8 marzo 2017

coltivare-mimosa#riflessioni

Tra “Giornata internazionale della donna” e “festa della donna” corre un abisso, che non è solo semantico.

E’ l’abisso che divide una società che vuole cambiare, che mira alla parità, da una civiltà che vuole restare uguale a se stessa, con le sue disparità.

Nel primo caso si pensa a questa giornata guardando a ciò che si è fatto nei 364 giorni precedenti, e si volge il pensiero ai 364 successivi, in termini di parità dei diritti e dei doveri, perché ognuno di noi dà e può ancora dare il suo contributo, ogni giorno, in ogni luogo. Nel secondo caso si fa una festa del tubero.

Il che, nel 2017, è anche abbastanza umiliante.

 GGB

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Il mio articolo sulla Complessità di Siddharta, di Herman Hesse

downloadHo letto ultimamente Siddharta, di Herman Hesse. Mi sono accostato al libro, pagina dopo pagina, con la consapevolezza che mi sarei svegliato il giorno dopo un po’ più ricco.

Ed è stato un romanzo che è tornato più volte nel corso delle mie giornate, con le associazioni che facevo nel mio lavoro di terapeuta e nel preparare il corso sulla complessità con l’associazione Clelia. Persino in uno degli incontri sulla complessità, Siddharta ha fatto capolino nella mente e mi sono chiesto quale stimolo avesse suscitato questo ritorno in figura delle parole di Hesse.

Continua a leggere sul sito dell’associazione Clelia –>

Dai la risposta più bella e ti regalerò una stanza tutta per te

Avete un’idea di quanti libri si pubblicano sulle donne in un anno?

Avete idea di quanti di questi libri sono scritti da uomini?

Sapete di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo?

V. Woolf

Caro Visitatore,

Parto da questa frase per condividere con te una delle mie ultime letture, Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf. Purtroppo non ho una versione in pdf da regalarti questa volta, dunque dovrai accontentarti di un link di acquisto, ho infatti trovato il link dell’edizione cartacea a 0,99 euro. E di chi poteva essere se non della Newton&Compton? Beh, io l’avevo cartaceo in tutt’altra edizione. Su Amazon lo si trova addirittura scontato a 0,84 centesimi… O.o

Ad ogni modo, se non conosci la storia e la bibliografia della Woolf, ti consiglio di fare una piccola ricerchina in rete, perché c’è tanto da scoprire :)

Dopo aver letto questo saggio, mi sono convinto che non possa esistere persona che si possa definire femminista senza averlo quantomeno sfogliato.

Il fil rouge che lega tutto il saggio è il rapporto tra donne e il romanzo, l’autrice infatti tenne due conferenze in merito a Oxford e Cambridge, analizzando il rapporto tra la donna e la scrittura nel corso dei secoli e fornendo una ricchissima rassegna di letteratura e saggistica in merito. La conclusione, ma anche l’inizio del suo pensiero, è la seguente: perché una donna possa scrivere, necessita di soldi e di una stanza tutta per sé. Due elementi scontati per gli uomini, nella maggior parte dei casi, ardue da ottenere per le donne.

Talvolta affronterà la tematica in modo più saggistico, talvolta in modo romanzato, come nelle prime pagine, dove afferma un pensiero che spesso tocca la mente degli scrittori. Inutile dire che niente di ciò che vi racconterò è vero (…) Dalle mie labbra udirete una serie di bugie, ma forse c’è tra di esse una qualche verità nascosta: tocca a voi cercare questa verità e decidere se, almeno in parte, essa merita di essere ricordata. Quanti di voi autori, emergenti e non, si ritrova in questa frase? ;)

Faccio una piccola chiosa. Nella parte romanzata, il talento di Virginia è incredibile, a me ha molto colpito la sua descrizione del tramonto: Era quel momento fra le due luci, quando i colori vengono intensificati e il porpora e l’oro bruciano sui tetti delle finestre come il battito di un cuore eccitabile; quando chissà perché la bellezza del mondo rivelato, e che tuttavia dovrà tra poco scomparire (…) ha due tagli, uno di gioia, l’altro di angoscia, che ci dividono il cuore. 

