile, strappata ai suoi affetti e a tutto ciò che conosceva, Anna si aggrappa all’unica cosa che le resta: il suo sogno di diventare violinista. Per farlo, è pronta ad assumere l’identità del marito, di cui nessuno ha più visto il volto fin da quando era ragazzo. Nei panni di un uomo, Anna trova la libertà che ha sempre bramato, ma rischia di perdere se stessa. E gli occhi severi di Fosco, l’uomo che sembra la sua perfetta antitesi, sono pronti a ricordarglielo in ogni momento. Echi di concerti, clangore di spade e pettegolezzi sussurrati corrono tra le rughe e le calli, ma tra i mille specchi di Venezia si cela la domanda più importante di tutte: è più giusto vivere secondo coscienza, o secondo reputazione?

 

Ambientato nel 1700, la storia narra di una giovane donna, maritata da poco e poi lasciata da un marito alle veci di uno zio musicista, da lui detestato. Ella sarà pronta a trasgredire ogni regola del costume femminile dell’epoca, per cercare il proprio riscatto, fino a fingere di essere il proprio marito grazie a un travestimento.

 

A far da sfondo una Venezia descritta pregevolmente e l’arte musicale che accompagna la storia e, data la pregevolezza con cui vengono descritte note e sinfonie, ritengo anche la vita dell’autrice.

 

È una narrazione che rivela un gran lavoro da parte di Giulia Esse, che ha curato ogni dettaglio. Straordinario sia il ritmo della storia, che non cala mai di livello, e la sintassi utilizzata, che tanto nel narrato quanto nei dialoghi, si adatta perfettamente all’epoca descritta, senza mai risultare ampollosa.
Cresce e muta la storia, mutano i personaggi, e si svelano a poco a poco nella loro complessità. In un passaggio, la protagonista Anna e lo zio compositore Fosco (il personaggio forse più interessante e complesso del romanzo) disquisiscono dei topoi della letteratura. E proprio ai topoi ha rinunciato l’autrice, rendendo ogni personaggio ricco e mutevole.

 

Il vero punto forte di questo testo è la complessità dell’animo umano, finemente descritta, grazie alla cura di ogni dettaglio, a partire dalle movenze dei personaggi, al loro comportamento non verbale, ben studiato e riportato al lettore.
La maggior parte di loro sorprende nel suo disvelarsi, compreso un assente come il marito Lorenzo, che nonostante venga liquidato in pochi capitoli, risuona lungo tutta la storia.

 

Dettaglio e leggerezza, gli ingredienti che creano una sinfonia della storia che esalta un talento notevole dell’autrice.

 

Piccola pecca è l’uso ripetuto di alcune espressioni  (es. Lo guardò in tralice o si morse l’interno della guancia), troppo abusate nel corso dei capitoli, in modo ripetitivo. Al punto che, in merito alla seconda espressione, viene quasi da pensare che i personaggi si siano ormai massacrati l’interno delle guance, tanto se le sono morse nei mesi della storia narrata.

 

Altra imprecisione, è una concezione dell’Io (disgregato) troppo moderna, e dunque anacronistica, rispetto all’epoca narrata. Freud deve ancora nascere quando Napoleone conquista Venezia, e fino ad allora le riflessioni sull’Io erano filosofiche, e non certo psicologiche o psicopatologiche.

 

Per concludere, è decisamente consigliata la lettura di questo romanzo, e decisamente si consiglia di seguire Giulia Esse, che avrà ancora molto da offrire alla letteratura. E mi auguro per lei che trovi una casa editrice in grado di valorizzare e promuovere il suo talento. Perché è un testo auto-pubblicato, che si discosta enormemente dal livello medio dei Self-Pubblisher, per qualità narrativa, ritmo e assenza di refusi.

 GGB

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La mia recensione di “Bello e Maledetto”, di Daniele Sbaraglia

imagesCaro Visitatore,

Ho letto recentemente Bello e Maledetto, di Daniele Sbaraglia, che mi ha chiesto una recensione.

 

Sinossi:
E’ la storia della vita di Shon, un ragazzo presto chiamato a diventare uomo, con un’adolescenza difficile, segnata dalla separazione dei genitori e da un rapporto conflittuale con la madre. Incapace di imbrigliarsi in rapporti duraturi, dopo qualche avventura intensa, vissuta a Roma, sua città natale, l’incontro con Simona sembra fargli conoscere finalmente l’amore. Questo lo porterà a laurearsi in medicina, a specializzarsi in neurologia e neurochirurgia e a diventare padre. Controversa è la figura del dottor Spicchi, nuovo compagno della madre, che lo aiuterà nel suo percorso di specializzazione e successivamente nella sua carriera di neurochirurgo. E’ proprio in sala operatoria che Shon conosce e comincia a frequentare Alice, una donna in gamba indipendente e votata alla carriera. Inevitabilmente, ciò comporterà la crisi con Simona e un nuovo capitolo con il rapporto più “aperto” con Alice.

