“L’incensiere”, di Valerio Della Ragione. La castrazione di Dioniso.

Caro Visitatore,

51ZU5ypTe4L._SX355_BO1,204,203,200_Qualche tempo fa mi è stata proposto di recensire L’incensiere di Valerio Dalla Ragione.

Qui la sinossi:

Con vostra grande sorpresa vi scoprite essere lo scomodo bersaglio della classe dominante della vostra città, una città dove centotrenta milioni di persone vivono con lo spettro di un conflitto che potrebbe annientare le loro esistenze. Mentre la corruzione dilagante ingloba la vita politica e un monarca semi-umano getta le fondamenta di una nuova società, la morte a cui vi hanno predestinato potrebbe non essere la vostra unica opzione: dimore imperiali oltre la via della seta, autostrade informatiche, etnie robotiche sepolte dal tempo e cerimonie del tè in un pomeriggio d’autunno si mostreranno nel campo delle vostre possibilità. Fra i riflessi distorti di una metropoli dormiente e le notti di delirio nella ferocia di un’altra epoca, vi chiederete se le domande sulla vostra vita e quello che vi circonda valgano la pena di essere poste.

Occorre dire che, nonostante la sinossi e la biografia del giovane autore mi attraessero, mi sono ritrovato, non senza mille ripensamenti, ad abbandonare la lettura.

L’autore mostra una padronanza della lingua italiana efficace, e indubbiamente ha scelto un’arte, quella della scrittura, su cui ha il potenziale per potersi esprimere. Tuttavia, in questo scritto, dà l’idea di voler volare troppo in alto per le sue ali, mancando di empatia verso il lettore.

La narrazione unisce in un mondo futuro stralci dell’epoca latina e greca, e tematiche orientali, e riprende l’antica contesa, tutta italiana, tra quelli che potremmo definire Guelfi e Ghibellini. Elementi, questi, che potrebbero essere tutti punti di forza del romanzo, se non fosse che l’autore li incastona in un mondo con popolazioni, persone, ed eventi storici poco approfonditi e spiegati, al punto che il lettore si ritrova con poche coordinate per comprendere la storia.

E se già questo mostra una poca empatia con in lettore, potremmo anche dirci, fin qui, poco male. Con un po’ di sforzo mnemonico e intellettivo in più da parte del lettore (che non dovrebbe essere richiesto), il romanzo prima o poi potrebbe chiarire molte cose del contesto narrativo.

La vera pecca è che il romanzo poggia totalmente sul razionale, lascia sullo sfondo le emozioni, e i vissuti emotivi, dei personaggi. L’emotivo appare così non assente, ma letteralmente castrato.

La narrazione diventa pretenziosa, e arzicolata, con troppi giri di parole.

E per quanto ci si sforzi di proseguire, dando fiducia all’autore e alla sua cultura, ci si ritrova a non risuonare, a ripetersi quanta barba e quanta noia si provi in corso di lettura.

L’autore cita ad un tratto il Dionisiaco e l’Apollineo. È come se, nello stendere il romanzo, avesse scelto di appoggiarsi del tutto all’apollineo, castrando Dioniso. E personaggi diventano per la maggior parte inespressivi. Ho parlato volutamente di castrazione: perché le emozioni ci sono ma si perdono in giri di parole razionali e inespressivi, che trasformano il romanzo in una cronaca asettica di ciò che potrebbe essere il futuro.

Credo che l’autore, che mostra una cultura e una conoscenza notevoli, debba imparare ad ascoltare di più il suo Dioniso, facendo qualche passo indietro sul suo razionale. Perché la vera conoscenza si trasmette solo attraverso il giusto equilibrio tra emozione e ragione. Il resto è eccesso, vuota passione delirante in un caso, asettico nozionismo nell’altro.

Ed è, in ambo i casi, solo rinuncia.