Uno dei primi pensieri dell’autrice è richiamato dalla frase che ho messo come citazione ad inizio articolo. Virginia nota come la donna attrae anche i piacevoli saggisti, i romanzieri dal tocco leggero, i giovani che hanno preso la laurea in lettere; altri che non hanno alcun titolo apparente tranne quello di non essere donne. Viceversa, le donne non scrivono libri sugli uomini. Quanto sarà cambiata o immutata la situazione oggi? Io ehm… ho scritto un libro su una donna e sono uomo… e mi è venuta spontanea la stessa domanda che pone Virginia: Perché le donne sono assai più interessanti degli uomini di quanto gli uomini possano essere interessanti per le donne? (…) Goethe le onorava; Mussolini le disprezza. Ovunque si volge lo sguardo, gli uomini stanno pensando alle donne, e pensano cose diverse. Tu, caro visitatore, sai risponderci?

Ecco una bella domanda e mi viene in mente un gioco. Porrò la stessa domanda sulla prossima newsletter. A chi mi darà la risposta più bella, sempre che ci sia una risposta, inverò a casa in regalo il libro della Woolf. Perciò iscriviti e inviami in risposta il tuo commento, sono proprio curioso di conoscerlo :)

Virginia una sua risposta la dà, non so se ne fosse consapevole, ma sembra quasi descrivere l’uomo Narciso: Per secoli le donne sono state gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata. Senza questa facoltà, la terra probabilmente sarebbe ancora giungla e palude. Tutte le glorie delle nostre guerre non sarebbero esistite (…) questi specchi sono indispensabili a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono così enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se queste fossero inferiori, non servirebbero più a raddoppiare gli uomini. Per questo gli uomini scrivono di donne e non sopportano la critica delle stesse. Giacché se la donna comincia a dire la verità, scrive Virginia, la figura dello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita.

L’uomo Narciso sicuramente, aggiungerei io, e lei sembra confermarmi questa idea: La visione dello specchio è per loro immensamente importante, perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Se gliela togliete, l’uomo può morire, come il cocainomane privato della droga. Non assocerei dunque questa immagine a tutti gli uomini, dunque, ma ai narcisi sicuramente, difatti cita due uomini come Napoleone e Mussolini, che di narcisismo soffrivano. Chissà che direbbe oggi di Berlusconi? ;)

Dopo queste riflessioni iniziali, si entra nel vivo del saggio della Woolf. Inizia una carrellata sul rapporto della donna con la scrittura e non possono mancare cenni sulla situazione sociale della donna.

Permettimi un’altra piccola chiosa, perché una citazione in particolare mi ha colpito. Virginia parla di un saggio di Travelyan, Storia di Inghilterra e cita questo passo, riferito al 1470: Picchiare la moglie era un diritto riconosciuto all’uomo e messo in pratica, senza vergogna, dai maschi di tutte le classi sociali. Dato che è da poco passata la giornata contro la violenza sulle donne, mi viene quasi spontaneo un collegamento tra le due cose, e mi viene da pensare che l’uomo che picchia una donna è rimasto ad una mentalità medioevale. È praticamente un pirla bloccato a più di seicento anni fa… Questo dimostra la teoria sull’evoluzione di Darwin non funziona ugualmente per tutti… Fine della chiosa, chi ha orecchie per intendere, intenda.

Proseguendo nella sua analisi del rapporto tra donna e scrittura (anche se lei parla in realtà di donna e romanzo), Virginia nota tristemente come non si sappia niente della donna autrice prima del settecento. E inizia una delle pagine passate alla storia, quella sulla sorella di Shakespeare, personaggio da lei inventato. In breve (ma leggiti il passo perché è geniale) se Shakespeare avesse avuto una sorella, ella avrebbe avuto il suo stesso talento, ma nessuno l’avrebbe fatta studiare, sarebbe finita in sposa (con promesse, minacce e botte) al partito migliore.

Quanto dunque ci siamo persi nella storia del talento femminile? Scrive Virginia: Ogni volta che trovo un accenno a una strega buttata nel fiume, a una donna in balia degli spiriti (…) persino all’esistenza di una madre di qualche uomo notevole, mi sembra di essere sulle tracce di un romanziere mancato, di una poetessa costretta a tacere, di una Jane Austen senza gloria.

Mi viene quasi da pensare che come uomini oggi abbiamo un debito con le donne, che ci vorranno secoli per ripagare.

