Quando la violenza è della donna. “Trecento Secondi”, di Patrizia Fortunati

Trecento secondiCaro Visitatore,

Oggi ti presento il nuovo libro di Patrizia Fortunati, Trecento secondi. Ho conosciuto Patrizia, lo ricorderai, per lo splendido Marmellata di Prugne.

Paolo Mazzini è un uomo come tanti, sposato con tre figli. Ha una famiglia, un lavoro e una vita normali. Una casa, un cane, un grande amore per la montagna e una salda fede in Dio. Una sera torna a casa e la trova vuota. Da lì inizia il suo incubo, che durerà quattro anni. Anzi sette. E tutta la vita. Scoprirà che la moglie lo ha lasciato, portandosi via i loro tre figli. Che ha sporto, con la complicità dei genitori, trentasette denunce contro di lui contenenti accuse gravissime, tra cui quella di aver abusato sessualmente dei propri figli. Inizia così il lungo calvario di Paolo. Tra avvocati, giudici, assistenti sociali e psicologi. Quella di Paolo Mazzini è una storia indelebile. Come indelebile è la cicatrice che gli riga il polso destro. Un romanzo ispirato a cento e più storie sofferte e taciute, storie che non finiscono sulle prime pagine e che, anche per questo, vanno raccontate. “Trecento secondi” è un romanzo coraggioso. Scritto da una donna, per tutte le donne e gli uomini che si sono ritrovati all’inferno. Per tutte le donne e gli uomini che fuggono e poi tornano. Per tutte le donne e gli uomini segnati da una cicatrice indelebile. Su un polso o sul viso o nell’anima. Perché abbiano la forza, sempre, di continuare la salita.

Mi piace commentare questo romanzo ripercorrendo le emozioni che ho provato nella lettura.

Le prime sono la rabbia e l’incredulità. Rabbia verso l’autrice, lo ammetto. Mi sono chiesto più volte che senso avesse un romanzo del genere, perché descrivere tanto male. Assieme alla rabbia, l’incredulità per la storia narrata, per delle azioni, quelle del personaggio Francesca, che sfuggono a ogni comprensione per la violenza che svelano.

Poi ho capito, dopo aver divorato 70 pagine in poche ore, che la rabbia e l’incredulità che provavo era quella di Paolo verso Francesca, che avevo identificato le azioni della protagonista femminile con chi me le aveva descritte.

Un’identificazione che mi ha fatto vibrare, complice la prima persona che Patrizia Fortunati utilizza, la sua capacità di identificarsi nei panni di un uomo, di un padre, di un disperato a cui viene tolto tutto in pochi mesi.

Poi si sono aggiunti l’amarezza, il sollievo, la compassione.

Un bellissimo libro, che ho finito in pochi giorni dato il coinvolgimento che mi provocava, ma che ho dovuto digerire bene, prima di commentare.

Patrizia Fortunati conferma il suo talento di autrice, sa scavare in fondo all’animo umano, sa inserire il lettore nella storia, sa farlo commuovere, sa farlo riflettere, con messaggi multipli sulle vicende giudiziarie che coinvolgono il nostro Paese, sulla necessità, in molti casi, di rispetto e silenzio da parte dell’opinione pubblica mentre la giustizia fa il suo lavoro. Sulle forme di violenza esistenti che non coinvolgono solo gli uomini contro le donne, ma agiscono anche in maniera opposta.

Fa riflettere su come ogni relazione sia il frutto delle relazioni che ci hanno insegnato i nostri genitori.

Paolo mostra una forza inaudita, perché gli hanno insegnato a convivere col suo dolore, trovando le risorse attorno a lui. Francesca crolla e violenta una famiglia intera, perché non le hanno insegnato cosa è l’amore.

Da leggere.

E da ri-leggere.

 

 GGB

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