 GGB

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La mia recensione di “Vanità di potenza”, di Giulia Esse

9788892625440Caro Visitatore,

Ho letto un romanzo che mi ha estasiato fin dalle prime pagine, Vanità di potenza, di Giulia Esse.

 

Sinossi:
Venezia 1797. Napoleone Bonaparte è ormai alle porte della Serenissima: dopo tanti colpi e sventure, presto la Repubblica cadrà. Insieme all’orgoglio della città deve piegarsi anche quello di Anna, giovane sposa costretta dai debiti del marito a trasferirsi nella casa dello zio di lui, Fosco Alvise Candiani, il più acclamato compositore di Venezia. Abbandonata in una casa ostile, strappata ai suoi affetti e a tutto ciò che conosceva, Anna si aggrappa all’unica cosa che le resta: il suo sogno di diventare violinista. Per farlo, è pronta ad assumere l’identità del marito, di cui nessuno ha più visto il volto fin da quando era ragazzo. Nei panni di un uomo, Anna trova la libertà che ha sempre bramato, ma rischia di perdere se stessa. E gli occhi severi di Fosco, l’uomo che sembra la sua perfetta antitesi, sono pronti a ricordarglielo in ogni momento. Echi di concerti, clangore di spade e pettegolezzi sussurrati corrono tra le rughe e le calli, ma tra i mille specchi di Venezia si cela la domanda più importante di tutte: è più giusto vivere secondo coscienza, o secondo reputazione?

 

Ambientato nel 1700, la storia narra di una giovane donna, maritata da poco e poi lasciata da un marito alle veci di uno zio musicista, da lui detestato. Ella sarà pronta a trasgredire ogni regola del costume femminile dell’epoca, per cercare il proprio riscatto, fino a fingere di essere il proprio marito grazie a un travestimento.

 

A far da sfondo una Venezia descritta pregevolmente e l’arte musicale che accompagna la storia e, data la pregevolezza con cui vengono descritte note e sinfonie, ritengo anche la vita dell’autrice.

 

È una narrazione che rivela un gran lavoro da parte di Giulia Esse, che ha curato ogni dettaglio. Straordinario sia il ritmo della storia, che non cala mai di livello, e la sintassi utilizzata, che tanto nel narrato quanto nei dialoghi, si adatta perfettamente all’epoca descritta, senza mai risultare ampollosa.
Cresce e muta la storia, mutano i personaggi, e si svelano a poco a poco nella loro complessità. In un passaggio, la protagonista Anna e lo zio compositore Fosco (il personaggio forse più interessante e complesso del romanzo) disquisiscono dei topoi della letteratura. E proprio ai topoi ha rinunciato l’autrice, rendendo ogni personaggio ricco e mutevole.

 

Il vero punto forte di questo testo è la complessità dell’animo umano, finemente descritta, grazie alla cura di ogni dettaglio, a partire dalle movenze dei personaggi, al loro comportamento non verbale, ben studiato e riportato al lettore.
La maggior parte di loro sorprende nel suo disvelarsi, compreso un assente come il marito Lorenzo, che nonostante venga liquidato in pochi capitoli, risuona lungo tutta la storia.

 

Dettaglio e leggerezza, gli ingredienti che creano una sinfonia della storia che esalta un talento notevole dell’autrice.

 

Piccola pecca è l’uso ripetuto di alcune espressioni  (es. Lo guardò in tralice o si morse l’interno della guancia), troppo abusate nel corso dei capitoli, in modo ripetitivo. Al punto che, in merito alla seconda espressione, viene quasi da pensare che i personaggi si siano ormai massacrati l’interno delle guance, tanto se le sono morse nei mesi della storia narrata.

 

Altra imprecisione, è una concezione dell’Io (disgregato) troppo moderna, e dunque anacronistica, rispetto all’epoca narrata. Freud deve ancora nascere quando Napoleone conquista Venezia, e fino ad allora le riflessioni sull’Io erano filosofiche, e non certo psicologiche o psicopatologiche.