 

La storia, narrata in prima persona, tratta la vita di un classico narciso, Shon, impaurito dai legami stretti, e, potremmo dire, innamorato dell’innamoramento stesso, in perenne ricerca del suo sé. Aggiungerei, una persona piena di se, senza accento.

 

L’autore delinea bene il personaggio, lo fa crescere e mutare nel corso della narrazione, e fa mutare la storia stessa, non mancando di inserire qualche colpo di scena, o cambio drastico, da me apprezzato.

 

Anche dal punto di vista linguistico, la costruzione sintattica è impeccabile.

 

Il vero limite di questo testo è di non essere un vero romanzo. L’autore sceglie una via di mezzo tra un diario, che non è un diario, una epistola, che non è propriamente epistola, e un romanzo, che non è romanzo (e anche dentro questa categoria potremmo parlare di una sorta di romanzo di formazione, di un sentimentale, in qualche caso di un harmony…. troppi miscugli.).

 

Spesso compaiono delle riflessioni in corsivo che richiamano la poesia, ma non sono poesia. E che finiscono per diventare una sorta di testo di una canzone.

 

Il risultato diventa una narrazione che appare spesso veloce, quasi il rendiconto di una vita, non scende nel profondo, nel qui ed ora del narrato, che perde così di emozioni, le stesse che invece potrebbe potenzialmente narrare e passare al lettore. Il desiderio dell’autore è narrare la storia di Shon, ma in pochi punti la dona realmente nella sua pienezza.

 

La storia scorre come la relazione di Shon con le tante donne che incontra. Resta in superficie. Non scende nel profondo. Ma se questo può andar bene per un personaggio narciso, non si può dire lo stesso per uno scritto.

 

Solo a metà testo, quando Shon incontra il suo mentore, Misan, e finché l’autore narra il loro incontro, abbiamo l’idea di un vero e proprio romanzo. Poi, ancora, solo in altre due occasioni, brevissime (l’incontro con Axia, la figlia di Shon, e la scelta del protagonista di occuparsi degli orfani).

 

Il resto è un genere indefinito. È il vero problema della cultura letteraria odierna, definire romanzo ciò che romanzo non è.

 

Nel caso di questo testo, è un peccato doppio, perché perde tanto di ciò che potrebbe passare al lettore. L’autore ha  talento, ma deve definire meglio i confini entro cui stare col suo narrato, perché, sforandoli, fa perdere tanto alla narrazione stessa e a quello che può passare.

 

Il mio consiglio, per quanto vale, è di modificare l’impalcatura, rivedere i confini del narrato, magari con l’aiuto di un editor, avendo in mente che tutta la narrazione può diventare simile alle pagine tra Shon e Misan, dove davvero emerge il talento dell’autore.

 

 GGB

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8 marzo 2017

coltivare-mimosa#riflessioni

Tra “Giornata internazionale della donna” e “festa della donna” corre un abisso, che non è solo semantico.

E’ l’abisso che divide una società che vuole cambiare, che mira alla parità, da una civiltà che vuole restare uguale a se stessa, con le sue disparità.

Nel primo caso si pensa a questa giornata guardando a ciò che si è fatto nei 364 giorni precedenti, e si volge il pensiero ai 364 successivi, in termini di parità dei diritti e dei doveri, perché ognuno di noi dà e può ancora dare il suo contributo, ogni giorno, in ogni luogo. Nel secondo caso si fa una festa del tubero.

Il che, nel 2017, è anche abbastanza umiliante.

 GGB

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Ancora su Venetia Nigra: la relazione senza nome.

Caro Visitatore,

negozi di mascheresubito dopo aver recensito il romanzo Venetia Nigra, di Alessandro Vizzino, ho sentito che mancava qualcosa. Tanto mi ero soffermato alla sua capacità di ambientare la storia in un contesto non facile da riportare su carta, Venezia, da perdere un nodo importante, all’interno della storia, che mi ha stimolato diverse riflessioni. Il rapporto tra il protagonista Niccolò Testier Gritti e Zanetta, la madre del narciso per eccellenza, Giacomo Casanova, nel libro di Vizzino ancora neonato.

Per chi non ha letto il libro, Niccolò è un personaggio affascinante, a suo volta narciso, che si dedica al gioco, alle belle donne, e che perde letteralmente la testa per la moglie di un altro, Elisabetta, che sposerà a sua volta.

