L’arte non è acqua. “Have you seen this girl”, di Maura Grignolo.

Caro Visitatore,

downloadtempo fa mi è stata proposta la lettura di Have you seen this girl, dalla stessa autrice, Maura Grignolo.

Ho letto la trama, che mi ha promesso una lettura intrigante, con un plot d’effetto.

Thea Valentine, sedici anni, viene rapita durante una festa a Portland. Tenuta prigioniera per quasi un mese, riesce miracolosamente a scappare. Tornata a casa, crede di essersi lasciata alle spalle l’incubo da cui è appena sfuggita. Mentre le indagini della polizia continuano senza sosta, strani incidenti convincono Thea che nel buio ci sia qualcuno che controlla ogni sua mossa. E più cerca di capire chi possa essere, più si convince che quell’odio si nasconda tra i suoi amici, forse nelle vesti del suo stesso ragazzo. E che forse la sua fuga da quella cantina degli orrori, non è stato un miracolo, ma un piano ben orchestrato per farla precipitare sempre di più in una spirale di morte.

Purtroppo, ho presto scoperto che si trattava di luce finta. Questa storia può rientrare nel calderone dei voglio provare a fare la scrittrice, ma non ho le basi per farlo.

Credo, fermamente, che essere artisti non sia per tutti, e che per mandare avanti i meritevoli, sia necessario bocciare i non meritevoli.

Esporrò dunque i forti limiti di questo romanzo.

Primo tra tutti un editing mal fatto, che ha lasciato refusi, sfondoni grammaticali (qual erano, qual è con l’apostrofo, i sì affermativi senza accento…), e un uso della virgola che spesso stravolge il senso stesso della frase, costringendo il lettore a rileggere più volte alcuni periodi per coglierne il reale senso.

Per il resto, la scrittura risulta basica, scolastica, non un periodo complesso, non un termine ricercato, non una metafora che colpisca il lettore. Non una frase che esca dallo schema soggetto, verbo, complemento oggetto. E questo non è saper scrivere.

Torniamo al plot. Sono partito sostenendo che poteva essere d’effetto, e l’idea era buona davvero, peccato che ogni capitolo sia diventato una continua ripetizione: Thea (la protagonista) sta con le amiche, si sforza di ricordare, Thea non ricorda, Thea non vuole sapere, toh!, compare il cattivo… alcuni capitoli sono palesemente inseriti per allungare il brodo.

In alcuni passaggi, nonostante la a verità sia chiara al lettore già da metà libro, i personaggi assumono atteggiamenti inverosimili e forzati.

Alcuni esempi: la protagonista riceve minacce da un numero di cellulare ma non le viene minimamente in mente di indagare di chi sia quel numero. Anzi, in una strana vena che sa di masochismo perverso, si lascia torturare psicologicamente dai suoi aguzzini senza chiedere aiuto a nessuno, neanche a suo fratello sostituto procuratore. Abbastanza forzato, no?

Altri personaggi sanno chi sono i colpevoli (che, chiariamo, hanno seviziato la protagonista diciassettenne in un modo talmente inverosimile che manco in un film splatter di terza mano…) e invece di dirlo alla polizia o alla protagonista, le ripetono “inutile che ti diciamo chi è il tuo Hannibal the Cannibal tanto non ci crederesti, gne, gne, gne…“. Neanche parlassero di chi le ha semplicemente spoilerato il finale di un film o rubato la maglietta preferita. Ah, e naturalmente il cattivo può presentarsi davanti alla protagonista-vittima, chiamarla al telefono, menarla, senza che lei si renda minimamente conto di chi sia… Ha problemi seri ‘sta Thea…

Poi non parliamo del movente del perfido persecutore, perché non mi piace lo spoiler. Ma è di una banalità disarmante.

KatieHolmesMainIn più l’atteggiamento stesso delle diciassettenni nella visione di Maura, fa consigliare all’autrice di farsi un giro tra i licei. I tempi di mi hai baciata e sei sparito, perfido… direi che erano superati già da Dawson’s Creek.

