La mia recensione di “Riverside”, di Bianca Cataldi.

51MMJhj22IL._SX312_BO1,204,203,200_Caro Visitatore,

Oggi ti parlo di Riverside di Bianca Cataldi.

Riverside, Regno Unito. Le quattro e mezzo di un pomeriggio qualunque. Una scuola abbandonata e cadente alla fine di Silverbell Street. Come la venticinquenne Amabel scoprirà presto, non si tratta di un edificio qualunque: al suo interno, i banchi sono ancora al loro posto e si respira, nell’aria, polvere di gesso. Tutti gli orologi, da quello al di sopra del portone d’ingresso sino al pendolo del salone, sono fermi alle nove e diciannove di chissà quale giorno di chissà quale anno. Cosa è accaduto nella vecchia scuola? Quale evento è stato così sconvolgente da fermare il tempo all’interno di quelle mura? E soprattutto, chi è quel ragazzo in divisa scolastica che si presenta agli occhi di Amabel affermando di frequentare la scuola, benché quest’ultima non sia più in funzione da anni? Tra passato e presente, Bianca Rita Cataldi ci guida in un mondo in cui gli eventi possono modificare lo scorrere del tempo, dimostrandoci che ognuno di noi ha un proprio universo parallelo col quale, un giorno o l’altro, dovrà scendere a patti.

Quando ho accettato di leggerlo e commentarlo, non ero tanto attratto dalla storia o dal genere, quanto più dal curriculum di Bianca Cataldi.

E non sbagliavo. Lo stile con cui è scritto Riverside è accattivante e il ritmo coinvolgente. Pur non essendo appassionato del genere, Bianca Cataldi è riuscita a coinvolgermi pagina dopo pagina, e, dato il finale, potrei dire che si è conquistata la mia curiosità anche per il prossimo capitolo della storia.

Non è un paranormal da adolescenti, è un paranormal capace di stimolare la propria parte adolescente. E lo fa con un stile semplice e mai sopra le righe. Si crea un magnetismo, se da un lato sapevo, o comunque immaginavo, che non era una storia che mi avrebbe cambiato la vita, o fatto vibrare in profondità, dall’altro si è creato un legame di fiducia con l’autrice .

E ha realizzato ciò che un libro come questo era destinato a realizzare: divertire, incuriosire, portare in una realtà altra rispetto al quotidiano. Come accade alla protagonista.

Forse l’unica pecca è lasciare il lettore a metà, di non farlo entrare, per ora, nel vivo più profondo della storia. Ma l’interruzione è talmente ben fatta, e al punto giusto, da non risultare poi una pecca vera e propria.

Consigliato. Soprattutto a chi vuole distrarsi. In attesa del prossimo.

 GGB

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La mia recensione a “I non morti”, di Matteo Mauri

I non mortiCaro Visitatore,

ho letto I non morti, di Matteo Mauri, edito da Edizioni DrawUp.

Gino e Giacomo sono a casa, in un giorno come tanti.
Bussano alla porta, è la polizia che li ammanetta conducendoli fino in piazza Duomo, dove vengono rinchiusi in un’immensa uccelliera adornata per il Periodo di Giusta Punizione. L’Italia non ha più un sistema giuridico, ma una giustizia che funziona solo una volta al mese nell’arco di un intero anno.
Vengono ingiustamente accusati e portati in un carcere, immerso nella zona Frutta & verdura di un grande supermercato.

«Dovete piegarvi e infilarvi in quegli scaffali, per cortesia. Lo fanno tutti, è la prassi.»
«Lei è un Non-morto le dico, e adesso si pieghi come una camicia, su… Allora?! Entri, incominci dalle gambe!»

