La mia recensione a “Frammenti di vita”, di Cristina Rotoloni

Caro Visitatore,

Oggi ti parlo di Frammenti di vita, di Cristina Rotoloni, una silloge di racconti letta in versione cartacea, donatami dalla stessa autrice, che ringrazio.

Sinossi: L’autrice ha scritto: “Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale”, ma è impossibile al lettore non ritrovarsi in pieno tra le righe scritte con autentica semplicità e che trattano tematiche di vita quotidiana. Il primo capitolo è incentrato sul terremoto che ha colpito L’Aquila il 6 aprile 2009. Con assoluta eleganza, quasi sottovoce, l’autrice ce lo racconta, come a cercare di non infondere ancora dolore. La violenza sulle donne, l’amore per un padre, la leggerezza umana, l’indifferenza umana, l’amicizia e altro, danno la possibilità di leggere questo libro tutto d’un fiato, senza dare il tempo al cuore di smettere di battere forte. Leggendolo il tempo scorre in fretta, mentre le emozioni che regala… restano.

Il titolo parla di frammenti, ma forse sarebbe più appropriato parlare di perle di vita. Le mie aspettative su Cristina Rotoloni sono state ripagate in pieno. Con uno scrivere semplice e scorrevole, l’autrice dona al lettore la sua notevole competenza emotiva, la sua invidiabile empatia e la sua capacità di immedesimazione, che la porta spesso a scomparire dai racconti, lasciando parlare le emozioni dei diversi personaggi.

In zio Terry, Cristina narra la sua esperienza del terremoto de L’Aquila. Zio Terry è il terremoto stesso, che arriva rabbioso, improvviso, gridando e riducendo l’uomo al nulla. Ed è da questo nulla che Rotoloni riscatta l’umanità, descrivendo la ripartenza. Si sorride persino in questo racconto, un sorriso genuino, che partecipa alla speranza che viene trasmessa, alla visione positiva dell’umanità che questa autrice comunica. Una visione che porta perfino Cristina a definire la sua esperienza del terremoto un dono, perché nella difficoltà si può essere l’uno risorsa dell’altro.

Il nostro primo pasto insieme consistette in una fetta di pancarré, una di formaggio e una di salame. Gli anziani mangiarono la fetta di pane e passarono il resto ai ragazzi dicendo che non avevano fame. (…) E’ stato bello condividere quei momenti, ridevamo molto. (…) Mi è stata donata un’esperienza che ha forgiato il mio carattere e ha modificato il mio modo di vedere la vita. (…) Ho scoperto l’animo della gente. Non vi è stata ipocrisia, si sono viste le persone nel momento del bisogno, erano “nude” e mi hanno dimostrato che non è sbagliato credere in loro.

Una testimonianza reale, verace, che fa brillare una raggio di luce nelle tenebre della tragedia.

Create your own banner at mybannermaker.com!In Io sono, mi è sembrato di sentire parlare Martina, uno dei personaggi di Selvaggia, i chiaroscuri di personalità. Ecco un racconto in cui Cristina scompare, facendo parlare un personaggio affetto dalla sindrome del capro espiatorio. Con risorse a quota zero, un’autostima sotto i piedi e una paranoia soffocante, questa ragazza alessitimica e dalla madre castrante si vittimizza. Capita a molte persone di assumere il ruolo di vittime e di capri espiatori nelle relazioni familiari. E va chiesto: con la sua “colpa”, chi della sua famiglia deve salvare? Perché la sindrome del capro espiatorio in tutte le relazioni, dalla famiglia alla società, fa sì che ci si salvi colpevolizzando l’altro, che si incastra e si riconosce nel suo ruolo sacrificale.

Il mio dubbio è sul pensiero di Cristina in merito. È scomparsa dalla narrazione a tal punto da non farmi capire se condanna o comprende tale atteggiamento.

