L’estate addosso: le relazioni senza nome

59306_pplCaro Visitatore,

sono andato a vedere L’estate addosso, di Gabriele Muccino, e vorrei condividere con te alcune riflessioni che mi ha ispirato.

E’ un film che segna una sorta di passo indietro rispetto alla filmografia del regista, che si era incentrata, dopo l’incontro con Will Smith, sulle tematiche dei padri e dei figli. In questo suo ultimo lavoro torna all’adolescenza, o meglio ai giovanissimi adulti, alla costante ricerca di sé, creando un viaggio, dall’altra parte del mondo, negli States, in cui hanno modo di cercare e trovare loro stessi.

Strano, a 49 anni, tornare proprio lì.

A questi elementi aggiunge l’incontro con il diverso, da un lato Maria, la bigotta, con i suoi pregiudizi, e dall’altro la coppia gay di Matt e Paul. Da un lato la cultura italiana, che tanto ammira Paul, dall’altro l’esame di realtà che Maria e Marco riportano ai due americani, su un Paese come il nostro che di limiti ne ha tanti. Da un lato il sogno americano, dall’altro le difficoltà di una coppia di giovani degli USA che vorrebbero seguire le loro personali ambizioni, ma si ritrovano incastrati in lavori che non amano, e in famiglie che non accettano la loro scelta d’amore.

Da questo incontro si crea una bolla, in cui i quattro ragazzi sperimentano una relazione che non ha nome. Non è amicizia e non è amore, è qualcosa di altro. Credevo fosse tre il numero perfetto, dirà Marco, ma non sono più così sicuro. Muccino riesce, ed è il pregio di questo film, a far vedere i fili che legano i quattro ragazzi, i fili di un’armonia altra, che l’essere umano è capace di creare.

E da qui la riflessione che vorrei portarti: siamo abituati a dare un nome a tutte le relazioni, a categorizzarle dentro classi che ci danno sicurezza. Esistono relazioni d’amore, d’amicizia, relazioni tra ex, relazioni genitoriali, familiari e via dicendo. E poi ci sono quelle relazioni, le più armoniche, che non hanno un nome. Legami che ci uniscono e che vorremmo riuscire a definire, ma non troviamo le parole, perché sono talmente indescrivibili, che le parole non le abbiamo mai trovate per dar loro un nome. E perché, se riuscissimo a descriverle, non ci farebbero vibrare così tanto.

E sono relazioni che ci fanno paura, tanto che le isoliamo in un viaggio, in un’esperienza altra, fuori dai soliti schemi, in una bolla, come la definirà Matt. Una bolla sospesa.

Il fine di questo post non è di consigliarti di vedere il film. Ma di ripensare a quelle relazioni e a quei legami a cui non sei riuscito a dare un nome. Quelle che hai definito solo e soltanto con un non o con un come: non era amore, non era amicizia… Eravamo come fratelli, eravamo come padre figlio.

E, superando le definizioni, di concentrarti con il pensiero solo sulle emozioni e sulle sensazioni che hanno fatto vibrare queste stesse relazioni. Perché, credimi, sono le relazioni fuori dagli schemi che più di ogni altre ci narrano di noi, perché ci fanno sentire nudi, senza abiti, senza difese. Puri. Reali. Diversi da come avevamo creduto di essere fino a quel momento.

 

 GGB

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La mia recensione de “L’uomo che correva vicino al mare”, di Ciro Pinto

514x-a2plPL._SY346_Caro Visitatore,

Il libro di cui ti parlo oggi si intitola L’uomo che correva vicino al mare, di Ciro Pinto. Un libro del 2014, letto con colpevole ritardo, visto il tempo che è rimasto nel cassetto del comodino. Basti pensare che nel frattempo l’autore ne ha pubblicati altri due.

Una storia delicata, sia per i temi che affronta, sia per lo stile di Ciro, che prende per mano il lettore e lo accompagna lungo un percorso che tocca quattro generazioni di vita.

Ho letto su qualche recensione che è un libro che affronta la malattia, il tumore al cervello del protagonista Giorgio, e l’autismo di suo nipote Filippo. Credo sia una visione limitante, dal momento che questo libro affronta la vita e le alleanze intergenerazionali che di creano nella famiglia, dai nonni ai nipoti.

