La mia recensione a “Sette di denari, una moderna lotta d’altri tempi”, di Simone Pavanelli

5595495 (1)Caro Visitatore,

Oggi ti parlo di Sette di denari, una moderna lotta d’altri tempi, di Simone Pavanelli.

Sinossi:

“Sette di denari” è una storia piccola, con la esse minuscola, che parla di un paesone sperduto nella bassa padana, in cui c’è la più grande azienda metallurgica dell’Emilia Romagna. Una storia di lotta, in cui uomini e donne si sono incontrati, annusati e riconosciuti solidali, in un tempo in cui la solidarietà non è che una chimera da esibire alla bisogna. Una storia che arricchisce, perché non c’è nulla di più inestimabile dei rapporti umani che si sono creati. Una storia che emoziona, perché fortunatamente termina con lacrime di gioia. Una storia, quindi, che merita la esse maiuscola, perché i valori che esprime sono alla base della nostra umanità.

È un romanzo che ha il sapore di una cronaca, il racconto della lotta degli operai dell’azienda Berco contro una crisi che impone più di cinquecento tagli al personale.

E se richiamiamo il primo articolo della nostra Costituzione e ricordiamo che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, allora questa lotta si veste come una battaglia per la dignità e richiama, come nota lo stesso Pavanelli, la Resistenza partigiana. Per l’appunto, diventa una moderna lotta d’altri tempi e testimonianza di altre battaglie per il lavoro, che ogni giorno nascono nel nostro Paese.

Pavanelli sceglie un punto di vista particolare per la narrazione, quello di un operaio, credo inventato, che porta il suo stesso nome. Gli altri, citati per nome o con un soprannome, come lo stesso Pavanelli (appellato come lo scrittore) sono reali. Un punto di vista particolare e funzionale, che però poteva essere spiegato in prefazione, perché inizialmente spiazzante.

Punto di forza è la coloritura affettiva di questo romanzo, che lo distanzia dalle narrazioni spesso asettiche offerte dai media sul tema. Il Simone autore e il Simone narratore raccontano le speranze, la fatica, la rabbia, le lacrime, in  breve le emozioni di chi questa lotta l’ha portata a termine. E così il lettore è coinvolto pancia e mente, scende in strada con gli operai, appende idealmente al cuore la bandiera simbolo della lotta, con la scritta la Berco siamo noi. A rinforzo di ciò ci sono le fotografie dei tanti momenti e delle tante persone che hanno contraddistinto la lotta. Mancano solo i grandi assenti, più volte citati, coloro che non hanno scioperato e hanno continuato a lavorare, persino di nascosto, lasciando che gli altri lottassero per loro. Come recita un detto popolare, chi si astiene dalla lotta… 😉

Altro punto di forza è nella palese sensazione che Pavanelli abbia  investito corpo, anima e mente nel narrare al meglio quanto accaduto, non per tornaconto personale, ma per debito morale verso chi questa lotta l’ha vissuta da protagonista e l’ha respirata. Ed è forse questo che ha convinto l’amministratore delegato Morselli, colei che doveva decidere i tagli, descritta come la protagonista de Il diavolo veste Prada (come ha dichiarato lei stessa in un’intervista) a garantire la traduzione del libro in tedesco e la trasposizione cinematografica del libro. E se è vero che in passato ha partecipato alla ricerca di fondi per la Grande Bellezza, probabilmente riuscirà nell’intento. Ho qualche perplessità nel trasporre una storia del genere in un film, ma lascio decidere chi ha più esperienza di me in merito.

Due limiti del libro. Il primo risiede in una continua presenza della virgola tra soggetto e verbo, tipica del parlato, ma che personalmente ha il sapore di un pugno nell’occhio.

Il secondo, già notato in Verità oscura, è la tendenza di Pavanelli a limitarsi a resocontare una trama con soggetto, predicato e complemento oggetto, senza metafore, giochi di parole (mi piace definire così la capacità di chi scrive a dimostrarsi artista nella costruzione dei periodi), e tutte le figure retoriche che possono colorare una storia e che, mera opinione personale, tracciano il confine tra chi è autore e chi è scrittore.

Confesso che non ho comprato Sette di denari per l’amicizia che mi lega a Pavanelli. Raramente compro libri per amicizia, vedo questo atto come una diminutio dell’autore. Compri il libro per sentimento e poi lo lasci a impolverarsi su uno scaffale, perché manca l’interesse. Ho comprato il libro perché interessato all’argomento e perché affascinato dalla particolare antitesi del sottotitolo una moderna lotta d’altri tempi. È ciò che chiamo giocare con le parole, farsi artista di parole. È ciò che poco e niente ho trovato all’interno del testo, se non in frasi citate da Pavanelli.

Ed ecco l’augurio che da lettore faccio a Simone, quello di non limitarsi a raccontare una storia, ma tingerla di talento. Di non ritrarre ciò che vede con soggetto e predicato, ma di impugnare il pennello e colorarlo di arte. A non limitarsi solo a cosa racconta, che ha un peso relativo, è la tara di un libro, ma al come lo racconta. È un invito che coinvolge tutti noi che pubblichiamo romanzi, per distinguerci dallo scritto comune degli autori e ambire ad essere scrittori. Il mezzo? Leggere e selezionare al meglio le letture e farsi giocoliere di parole. E, bada bene, caro Visitatore, sono convinto che ciò non coincida con uno stile forbito e spesso pretenzioso, ma con uno stile che traduce in arte una trama, capace di prendere per mano il lettore e accompagnarlo in un viaggio 😉

GGB

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