Arriva poi Tu, mio padre, ed ecco Cristina compiere la sua metamorfosi e ritrovarsi figlio di un padre padrone, un figlio costretto a fare da padre al suo stesso padre. E qui appare per la prima vota una tendenza che Cristina spesso farà trovare al lettore: non chiuderà il racconto, lascerà a chi legge il compito di farlo.

In Amore, l’autrice ci consegna un bel ritratto dell’uomo briciola (per approfondimenti, consiglio questo libro) che, preso da sé e dal suo dover fare. riesce a donare all’altro solo le briciole della sua emotività. Ha un po’ troppo il sapore dolciastro del lieto fine a tutti i costi, ma è un bel racconto.

In Sorella amica morte, troviamo una narrazione che fa riflettere il lettore sulla Morte. Cristina la sveste del suo alone macabro, restituendole dignità e il suo ruolo di componente indissolubile della vita.  Ora non temeva più la morta, ma a Lei si poneva con rispetto, consapevole che alla fine si sarebbero rincontrati e forse, questa volta, non l’avrebbe lasciato andare.

Ma la bravura di Cristina si rivela in Di chi è la colpa, dedicato alle donne vittime di violenza, a chi, per l’appunto, non ricorda il suo Valore. Ed ecco che Cristina sottolinea un dato essenziale della violenza domestica, la coazione a ripetere che spesso si situa a livello multigenerazionale in famiglia. E una donna vittima delle botte di chi dovrebbe amarla, ha avuto un padre violento, o una madre che come lei ha subito abusi. Se andiamo a cercare questa familiarità nelle vittime di violenza, spesso la troveremo, perché le dinamiche che attuiamo sono le stesse che in qualche modo ci hanno trasmesso in famiglia.

E non ce ne rendiamo conto, perché siamo troppo vicini alla nostra esperienza di vita per accorgercene. Con un esperto del cambiamento vicino, uno psicologo, noi, esperti della nostra vita, possiamo rompere la catena, liberando noi stessi e nostri discendenti da simili dinamiche.

Da notare, anche qui, l’empatia e la capacità di immedesimazione di Cristina Rotoloni.

Ma il maschio è dunque cattivo? È sempre e comunque carnefice, a fronte di una donna vittima? No, Cristina non cade in questo loop, ribaltando i ruoli e definendo un’altra forma di abuso in Sogno sfumato, dove riesce a immedesimarsi in un uomo, criticando la violenza femminile, meno evidente ma altrettanto subdola.

Da ultimo, ma non meno importante, Vita spezzata. Qui Cristina parla degli angeli caduti sulla strada, negli incidenti stradali. E lo fa da una prospettiva non facile da assumere: quella di un padre che ha tra le braccia la sua piccola esanime. Sceglie un padre, lei che non è ancora madre, e sceglie la prospettiva di una posizione innominabile. Perché in qualunque lingua non esiste termine per definire un genitore che perde un figlio.

È il racconto più toccante, dove Cristina raggiunge l’apice del suo talento.

Questo libro, caro Visitatore, proprio non può mancarti.

GGB

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Ascoltare: un atto d’amore.

Ciò che tu sei urla talmente ai miei occhi e ai miei orecchi da rivestirmi di nuova luce.
(tratto da alcuni scritti personali, non pubblicati.)

Caro Visitatore,

lo scorso lunedì ho avuto una stupenda conversazione di gruppo sull’ascolto e sull’accoglienza dell’altro come atti di amore.

Ne sono uscito più ricco e stimolato ad ulteriori riflessioni. Nei giorni successivi non sono mancate alcune associazioni con il mio romanzo, che vado qui di seguito a proporre.

Partiamo dai livelli di ascolto esistenti. Di solito sono tre:

1. Ascolto della voce: è la tipologia di ascolto più bassa. In questo caso ascoltiamo il suono
delle parole dell’altro, ma non il contenuto. Sappiamo distinguere l’intonazione, le pause, ma non
sapremmo ripetere il contenuto del messaggio. Ricordo un telefilm, in cui il protagonista diceva al figlio: Ascoltare una donna è semplicissimo, anche quando non ti va di sentire le sue chiacchiere. Basta ad ogni sua pausa dire: “ah, ma dici davvero?” E lei si sentirà ascoltata e
e continuerà a parlarti contenta, mentre tu potrai continuare a pensare ai fatti tuoi.