È vero, sembra che nella vita dei componenti della famiglia di Giorgio ci siano delle problematiche legate alla mente che si tramandano, come anche una melanconia diffusa, una sensazione di continua mancanza, di lutti non risolti, di assenti che risuonano più dei presenti.

Eppure c’è nel libro una ricchezza, che passa dagli avi ai discendenti, che si svela nel talento pittorico e un legame di appartenenza molto forte, che travalica lo spostamento da un lato all’altro dell’Italia. Mezzo romanzo si ambienta a Napoli, l’altra metà in Emilia Romagna.

Oserei dire che è un romanzo di legami intergenerazionali, di continui ritorni al passato per vivere il presente e sperare nel futuro. È un romanzo sulle appartenenze alla famiglia, sulle radici che ognuno di noi porta con sé, in quanto rami di congiunzione tra ciò che è stato e i boccioli di ciò che sarà. In tal senso non è un romanzo sulla malattia, ma sulla salute.

Ed è un romanzo sul ruolo del femminile nella famiglia, costantemente in ombra, con piccole apparizioni, eppure risolutivo per la trama.

E da ultimo, è un romanzo dove Ciro Pinto riesce a tenere pienamente in equilibrio azione e descrizione, a tal punto da immergere il lettore in una realtà a lui vicina, Napoli, in una a lui geograficamente più lontana, l’Emilia Romagna e la Riviera, e a portarlo a correre con l’uomo che correva vicino al mare.

Da leggere.

 GGB

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Buone vacanze!

Caro Visitatore,

dopo le puntate che hanno accompagnato quest’ultima edizione radiofonica 2015-2016 di Crisalide…

dopo le varie recensioni scritte di film e libri

dopo averti raccontato le mie presentazioni in giro per l’Italia per il tour del mio secondo romanzo Alina

dopo averti raccontato dei premi vinti…

dopo averti parlato della Psicologia della Salute e aver pubblicato il saggio La torre di Igea. Psicosomatica e Psicologia della Salute.

dopo averti inviato vari doni via newsletter,

dopo aver scritto articoli e piccoli saggi on line,

direi che un mese di vacanza me lo sono guadagnato ;)

 

Buone vacanze,

Sarò di nuovo on line a Settembre 2016.

Per restare in contatto, non esitare a scrivermi ;)

 GGB

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La mia radiointervista a Simone Turri, autore di “Brandelli d’anima”

51RbXPKoHnL._OU29_AC_UL320_SR216,320_Caro Visitatore,

Nell’ottava puntata di Crisalide sarà nostro ospite Simone Turri, autore, assieme a Daniela Mecca, di Brandelli d’Anima.

Un grande ritorno, quello di Simone, che è già stato nostro ospite in passato, per presentare il suo fortunato romanzo Il Tatuatore, e ancora prima Il fiore nero. Un passaggio dall’horror al thriller psicologico sempre più evidente, con un fil rouge evidente: scoprire sempre di più il nero nascosto in ciascuno di noi…

Sinossi: 

Michelle, giovane donna di Dublino, decide di riprendere in mano la propria vita, affrontandola e scontrandosi con una torbida realtà che le ha lasciato un marchio indelebile. Avrebbe dovuto essere un percorso semplice e spensierato, ma un susseguirsi di strani incontri ed eventi rendono tutto molto complicato, fino a quando si troverà costretta a ricomporre il puzzle della sua anima.

Buon ascolto!

La mia recensione di “Acuto”, di Carla Magnani

Copertina Acuto copiaCaro Visitatore,

Il romanzo che ti presento oggi si intitola Acuto, e mi è stato presentato dalla stessa autrice, Carla Magnani.

L’ho letto, pagina dopo pagina, con un interesse sempre più crescente. Potremmo utilizzare lo stesso titolo del romanzo per esemplificare la lettura con una metafora: una melodia crescente, che raggiunge l’acuto nelle fasi finali.

