La mia recensione di “Partenze”, di Maggie Van Der Toorn

PartenzeCaro Visitatore,

il libro che ti presento oggi è Partenze, di Maggie Van Der Toorn, di cui avevo già recensito Labirinti.

Posso presentarti questa antologia di racconti con una metafora. Immagina di prendere in mano una vita. Sì proprio una vita, che terrai tra le dita come un diamante. Prova a osservarla dalle sue diverse  angolature, girala tra le mani, stai e osserva.

Ora immagina partire da ogni angolo del diamante-vita un binario, che ha una stazione di partenza e una di arrivo, ma non sai quali siano. Alcune stazioni saranno belle, come bella sa essere l’esistenza, alcune brutte, come brutta può essere, in alcuni momenti, la vita stessa.

E tu sei quel passeggero, su un treno che è presente in ogni racconto di Maggie, a guardare dal finestrino le mille possibilità di questo viaggio.

Il libro di Maggie Van Der Toorn è un insieme di frammenti di vita, di viaggi nell’esistenza, alcuni con la lieta svolta (perché se si parla di vita, è già tragico di per sé parlare di lieto fine) altri con una svolta tragica, eppure reale, possibile, vera.

E ogni viaggio ti apre diverse riflessioni, con uno stile che sa toccare il cuore. Si narra della violenza di genere, della speranza, della rassegnazione. Si parla di sfaccettature dell’essere, dove vita e morte si intrecciano, l’una va in figura grazie allo sfondo dell’altra, in un’intercambiabilità che si trasforma riga dopo riga, binario dopo binario.

Perché c’è sempre un treno in mezzo, e quindi un movimento, un percorso, perché è impossibile vivere immobili sui propri piedi. Che il treno lo si osservi dalla stazione, che l’azione si viva al suo interno, poco importa. Il treno è mezzo di cambiamento.

Credo che Partenze completi o comunque continui un percorso già iniziato da Maggie con Labirinti, e sono curioso di leggere dove la porteranno i prossimi racconti che pubblicherà, sperando, come lettore, che presto ci sappia sorprendere con un romanzo.

Consigliato,

 

 GGB

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La mia radiointervista a Mauro Cesaretti, autore di “Se è Poesia, lo sarà per sempre”

Caro Visitatore,

Nella sesta puntata di Crisalide sarà nostro ospite Mauro Cesaretti, un giovanissimo poeta che ha all’attivo già due pubblicazioni, Se è Vita, lo sarà per sempre e Se è Poesia, lo sarà per sempre. Presto uscirà la terza silloge, a completare una trilogia chiamata Infinito.

Ma la vera forza di Mauro è di essere artista a 360 gradi. Oltre alla poesia Mauro ha studiato come musicista e attore di teatro, arrivando a mescolare i vari generi di arte, riportando in auge, per esempio, la Body Poetry.

E non solo. Mauro ha ripreso le tematiche del romanticismo, fondando una corrente definita Neo-Romanticismo.

Tutto questo te lo spiegherà lui. 

Io voglio soffermarmi su un particolare. Durante la puntata ascolteremo Mauro decantare alcune delle sue poesie, l’ultima delle quali ha sancito l’uscita dell’intervista proprio in questo giorno speciale, il 19 marzo. 

A suo padre, a mio padre, a tutti i padri che non ci sono più, ma vivono nel nostro ricordo, voglio dedicare questa puntata di Crisalide.

Buon ascolto!

 GGB

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La mia recensione di “Labirinti”, di Maggie Van der Toorn

Ho lasciato la caverna, il buio, l’ignoranza ed ora che la mia anima è apolide, e il mio spirito vola alto, ricordo quel piccolo miracolo di una lama di luce, che da quel giorno mi scalda anima e cuore.

LabirintiCaro Visitatore,

Oggi ti presento un libro di racconti, Labirinti, di Maggie Van Der Toorn.

Prima di commentarlo, una piccola premessa. Ho aspettato diversi mesi prima di leggerlo. Me lo regalò lei stessa a dicembre 2014, durante una presentazione a Cattolica.