Passiamo poi al contesto. Se l’Italia ti sembra troppo piccola per la tua storia, a me va bene. Se vuoi portarci tutti negli USA, a me va bene. Ma per ambientare una storia negli USA, devi conoscere gli States come le tue tasche, averli visti, respirati, vissuti. Altrimenti stai trapiantando uno stile italiano in un luogo che conosci poco (così traspare dal testo) decontestualizzando il tutto.

Questa è la differenza tra chi sa scrivere e chi non sa farlo: chi sa scrivere dà spazio al contesto, lo cura in ogni sua forma. Ed è per questo che non si sognerebbe mai di ambientare una storia in un contesto che non conosce. A meno che non si chiami Salgari, ma lì è vero stile. Ed è per pochi.

Sei stato troppo cattivo nella recensione, penserai, caro Visitatore. No, sono stato realista. E lo devo a chi lotta ogni giorno per rendere pubblico il suo talento, a chi mi ha inviato libri che ho lodato su questo blog, tanto mi avevano stupito per stile e trama. E se lodiamo tutti senza il coraggio di separare chi ha talento da chi non lo ha, allora ammettiamo di fatto che la scrittura non è un’arte, che è per tutti, e che chiunque può pubblicare senza che nessuno lo fermi.

E questo lo specifico a chiunque mi scriva per una recensione.

Romanzo non consigliato.

 GGB

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“L’incensiere”, di Valerio Della Ragione. La castrazione di Dioniso.

Caro Visitatore,

51ZU5ypTe4L._SX355_BO1,204,203,200_Qualche tempo fa mi è stata proposto di recensire L’incensiere di Valerio Dalla Ragione.

Qui la sinossi:

Con vostra grande sorpresa vi scoprite essere lo scomodo bersaglio della classe dominante della vostra città, una città dove centotrenta milioni di persone vivono con lo spettro di un conflitto che potrebbe annientare le loro esistenze. Mentre la corruzione dilagante ingloba la vita politica e un monarca semi-umano getta le fondamenta di una nuova società, la morte a cui vi hanno predestinato potrebbe non essere la vostra unica opzione: dimore imperiali oltre la via della seta, autostrade informatiche, etnie robotiche sepolte dal tempo e cerimonie del tè in un pomeriggio d’autunno si mostreranno nel campo delle vostre possibilità. Fra i riflessi distorti di una metropoli dormiente e le notti di delirio nella ferocia di un’altra epoca, vi chiederete se le domande sulla vostra vita e quello che vi circonda valgano la pena di essere poste.

Occorre dire che, nonostante la sinossi e la biografia del giovane autore mi attraessero, mi sono ritrovato, non senza mille ripensamenti, ad abbandonare la lettura.

L’autore mostra una padronanza della lingua italiana efficace, e indubbiamente ha scelto un’arte, quella della scrittura, su cui ha il potenziale per potersi esprimere. Tuttavia, in questo scritto, dà l’idea di voler volare troppo in alto per le sue ali, mancando di empatia verso il lettore.

La narrazione unisce in un mondo futuro stralci dell’epoca latina e greca, e tematiche orientali, e riprende l’antica contesa, tutta italiana, tra quelli che potremmo definire Guelfi e Ghibellini. Elementi, questi, che potrebbero essere tutti punti di forza del romanzo, se non fosse che l’autore li incastona in un mondo con popolazioni, persone, ed eventi storici poco approfonditi e spiegati, al punto che il lettore si ritrova con poche coordinate per comprendere la storia.

E se già questo mostra una poca empatia con in lettore, potremmo anche dirci, fin qui, poco male. Con un po’ di sforzo mnemonico e intellettivo in più da parte del lettore (che non dovrebbe essere richiesto), il romanzo prima o poi potrebbe chiarire molte cose del contesto narrativo.

La vera pecca è che il romanzo poggia totalmente sul razionale, lascia sullo sfondo le emozioni, e i vissuti emotivi, dei personaggi. L’emotivo appare così non assente, ma letteralmente castrato.

La narrazione diventa pretenziosa, e arzicolata, con troppi giri di parole.