Mi piace definirlo un romanzo sulle relazioni e sui legami, dal momento che è il suo pregio più grande, che si situa in due epoche distinte, l’epoca attuale e quello della gioventù della protagonista Elisa, in piena rivoluzione del ’68, ancora poco trattata dalla letteratura.

Il testo ruota attorno a due figure femminili, le due sorelle Ester e Elisa. Quest’ultima è la protagonista, che sceglie di vivere quasi come una spettatrice in disparte rispetto alla sua vita e ai mutamenti sociali che le si palesano davanti. Agli antipodi Ester, dinamica, ribelle, protagonista del cambiamento eppure sempre sullo sfondo del romanzo, per lo più narrata da altri.

La prima, scomodando Recalcati, si arrende alla legge del padre (notaio, patriarcale, reazionario), la seconda sfida questa legge.

Nel rapporto tra le due e nel legame tra Elisa e Marco, l’amore rinunciato e mai vissuto, l’amore da rinarrare, da rincontrare e da vivere, prima che sia troppo tardi, si gioca tutto. Nelle relazioni, mi è sembrato, Elisa vive l’unica vitalità che si permette di concedersi. A differenza di Ester.

Il romanzo mi ha ricordato che ogni relazione narra qualcosa di noi, che non esistono legami giusti o sbagliati, e che tutti vanno vissuti, o rinunceremo non solo al legame, ma alla parte di noi che esso ci narra.

E vengo allo stile. Morbido, fluido, scorrevole, con una narrazione  forse con il limite di essere troppo addossata al dialogo e all’azione, che contestualizza poco, e sarebbe stato bello avere qualche descrizione in più che permettesse al lettore di respirare l’aria del ’68.

Altro limite che ho trovato è consegnare spesso qualche metafora di vita alle parole dei personaggi, ma in una forma impersonale, forzata, che mi ha richiamato più una riflessione profonda dell’autrice consegnata tout court al personaggio, che poteva essere incastonata meglio nella trama.

Nel complesso, ne consiglio vivamente la lettura.

Sinossi:

Elisa ha una vita invidiabile, tranquilla, avvolta dalle granitiche certezze che è riuscita a costruirsi negli anni. Ma una telefonata da oltreoceano cambia tutte le carte in tavola. Elisa è costretta a fronteggiare un passato che pensava di aver sepolto, gli anni dell’università, il Sessantotto a Pisa e… Marco. Dopo aver affrontato le sue più grandi paure, la protagonista sarà davvero pronta a mollare il salvagente e lasciarsi trasportare dalla corrente? Una storia di forza e di coraggio tutta al femminile, dagli anni Settanta ad oggi.

 GGB

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La mia recensione di “Racconti e Disincanti”, di Vanina Sartorio

racconti-e-disincantiCaro Visitatore,

ho conosciuto questa antologia  Racconti e disincanti, di Vanina Sartorio, grazie alla stessa autrice, che mi chiese un’intervista a Crisalide. Rimasto colpito dalla presentazione, ho scelto di leggerlo, e non ho sbagliato.

Vanina ha un buon talento descrittivo, un ritmo coinvolgente nelle sue storie, alcune delle quali potrebbero tranquillamente essere sviluppate in un romanzo. L’autrice tocca più argomenti, estratti dalla vita di tutti i giorni, sviluppandoli in modo coinvolgente e stimolante.

Il fil rouge è proprio il disincanto, spesso legato al finale di ogni racconto, un disincanto che spesso somiglia a un esame di realtà, a una concretezza, al reale della vita.

Sono racconti che lasciano il segno. E mi sono scoperto ad evitare di passare da un racconto all’altro, prendendomi il giusto tempo per far decantare ogni racconto nella mia mente. Solo quando era giunta la giusta maturazione, ed era una mera sensazione di pancia, ho continuato col racconto successivo.

E devo dire che è stata una lettura piacevole e assolutamente consigliata.