Eppure nel cuore ha anche Zanetta, in una relazione che viene descritta con pennellate sottili da Vizzino, in pochissime pagine, e che si può riassumere con una sua frase, che dà sapientemente l’idea del tutto. Non era semplice attrazione a condurlo verso quella donna, tanto meno il capriccio o un prurito erotico, bensì la certezza di non dover sprecare un’altra volta, adesso che l’aveva riavuta, una fratellanza più unica che rara, un connubio che assorbiva la propria forza da un’affinità congenita, dalla capacità di riconoscere l’uno negli occhi dell’altro, come due specchi posti a confronto.

Questa frase, questa semplice frase, mi ha fatto letteralmente vibrare. Mi ha richiamato alla mente un tema che ho già trattato su questo sito: le relazioni senza nome. Quei legami, quei rapporti, che non rientrano nelle categorie che la nostra razionalità è abituata a categorizzare in amore, amicizia, parentela…

venetia-nigraEsistono persone, che si si presentano alle porte del nostro cuore e che creano una tale intesa con noi che ogni termine diventa limitante per descrivere ciò che proviamo per loro. L’amore stesso diventa riduttivo, come l’amicizia. Vizzino definisce il rapporto tra Niccolò e Zanetta fratellanza, ma anche questo termine, sono convinto, non coglie neanche per lui la vastità della complessità dell’affetto che lega i due. Tant’è che deve aggiungere due aggettivi: più unica che rara. E deve completare con un’ulteriore considerazione, poche righe dopo. Esistono sentimenti speciali, che prevalgono su qualsiasi interesse, che sopravvivono a ogni distanza, al tempo, allo spazio, persino all’impossibilità di un amore carnale, compiuto.

Sono quelle relazioni dove l’affetto risalta in tutte le sue sfaccettature (affetto cerebrale, emotivo ed erotico). Se ci si possedesse carnalmente, si ammetterebbe di essere caduti nella banalità dell’Eros.  Se si cadesse nella razionalità, si ammetterebbe di essere solo amici. Se si cadesse nell’amore, si ammetterebbe di essere solo innamorati.

“So a cosa stai pensando” le confidò il patrizio (Niccolò).

“Cosa?”

“Quello a cui sto pensando io.”

“Cosa?” ripeté la ragazza.

“Vorrei baciarti.”

“Hai ragione, lo vorrei anch’io. Però…”

“Ce lo siamo detti.”

“E non ce lo diremo mai più.”

“Per l’eternità.”

In queste relazioni non si cade mai e si continua a restare nel volo di un limbo indefinito, un limbo limaccioso tra ciò che si ha e ciò che non si avrà mai, parafrasando Vizzino. Un limbo che nella sua indefinitezza rende vivo e acceso il rapporto stesso.

E’ un rapporto che spesso coinvolge la nostra parte più narcisa, quella che ha bisogno di uno specchio continuo per vibrare e sentirsi viva, e di essere essa stessa specchio per la parte narcisa dell’altro, in una coazione a riflettere continua, che tende all’infinito.

Dare un nome a queste relazioni, farle cadere nella banalità dell’amore, dell’amicizia o di qualsiasi altra definizione di rapporto comunemente data, significherebbe uccidere la relazione stessa.

Ho preso un frammento del romanzo di Alessandro, che mi ha stimolato a continuare a riflettere sulla ricchezza delle relazioni che intessiamo con l’altro, che spesso il nostro linguaggio non ha parole per descrivere nella loro ricchezza. Serve lo sguardo acceso che accompagna le parole di chi descrive la sua esperienza di queste relazioni, il fuoco che saprete cogliere negli occhi di chi le avrà vissute e te ne parlerà.

Ti lascio con un consiglio: ripensa a quelle relazioni che non sei riuscito a chiamare per nome. Ascolta il fuoco che hai dentro che crepita quando ne parli, le emozioni che vibrano uno dopo l’altra. Concentrati su di esse e pensa alla persona con cui le hai intrecciate, perché se ogni persona compare nella nostra vita per dirci qualcosa di noi, in queste particolari relazioni, la persona stessa ha acceso molti più fari nella notte del nostro essere, di qualunque altra. E no, non era semplice amicizia, non era semplice amore, non era semplice fratellanza… era più della somma di tutte queste cose, e ti sei compreso, o compresa, e ancora puoi comprenderti, grazie ad esse e al mistero che le accompagna.

 GGB

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La mia recensione di “Venetia Nigra”, di Alessandro Vizzino

Caro Visitatore,

oggi ti pavenetia-nigrarlo del nuovo romanzo di Alessandro Vizzino, Venetia Nigra.

Seguo Vizzino quasi dagli esordi e ho sempre apprezzato la sua penna, pur in modo critico, prestando particolare attenzione agli scambi dialogici che intesseva nei suoi romanzi, talvolta criticandoli nella loro “scontatezza”. E lui lo sa, perché il bello del nostro scambio sui nostri scritti è stato quello di eliminare ogni vezzoso complimento dettato dall’amicizia, e criticarci, per crescere come persone e come autori. In modo trasparente e sincero.