C’è un altro passo che mi colpisce: scrivere un’opera di genio è quasi sempre un’impresa di prodigiosa difficoltà. Tutto sembra opporsi alla possibilità che il lavoro venga fuori bello e intero, come era stato concepito nella mente dello scrittore. Di solito le circostanze materiali vi si oppongono. I cani abbaiano, la gente interrompe; bisogna far soldi; la salute non regge. Oltre a queste difficoltà c’è la notoria indifferenza del mondo. Esso non chiede alla gente di scrivere poesie, romanzi e libri di storia; non ne ha alcun bisogno. (…) L’indifferenza del mondo, che tanto faceva soffrire Keats e Flaubert e altri uomini di genio, per la donna non era già indifferenza bensì ostilità. 

Quanto è cambiata la situazione oggi? Se uomo e donna scrittori e scrittici hanno queste difficoltà, quanto oggi l’uomo ha ancora più possibilità della donna di trovare una stanza tutta per sé in cui rifugiarsi e scrivere? E mi vengono in mente tutte quelle donne intervistate su Radiovortice, autrici emergenti, che scrivono di notte, perché di giorno, tra compiti dis-equamente divisi in casa e figli da allevare, non riescono a trovare neanche un angolo di stanza tutto per loro e per i loro libri (per non parlare delle donne che fanno politica!).

Avete mai notato, come nota la Woolf, che spesso i libri delle donne sono più brevi di quelli degli uomini? Più è breve il lavoro, infatti, meno si avranno interruzioni. E ogni passione artistica di una donna è piena di interruzioni.

Ecco un altro debito per l’uomo: perché se un tempo la disparità era visibile e brutale, oggi rischia di essere subdola e per questo ancora più pericolosa. Il debito storico che abbiamo verso la donna, può essere ripagato solo creandole una stanza tutta per lei.

E non dimentichiamo che è da questo aiuto materiale che dipende la libertà intellettuale della donna. Citando ancora Virginia: la libertà intellettuale dipende da cose materiali (…) E le donne sono sempre state povere (…) dagli inizi dei tempi. Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanta non ne avessero i figli degli schiavi ateniesi. Costruire una stanza tutta per loro, significa ri-equilibrare i compiti di vita, specie tra le mura domestiche.

Per far ciò occorre superare quel complesso maschile che nota Virginia, e che oggi permane nella società, quello di dimostrare non tanto che la donna è inferiore, ma che l’uomo è superiore, un complesso ben più pericoloso, che porta a una disparità, per l’appunto, più subdola e non dichiarata, ma drammaticamente presente.

E se scorriamo le pagine della Woolf diventa più interessante vedere lo spettacolo dell’opposizione degli uomini all’emancipazione delle donne, che l’emancipazione stessa.

Qui mi taccio, molto ci sarebbe ancora da dire, perché emergono le varie sfaccettature brillanti di Virginia Woolf, come lettrice, come recensionista, come donna, come scrittrice e come persona. Ma per il momento, ho voluto riflettere sul filo rosso che lega tutte le tantissime sottolineature che ho fatto a questo saggio, che ho praticamente divorato. E per riflettere sul debito che ancora oggi l’uomo ha con la donna e su quanto occorra che esso lavori per aiutarla superare la disparità, aiutandola a costruire una stanza tutta per lei.

La fortuna è che se non lo faremo, il pensiero femminile si imporrà comunque, perché immensa la forza delle donne, come mostra questo ultimo passo di Virginia che ti cito: chiudete tutte le biblioteche, se volete; ma non potete mettere alcun cancello, alcun catenaccio, alcun lucchetto alla libertà del mio pensiero.

 

GGB

 

PS, attendo tue in risposta alla prossima newsletter di lunedì: iscriviti e potrai vincere il libro di Virginia Woolf, se la tua risposta alla mia domanda sarà la più bella. ;)

Ti regalo le notti bianche di Dostoevskij

Caro Visitatore,

oggi condivido con te un classico, nato dalla penna di Dostoevskij: Le notti bianche, che insieme a Delitto e castigo penso sia una delle opere più lette e amate dell’autore. Naturalmente lo invierò in regalo nella prossima newsletter e dopo Calvino, Pirandello e Schnitzler è il quarto regalo che invio. :D

Se ancora non sei iscritto e ti sei perso tutti questi doni, clicca qui. Farò in modo di inviarteli, perché i bei libri vanno sempre condivisi.

Sull’autore, puoi trovare una miriade di informazioni in rete, io ti segnalo questo blog,che contiene spunti molto interessanti e di livello, e mi limito a citare una sua frase, trovata nella prefazione al testo. Fedor la scrisse in una lettera al padre a soli 18 anni. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo. Penso sia un vero inno alla ricerca dell’altro, a me ha colpito molto.