Molto intrigante, poi, la copertina ;)

Sinossi:

I racconti che danno vita al libro non temono di fotografare il lato oscuro della personalità dei soggetti prescelti, risultando tragicamente attuali, se letti in parallelo con le ricorrenze degli accaduti narrati sulle cronache. La depressione post partum con il lento smarrimento dell’equilibrio di coppia, la scoperta della sessualità nella diversa abilità, la devozione verso l’anziana madre ammalata che si tramuta in odio e auto-annientamento, un imbarazzante colloquio di lavoro in cui i due protagonisti fanno finta di non conoscersi, l’angoscioso approssimarsi degli “anta”, il cibo come stabilizzatore di squilibri affettivi, feticismo e sesso violento contro voglia di serenità familiare, la noia e l’oblio del post sbornia, la fugacità di un bel ricordo, la morte e il tempo che passa sono i temi caratterizzanti. Gli scenari prescelti variano, presentando situazioni comuni, con cui è però difficile regolare i conti. Due elementi sono cari agli stati d’animo sommersi, perpetuamente tesi in una sofferenza “regolare”, non provocata da eventi speciali, ma connaturata a una certa indole, a una condizione, a un’incomprensione di fondo, a un accavallarsi di circostanze sfavorevoli.

 GGB

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La mia recensione di “Come un’eclissi solare”, di David Valentini

Sono le anime vaganti che s’incontrano nei primi venti anni di vita

che restano attaccate dentro come un nuovo strato di pelle

41WJbkHiD2L._SX341_BO1,204,203,200_Caro Visitatore,

il libro che oggi commento è Come un’eclissi solare, di David Valentini. Quando un libro ti costringe a prendere la matita in mano e a sottolineare quei passaggi, quelle frasi, che ti entrano dentro, e che proprio non vuoi perderti, sta sortendo un effetto positivo su di te. Quando, da psicoterapeuta, ti ritrovi a citare il libro in seduta per un passaggio che potrebbe essere significativo per l’altro, allora ha fatto molto di più.

Questo è il libro di David Valentini, ventottenne romano, che ha voluto creare una realtà in qualche modo borderline. Si immagina ricercatore italiano trapiantato a Londra, sposato, con una figlia, che torna a Roma e nel vedere l’amico, non un amico qualunque, ma l’amico tanto amato e perso senza un reale perché, si ritrova a ripercorrere la sua adolescenza, la nostra adolescenza, dal momento che siamo quasi coetanei. Definisco questo stato borderline, perché mi sono ritrovato sospeso assieme all’autore in un momento dove al contempo ancora non si è (che io sappia non vive a Londra, non ha figlie) e si è già stati in giovinezza.

Un momento di stasi di una ricchezza impressionante, a metà tra ciò che è stato e ciò che sarà. E con le giuste parole, con uno stile poetico e toccante David regala un quadro di pensieri ed emozioni davvero notevole, ben intessuti tra loro e cangianti.

Bellissima la distanza/vicinanza che crea con Alberto, l’amico che stimola i suoi pensieri, tanto vicini da potersi toccare, riconoscere, rivivere, eppure così lontani, senza un perché. Come un’eclissi solare, per un lungo tempo i nostri astri si sono avvicinati e poi sovrapposti, e i corsi di pensiero armonizzati al punto da non poter quasi più distinguere l’uno dall’altro. poi, ineluttabilmente, le nostre luci hanno vacillato. In un gioco di specchi, Alberto, così cambiato dall’adolescente ribelle che era, ora in giacca e cravatta, i capelli corti, riporta il protagonista-narrante alle gioie e ai dolori della sua giovinezza. E parliamo di una giovinezza che accomuna oggi tanti trentenni, quindi dell’altro ieri.

Ma il vero talento che scopro in David Valentini è il suo stile morbido, la sua capacità di scegliere il termine giusto in ogni frase, il saper selezionare le parole con cura. Non parole comuni, banali, ma quelle che entrano dentro e toccano corde profonde, che sanno far sorridere, commuovere, che creano nostalgia, malinconia e speranza. David Valentini ha la possibilità di entrare in quella rara categoria di autori non commerciali, che sanno davvero emozionare e far vibrare. E io me lo vedo lì, a ragionare anche ore su una parola da inserire, quella giusta, quella che ti toccherà l’anima.

Ed è un bel talento.

Consigliato.

 GGB

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Dieci cose che è utile sapere a proposito della prostituzione

Caro Visitatore,

cover-Alina-2dopo la pubblicazione di Alina, autobiografia di una schiava, mi sto informando ancora sulla prostituzione.