 

Per concludere, è decisamente consigliata la lettura di questo romanzo, e decisamente si consiglia di seguire Giulia Esse, che avrà ancora molto da offrire alla letteratura. E mi auguro per lei che trovi una casa editrice in grado di valorizzare e promuovere il suo talento. Perché è un testo auto-pubblicato, che si discosta enormemente dal livello medio dei Self-Pubblisher, per qualità narrativa, ritmo e assenza di refusi.

 GGB

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La mia recensione di “Venetia Nigra”, di Alessandro Vizzino

Caro Visitatore,

oggi ti pavenetia-nigrarlo del nuovo romanzo di Alessandro Vizzino, Venetia Nigra.

Seguo Vizzino quasi dagli esordi e ho sempre apprezzato la sua penna, pur in modo critico, prestando particolare attenzione agli scambi dialogici che intesseva nei suoi romanzi, talvolta criticandoli nella loro “scontatezza”. E lui lo sa, perché il bello del nostro scambio sui nostri scritti è stato quello di eliminare ogni vezzoso complimento dettato dall’amicizia, e criticarci, per crescere come persone e come autori. In modo trasparente e sincero.

Con la stessa trasparenza e sincerità, devo ammettere che con Venetia Nigra Alessandro ha letteralmente superato se stesso, battendo, per stile e capacità narrativa, tutti i suoi precedenti scritti.

Voglio partire da una frase che come lettore troverai nella prima pagina. Venezia (…) Una bellissima prostituta sfuggente: non si negava a nessuno, ma nessuno ne avrebbe mai colto la reale essenza, nemmeno possedendola un milione di volte. Un concetto che, con parole diverse, chiude anche il romanzo.

Credo che questa frase riassuma tutto lo sforzo fatto da Vizzino nello stendere questo scritto, perché il vero punto di forza di questo romanzo, oltre a una trama coinvolgente, a dei personaggi ben costruiti e a uno stile fluido e scorrevole, è l’ambientazione del romanzo, che si traduce nella capacità dell’autore di costruire letteralmente attorno al lettore una Venezia del 1700.

Chi avrà visitato Venezia avrà colto un tale fascino e una tale bellezza difficile da riprodurre in uno scritto di qualunque tipo. In molti l’hanno celebrata, in pochi sono riusciti a costruirla attorno ai lettori, con dovizia di particolari, permettendo loro di camminare tra le calli con i personaggi, di respirare l’aria veneziana assieme a loro, di sentire persino il rumore dell’acqua, il profumo intrigante di una città che si fatica a credere sia stata davvero costruita da una mano umana.

Per sfidare la sua bellezza e scegliere di trasporla in un romanzo, devi essere un pazzo o una penna di vero talento. O forse entrambe le cose. Perché il fallimento è dietro l’angolo, e consiste nel non riuscire a cogliere neanche un infinitesimo di tanta bellezza.

Vizzino è riuscito in questa impresa, sulle pagine di questo romanzo ha portato l’intrigo, la doppiezza dell’animo umano, l’amore, la virtù, la cupidigia, la brama di potere, ma, soprattutto, il suo amore spassionato per questa città, che si vede che ha visitato più e più volte, ciascuna con animo diverso. Ed era consapevole che, da prostituta, mai l’avrebbe colta del tutto, ma nell’umiltà di questa posizione, è riuscito a costruire un contesto d’azione ricchissimo di particolari, e funzionale alla storia, che esalta il suo valore, e il suo pregio, grazie al contesto che la circonda.