Un po’ misogino, forse, ma realistico… ehm… funziona…. 😉

2. Ascolto delle parole: è il livello medio che attuiamo ogni giorno. Ascoltiamo il messaggio,
rispondiamo, in breve colloquiamo, ma non andiamo oltre. Non ascoltiamo il mondo interno
dell’altro, le sue emozioni, collegate alle parole che utilizza.

E’ un ascolto partecipe ma in qualche modo arido, sicuramente il più diffuso.

3. Ascolto empatico: è l’ascolto più difficile da ottenere, quello scevro da pensieri e pregiudizi.
Si ascoltano le parole ma anche il cuore dell’interlocutore, le sue emozioni, il suo mondo interno.
E’ un ascolto che va oltre le parole.

Come si raggiunge un tale ascolto di alto livello? Il primo requisito è sapersi ascoltare: solo avendo
chiare le nostre emozioni e ciò che proviamo, potremo comprendere empaticamente l’altro.
Per far ciò occorre partire dal silenzio, che non è semplice assenza di rumore. Fare silenzio vuol dire fare deserto dentro, spegnere i propri pensieri, per accendere quelli che di solito copriamo del rumore delle cose quotidiane e materiali, nella nostra fretta di vivere.

Il silenzio parla anch’esso, rivela nuove voci interne che non sapevamo ascoltare. Nella relazione con l’altro, il silenzio rivela molto, porta un suo messaggio. In un gruppo, il silenzio ci aiuta a riprendere contatto con noi stessi, respirando. Quando una discussione è molto accesa e coinvolgente, il silenzio momentaneo ci aiuta a riprendere contatto con noi stessi e con il nostro corpo, ci aiuta a sentirci, a ristabilire un contatto con noi stessi per ascoltare l’altro. Senza questo contatto con noi stessi, difficilmente ascolteremo l’altro.

Il livello di ascolto empatico è quello che uno psicologo deve necessariamente donare al cliente, perché è da esso che parte la cura (oltre alla capacità di fare le giuste domande).

L’ascolto è in ogni caso un atto d’amore, un dono che facciamo all’altro nel far entrare lui e il suo messaggio nella nostra mente e nel nostro cuore. Da qui mi è venuto in mente un legame con il mio romanzo, Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità (se clicchi sul titolo, puoi leggere la trama).

La protagonista, che soffre di un consapevole disturbo di doppia personalità, instaura un lungo dialogo con Daniel, il co-protagonista maschile, spiegandogli il suo mondo, ambiguo, colmo di stranezze, e parlandogli dell’altra sua parte, Martina, sempre in terza persona, quasi fosse un’altra diversa da sé.

Dov’è il legame con l’ascolto? Tempo fa una persona che recensì il mio libro parlò di Daniel come capace di vero amore. Gli chiesi il motivo di tale opinione e mi rispose che a suo avviso era capace di ascoltare, sforzandosi di astenersi dal giudizio, accogliendo quella persona così complessata senza mai darle della folle. In quanti ci riuscirebbero? Mi disse. Per farlo serve dare vero amore.

Ecco dunque il legame. Daniel è capace di vero amore, perché in grado di ascoltare accogliendo Selvaggia, per quanto bizzarra e assurda nei suoi ragionamenti e comportamenti. (Naturalmente quando mi hanno fatto ragionare su questo punto ho risposto di non averci mai pensato: quante metafore si scoprono grazie alle riflessioni dei lettori!).

Io ancora non ho raggiunto un simile livello di ascolto, pur lavorando in un settore che richiede buone doti di empatia: serve un amore incontrollabile e assoluto, verso l’Altro e verso sé stessi.

Un amore che forse solo Dio, e chi valuta gli altri in funzione di Dio e non degli uomini, è in grado di donare.

GGB