Alina non rappresenta un punto di arrivo, mi piace pensarlo più come punto di partenza, o comunque intermedio, di un percorso che possiamo fare assieme, autore e lettore.

Ho scovato un articolo di Giorgia Serughetti, su Europa, del 28 marzo 2014 (contemporaneo all’uscita di Alina. A saperlo…), intitolato Dieci cose che è utile sapere a proposito della prostituzione, a sua volta ispirato al saggio di Giulia Garofalo Geymonat, Vendere e comprare sesso.

Voglio riportarlo e citarlo, per promuoverlo e spronare una riflessione.

Scrive Giorgia: Periodicamente si riaccende la discussione politica su come regolare il fenomeno della prostituzione: legalizzare il commercio sessuale? Proibirlo? Ogni soluzione fa insorgere agguerriti schieramenti di persone favorevoli e contrarie, tra le donne ma non solo. Il punto però è: cosa sappiamo della prostituzione? Siamo in grado di formarci un’opinione informata su un tema così controverso? La risposta, se dobbiamo guardare al panorama dell’informazione di massa, è: faticosamente. I pregiudizi tendono quasi sempre ad avere la meglio sulla conoscenza.

(…) Giulia Garofalo Geymonat (…) è una ricercatrice che da molti anni si occupa di studiare il mercato del sesso, e confessa fin dall’inizio che qui ci troviamo di fronte a “quanto di più sfuggente si possa immaginare, difficile da osservare, forse impossibile da capire fino in fondo – perfino se lo si frequenta”. 

Ecco i dieci punti con cui Giorgia Serughetti ha riassunto Vendere e comprare sesso.

download1) Che cosa è la prostituzione?  È prostituzione quando una donna (o uomo o persona trans) sollecita esplicitamente denaro o bene materiale definito, o viceversa il suo (o sua) partner (che diventa allora cliente) offre esplicitamente denaro o bene definito in cambio di un altrettanto chiaro servizio sessuale. Chiarezza dello scambio, quindi. Ma c’è qualcos’altro che accomuna tutte le persone che lavorano nel mercato del sesso, ed è lo stigma della prostituzione, ovvero quell’insieme di opinioni, comportamenti, leggi che isolano, discriminano e puniscono chiunque scambi il proprio lavoro sessuale in maniera esplicita in cambio di denaro.

2) Chi vende e chi compra sesso?  In Europa le/i sex workers sarebbero 1-2 milioni. In Italia le stime sulle persone che si prostituiscono si aggirano fra 50.000 e 100.000: circa la metà lavora al chiuso, l’altra metà in strada. Tra le/gli street worker, l’80% è costituito da donne, il 15% da persone trans e il 5% da uomini. Il 10% del totale si stima abbia meno di 18 anni. Dal lato della “domanda” troviamo invece stime che oscillano tra 2 milioni e mezzo e 9 milioni di clienti per l’Italia, 40 milioni per l’intera Europa.

3) Qual è la sua storia? Il cosiddetto mestiere più antico del mondo non è affatto sempre esistito nelle forme che conosciamo. Ed è stato molto diverso, nei secoli, anche il modo in cui i poteri pubblici hanno trattato il fenomeno: tollerandolo, proibendolo, confinandolo, controllandolo… L’attuale legge italiana, voluta dalla socialista Lina Merlin che le ha dato il nome, è erede della stagione storica dell’abolizionismo che dalla seconda metà dell’Ottocento ha contestato e abbattuto in molti paesi il sistema delle case chiuse, che prevedeva l’obbligo di registrazione per le prostitute, i controlli sanitari, l’ospedalizzata forzata in caso di malattie.