La “telecamera” che ha usato Vizzino per narrare la storia è passata dietro a ogni personaggio, il punto di vista narrativo muta di capitolo in capitolo, ma il contesto veneziano, l’ambientazione dei palazzi e delle calle, l’interno delle taverne, o delle botteghe, è l’onnipresente protagonista. La telecamera parte dall’ambiente e arriva ai personaggi, continuamente, per poi approfittare dei personaggi stessi per tornare all’ambiente. Lo stesso protagonista, Testier, spesso si perde, come l’autore, a celebrare con gli occhi ciò che lo circonda. Persino i dialoghi, i dialetti, le movenze dei personaggi richiamano il contesto storico scelto, facendo da specchio e rinforzando la bellezza delle ambientazioni architettoniche.

E sì, caro Visitatore, ho detto tanto del contesto e poco della storia, degli intrighi e delle (dis)avventure di Testier, ma davvero credo che la storia passi in secondo piano rispetto al valore che Vizzino ha voluto dare a Venezia.

La storia te la lascio scoprire, vale la pena leggerla, diverte, appassiona, ma resta quasi sospesa in una bolla, è una delle tante, tra personaggi inventati e realmente esistiti, che Venezia, nella sua eternità, racchiude.

E, mi permetto di dire, traspare quasi un messaggio intrinseco di Vizzino, che riformulo a parole mie: ti ho fregato, caro lettore, ho preso personaggi esistiti e inventati, ho cucito una storia, un intrigo, ma l’ho fatto apposta. Non era mia intenzione divertirti, ma avere una scusa, per portarti in una Venezia che profuma di storia e di mistero, per farti vibrare con me davanti a una bellezza eterna.

Chiudo con una considerazione sul Vizzino autore. Giuro che tre o quattro volte ho alzato lo sguardo verso l’angolo destro della pagina o, ancora, ho chiuso il libro per leggere il nome dell’autore, per verificare che avesse scritto proprio lui questo romanzo: il Vizzino che troverai tra queste pagine è un Vizzino completamente diverso dall’autore degli altri romanzi. Quasi irriconoscibile, per stile. Se con Trinacrime aveva sancito un netto miglioramento rispetto ai romanzi precedenti (senza nulla togliere al loro pregio), con Venetia Nigra ha sfidato e superato se stesso.

Caldamente consigliata la lettura.

 GGB

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La mia radiointervista a Simone Turri, autore di “Brandelli d’anima”

51RbXPKoHnL._OU29_AC_UL320_SR216,320_Caro Visitatore,

Nell’ottava puntata di Crisalide sarà nostro ospite Simone Turri, autore, assieme a Daniela Mecca, di Brandelli d’Anima.

Un grande ritorno, quello di Simone, che è già stato nostro ospite in passato, per presentare il suo fortunato romanzo Il Tatuatore, e ancora prima Il fiore nero. Un passaggio dall’horror al thriller psicologico sempre più evidente, con un fil rouge evidente: scoprire sempre di più il nero nascosto in ciascuno di noi…

Sinossi: 

Michelle, giovane donna di Dublino, decide di riprendere in mano la propria vita, affrontandola e scontrandosi con una torbida realtà che le ha lasciato un marchio indelebile. Avrebbe dovuto essere un percorso semplice e spensierato, ma un susseguirsi di strani incontri ed eventi rendono tutto molto complicato, fino a quando si troverà costretta a ricomporre il puzzle della sua anima.

Buon ascolto!

La mia recensione a “Nescafé Frappé”, di Mauro Corticelli

Caro Visitatore,

Trovo un po’ di difficoltà nel commentare Nescafé Frappé, date le varie sfumature che assume pagina dopo pagina.

Comincio dallo stile. Corticelli sa scrivere e sa farlo bene, ma credo abbia preteso un po’ troppo da se stesso e dai lettori, mescolando decine di copioni diversi, tutti intrecciati tra loro, ma con continui cambi di tempi, personaggi e luoghi, faticosi da seguire.

Occorre dargli molta fiducia per arrivare a leggere fino alla fine, e certamente la fiducia in lui riposta è ben ripagata: dopo pagine e pagine in cui si fatica a seguire l’intreccio sempre più complesso, in cui capita di confondere persino i personaggi, la storia assume massa, si colora di significati.