Ho letto questo romanzo in versione cartacea, edita dalla Newton & Compton e pagata al prezzo di un caffè, 0,99 centesimi…!

Fedor si trasforma in un sognatore, che vive la sua esistenza tra mille fantasticherie, interrotte per un breve lasso di tempo (quattro notti, per la precisione) dalla dolce Nasten’ka. Il testo si apre con una deliziosa, seppur malinconica, descrizione di San Pietroburgo, delle sue strade e dei suoi palazzi, che sembrano quasi diventare umani attraverso gli occhi del sognatore, come rivela questo passo:

E conosco bene anche tutte le case. Quando cammino pare che ciascuna di esse mi venga incontro lungo la strada, mi guardi da ogni finestra e mi dica: «Buongiorno; come va la salute? Io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano». Oppure: «Come state? Quanto a me da domani dovrò essere restaurata». Oppure: «Per poco non sono andata a fuoco e mi sono presa uno spavento!» e altre cose del genere.

Quanta solitudine c’è nella vita di un uomo che nell’immobilità dei palazzi cerca una relazione vagamente umana? Il sogno diventa un rifugio di fantasia, per sfuggire a una vita solitaria, diviene un ricettacolo che sostituisce una realtà che il protagonista sembra non accettare. Mi è sembrato avere contemporaneamente il dolce profumo dell’infinito e l’odore di chiuso di una prigione. Scrive Dostoevskij: anche a casa ero depresso. Per due sere cercai di capire. Cosa mi manca nel mio angolo? Perché era così difficile restarvi?

La domanda dunque è cosa ho perso? Una delle prime da porsi, in caso di depressione. E il protagonista de Le notti bianche è melanconico e depresso, cerca consolazione e chissà cos’altro nella sua fantasia: Un nuovo sogno – una nuova felicità! Una nuova dose di veleno raffinato e lussurioso! Oh, che ha a che fare con la nostra vita reale!

Tutto il testo è narrato in prima persona, ma il protagonista usa la terza persona singolare per descrivere la sua sofferenza, l’assenza di calore umano e la vuotezza che connotano la sua vita, in breve la sua depressione e conseguente  fuga nel sogno: E il sognatore fruga invano, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, cercando in quella cenere almeno una scintilla, per soffiarci sopra, per scaldare al fuoco rinnovato un cuore ormai freddo, e ridestare in esso tutto ciò che prima gli era caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e ingannava tanto magnificamente!

La poesia che Dostoevskij trasmette in quella prima notte stellata che il lettore incontra, è incantevole. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose? Bella domanda, caro Fedor, hai tanta tanta ragione… e fai bene ad aggiungere che Questa pure è una domanda giovane, caro lettore, molto giovane, ma che il lettore la mandi più spesso alla vostra anima!

Nasten’ka capita quasi all’improvviso, quando il sognatore la salva da un molesto passante. La sua presenza interrompe il suo continuo e malinconico viaggio con la mente [… perché Dio vi ha mandato a me, mio buon angelo (…) e cos’altro potrò sognare, quando sono stato nella realtà tanto felice accanto a voi?]. Il sognatore si professa amico, ma è cotto di Nasten’ka, anche se appare più innamorato dell’idea di avere il calore di una presenza umana, non più vacua come i suoi sogni. Quanto rendono meravigliosa una persona la gioia e la felicità! Come ferve un cuore innamorato! Sembra che tu voglia riversare tutto il tuo cuore in un altro cuore, vuoi che tutto sia allegro, che tutto rida!

Chissà perché questa scelta della terza persona? Chissà se Dostoevskij non parlasse piuttosto della sua solitudine?

Saltuariamente si dice felice, tanto che gli sembra di essere in Italia… Sarebbe interessante vedere come oggi Dostoevskij giudicherebbe il nostro Paese, se ancora l’assocerebbe all’immagine della felicità! O.o

Nel dialogo notturno tra i due, il protagonista sembra tornare all’adolescenza, all’epoca in cui ci si strugge per il primo amore, in cui si ama, ma non si confessa, in cui si maschera con l'”amicizia” un sentimento più profondo.

Mi è sembrato che in qualche tratto il protagonista fosse eccessivamente patetico, probabilmente fu una cosa voluta dallo stesso Dostoevskij.