E per quanto ci si sforzi di proseguire, dando fiducia all’autore e alla sua cultura, ci si ritrova a non risuonare, a ripetersi quanta barba e quanta noia si provi in corso di lettura.

L’autore cita ad un tratto il Dionisiaco e l’Apollineo. È come se, nello stendere il romanzo, avesse scelto di appoggiarsi del tutto all’apollineo, castrando Dioniso. E personaggi diventano per la maggior parte inespressivi. Ho parlato volutamente di castrazione: perché le emozioni ci sono ma si perdono in giri di parole razionali e inespressivi, che trasformano il romanzo in una cronaca asettica di ciò che potrebbe essere il futuro.

Credo che l’autore, che mostra una cultura e una conoscenza notevoli, debba imparare ad ascoltare di più il suo Dioniso, facendo qualche passo indietro sul suo razionale. Perché la vera conoscenza si trasmette solo attraverso il giusto equilibrio tra emozione e ragione. Il resto è eccesso, vuota passione delirante in un caso, asettico nozionismo nell’altro.

Ed è, in ambo i casi, solo rinuncia.

 GGB

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La mia recensione di “Vanità di potenza”, di Giulia Esse

9788892625440Caro Visitatore,

Ho letto un romanzo che mi ha estasiato fin dalle prime pagine, Vanità di potenza, di Giulia Esse.

 

Sinossi:
Venezia 1797. Napoleone Bonaparte è ormai alle porte della Serenissima: dopo tanti colpi e sventure, presto la Repubblica cadrà. Insieme all’orgoglio della città deve piegarsi anche quello di Anna, giovane sposa costretta dai debiti del marito a trasferirsi nella casa dello zio di lui, Fosco Alvise Candiani, il più acclamato compositore di Venezia. Abbandonata in una casa ostile, strappata ai suoi affetti e a tutto ciò che conosceva, Anna si aggrappa all’unica cosa che le resta: il suo sogno di diventare violinista. Per farlo, è pronta ad assumere l’identità del marito, di cui nessuno ha più visto il volto fin da quando era ragazzo. Nei panni di un uomo, Anna trova la libertà che ha sempre bramato, ma rischia di perdere se stessa. E gli occhi severi di Fosco, l’uomo che sembra la sua perfetta antitesi, sono pronti a ricordarglielo in ogni momento. Echi di concerti, clangore di spade e pettegolezzi sussurrati corrono tra le rughe e le calli, ma tra i mille specchi di Venezia si cela la domanda più importante di tutte: è più giusto vivere secondo coscienza, o secondo reputazione?

 

Ambientato nel 1700, la storia narra di una giovane donna, maritata da poco e poi lasciata da un marito alle veci di uno zio musicista, da lui detestato. Ella sarà pronta a trasgredire ogni regola del costume femminile dell’epoca, per cercare il proprio riscatto, fino a fingere di essere il proprio marito grazie a un travestimento.

 

A far da sfondo una Venezia descritta pregevolmente e l’arte musicale che accompagna la storia e, data la pregevolezza con cui vengono descritte note e sinfonie, ritengo anche la vita dell’autrice.

 

È una narrazione che rivela un gran lavoro da parte di Giulia Esse, che ha curato ogni dettaglio. Straordinario sia il ritmo della storia, che non cala mai di livello, e la sintassi utilizzata, che tanto nel narrato quanto nei dialoghi, si adatta perfettamente all’epoca descritta, senza mai risultare ampollosa.
Cresce e muta la storia, mutano i personaggi, e si svelano a poco a poco nella loro complessità. In un passaggio, la protagonista Anna e lo zio compositore Fosco (il personaggio forse più interessante e complesso del romanzo) disquisiscono dei topoi della letteratura. E proprio ai topoi ha rinunciato l’autrice, rendendo ogni personaggio ricco e mutevole.