Questa è la mia difficoltà: far capire che è un bel libro, scritto bene nei periodi, capace di consegnarti immagini profonde e accattivanti, che nascono da piccoli gesti, ma far al contempo capire che occorre una fatica del diavolo per stargli dietro e che più volte viene l’istinto di chiudere e lasciar perdere.

Corticelli ha rinunciato alla semplicità e alla profondità della costruzione narrativa, ha sommato tanti personaggi, approfondendone pochi, lasciando molto sfumati altri. Ci sono storie, passaggi e personaggi che avrebbero potuto essere tranquillamente tagliati premiando una maggiore sfaccettatura dei personaggi principali, fatta eccezione di Cesare, che solo da metà libro in  poi si capisce essere il protagonista, i punto di unione di tutto il romanzo.

E invece ci si ritrova in un continuo passaggio figura sfondo che in alcuni momenti si rivela addirittura disturbante. All’ennesimo personaggio che entra in scena quasi si ha un rigurgito.

Peccato, perché il talento e la profondità Corticelli li possiede. Deve solo imparare a scegliere e dunque a rinunciare, ha preteso troppo da se stesso e dall’attenzione del lettore. In questo lavoro di taglio poteva essere utile il contributo della casa editrice.

Chi lo ha terminato ha probabilmente pensato come il sottoscritto di aver letto un buon libro, ma di aver faticato non poco ad entrarci in relazione.

A fine libro, è come aver scalato una montagna e ritrovarsi contenti a rimirare il paesaggio. Si ha ancora il fiatone, si è contenti di ciò che si osserva. Gli ultimi  metri sono stati più facili, chissà se è cambiata la strada o se si era più allenati, dopo tante pagine.

Una cosa è certa, non sono tutti scalatori , ed è un peccato, perché quella vista lassù poteva essere goduta da tutti. Ma è stata riservata agli scalatori… ehm! Ai lettori allenati. I più, si perderanno un buon libro, che poteva essere reso più agile.

GGB

Cesare è un ex giocatore di basket professionista costretto da un problema cardiaco a giocare con i dilettanti, Chiara è un’aspirante cantante, Beatrice è un’istruttrice di fitness, Simona è un’impiegata, Amalia è una ricca imprenditrice ateniese, Gianni è un manager, Claudio è un famoso avvocato… Le vite di questi personaggi si intrecciano creando tensioni, drammi, emozioni e felicità. I protagonisti si confrontano e si scontrano con le proprie insoddisfazioni e i propri difetti. I sentimenti e il sesso sono l’unica illusoria medicina a cui faranno ricorso per riempire i propri vuoti. Sullo sfondo Bologna, con le sue contraddizioni e le sue rivalità sportive, e l’isola di Cefalonia in tutto il suo fascino mediterraneo.

La mia recensione a “Nora e il Bacio di Giuda”, di Monica Portiero

Nora e il bacio di GiudaCaro Visitatore,

Oggi ti parlo di Nora e il bacio di Giuda, dell’amica e autrice Monica Portiero.

Perth, Scozia. Nora è una giovane studentessa e scrittrice emergente alle prese con l’intrigante storia di fantasmi che costituirà il corpo del suo primo romanzo. La vita le frana improvvisamente sulle spalle quando i suoi genitori muoiono in un terribile incidente d’auto. Da quel momento in poi, tutto precipita: il rapporto già precario con sua sorella Lillian, la presenza inquietante della famiglia della sorella nel suo cottage, le difficoltà economiche. Il destino, tuttavia, non è ancora stanco di giocare con lei: presto emergerà, dall’oscurità del passato, un terribile segreto di famiglia che stravolgerà per sempre la sua esistenza.