Da giorni non mangiavano, non bevevano, eppure erano ancora vivi…

Un libro che fa interrogare il lettore sulla vita e sulla morte, in un limbo di sospensione dove i protagonisti sono costretti a sostare. Un carcere paradossale, in un supermercato, che ricorda in qualche modo il braccio della morte statunitense. Con le dovute differenze.
I prigionieri di questo supermercato-carcere sono sospesi tra la vita e la morte, possono essere definiti solo con una doppia negazione, non vivi, e,per l’appunto, non morti. Tra i banchi che vendono i prodotti alimentari e i clienti costretti a fingere di non vederli, aspettano il buio definitivo, che non si sa quando arriverà.
L’intuizione di Mauri si rivela interessante e permette all’autore di ampliare in riflessioni filosofiche di vario genere, sull’esistenza, sulla sospensione, sulla morte.
Nonostante sia ben scritto, questo testo ha però un limite importante, che per il tipo di storia forse è inevitabile: un ritmo narrativo decisamente lento. Ci si ferma più volte nella lettura, dato che in molte pagine non accade praticamente nulla. Dopo un inizio molto veloce (troppo veloce!) si entra in una condizione di stasi, che si ripercuote inevitabilmente anche nella lettura.
Probabilmente l’autore poteva osare molto di più, ma per definire la mia opinione su questo romanzo, mi trovo anche io a dover utilizzare una doppia negazione: non mi è piaciuto, non mi è dispiaciuto.

 GGB

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La mia recensione di “Caravaggio, il fuoco oscuro” di Linda Murray

Caravaggio. Il fuoco oscuroCaro Visitatore,

oggi un commento a Caravaggio, il fuoco oscuro, di Linda Murray, quello che viene definito (non ho ancora capito perché…) un best-seller.

Caravaggio dipinse magnifici quadri in cui la rappresentazione artistica rispecchia la violenza che ha caratterizzato la sua vita reale. Il suo nome emerge di continuo nei registri della polizia romana: l’offesa a due donne, il ferimento di un capo delle guardie, la causa per diffamazione portata avanti da un altro pittore per “versi offensivi”, l’aggressione a un oste, il lancio di pietre contro le finestre di un’abitazione, per finire con l’uccisione di un uomo in una rissa, nella quale riuscì a malapena a salvarsi. Ottenuta la commissione del gran maestro Wignacourt di decorare la chiesa di La Valletta, si rifugiò a Malta, ma fu ferito durante un litigio e imprigionato. Fuggito a Napoli, fu sfigurato nel corso di una rissa al punto da divenire irriconoscibile. Durante la convalescenza si ammalò di febbre e morì all’età di trentanove anni. Questo romanzo racconta in quattro fasi la vita del pittore: la giovinezza e l’apprendistato a Milano; la protezione, quasi miracolosa, di un grande mecenate; i primi, misteriosi anni precedenti la sua andata a Roma, durante i quali incontra il Monsignore, un principe fattosi prete, e Maddalena, la donna che poserà per le sue opere e diverrà la sua amante; infine le sue peregrinazioni in esilio dopo la fuga da Roma a Napoli, Malta, Palermo, per poi tornare nuovamente a Napoli. Attraverso Gian, personaggio fittizio, assistente devoto di Caravaggio, Linda Murray descrive l’esistenza dell’artista, intrecciando i fili della sua turbolenta carriera.

Partiamo da una premessa: ho un particolare interesse per Caravaggio, per un’idea letteraria che mi frulla in testa. E un po’ del mio tempo libero lo passo a leggere della sua vita, dell’epoca storica in cui è vissuto, dei personaggi che lo hanno circondato. Quando ho trovato questo romanzo, ho sperato di poter unire l’utile al dilettevole. Ho iniziato la lettura, ma ho chiuso il libro a metà. Deluso.

Più che fuoco oscuro, andrebbe definito un fuoco spento, quello che genera quel fastidioso odore acre, che è meglio evitare.

Se ti immagini di leggere della vita turbolenta del pittore, puoi riporre le tue fantasie nel cassetto. Quello che emerge è la noiosissima vita di un uomo che l’autrice ha voluto descrivere sotto una luce talmente diversa dal reale, da risultare finta. In più lo stile dell’autrice, e probabilmente del traduttore, è fortemente noioso e soporifero.

Ti farò un esempio di questa finzione riuscita male, che coincide con il motivo che mi ha fatto chiudere il libro. Nel romanzo lo pseudo Michelangelo Merisi incontra una donna, tal Maddalena, che ritrae diverse volte. Da qui scatterà un amore tipical-harmony. Maddalena ha un figlio, e non avendo un marito, viene vista come una meretrice dai più. Tranne che dal pittore, che la ospiterà sotto il suo stesso tetto, crescendo il bambino, perdendosi in effusioni amorose e mettendola incinta.

Ti basti pensare che:

1- la “vera Maddalena” (in realtà si chiamava Anna), che Caravaggio incontrò, non era incinta, ed era realmente una meretrice, con una storia affascinante. Si vendeva per strada. Lui, col suo talento, la rese immortale.