Con la stessa trasparenza e sincerità, devo ammettere che con Venetia Nigra Alessandro ha letteralmente superato se stesso, battendo, per stile e capacità narrativa, tutti i suoi precedenti scritti.

Voglio partire da una frase che come lettore troverai nella prima pagina. Venezia (…) Una bellissima prostituta sfuggente: non si negava a nessuno, ma nessuno ne avrebbe mai colto la reale essenza, nemmeno possedendola un milione di volte. Un concetto che, con parole diverse, chiude anche il romanzo.

Credo che questa frase riassuma tutto lo sforzo fatto da Vizzino nello stendere questo scritto, perché il vero punto di forza di questo romanzo, oltre a una trama coinvolgente, a dei personaggi ben costruiti e a uno stile fluido e scorrevole, è l’ambientazione del romanzo, che si traduce nella capacità dell’autore di costruire letteralmente attorno al lettore una Venezia del 1700.

Chi avrà visitato Venezia avrà colto un tale fascino e una tale bellezza difficile da riprodurre in uno scritto di qualunque tipo. In molti l’hanno celebrata, in pochi sono riusciti a costruirla attorno ai lettori, con dovizia di particolari, permettendo loro di camminare tra le calli con i personaggi, di respirare l’aria veneziana assieme a loro, di sentire persino il rumore dell’acqua, il profumo intrigante di una città che si fatica a credere sia stata davvero costruita da una mano umana.

Per sfidare la sua bellezza e scegliere di trasporla in un romanzo, devi essere un pazzo o una penna di vero talento. O forse entrambe le cose. Perché il fallimento è dietro l’angolo, e consiste nel non riuscire a cogliere neanche un infinitesimo di tanta bellezza.

Vizzino è riuscito in questa impresa, sulle pagine di questo romanzo ha portato l’intrigo, la doppiezza dell’animo umano, l’amore, la virtù, la cupidigia, la brama di potere, ma, soprattutto, il suo amore spassionato per questa città, che si vede che ha visitato più e più volte, ciascuna con animo diverso. Ed era consapevole che, da prostituta, mai l’avrebbe colta del tutto, ma nell’umiltà di questa posizione, è riuscito a costruire un contesto d’azione ricchissimo di particolari, e funzionale alla storia, che esalta il suo valore, e il suo pregio, grazie al contesto che la circonda.

La “telecamera” che ha usato Vizzino per narrare la storia è passata dietro a ogni personaggio, il punto di vista narrativo muta di capitolo in capitolo, ma il contesto veneziano, l’ambientazione dei palazzi e delle calle, l’interno delle taverne, o delle botteghe, è l’onnipresente protagonista. La telecamera parte dall’ambiente e arriva ai personaggi, continuamente, per poi approfittare dei personaggi stessi per tornare all’ambiente. Lo stesso protagonista, Testier, spesso si perde, come l’autore, a celebrare con gli occhi ciò che lo circonda. Persino i dialoghi, i dialetti, le movenze dei personaggi richiamano il contesto storico scelto, facendo da specchio e rinforzando la bellezza delle ambientazioni architettoniche.

E sì, caro Visitatore, ho detto tanto del contesto e poco della storia, degli intrighi e delle (dis)avventure di Testier, ma davvero credo che la storia passi in secondo piano rispetto al valore che Vizzino ha voluto dare a Venezia.

La storia te la lascio scoprire, vale la pena leggerla, diverte, appassiona, ma resta quasi sospesa in una bolla, è una delle tante, tra personaggi inventati e realmente esistiti, che Venezia, nella sua eternità, racchiude.

E, mi permetto di dire, traspare quasi un messaggio intrinseco di Vizzino, che riformulo a parole mie: ti ho fregato, caro lettore, ho preso personaggi esistiti e inventati, ho cucito una storia, un intrigo, ma l’ho fatto apposta. Non era mia intenzione divertirti, ma avere una scusa, per portarti in una Venezia che profuma di storia e di mistero, per farti vibrare con me davanti a una bellezza eterna.

Chiudo con una considerazione sul Vizzino autore. Giuro che tre o quattro volte ho alzato lo sguardo verso l’angolo destro della pagina o, ancora, ho chiuso il libro per leggere il nome dell’autore, per verificare che avesse scritto proprio lui questo romanzo: il Vizzino che troverai tra queste pagine è un Vizzino completamente diverso dall’autore degli altri romanzi. Quasi irriconoscibile, per stile. Se con Trinacrime aveva sancito un netto miglioramento rispetto ai romanzi precedenti (senza nulla togliere al loro pregio), con Venetia Nigra ha sfidato e superato se stesso.

Caldamente consigliata la lettura.

 GGB

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