È un testo, rivestito da una copertina molto accattivante, che scorre sotto gli occhi, tenendo alto l’interesse del lettore. Con un buon gioco di passaggio dalla prima alla terza persona, intreccia due storie distinte e complementari, che permettono all’autrice di dosare reale e irreale, rendendo entrambi credibili.

Ho notato una differenza di stile nel passaggio dalla prima alla terza persona. In quest’ultimo Monica dimostra maggiore dimestichezza, mentre la prima persona scende un po’ di livello, con un’eccessiva presenza di punti esclamativi e di frasi brevi, povere di subordinate e costruzioni più audaci. A onor del vero, da un lato considero più complessa la prima persona singolare, specie se utilizzata per descrivere un altro diverso da noi. Quantomeno, la stesura di Alina mi ha dimostrato la complessità di questa posizione. Dall’altro lato, ho piacevolmente notato come la tendenza a usare punti esclamativi e frasi brevi si inverta man mano che si va verso le ultime pagine.

La storia, anzi, le due storie complementari, sono interessanti e accattivanti. In entrambe dominano, in modo diverso, il mistero, la suspance e il tradimento.

Avrei curato maggiormente la storia di Caterina, descritta in prima persona, arricchendola di particolari sul  finale e non risolvendola in un modo che mi è sembrato leggermente sbrigativo.

C’è la giusta attenzione alle emozioni dei personaggi e al loro linguaggio corporeo.

Altrettanti complimenti vanno a Silvia Devitofrancesco, autrice di un racconto breve, Sola, posto a mo’ di cammeo a fine libro. Anch’esso ha come nucleo centrale il tradimento. Ben elaborato in poche pagine, con uno stile elegante e d’effetto.

Ho un quesito però da porre a Monica, una sorta di provocazione, che nasce da una sensazione di assenza provata nel corso della lettura. Mi sono interrogato su questa sensazione, su cosa mancasse al testo, comprendendo che, dopo aver letto altri libri di Monica precedenti a questo, mi aspettavo una sorta di  fase due della sua scrittura, un’ulteriore elaborazione del suo stile, una “complessificazione”, che non ho notato. Mi sarei aspettato più metafore, un maggiore gioco con le parole.*

Diverso è scrivere  Vado a letto stanco morto, piuttosto che lascio che questo giaciglio conduca le mie stanche membra a una nuova aurora. Il concetto è lo stesso, ma cambia la forma. La prima è di chi è autore, la seconda è propria dello scrittore. Non basta una bella storia con un buon messaggio per il lettore, serve saper tessere le parole assieme ad arte. Talvolta verrà d’istinto, talvolta andrà cercato, e il blocco dello scrittore sarà per la forma e non già per il contenuto. E qui la provocazione per Monica, l’invito a entrare nella fase due del suo scrivere, perché sono certo che abbia il talento per farlo, perché in alcuni passaggi del romanzo ha dimostrato di avere delle capacità che devono ancora esplodere, come pure conosco la sua passione per la lettura che è il motore base per camminare in questa direzione.

In attesa del prossimo romanzo, da fase due, buona lettura di Nora e il bacio di Giuda.

GGB

* Ho poi parlato con l’autrice in merito a questo quesito, scoprendo che Nora e il bacio di Giuda è stato scritto antecedentemente agli altri romanzi, tenuto nel cassetto per diverso tempo e poi pubblicato dopo gli altri. Lo riporto per dovere di cronaca e per giusta smentita di quanto da me opinato :D

La mia radiointervista a Daniel Pisanu, fumettista autore di “E’ soltanto un’altra storia jazz”

FB_20150521_09_59_05_Saved_PictureCaro Visitatore,

per la ventiseiesima puntata di Crisalide, a farci compagnia Daniel Pisanu, fumettista e autore di E’ soltanto un’altra storia jazz, romanzo a puntate pubblicato on line e disponibile free per tutti.

Parleremo del suo talento nel disegno, che lo ha reso finalista in diversi premi, della sua partecipazione all’evento Start, del Manifesto e di tanto altro.

