La mia recensione di “Solo una madre finta”, di Daniela Biancotto

Solo una madre finta. Storia di un'adozioneCaro Visitatore,

Ho appena terminato di leggere Solo una madre finta, di Daniela Biancotto, in versione E-Book, gentilmente donatomi dall’autrice.

In questo libro viene raccontata la storia di un’adozione difficile. I due coniugi, gratificati da un matrimonio sereno, decidono di prendere una figlia per coronare completamente il loro amore. Purtroppo Bianca si rivelerà essere una ragazzina piena di problemi, incapace di accettare l’affetto che i nuovi genitori cercano di darle, per mille motivi: il suo turbolento passato, l’erroneo indottrinamento di una suora, il suo carattere impossibile e l’incapacità di psicologi e assistenti sociali di fornire un sostegno adeguato al nascente nucleo familiare.

Dire che è un tuffo al cuore di emozioni è dir poco. Non so se la storia sia reale o meno, la prima persona e la vicinanza emotiva che Daniela Biancotto trasmette al lettore suggeriscono di sì, ma a fine libro l’autrice dichiara che si tratta di pura fantasia.

Se così fosse, dovrebbero raddoppiare i miei complimenti per il coinvolgimento che ha mostrato e che mi ha provocato.

La madre narrante accusa e si accusa, si scusa e si giustifica, né più né meno mette su carta il dolore e il senso di solitudine (e ce ne è tanto che passa al lettore ) nel crescere una figlia adottata che nella rabbia, nella speranza e nel dolore dimostra di amare più di se stessa.

Una figlia stra-viziata prima dell’adozione, con tratti di un disturbo oppositivo provocatorio nell’infanzia e nell’adolescenza, e con i primi cenni di un disturbo borderline verso la maggiore età.

Ma i tratti della figlia non sono il vero problema, ciò che più colpisce è la solitudine che la madre trova nel chiedere aiuto a parenti vicini e lontani, a servizi iatrogeni vicini e lontani. Una patologia (la definisco cosi) sistemica e multi forme, da cui emerge che la situazione di Bianca e la solitudine della madre non sono che la punta dell’iceberg. Il senso di abbandono di Bianca è specchio del senso di abbandono della madre.

La ribellione di Bianca, oltre ogni limite, è specchio della rabbia della madre verso istituzioni che aiutano a rinforzare il danno più che l’aiuto. Il libro della Biancotto fa riflettere sull’adozione, mostra che non tutte sono facili. Come d’altronde nessun genitore ha a disposizione un manuale di istruzioni, ma chi sa scegliere di essere genitore ha una forza che travalica ogni confine.

La forza di questa madre di non arrendersi neanche quando dichiara di essersi arresa.

Unica pecca di questo libro appartiene a chi lo ha pubblicato (una casa editrice tristemente famosa) e a chi, in contemporanea, non lo ha scoperto. Ciò nonostante, mi ha stupito la cura delle parole e la totale assenza di refusi.

Brava la Biancotto? O l’Albatros sta cominciando a diventare una casa editrice vera?

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com! Create your own banner at mybannermaker.com!

 

FacebookCondividi

Ti regalo le notti bianche di Dostoevskij

Caro Visitatore,

oggi condivido con te un classico, nato dalla penna di Dostoevskij: Le notti bianche, che insieme a Delitto e castigo penso sia una delle opere più lette e amate dell’autore. Naturalmente lo invierò in regalo nella prossima newsletter e dopo Calvino, Pirandello e Schnitzler è il quarto regalo che invio. :D

Se ancora non sei iscritto e ti sei perso tutti questi doni, clicca qui. Farò in modo di inviarteli, perché i bei libri vanno sempre condivisi.

Sull’autore, puoi trovare una miriade di informazioni in rete, io ti segnalo questo blog,che contiene spunti molto interessanti e di livello, e mi limito a citare una sua frase, trovata nella prefazione al testo. Fedor la scrisse in una lettera al padre a soli 18 anni. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo. Penso sia un vero inno alla ricerca dell’altro, a me ha colpito molto.

Ho letto questo romanzo in versione cartacea, edita dalla Newton & Compton e pagata al prezzo di un caffè, 0,99 centesimi…!