4) Quali contraddizioni ha la norma abolizionista? Dal 1982, il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute denuncia gli abusi che subisce chi lavora nel mercato del sesso e i paradossi prodotti dalla legge, come il fatto che una sex worker è direttamente punibile se lavora con altre colleghe, se si fa pubblicità, se impiega una segretaria. È inoltre facilmente sfrattabile da casa propria (in particolare, ma non solo, se ci lavora), ricattabile se ha anche un altro lavoro e costretta a una doppia vita se vuole evitare che le siano tolti i figli, o che suo marito venga incriminato.

images5) Quali opzioni nel nostro Paese dopo la legge Merlin? L’Italia è quel paese in cui ad ogni legislatura viene depositato in Parlamento almeno un nuovo progetto di legge sulla prostituzione, e in cui nessun progetto arriva in discussione. Dal 1958 non è stata mai dibattuta né approvata nessuna riforma della legge Merlin.

6) Il modello neo-proibizionista: In Europa e nel mondo si sono andate delineando due grandi alternative. Uno è il modello neo-proibizionista, adottato dalla Svezia, e poi da Norvegia e Islanda, verso cui pende oggi anche il favore del Parlamento Europeo. È un sistema contestato dai movimenti delle/i sex worker perché, mentre dichiara di voler proteggere chi si prostituisce punendo chi compra i suoi servizi (il cliente), in realtà provoca non la contrazione dell’industria, ma piuttosto un aumento della vulnerabilità delle sex worker. Gli effetti sono quelli, conosciuti, della criminalizzazione tout court: aumento della violenza e degli abusi verso le sex worker, aumento dell’incidenza di Hiv/Aids e malattie sessualmente trasmissibili fra sex worker e in tutta la popolazione sessualmente attiva, aumento della prostituzione forzata e minorile, e generale peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle sex worker.

7) Il modello alternativo, il neo-regolamentarismo: diffuso in Olanda, Germania e Svizzera legalizza i bordelli stabilendo regole e garantendo diritti per chi lavora nel mercato del sesso. Anche questo presenta però dei limiti, secondo l’autrice, il più grande dei quali è il fatto che in molti casi “le sex worker che non hanno la cittadinanza europea sono obbligate a lavorare nel sommerso”, perché non hanno permesso di soggiorno.

8) La terza opzione: il modello neozelandese. C’è poi, fuori dall’Europa, un modello che convince molti di coloro che, “pur critici dei modelli di legalizzazione sperimentati da Olanda e Germania, sono attenti ai diritti delle e deisex worker”: quello neozelandese. Secondo Giulia Garofalo Geymonat, la Nuova Zelanda è stato l’unico paese a seguire il principio “banale eppure rivoluzionario” secondo cui è impossibile difendere le persone che si prostituiscono senza una loro diretta partecipazione alle decisioni. Qui le cooperative e le piccole imprese autonome di lavoro sessuale non necessitano di licenze e permessi formali, che invece sono obbligatori per i grandi business. In questo modo, si manifesta “la volontà di favorire le imprese indipendenti e cooperative, dove le sex worker hanno un maggiore controllo del proprio lavoro”. La prostituzione non è vietata in nessun luogo, secondo l’idea di fondo che qualunque forma di criminalizzazione (della prostituzione adulta e consenziente) rende le prostitute più vulnerabili. “Le risorse pubbliche sono invece investite nel sostegno attivo delle iniziative – il più possibile delegate ad associazioni specializzate – di mediazione del conflitto, prevenzione e cura sanitaria, lotta allo sfruttamento, alla violenza e alla prostituzione forzata e minorile”.

9) Non si può prescindere dalla coattività e dalla tratta: Nessuna discussione pubblica sulla prostituzione può prescindere dal problema di come contrastare i fenomeni di tratta e sfruttamento che colpiscono in particolare le persone migranti. E qui bisogna fare attenzione, perché il rischio è che i sistemi antitratta finiscano in realtà per danneggiare proprio le persone che intendono proteggere. Ad esempio in Inghilterra, Svezia, Germania, una volta che una persona è stata identificata come vittima di tratta, viene sì accolta e protetta durante il processo contro i propri trafficanti, ma alla conclusione del procedimento viene rimpatriata, “riaccompagnata cioè a casa, nel paese da cui proviene, dal quale voleva però andarsene, e dove la aspettano tutti i problemi che ha lasciato, ma anche, probabilmente vendetta, violenza e stigmatizzazione legata al precedente fallito progetto migratorio e al lavoro sessuale”.