2- Vi fu probabilmente una passione tra loro, ma mai la prese sotto il suo stesso tetto. La ritrasse quattro volte.

3- Non fu una fanciulla incontrata per caso. La incontrò perché Caravaggio frequentava i luoghi più degradati di Roma, i luoghi più bui, più malfamati, gli stessi che ha mostrato ai posteri sotto una nuova luce. La sua luce, il suo chiaroscuro.

E qui sta il punto.

Il suddetto chiaroscuro è totalmente assente nel romanzo. Il Michelangelo Merisi della Murray è un uomo che cresce come pittore, che ha sì una storia difficile, ma che frequenta solo cardinali e bella gente. La vera Roma, quello che ha costruito il suo mito, quella dei bassifondi, delle meretrici, dei ladri, dei briganti, proiezione del suo buio interiore, ben evidente nei quadri, scompare completamente dal romanzo.

Togli l’oscuro dai quadri di Caravaggio, e resterà una luce che non illumina. Togli la Roma che lui frequentava e descriverai un Michelangelo dalla vita noiosa, che non è Caravaggio.

E la luce che non illumina, nel caso della Murray, è una favoletta di dubbio gusto, a tratti harmony, francamente soporifera.

In questo ha un primato: ce ne vuole di talento per rendere noiosa la vita di Caravaggio…

Meglio non aggiungere altro. Anzi, sì: sconsigliato.

 GGB

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La mia recensione a “Tutti sul tetto” di Daniele Semplici

Caro Visitatore,

Oggi ti parlo di Tutti sul tetto, romanzo eccessivamente breve di Daniele Semplici.

Mi spiace valutare un romanzo come mediocre, ma sono convinto, da lettore, che si poteva fare decisamente meglio, specie per gli spunti narrativi che la storia offre e che potevano essere curati maggiormente.

Purtroppo ha vinto la fretta.

Cominciamo dallo stile. L’autore gioca poco con i periodi, non osa, sceglie un’eccessiva semplicità. La storia è un susseguirsi di frasi dirette, soggetto, predicato e complemento oggetto. Mancano subordinate, metafore e, per me grandi assenti, emozioni pungenti, anche in passaggi dove era possibile inserirle.

Un padre che, indirettamente, causa l’incidente del figlio si ritrova a fare poco e niente i conti con la sua coscienza.

Il romanzo non ha il tempo di iniziare che è già concluso, con sbalzi temporali disarmanti. Nonostante l’appetibilità emotiva di alcuni eventi (possibile perdita del figlio, scontri generazionali, lotte operaie, e via dicendo ) il tutto resta appena accennato, al punto da risultare prevedibile. A metà romanzo ci si immagina già come andrà a finire, senza colpi di scena, cambi di ruolo, crisi personali, che si sarebbero trasformati in ottimi spunti di riflessione per il lettore.

Si crea una sorta di disarmonia tra chi legge e chi narra, laddove viene ripetuto spesso che il tal personaggio “resta sorpreso non si aspettava quella reazione”, di fronte a un lettore che non si sorprende per nulla.

Resta quindi un copione, un canovaccio di storia che avrebbe potuto dare molto di più.

L’invito che voglio fare all’autore è proprio questo, sentirsi maggiormente libero di osare, di stupire il lettore, di giocare con le parole e il loro significato. Sono certo che, scavandosi dentro, affrontando le sue paure e i suoi fantasmi, riuscirà a stupire il lettore.

Io lo aspetto per la prossima storia, da cui spero emerga maggiore spessore e complessità.

Sinossi:

Il romanzo intreccia i problemi generali dell’attuale crisi economica, che rimangono comunque solo sullo sfondo, con quelli lavorativi e personali del protagonista, un tranquillo rappresentante di auto spinto dal suo capo a diventare suo complice in una truffa, oggetto di un’indagine della polizia.
L’incontro con un uomo più anziano, che riporta alla memoria un passato dimenticato, e il grave incidente del figlio, con il quale aveva un rapporto conflittuale, lo fa ridestare da una vita vissuta sottotono.

 GGB

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Quando la violenza è della donna. “Trecento Secondi”, di Patrizia Fortunati

Trecento secondiCaro Visitatore,

Oggi ti presento il nuovo libro di Patrizia Fortunati, Trecento secondi. Ho conosciuto Patrizia, lo ricorderai, per lo splendido Marmellata di Prugne.