Fedor si trasforma in un sognatore, che vive la sua esistenza tra mille fantasticherie, interrotte per un breve lasso di tempo (quattro notti, per la precisione) dalla dolce Nasten’ka. Il testo si apre con una deliziosa, seppur malinconica, descrizione di San Pietroburgo, delle sue strade e dei suoi palazzi, che sembrano quasi diventare umani attraverso gli occhi del sognatore, come rivela questo passo:

E conosco bene anche tutte le case. Quando cammino pare che ciascuna di esse mi venga incontro lungo la strada, mi guardi da ogni finestra e mi dica: «Buongiorno; come va la salute? Io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano». Oppure: «Come state? Quanto a me da domani dovrò essere restaurata». Oppure: «Per poco non sono andata a fuoco e mi sono presa uno spavento!» e altre cose del genere.

Quanta solitudine c’è nella vita di un uomo che nell’immobilità dei palazzi cerca una relazione vagamente umana? Il sogno diventa un rifugio di fantasia, per sfuggire a una vita solitaria, diviene un ricettacolo che sostituisce una realtà che il protagonista sembra non accettare. Mi è sembrato avere contemporaneamente il dolce profumo dell’infinito e l’odore di chiuso di una prigione. Scrive Dostoevskij: anche a casa ero depresso. Per due sere cercai di capire. Cosa mi manca nel mio angolo? Perché era così difficile restarvi?

La domanda dunque è cosa ho perso? Una delle prime da porsi, in caso di depressione. E il protagonista de Le notti bianche è melanconico e depresso, cerca consolazione e chissà cos’altro nella sua fantasia: Un nuovo sogno – una nuova felicità! Una nuova dose di veleno raffinato e lussurioso! Oh, che ha a che fare con la nostra vita reale!

Tutto il testo è narrato in prima persona, ma il protagonista usa la terza persona singolare per descrivere la sua sofferenza, l’assenza di calore umano e la vuotezza che connotano la sua vita, in breve la sua depressione e conseguente  fuga nel sogno: E il sognatore fruga invano, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, cercando in quella cenere almeno una scintilla, per soffiarci sopra, per scaldare al fuoco rinnovato un cuore ormai freddo, e ridestare in esso tutto ciò che prima gli era caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e ingannava tanto magnificamente!

La poesia che Dostoevskij trasmette in quella prima notte stellata che il lettore incontra, è incantevole. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose? Bella domanda, caro Fedor, hai tanta tanta ragione… e fai bene ad aggiungere che Questa pure è una domanda giovane, caro lettore, molto giovane, ma che il lettore la mandi più spesso alla vostra anima!

Nasten’ka capita quasi all’improvviso, quando il sognatore la salva da un molesto passante. La sua presenza interrompe il suo continuo e malinconico viaggio con la mente [… perché Dio vi ha mandato a me, mio buon angelo (…) e cos’altro potrò sognare, quando sono stato nella realtà tanto felice accanto a voi?]. Il sognatore si professa amico, ma è cotto di Nasten’ka, anche se appare più innamorato dell’idea di avere il calore di una presenza umana, non più vacua come i suoi sogni. Quanto rendono meravigliosa una persona la gioia e la felicità! Come ferve un cuore innamorato! Sembra che tu voglia riversare tutto il tuo cuore in un altro cuore, vuoi che tutto sia allegro, che tutto rida!

Chissà perché questa scelta della terza persona? Chissà se Dostoevskij non parlasse piuttosto della sua solitudine?

Saltuariamente si dice felice, tanto che gli sembra di essere in Italia… Sarebbe interessante vedere come oggi Dostoevskij giudicherebbe il nostro Paese, se ancora l’assocerebbe all’immagine della felicità! O.o

Nel dialogo notturno tra i due, il protagonista sembra tornare all’adolescenza, all’epoca in cui ci si strugge per il primo amore, in cui si ama, ma non si confessa, in cui si maschera con l'”amicizia” un sentimento più profondo.

Mi è sembrato che in qualche tratto il protagonista fosse eccessivamente patetico, probabilmente fu una cosa voluta dallo stesso Dostoevskij.

Un romanzo indubbiamente da leggere, breve ma ricco di emozioni e di pathos, come emerge dai molti dialoghi in cui i protagonisti spesso ripetono più volte una frase carica di emozione: Che fare, che fare? o Ah, mio Dio, mio Dio! (il romanzo è pieno di simili ripetizioni emotive).