10) In una cosa, il nostro paese è all’avanguardia: La normativa italiana sulla tratta, ricorda l’autrice, è discussa come buona pratica in tutto il mondo. Il modello italiano fa i conti con la realtà dei progetti migratori delle vittime di tratta, che vorrebbero restare: la sua originalità sta nel fatto che le vittime, anche senza denunciare gli sfruttatori, possono ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale convertibile in permesso di lavoro,o di studio, sono sostenute nella ricerca del lavoro e inserite in un percorso di migrazione legale. Abbiamo dunque almeno una certezza: non toccare l’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione che ha reso possibile tutto questo. Piuttosto, puntiamo a rendere il più possibile efficaci gli interventi, con finanziamenti adeguati.

Conclude però Giorgia Serughetti: C’è però una questione che solleva Giulia Garofalo Geymonat in questo agile ma esaustivo lavoro di informazione, ed è una domanda che merita l’attenzione di ciascuna e ciascuno, qualunque sia la posizione in merito alla prostituzione: È giusto continuare a cercare di cambiare le cose alienando le persone stesse, le sex worker, dalla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento che avvengono su di loro?

E tu, caro Visitatore, cosa ne pensi?

 GGB

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Alina a Genova

13133085_525798904294552_7298442711386643821_nCaro Visitatore,

lo scorso venerdì sono andato a Genova a presentare Alina, autobiografia di una schiava, grazie alla casa editrice Edizioni Drawup che mi ha voluto, ancora una volta, come ospite.

La prima considerazione da fare è proprio sulla casa editrice, sul lavoro positivo che sta facendo, sui testi, sempre più di livello, che sta pubblicando. Ne parlavo con Alessandro Vizzino e Giulia Vertucci in serata: hanno fatto tanta strada, e hanno il dono di mettere i loro autori e i loro libri al primo posto.

Presentavano con me:

– Daniela di Cicco, con il suo Eis Aei

– Alessandra Cinque, con La mia risposta

– Giampiero Villavecchia, con Caseggiato Primo

– Margherita Firpo, con Una matrioska di anime

Il tutto all’interno di una bellissima cornice a ridosso del mare. la Biblioteca internazionale Edmondo De Amicis, dove ho avuto l’occasione, e anche l’onore, di conoscere (finalmente!) un’autrice da me molto apprezzata, Paola Farah Giorgi, di cui ti ho parlato in merito al suo ultimo libro.

E’ stata una bellissima serata ricca di incontri ed esperienze.

13226781_1066872010037166_3457000531291643489_nIl mio umore è calato solo per l’alloggio, che era a pochi passi dall’Acquario di Genova e dalla location della presentazione, in pieno centro storico, tra i vicoli stracolmi di prostitute. In ogni stradina, trovi seduta una donna, pronta vendersi, lo sguardo spento e la morte negli occhi. Non ammiccano, non chiedono, sembrano essere lì, a disposizione, pronte a essere prese e condotte chissà dove. Rassegnate.

Africane, per lo più, ma anche cinesi e italiane. Ho girato tra i vicoli, in piena notte, per perlustrare la situazione. Ma la cosa che più mi ha colpito è stata la risposta dell’albergatore, un saccente nato, oserei definirlo: tra i vicoli di Genova, come in altre città, vedi Bari, è così. In fondo fanno colore.

Fanno colore? Perdonami il francesismo, caro Visitatore, ma in fondo ambiamo ad essere internazionali, cosa stra-cazzo vuol dire fanno colore? Se prendessi quell’albergatore, lo riempissi di botte e lo costringessi a vendersi con loro e a portarmi i soldi, sarebbe contento di partecipare a colorare la città? 

Confesso di non avergli risposto. A volte non c’è nulla da rispondere, non c’è considerazione che riesco a dare.

Continuo a pensare che tanto lavoro c’è ancora da fare. Io continuo a girare, a scrivere di prostituzione e femminicidio. Ho un terzo romanzo pronto, ma ancora tentenno a pubblicarlo. Perché sono convinto che c’è ancora tanto da fare per Alina.