Paolo Mazzini è un uomo come tanti, sposato con tre figli. Ha una famiglia, un lavoro e una vita normali. Una casa, un cane, un grande amore per la montagna e una salda fede in Dio. Una sera torna a casa e la trova vuota. Da lì inizia il suo incubo, che durerà quattro anni. Anzi sette. E tutta la vita. Scoprirà che la moglie lo ha lasciato, portandosi via i loro tre figli. Che ha sporto, con la complicità dei genitori, trentasette denunce contro di lui contenenti accuse gravissime, tra cui quella di aver abusato sessualmente dei propri figli. Inizia così il lungo calvario di Paolo. Tra avvocati, giudici, assistenti sociali e psicologi. Quella di Paolo Mazzini è una storia indelebile. Come indelebile è la cicatrice che gli riga il polso destro. Un romanzo ispirato a cento e più storie sofferte e taciute, storie che non finiscono sulle prime pagine e che, anche per questo, vanno raccontate. “Trecento secondi” è un romanzo coraggioso. Scritto da una donna, per tutte le donne e gli uomini che si sono ritrovati all’inferno. Per tutte le donne e gli uomini che fuggono e poi tornano. Per tutte le donne e gli uomini segnati da una cicatrice indelebile. Su un polso o sul viso o nell’anima. Perché abbiano la forza, sempre, di continuare la salita.

Mi piace commentare questo romanzo ripercorrendo le emozioni che ho provato nella lettura.

Le prime sono la rabbia e l’incredulità. Rabbia verso l’autrice, lo ammetto. Mi sono chiesto più volte che senso avesse un romanzo del genere, perché descrivere tanto male. Assieme alla rabbia, l’incredulità per la storia narrata, per delle azioni, quelle del personaggio Francesca, che sfuggono a ogni comprensione per la violenza che svelano.

Poi ho capito, dopo aver divorato 70 pagine in poche ore, che la rabbia e l’incredulità che provavo era quella di Paolo verso Francesca, che avevo identificato le azioni della protagonista femminile con chi me le aveva descritte.

Un’identificazione che mi ha fatto vibrare, complice la prima persona che Patrizia Fortunati utilizza, la sua capacità di identificarsi nei panni di un uomo, di un padre, di un disperato a cui viene tolto tutto in pochi mesi.

Poi si sono aggiunti l’amarezza, il sollievo, la compassione.

Un bellissimo libro, che ho finito in pochi giorni dato il coinvolgimento che mi provocava, ma che ho dovuto digerire bene, prima di commentare.

Patrizia Fortunati conferma il suo talento di autrice, sa scavare in fondo all’animo umano, sa inserire il lettore nella storia, sa farlo commuovere, sa farlo riflettere, con messaggi multipli sulle vicende giudiziarie che coinvolgono il nostro Paese, sulla necessità, in molti casi, di rispetto e silenzio da parte dell’opinione pubblica mentre la giustizia fa il suo lavoro. Sulle forme di violenza esistenti che non coinvolgono solo gli uomini contro le donne, ma agiscono anche in maniera opposta.

Fa riflettere su come ogni relazione sia il frutto delle relazioni che ci hanno insegnato i nostri genitori.

Paolo mostra una forza inaudita, perché gli hanno insegnato a convivere col suo dolore, trovando le risorse attorno a lui. Francesca crolla e violenta una famiglia intera, perché non le hanno insegnato cosa è l’amore.

Da leggere.

E da ri-leggere.

 

 GGB

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La mia recensione di “Solo una madre finta”, di Daniela Biancotto

Solo una madre finta. Storia di un'adozioneCaro Visitatore,

Ho appena terminato di leggere Solo una madre finta, di Daniela Biancotto, in versione E-Book, gentilmente donatomi dall’autrice.

In questo libro viene raccontata la storia di un’adozione difficile. I due coniugi, gratificati da un matrimonio sereno, decidono di prendere una figlia per coronare completamente il loro amore. Purtroppo Bianca si rivelerà essere una ragazzina piena di problemi, incapace di accettare l’affetto che i nuovi genitori cercano di darle, per mille motivi: il suo turbolento passato, l’erroneo indottrinamento di una suora, il suo carattere impossibile e l’incapacità di psicologi e assistenti sociali di fornire un sostegno adeguato al nascente nucleo familiare.