Ho atteso perché avevo un sincero timore di non recensirlo positivamente.

Se segui questo sito, saprai ormai che ho sempre diverse remore verso i racconti. Non è facile creare in poche pagine una storia che sappia donare realmente qualcosa al lettore. Sono convinto che in molti provino, in pochi riescano.

Dunque partivo già prevenuto. In più, Maggie mi ha sempre colpito come persona. La conosco poco, ma ho sempre apprezzato quel raro dono del sorriso negli occhi, la percezione di avere davanti una donna che sa guardare il mondo con il dono della meraviglia.

E, dunque, se non mi fosse piaciuto il libro, come criticarlo a una persona così?

Poi l’ho letto, ed è accaduto che non mi sia piaciuto. Di più.

Maggie ha il rarissimo dono di saper costruire in pochissime pagine perle che trasmettono il profumo della vita, che non si concludono lasciando il lettore a mani vuote, ma donano riflessioni che dalla mente scendono al cuore.

Maggie ha la capacità di narrare con leggerezza frammenti di vita. Sa attivare la ricchezza di immagini che ongi individuo ha dentro. E guarda caso scrive: immaginai di essere io il suo strumento e abbandonarmi alla sua bravura nel far risuonare la mia musica.

Non so dirti quale sia stato il racconto più bello, posso rivelarsi quali mi abbiano colpito di più.

Il primo è Crescere. Sono parole di un figlio a una madre, ha il sapore di una lettera di addio, eppure sono pensieri di un quasi nato prima della sua nascita. La sola separazione è dall’essere simbiotici al diventare due esseri con respiri diversi. Ho visto la congiunzione tra la vita e la morte.

L’ho fatto leggere a una persona cara che ha perso la madre e ancora ne piange la perdita. Le sue lacrime miste ai sorrisi mi hanno confermato tutte le sensazioni che il racconto mi aveva donato.

L’altro racconto è Pensieri circolari. Qui Meggie sceglie il contesto della stazione Termini per seguire i pensieri degli astanti, l’uno chiama l’altro, fino ad arrivare a lei e a un bellissimo saluto che chiude il libro (Osservo e percepisco questa realtà, come un fluire di pensieri comuni, collegati, in continua perenne evoluzione(…) Salgo. Si parte. E’ ora di tornare a casa. Arrivederci Roma. Sono arrivata a Termini, o scusate… al termine). Ho riconosciuto anche una persona tra esse, che spesso si vede a Termini perché ha fatto della stazione la sua casa. Avrebbe potuto agganciarsi ad altri mille pensieri, non mi sarei stancato di seguire con lei la ricchezza dell’uomo.

Il flusso di pensiero è lo stesso che si ritrova nel libro, dove l’unico fil rouge che lega una narrazione e l’altra è la capacità di Maggie di fissare un frammento, incastonarlo in una prospettiva di luce e fartene dono, arricchendolo spesso con metafore davvero gradevoli.

Cosa criticarle? Se volessimo cercare il pelo nell’uovo, i dialoghi un po’ monotoni nel primo racconto, che richiama un po’ il Dorian Grey di Wilde (Per sempre) o ancora il racconto Io (le) lei (la), che non ho compreso.

Per il resto non ho null’altro da criticarle, ho solo una voglia da confessarle. Leggere un suo romanzo. Quasi ogni volta che iniziavo un suo racconto, mi ritrovavo a pensare che era bello ciò che leggevo, e che mi sarebbe piaciuto che l’intero libro susseguisse quella storia.

Labirinti è consigliato perché sa donare arte, e l’arte sa rinarrare ciò che hai dentro e ciò che è attorno a te, in una luce nuova.

 GGB

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La mia recensione de “Il passo perfetto. Cammino di Santiago”, di Nicola Artuso

Prendi un campione di umani (…) Mettili nel Cammino di Santiago de Compostela, con dieci chili sulle spalle e la consegna di camminare. Camminare e basta (…) Troverai che nel giro di un paio di giorni tutte le convinzioni che avevano, prima di mettersi in marcia crolleranno come donne (…) Troverai che diventeranno uomini e donne, solamente. (…) E scoprirai anche che, dopo dieci giorni fi cammino, non sono più quelli che erano prima. Ma altri.