Un romanzo indubbiamente da leggere, breve ma ricco di emozioni e di pathos, come emerge dai molti dialoghi in cui i protagonisti spesso ripetono più volte una frase carica di emozione: Che fare, che fare? o Ah, mio Dio, mio Dio! (il romanzo è pieno di simili ripetizioni emotive).

Il finale, ovviamente, non te lo svelo, anche se è abbastanza prevedibile. Lascio che sia tu stesso a scoprirlo dalla lettura che lunedì ti invierò in dono ;)

Ti lascio con tre interrogativi, che il romanzo stesso mi ha posto e che pongo a te:

Quanto utilizzi i sogni e le fantasticherie per evadere dalla realtà o quanto costituiscono piuttosto un rifugio obbligato?

Nella tua vita li usi come risorse per vivere meglio o sono prigioni dove ti chiudi?

E la persona che ti è accanto è un qualcuno con cui condividere i tuoi viaggi mentali o un elemento di disturbo al vagabondare della tua mente?

Dalle risposte, possiamo capire quanto il fantasticare sia per noi risorsa o ostacolo. Quanto stiamo arricchendo la nostra realtà con la fantasia o quanto ci stiamo perdendo della bellezza del reale per chiuderci in un pensiero.

Buona lettura e buona riflessione ;)

GGB

E se ti regalassi Una giornata con Pirandello?

downloadCaro Visitatore,

per il ciclo siamo nani sulle spalle di giganti, questa volta voglio condividere con te un’opera di Pirandello.

E ovviamente cosa potevo andare a scegliere? Il celebre Il Fu Mattia Pascal? Uno nessuno e centomila? Una delle tantissime opere teatrali che gli regalarono il Nobel nel 1934 (consigliatissimo Sei personaggi in cerca d’autore!)?

Ovviamente no… già letti! ;)

Sono andato alla ricerca di testi meno famosi di Pirandello, scovando una raccolta di racconti intitolata Una giornata, dal nome di uno di essi ivi contenuti. Tale raccolta uscì postuma e potrai trovarvi racconti di vario genere che furono già pubblicati da giornali e riviste quando Pirandello era in vita.

Lo darò in regalo, invierò una copia agli iscritti della mia newsletter. Se vuoi riceverlo in regalo basta cliccare qui e iscriverti. Lunedì invierò Una giornata ;)

Non aspiro a farne una recensione vera e propria ma un semplice commento. Perché? Per il semplice fatto che Una giornata contiene 15 racconti, uno più bello dell’altro. Ciascuno apre a una riflessione diversa. Per la sua brevità si può leggere, per l’appunto, in una sola giornata. ;)

Non voglio fare paragoni azzardati, ma mi ha ricordato, per il suo riuscire a fornire infinite metafore in racconti di poche righe, La tensione di Eva di Giuliana Mangione.

Io ho scelto di dedicare 15 sere diverse a questo testo, per assaporare un racconto al giorno. Il risultato? Ogni sera mi addormentavo con una finestra di riflessione aperta, su cui ragionare il giorno seguente e da finestra si apriva finestra. Pirandello sa donarti un bagaglio di pensiero e di cultura immenso.

Quindi servirebbero 15 recensioni diverse, da cui partirebbero altrettante, se non più, riflessioni. Un lavoro che non finirebbe mai. Occorrerebbe parlare del suo concetto di morte, del significato metaforico dei personaggi defunti che tornano a presentarsi ai vivi, della scelta degli animali per descrivere azioni umane… solo per dirne due o tre…

E poi è bello che ognuno esplori da solo la ricchezza che Pirandello regala alla mente.

Se poi cercherai il pensiero di Pirandello, scoprirai che se hai letto “solo” (si fa per dire!) Il fu Mattia Pascal, Uno nessuno e centomila, Sei personaggi in cerca di autore e Una giornata… ti sei perso tantissimo di questo autore. Io prima o poi leggerò l’opera omnia, anche perché molte tematiche pirandelliane le ho riportate sul mio romanzo Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità. Ad esempio la sua riflessione sulle maschere.

Chi ha scritto che siamo nani sulle spalle di giganti, ha scritto una grande verità.

Se non hai mai letto Pirandello, Una giornata è un testo agile e veloce da cui partire per passare a scritti più celebri. Se manca alla tua collezione, te lo invierò, regalandotelo e sperando di condividere con te tutte le finestre che mi ha aperto.

Buona lettura!

GGB