Dire che è un tuffo al cuore di emozioni è dir poco. Non so se la storia sia reale o meno, la prima persona e la vicinanza emotiva che Daniela Biancotto trasmette al lettore suggeriscono di sì, ma a fine libro l’autrice dichiara che si tratta di pura fantasia.

Se così fosse, dovrebbero raddoppiare i miei complimenti per il coinvolgimento che ha mostrato e che mi ha provocato.

La madre narrante accusa e si accusa, si scusa e si giustifica, né più né meno mette su carta il dolore e il senso di solitudine (e ce ne è tanto che passa al lettore ) nel crescere una figlia adottata che nella rabbia, nella speranza e nel dolore dimostra di amare più di se stessa.

Una figlia stra-viziata prima dell’adozione, con tratti di un disturbo oppositivo provocatorio nell’infanzia e nell’adolescenza, e con i primi cenni di un disturbo borderline verso la maggiore età.

Ma i tratti della figlia non sono il vero problema, ciò che più colpisce è la solitudine che la madre trova nel chiedere aiuto a parenti vicini e lontani, a servizi iatrogeni vicini e lontani. Una patologia (la definisco cosi) sistemica e multi forme, da cui emerge che la situazione di Bianca e la solitudine della madre non sono che la punta dell’iceberg. Il senso di abbandono di Bianca è specchio del senso di abbandono della madre.

La ribellione di Bianca, oltre ogni limite, è specchio della rabbia della madre verso istituzioni che aiutano a rinforzare il danno più che l’aiuto. Il libro della Biancotto fa riflettere sull’adozione, mostra che non tutte sono facili. Come d’altronde nessun genitore ha a disposizione un manuale di istruzioni, ma chi sa scegliere di essere genitore ha una forza che travalica ogni confine.

La forza di questa madre di non arrendersi neanche quando dichiara di essersi arresa.

Unica pecca di questo libro appartiene a chi lo ha pubblicato (una casa editrice tristemente famosa) e a chi, in contemporanea, non lo ha scoperto. Ciò nonostante, mi ha stupito la cura delle parole e la totale assenza di refusi.

Brava la Biancotto? O l’Albatros sta cominciando a diventare una casa editrice vera?

 GGB

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La mia recensione di “Labirinti”, di Maggie Van der Toorn

Ho lasciato la caverna, il buio, l’ignoranza ed ora che la mia anima è apolide, e il mio spirito vola alto, ricordo quel piccolo miracolo di una lama di luce, che da quel giorno mi scalda anima e cuore.

LabirintiCaro Visitatore,

Oggi ti presento un libro di racconti, Labirinti, di Maggie Van Der Toorn.

Prima di commentarlo, una piccola premessa. Ho aspettato diversi mesi prima di leggerlo. Me lo regalò lei stessa a dicembre 2014, durante una presentazione a Cattolica.

Ho atteso perché avevo un sincero timore di non recensirlo positivamente.

Se segui questo sito, saprai ormai che ho sempre diverse remore verso i racconti. Non è facile creare in poche pagine una storia che sappia donare realmente qualcosa al lettore. Sono convinto che in molti provino, in pochi riescano.

Dunque partivo già prevenuto. In più, Maggie mi ha sempre colpito come persona. La conosco poco, ma ho sempre apprezzato quel raro dono del sorriso negli occhi, la percezione di avere davanti una donna che sa guardare il mondo con il dono della meraviglia.

E, dunque, se non mi fosse piaciuto il libro, come criticarlo a una persona così?

Poi l’ho letto, ed è accaduto che non mi sia piaciuto. Di più.

Maggie ha il rarissimo dono di saper costruire in pochissime pagine perle che trasmettono il profumo della vita, che non si concludono lasciando il lettore a mani vuote, ma donano riflessioni che dalla mente scendono al cuore.

Maggie ha la capacità di narrare con leggerezza frammenti di vita. Sa attivare la ricchezza di immagini che ongi individuo ha dentro. E guarda caso scrive: immaginai di essere io il suo strumento e abbandonarmi alla sua bravura nel far risuonare la mia musica.

Non so dirti quale sia stato il racconto più bello, posso rivelarsi quali mi abbiano colpito di più.

Il primo è Crescere. Sono parole di un figlio a una madre, ha il sapore di una lettera di addio, eppure sono pensieri di un quasi nato prima della sua nascita. La sola separazione è dall’essere simbiotici al diventare due esseri con respiri diversi. Ho visto la congiunzione tra la vita e la morte.