E sul finale, una piccola sorpresa: Pablo T. ;)

Buon ascolto!

GGB

La mia recensione a “La serpe rossa”, di Gualtiero Serafini

2012-2082 la serpe rossaCaro Visitatore,

Oggi ti parlo de La serpe rossa, libro di Gualtiero Serafini, già presentato a Radiovortice.it.

2012. Un evento passato inosservato e tenuto nascosto. 2082. La Terra, suddivisa in principati, è nelle mani di potenti che hanno portato il genere umano all’autodistruzione. Esaurimento delle risorse, inquinamento, piogge acide hanno lacerato profondamente la Terra. Solo i più ricchi possono permettersi delle cavie, esseri mostruosi da cui poter estrarre gli organi vitali per i trapianti. In tutto questo il Principe Prospero cercherà di assoggettare il mondo e tutti gli altri principi a lui, creando un virus dal nome Serpe Rossa in grado di uccidere nel giro di 24 ore. Virus che sfuggirà al suo controllo costringendolo, insieme ai suoi sudditi, ad abbandonare la Terra e rifugiarsi sulla sua stazione orbitante creata per ospitare 28 persone. Stazione dotata di ogni comfort e di laboratori dove poter studiare un antivirus estraendolo da una cavia, chiamata Calibano, perché solo le cavie sono immuni alla Serpe Rossa. Sulla stazione la vita delle 28 persone si svolgerà tra inganni, intrighi, amori, passioni dove l’animo umano sarà messo a nudo. Alla fine, la salvezza dell’umanità sarà nelle mani della Principessa Altaira, figlia di Prospero, e del Calibano.

L’ho terminato in tre ore, merito dello stile veloce, semplice e senza pretese di Gualtiero, già sceneggiatore, che fa scorrere le immagini davanti con un buon ritmo.

Ho sempre avuto l’idea che il genere fantascientifico potesse far riflettere sull’uomo e sul suo cammino evolutivo, sulle sue storture, sui suoi peccati, avvicinandosi al romanzo sociale. Il libro di Serafini si spinge oltre, diventa vero e proprio romanzo sociale (genere che personalmente apprezzo) e si allontana dal genere fantascientifico, che personalmente non amo (de gustibus…).

I colpi di scena sono ben scanditi, imprevedibili, come lo è l’uomo. A far da sfondo un luogo chiuso, isolato, dove le personalità emergono, assieme ai peccati. Serafini condanna il genere umano, o meglio, l’indole malvagia che lo abita e lo fa con fantasia, prevedendo che l’unico male che distruggerà l’umanità è l’uomo stesso.

Qualche critica ci sta sempre. La semplicità dello stile e dell’intreccio, salvo i colpi di scena che non mi aspettavo, l’ho percepita al contempo come un limite. Avrei aumentato le metafore, rinunciando un poco alla filmografia in favore della letteratura. Avrei incrementato la parola, rinunciando un minimo all’immagine diretta.

Foto profilo GuàSalvo alcune eccezioni, come Sate Pestage e un altro (che non svelerò) i quali  hanno una sorta di ambiguità, i personaggi sono poco complessi, non sfuggono alla maschera che Serafini gli impone: puramente buono, puramente malvagio, il bastardo, la puttana, la puttanella, l’insignificante, la palesemente ambigua  (assai palesemente, tanto da indossare la rigida maschera del doppio).

È una critica, sì, ma anche un’autocritica, è lo stesso difetto che ho io. I personaggi, salvo rare eccezioni, iniziano e finiscono con lo stesso temperamento. E, sapendo di creare maschere, e lavorando per togliermi il vizio, è un fatto che noto subito come lettore.

Critiche che rovinano la lettura? Affatto. La serpe rossa è da leggere, ma da neo-lettore di Serafini, mi piace pungolarlo per spronarlo a migliorarsi.