 GGB

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La mia recensione de “L’angelo di Cyprès Méchant”, di Paola Farah Giorgi

Vendetta e perdono erano sinonimi del resto, altrettanto inquietanti

l-angelo-di-cyprès-méchantCaro Visitatore,

hai presente quei libri che non riesci a fare a meno di finire? Quelli che ti coinvolgono intimamente, da cui non vedi l’ora di tornare appena hai del tempo libero? Ecco, questo è L’angelo di Cyprès Méchant di Paola Farah Giorgi, di cui ti avevo parlato in merito al suo primo romanzo, Desirée Perlite

Ho trovato il suo secondo romanzo l’estate scorsa allo Stand delle Edizioni Drawup alla fiera del libro di Latina. Dopo la lettura del primo è stata subito attrazione e ho deciso di comprarlo. L’ho letto tempo dopo, ma ha soddisfatto appieno le mie aspettative.

L’angelo di Cyprès Méchant è un libro piacevole, coinvolgente, con due storie parallele che si intrecciano tra loro, con un mistero che fa da sfondo: chi è l’angelo che custodisce la tomba di un uomo? O meglio, di chi è la fisionomia usata dallo scultore per creare una statua bellissima, femminile e seducente?

Oltre al mistero che coinvolge il lettore, abbiamo una descrizione dei personaggi suggestiva, un eros seducente che fa da sottofondo, appena accennato, nella giusta misura, e uno stile di scrittura dell’autrice leggero, che accompagna dolcemente il lettore, come già era accaduto in Desirée Perlite.

Mi è piaciuta molto la struttura di ogni capitolo, sempre uguale: storia reale, romanzo scritto da uno dei personaggi e un mantra finale, in un tempo buddista, per una colpa troppo grande da riuscire a perdonarsi. La stessa colpa che è legata al mistero del romanzo, portata da Charlotte, una ragazza con i capelli d’ambra che le scendevano sino a terra come una colata di lava appena rappresa. La stessa ragazza usata come modella per l’angelo, osservata da Marcel, uno scrittore che ha scelto di fare dell’otium il motore della sua vita, e che resta affascinato dalla ragazza e dall’angelo, e cuce sopra una storia immaginaria, un romanzo, fino a trovare la verità di quanto accaduto. Una verità svelata da un personaggio come Rachele, che si può riassumere così:

Nessuna metafora riusciva a rivestirla in modo adeguato se non quella di una struggente, sfuggente e appassionata melodia (…) Poi Marcel capì: Rachele era musica, e gli bombardava il cuore esattamente come il Bolero di Ravel. Fascinazione ipnotica, danza orgiastica, infinito crescendo, tamburi, possessione, impatto, urlo.

La ricchezza di questo romanzo è nel mescolare l’aria fredda e gelida di Londra con quella primaverile e floreale di un borgo francese, nel miscelare tre storie diverse, l’una funzionale all’altra, di inserire richiami della cultura buddista e araba… In questo concerto, in cui non mancano metafore accattivanti e una ricchezza di linguaggio, si crea una melodia coinvolgente, con strumenti diversi, che nella loro opposizione si mescolano a dare ricchezza.

Paola Farah Giorgi si conferma un’autrice capace di fare musica attraverso la scrittura.

Consigliato.

Il senso di colpa percuote la giovane Charlotte, china sulla tomba di un uomo dove s’innalza la statua di un Angelo a lei somigliante. Uno scrittore solitario, Marcel, abituale frequentatore del cimitero di Cyprès Méchant nella cittadina francese di Lumière, si lascia suggestionare da questa visione e inizia a scrivere sulla ragazza e sull’uomo della tomba una storia totalmente immaginaria ambientata a Londra che dipana un’altra realtà possibile. Contemporaneamente, l’incontro con Rachele, una donna misteriosa e
affascinante, condurrà lo scrittore a provare sentimenti ed emozioni mai osate e ad assaporare l’inaspettata quanto preziosa sensazione di non essere più solo. Il romanzo si addentra quindi nel sottile confine che separa la vita dalla morte, la materia dallo spirito, la realtà dalla fantasia, la pace dall’inquietudine, alzando il sipario sul vero senso di colpa della giovane Charlotte soltanto nel finale.

 GGB

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