L’ho fatto leggere a una persona cara che ha perso la madre e ancora ne piange la perdita. Le sue lacrime miste ai sorrisi mi hanno confermato tutte le sensazioni che il racconto mi aveva donato.

L’altro racconto è Pensieri circolari. Qui Meggie sceglie il contesto della stazione Termini per seguire i pensieri degli astanti, l’uno chiama l’altro, fino ad arrivare a lei e a un bellissimo saluto che chiude il libro (Osservo e percepisco questa realtà, come un fluire di pensieri comuni, collegati, in continua perenne evoluzione(…) Salgo. Si parte. E’ ora di tornare a casa. Arrivederci Roma. Sono arrivata a Termini, o scusate… al termine). Ho riconosciuto anche una persona tra esse, che spesso si vede a Termini perché ha fatto della stazione la sua casa. Avrebbe potuto agganciarsi ad altri mille pensieri, non mi sarei stancato di seguire con lei la ricchezza dell’uomo.

Il flusso di pensiero è lo stesso che si ritrova nel libro, dove l’unico fil rouge che lega una narrazione e l’altra è la capacità di Maggie di fissare un frammento, incastonarlo in una prospettiva di luce e fartene dono, arricchendolo spesso con metafore davvero gradevoli.

Cosa criticarle? Se volessimo cercare il pelo nell’uovo, i dialoghi un po’ monotoni nel primo racconto, che richiama un po’ il Dorian Grey di Wilde (Per sempre) o ancora il racconto Io (le) lei (la), che non ho compreso.

Per il resto non ho null’altro da criticarle, ho solo una voglia da confessarle. Leggere un suo romanzo. Quasi ogni volta che iniziavo un suo racconto, mi ritrovavo a pensare che era bello ciò che leggevo, e che mi sarebbe piaciuto che l’intero libro susseguisse quella storia.

Labirinti è consigliato perché sa donare arte, e l’arte sa rinarrare ciò che hai dentro e ciò che è attorno a te, in una luce nuova.

 GGB

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La mia recensione di “A muso duro”, di Giorgio La Daga

Caro Visitatore,

Ho letto A muso duro, libro di racconti di Giorgio La Daga. Quando mi ha contattato per chiedermi una recensione, mi ha colpito la sua biografia, estremamente sincera, non costruita.

Il libro, purtroppo, non mi ha impressionato, nonostante la brevità ho faticato a leggerlo. I racconti sono spesso autoreferenziali, si percepisce un continuo e malinconico ricordo del passato, a tratti delicato, da cui però il lettore sembra costantemente escluso.

Quando manca l’autoreferenzialità, spuntano invece racconti che non vanno in profondità, affrontando temi, come lo stupro, con una dialettica che pare la descrizione di un copione, la traccia di una storia che non è storia, che non ha le emozioni per esserlo e per coinvolgere il lettore.

Giorgio accarezza i suoi pensieri e le sue storie con un tocco che ha poco ritmo. Lascia tanto a lui, ne sono certo, ma poco al lettore, che si perde tra le righe, desidera lasciare la lettura libro.

Ho francamente dovuto chiudere e riprendere la lettura più volte per non abbandonare il libro per noia. Ho sperato che il ritmo crescesse di intensità, che non si passasse di palo in frasca, lasciando come uniche costanti la malinconia di fondo e l’eccesso di descrizioni, che pongono il lettore in disparte, a chiedersi perché stia entrando in un privato altrui.

Tra una narrazione e l’altra si trovano alcune poesie  (tra cui quella che dà il nome alla silloge) che somigliano più a pensieri prosaici, spesso riempiti di luoghi comuni.

Il narrato, di cui andrebbe rivista d’accapo l’impaginazione e il rispetto delle maiuscole a inizio dialogo, è pieno di frasi dirette, con poche costruzioni subordinate. Troppo semplicistico e poco accattivante, eccetto che in alcuni passaggi, troppo rari per far appezzare il tutto.

Eppure c’è un quid nel tutto, che mi ha convinto ostinatamente a tornare al libro per terminarlo. Lo stesso quid della biografia di Giorgio. Non so dirti cosa sia, forse la delicatezza con cui traccia i suoi pensieri. La stessa con cui, lavorando sullo stile e pensando al lettore mentre scrive, può creare narrazioni capaci di arrivare al cuore di chi legge, senza escluderlo.

Da ultimo, non ho capito il senso del gatto in copertina.