L’ultima critica si lega a quanto già detto: avrei osato di più anche a livello emotivo. Ci sono scene di sesso e di violenza dove Serafini sembra mettersi i guanti di velluto per mostrarle al lettore, ma che erano la base per una buona dose di pathos. A volte bastava quello sguardo o quella lacrima in più. Solo all’ultimo l’asticella si alza, sul finale Eros e Thanatos si incontrano e amoreggiano nella stessa stanza, coi fuochi d’artificio.

In sintesi il limite di Serafini coincide con la sua risorsa, da bravo sceneggiatore mette in scena ciò che è visibile, gli dà enorme valore, va meno nel profondo, sceglie il visivo come canale privilegiato, meno la pancia.

Ecco perché la mia, alla fine, è una falsa critica, un pungolo per spingerlo a uscire da sé, ad indagare altre strade.

Al versante opposto l’originalità, la capacità di far scorrere le righe sotto gli occhi, il ritmo veloce e coinvolgente (non mi è mai capitato di leggere un libro in tre ore, di sospenderlo un attimo e riprenderlo subito in mano), la riflessione che lascia sulla natura umana e il messaggio sotteso, che purtroppo non è positivo per il genere umano: forse possiamo farcela, di certo è già troppo tardi.

Buona lettura,

GGB

 

La mia intervista ad Andrea Bolfi, autore di “Una Carezza Violenta”

Caro Visitatore,

per la ventesima puntata di Crisalide, un autore che con il suo primo libro ha già fatto faville, mescolando prosa e poesia, Eros e Thanatos, condensando tematiche di vario genere nell’autobiografia del suo alter ego, Stefan Eluard.

Una carezza violenta si riferisce al ceffone dato a una donna, e sì, si parla anche di violenza di genere, dalla voce di un uomo che alla violenza ha ceduto e contro la violenza ha combattuto. Ma si parlerà anche del G8 di Genova, narrato da chi era in piazza, di come la giustizia possa perseguitare un uomo per una facezia.

Temi duri e caldi, attuali, in un solo libro. E poi c’è la poesia, che fa da collante a tutto, narra Eros e Thanatos, diventa strumento di redenzione.

Buon ascolto, con Una carezza violenta e Andrea Bolfi, alias Stefan Eluard.

GGB

La mia radiointervista a Giulio Messina, autore di “Domani non sarò qui”

Caro Visitatore,

per la diciottesima puntata di Crisalide, ti presento l’intervista a Giulio Messina, autore di Domani non sarò qui, edito Marsilio Editore.

Nel corso di un’estate che sembra senza fine, Lorenzo, brillante ventiquattrenne romano neolaureato in economia, esplora la periferia della città, cominciando un viaggio di violenza e sesso in cui lo condurrà Diana, transessuale colombiana e prostituta conosciuta una notte sulla strada. Tra il ragazzo, proveniente dalla Roma borghese, e la sudamericana nascerà un’attrazione fisica e un ambiguo rapporto d’amore, che porterà Lorenzo alla scoperta di un mondo a lui finora sconosciuto, un’isola dentro la città, popolata da sfruttatori, piccoli criminali, spacciatori, travestiti, poliziotti corrotti, clienti cocainomani, prostitute, in cui ogni perversione sembra potersi realizzare. Un’esperienza che metterà a rischio i progetti di carriera accademica del protagonista, le sue amicizie, il legame con i genitori e con la sua ragazza, le certezze su cui aveva basato tutta la sua vita. In bilico tra due realtà tanto diverse e incompatibili, Lorenzo arriverà al fondo di una personale discesa agli inferi, psicologica e fisica, e sperimenterà la lacerante condizione di una resa incondizionata , prima di provare a riemergere tornando nei luoghi della sua infanzia, alla ricerca di un’identità e un posto nel mondo che parevano smarriti per sempre.

Uno spaccato della Roma invisibile, da assaporare.