Il finale, ovviamente, non te lo svelo, anche se è abbastanza prevedibile. Lascio che sia tu stesso a scoprirlo dalla lettura che lunedì ti invierò in dono ;)

Ti lascio con tre interrogativi, che il romanzo stesso mi ha posto e che pongo a te:

Quanto utilizzi i sogni e le fantasticherie per evadere dalla realtà o quanto costituiscono piuttosto un rifugio obbligato?

Nella tua vita li usi come risorse per vivere meglio o sono prigioni dove ti chiudi?

E la persona che ti è accanto è un qualcuno con cui condividere i tuoi viaggi mentali o un elemento di disturbo al vagabondare della tua mente?

Dalle risposte, possiamo capire quanto il fantasticare sia per noi risorsa o ostacolo. Quanto stiamo arricchendo la nostra realtà con la fantasia o quanto ci stiamo perdendo della bellezza del reale per chiuderci in un pensiero.

Buona lettura e buona riflessione ;)

GGB

La presentazione dei personaggi di Selvaggia: Martina

Nell’ottica di analizzare i personaggi principali del romanzo, dopo aver parlato di Daniel passo ora a Martina, il personaggio forse più complesso e problematico.
Qui l’analizzo singolarmente, slegato perciò dal suo secondo (o principale?! ;) ) Sé, costituito da Selvaggia.
Mi interessa prenderla come persona finita, per darne una visione più profonda ed evidente, sempre evitando lo spoiler :D

Partiamo dalle parole di Selvaggia: ‹‹ Martina vive in me e io in lei, ma non siamo la stessa persona.››

Salvo alcune brevi apparizioni, infatti, il lettore conoscerà Martina unicamente dalle parole della dark, che ne parlerà sempre in terza persona, pur essendo un tutt’uno con lei.
Dai pochi incontri tra Daniel e Martina sarà subito lampante la scontrosità della ragazza.

La prima parola chiave per lei è infatti asocialità: Martina appare completamente sfuggente ai rapporti sociali, quasi fosse circondata da una cortina protettiva, da un guscio che la isola dal resto del mondo.
Se sollecitata con qualche domanda da risposte evasive, o che chiudono nettamente la conversazione, senza possibilità di rilancio dello scambio, destinata a morire nell’apatia.

La seconda parola chiave è alessitimia, è questo infatti il nome del disturbo che coinvolge Martina, che riguarda l’incapacità patologica di vivere le proprie emozioni, di saperle provare, descrivere e dunque comunicare all’altro.

Il risultato è nella terza parola chiave, l’apatia o anche anaffettività: il vivere senza emozioni apparenti.

La quarta parola è la solitudine, quell’isola in cui Martina si è rifugiata, come naufraga di una vita che l’ha schiacciata e distrutta già in adolescenza e da cui è incapace di uscire.

L’ultima parola è Pezzo di Ghiaccio, il nomignolo che le viene attribuito al primo incontro con Daniel, che rende l’idea della freddezza della ragazza, del congelamento interno delle sue emozioni. Mi sollecita l’immagine di un iceberg che vaga silenzioso e solitario per l’oceano della vita, talmente lento da sembrare immobile. Un movimento però ce l’ha, che sfugge agli occhi di chi lo vede, come pure ha una profondità, perché la punta visibile è nulla rispetto a ciò che c’è sotto il pelo dell’acqua, e che solo chi ha la pazienza di scavare e capire, come Daniel, può scoprire.

Una volta un amico si sfogò con me dicendomi che al mondo c’erano moltissime persone superficiali. Gli risposi che non credevo nell’esistenza di questa tipologia di persone: ognuno di noi ha una sua profondità. La possibilità di accedervi è data però dallo spessore del muro che mettono tra noi e loro, da quanto ci permettono di osservare del loro mondo e, non meno importante, da quanto sono sviluppati i nostri sensi per scavare in loro. Non è altro che un gioco relazionale, in cui entrambi gli interlocutori sono coinvolti. Se si vince, si arriva in profondità; se si perde, si resta alla superficie.

Per concludere faccio una domanda provocatoria: alla luce di queste difficoltà emotivo-relazionali, cosa rappresenterà per Martina, Selvaggia, questo Sé opposto e pieno di vita? Una morte definitiva o una speranza di sopravvivenza?

Buone interpretazioni ;)

GGB