Non consigliato, ma nemmeno sconsigliato. Resto a disposizione, nei commenti, per eventuali confronti con altri lettori di A muso duro.

 GGB

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La mia recensione de “Il passo perfetto. Cammino di Santiago”, di Nicola Artuso

Prendi un campione di umani (…) Mettili nel Cammino di Santiago de Compostela, con dieci chili sulle spalle e la consegna di camminare. Camminare e basta (…) Troverai che nel giro di un paio di giorni tutte le convinzioni che avevano, prima di mettersi in marcia crolleranno come donne (…) Troverai che diventeranno uomini e donne, solamente. (…) E scoprirai anche che, dopo dieci giorni fi cammino, non sono più quelli che erano prima. Ma altri.

Caro Visitatore,

Il libro che ti presento oggi rientrerà certamente nella top ten dei libri più belli letti nel 2015. Si intitola Il passo perfetto. Cammino di Santiago, ed è stato scritto da Nicola Artuso.

Prima di tutto devo confessare che ha tradito tutte le aspettative negative che avevo riposto in esso. Quando lo ricevetti a casa dalle edizioni Il prato, pensai a un errore. Ero in attesa di un altro libro e mi era arrivato questo (non ricordandomi minimamente di essermi accordato con due collaboratrici diverse della stessa casa editrice per due testi diversi, ma questa è un’altra storia…).

Così come si presentava , con la copertina gialla con cenni di rosso (i colori che associavo alla giornata mondiale della gioventù di Madrid) e con il palese riferimento al cammino di Santiago, mi dava l’idea di essere un polpettone spiritual cattolico, di trecento e passa pagine. Una roba forse interessante, ma tediosa da morire.

Mi sono bastate tre pagine per capire il mio errore, e mi sono legato completamente al libro. Tanto per citare Artuso, una delle mie menti si è legata al suo testo, attendendo l’intera giornata per tornare a leggerlo ogni sera.

È la ricerca del passo perfetto  (Il Passo Perfetto esiste e sta a metà strada tra il movimento e la sua assenza. Il Passo Perfetto è la via di mezzo tra l’andare e il venire dei flussi), è il diario di bordo di un viaggio iniziato quasi per caso, con motivazioni che si scopriranno essere anche più profonde di quanto lo stesso Artuso fosse inizalmente cosciente.

Nonostante l’ateismo di Nicola (Signore, grazie di avermi fatto ateo) c’è una spiritualità profonda che lega oriente e occidente, che in alcuni passaggi va nel profondo del narratore e dell’umanità, alla ricerca di un senso al cammino di Santiago, che diventa indirettamente suggestiva metafora del cammino di vita. Un cammino fatto di solitudine e di incontri, ciascuno dei quali cambia la vita, un cammino fatto di nascita , crescita e morte (Deve succede per forza qualcosa una volta arrivati lì sopra altrimenti che senso avrebbe tutto ciò? Ma il bello di tutta la questione è che puoi verificarlo. Se ci arrivi, puoi verificare).

La visione di uomo che ne esce è splendida.

I collegamenti che sono riuscito a fare con la bioenergetica, con lo Yoga e con  la mindfullness mi hanno detto tanto del pensiero di Artuso.

Il ritmo narrativo è incalzante , somiglia al ritmo del passo da tenere per concludere il cammino, fa scomparire “la fatica” dei tanti chilometri (ovvero delle tante pagine) da attraversare.

C’è chi ha definito lo stile di Artuso umoristico, ma non sono d’accordo. Il testo è, sì, pregno di umorismo tipico del nord Italia, ma vedere solo i sorrisi è limitante. Mi piace definirlo un libro emotivo, capace di far ridere e di commuovere, di meravigliare nell’incanto dei paesaggi e di far innervosire. Perché è lo stesso narratore che si dà la libertà di ridere, di piangere e di innervosirsi.

E dona, di conseguenza, la stessa libertà al lettore, che pur non essendo mai citato nel testo, diventa compagno di viaggio prediletto di Nicola Artuso. O, almeno, io mi sono sentito così. ;)

Una resa splendida.

Da sottolineare la meditazione (credo propria dello Yoga) delle ultime pagine, un vero e proprio inno all’armonia.

Fatta eccezione per qualche raro refuso (e un “ma però” nelle ultime pagine che mi ha fatto contorcere lo stomaco), non ho nulla da criticare a questo libro, davvero consigliato a chi voglia mettersi in viaggio, camminare, e dunque riflettere sulla vita. Ottimo libro.