Caro Visitatore,

Il libro che ti presento oggi rientrerà certamente nella top ten dei libri più belli letti nel 2015. Si intitola Il passo perfetto. Cammino di Santiago, ed è stato scritto da Nicola Artuso.

Prima di tutto devo confessare che ha tradito tutte le aspettative negative che avevo riposto in esso. Quando lo ricevetti a casa dalle edizioni Il prato, pensai a un errore. Ero in attesa di un altro libro e mi era arrivato questo (non ricordandomi minimamente di essermi accordato con due collaboratrici diverse della stessa casa editrice per due testi diversi, ma questa è un’altra storia…).

Così come si presentava , con la copertina gialla con cenni di rosso (i colori che associavo alla giornata mondiale della gioventù di Madrid) e con il palese riferimento al cammino di Santiago, mi dava l’idea di essere un polpettone spiritual cattolico, di trecento e passa pagine. Una roba forse interessante, ma tediosa da morire.

Mi sono bastate tre pagine per capire il mio errore, e mi sono legato completamente al libro. Tanto per citare Artuso, una delle mie menti si è legata al suo testo, attendendo l’intera giornata per tornare a leggerlo ogni sera.

È la ricerca del passo perfetto  (Il Passo Perfetto esiste e sta a metà strada tra il movimento e la sua assenza. Il Passo Perfetto è la via di mezzo tra l’andare e il venire dei flussi), è il diario di bordo di un viaggio iniziato quasi per caso, con motivazioni che si scopriranno essere anche più profonde di quanto lo stesso Artuso fosse inizalmente cosciente.

Nonostante l’ateismo di Nicola (Signore, grazie di avermi fatto ateo) c’è una spiritualità profonda che lega oriente e occidente, che in alcuni passaggi va nel profondo del narratore e dell’umanità, alla ricerca di un senso al cammino di Santiago, che diventa indirettamente suggestiva metafora del cammino di vita. Un cammino fatto di solitudine e di incontri, ciascuno dei quali cambia la vita, un cammino fatto di nascita , crescita e morte (Deve succede per forza qualcosa una volta arrivati lì sopra altrimenti che senso avrebbe tutto ciò? Ma il bello di tutta la questione è che puoi verificarlo. Se ci arrivi, puoi verificare).

La visione di uomo che ne esce è splendida.

I collegamenti che sono riuscito a fare con la bioenergetica, con lo Yoga e con  la mindfullness mi hanno detto tanto del pensiero di Artuso.

Il ritmo narrativo è incalzante , somiglia al ritmo del passo da tenere per concludere il cammino, fa scomparire “la fatica” dei tanti chilometri (ovvero delle tante pagine) da attraversare.

C’è chi ha definito lo stile di Artuso umoristico, ma non sono d’accordo. Il testo è, sì, pregno di umorismo tipico del nord Italia, ma vedere solo i sorrisi è limitante. Mi piace definirlo un libro emotivo, capace di far ridere e di commuovere, di meravigliare nell’incanto dei paesaggi e di far innervosire. Perché è lo stesso narratore che si dà la libertà di ridere, di piangere e di innervosirsi.

E dona, di conseguenza, la stessa libertà al lettore, che pur non essendo mai citato nel testo, diventa compagno di viaggio prediletto di Nicola Artuso. O, almeno, io mi sono sentito così. ;)

Una resa splendida.

Da sottolineare la meditazione (credo propria dello Yoga) delle ultime pagine, un vero e proprio inno all’armonia.

Fatta eccezione per qualche raro refuso (e un “ma però” nelle ultime pagine che mi ha fatto contorcere lo stomaco), non ho nulla da criticare a questo libro, davvero consigliato a chi voglia mettersi in viaggio, camminare, e dunque riflettere sulla vita. Ottimo libro.

Buon cammino, peregrino!
Utreya!

 GGB

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