Buon cammino, peregrino!
Utreya!

 GGB

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La mia recensione de “La porta dei morti”, di Sibyl von der Schulenburg

La porta dei morti - Sibyl von der SchulenburgCaro Visitatore,

Oggi ti parlo de La porta dei morti di Sibyl von der Schulenburg, inviatomi dalla casa editrice Il Prato per una recensione.

È stata una lettura piacevole e scorrevole, con una trama interessante, che richiama il passato etrusco della Toscana, riti e credenze antiche, e dona visibilità a una zona dell’Italia, che si propone come una cornice storica e culturale davvero accattivante per un romanzo.

L’unica pecca è che è una narrazione troppo ricca di dialoghi. In alcuni passaggi, l’autrice dona delle belle e suggestionanti descrizioni, in altri passaggi vi rinunzia, facendo perdere il lettore in botte e risposte che lo costringono di tanto in tanto a rileggere più volte i dialoghi per capire l’azione in atto.

Un’altra pecca è una continua ripetizione di azioni, che stonano un po’ la lettura:

1- La protagonista Lucia piange almeno una ventina di volte, in alcune occasioni non se ne capisce il motivo.

2- La cavalla Selva scaccia le gli insetti con la coda almeno quattro o cinque volte, sembra un’azione volta a riempire le righe dello scritto. Inutilmente.

3- Un’altra tendenza, a mio avviso fuori luogo, è quella di Valeria a normalizzare determinati comportamenti. Ripete di continuo, oltre a spiegazioni eccessivamente manualistiche, che dati comportamenti o reazioni sono “normali“. Ho letto lo splendido curriculum di Sibyl von der Schulenburg, notando che si occupa tanto di giurisprudenza quanto di psicologia, ed è forse in questa mistura la causa della normalizzazione di Valeria  (la psicologa del romanzo).

Credo fermamente che il comportamento umano sia troppo ricco e variabile per essere definito normale o meno. Il punto zero della curva di Gauss, che pretende di definire i limiti della normalità assoluta, non esiste, e mai uno psicologo dovrebbe definire con estrema facilità ciò che è nella norma e ciò che non lo è.

Il sintomo è qualcosa di più ricco per appartenere a categorie date. Ma questa differenza di visioni non rovina il romanzo nella sua struttura.

Mi è piaciuta la libertà interpretativa che lascia l’autrice attraverso le parole della “problematica” ex scrittrice Giulia: lo scrittore deve saper raccontare la stessa storia da vari punti di vista, sarà il lettore a decidere a quale aderire. E sono d’accordo con Sibyl von der Schulenburg, avendo apprezzato la pluralità di punti di vista con cui mi ha fatto entrare nella storia.

Ritengo che chi lo acquisterà potrà usufruire di una lettura piacevole, che ha gli spunti di un giallo storico, in parte psicologico e paranormale, che desta la giusta curiosità per spingere il lettore a comprendere l’intreccio e ad arrivare fino alla fine della trama.

Per la scorrevolezza, il ritmo e la predilezione dei dialoghi, può essere  consigliato soprattutto ad un pubblico adolescente.

GGB

Sinossi:

Sono l’amore e la pietà a spingere Giulia alla raccolta di tanti cani randagi o è qualcos’altro che la costringe in quel fenomeno che gli anglosassoni chiamano animal hoarding, collezionismo di animali? Se lo chiedono anche le autorità di Verdalmasso, un paese tra le colline toscane dove l’anziana svizzera risiede ormai da diverso tempo, in solitudine ai margini del paese. Il sindaco però non può dedicarsi solo al problema della cagnara in quanto si avvicina il solstizio d’estate e, la notte di San Giovanni, il paese è da sempre teatro di incontri particolari, visite di parenti scomparsi da tempo.

La psicologa, incaricata di sondare le capacità psichiche di Giulia è nativa di quei luoghi, diretta discendente degli etruschi che lasciarono tracce nelle tombe circostanti il paese e nelle tradizioni legate alle porte dei morti, passaggi ben noti agli antropologi, che hanno il potere di togliere la paura di morire.

Dopo Ti guardo e I cavalli soffrono in silenzio, l’autrice offre in questo psicoromanzo un messaggio d’amore e di speranza, una cerniera affettiva tra passato e futuro, un viaggio tra psicologia e parapsicologia.