 

Il vero punto forte di questo testo è la complessità dell’animo umano, finemente descritta, grazie alla cura di ogni dettaglio, a partire dalle movenze dei personaggi, al loro comportamento non verbale, ben studiato e riportato al lettore.
La maggior parte di loro sorprende nel suo disvelarsi, compreso un assente come il marito Lorenzo, che nonostante venga liquidato in pochi capitoli, risuona lungo tutta la storia.

 

Dettaglio e leggerezza, gli ingredienti che creano una sinfonia della storia che esalta un talento notevole dell’autrice.

 

Piccola pecca è l’uso ripetuto di alcune espressioni  (es. Lo guardò in tralice o si morse l’interno della guancia), troppo abusate nel corso dei capitoli, in modo ripetitivo. Al punto che, in merito alla seconda espressione, viene quasi da pensare che i personaggi si siano ormai massacrati l’interno delle guance, tanto se le sono morse nei mesi della storia narrata.

 

Altra imprecisione, è una concezione dell’Io (disgregato) troppo moderna, e dunque anacronistica, rispetto all’epoca narrata. Freud deve ancora nascere quando Napoleone conquista Venezia, e fino ad allora le riflessioni sull’Io erano filosofiche, e non certo psicologiche o psicopatologiche.

 

Per concludere, è decisamente consigliata la lettura di questo romanzo, e decisamente si consiglia di seguire Giulia Esse, che avrà ancora molto da offrire alla letteratura. E mi auguro per lei che trovi una casa editrice in grado di valorizzare e promuovere il suo talento. Perché è un testo auto-pubblicato, che si discosta enormemente dal livello medio dei Self-Pubblisher, per qualità narrativa, ritmo e assenza di refusi.

 GGB

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La mia recensione di “Bello e Maledetto”, di Daniele Sbaraglia

imagesCaro Visitatore,

Ho letto recentemente Bello e Maledetto, di Daniele Sbaraglia, che mi ha chiesto una recensione.

 

Sinossi:
E’ la storia della vita di Shon, un ragazzo presto chiamato a diventare uomo, con un’adolescenza difficile, segnata dalla separazione dei genitori e da un rapporto conflittuale con la madre. Incapace di imbrigliarsi in rapporti duraturi, dopo qualche avventura intensa, vissuta a Roma, sua città natale, l’incontro con Simona sembra fargli conoscere finalmente l’amore. Questo lo porterà a laurearsi in medicina, a specializzarsi in neurologia e neurochirurgia e a diventare padre. Controversa è la figura del dottor Spicchi, nuovo compagno della madre, che lo aiuterà nel suo percorso di specializzazione e successivamente nella sua carriera di neurochirurgo. E’ proprio in sala operatoria che Shon conosce e comincia a frequentare Alice, una donna in gamba indipendente e votata alla carriera. Inevitabilmente, ciò comporterà la crisi con Simona e un nuovo capitolo con il rapporto più “aperto” con Alice.

 

La storia, narrata in prima persona, tratta la vita di un classico narciso, Shon, impaurito dai legami stretti, e, potremmo dire, innamorato dell’innamoramento stesso, in perenne ricerca del suo sé. Aggiungerei, una persona piena di se, senza accento.

 

L’autore delinea bene il personaggio, lo fa crescere e mutare nel corso della narrazione, e fa mutare la storia stessa, non mancando di inserire qualche colpo di scena, o cambio drastico, da me apprezzato.

 

Anche dal punto di vista linguistico, la costruzione sintattica è impeccabile.

 

Il vero limite di questo testo è di non essere un vero romanzo. L’autore sceglie una via di mezzo tra un diario, che non è un diario, una epistola, che non è propriamente epistola, e un romanzo, che non è romanzo (e anche dentro questa categoria potremmo parlare di una sorta di romanzo di formazione, di un sentimentale, in qualche caso di un harmony…. troppi miscugli.).

 

Spesso compaiono delle riflessioni in corsivo che richiamano la poesia, ma non sono poesia. E che finiscono per diventare una sorta di testo di una canzone.

 

Il risultato diventa una narrazione che appare spesso veloce, quasi il rendiconto di una vita, non scende nel profondo, nel qui ed ora del narrato, che perde così di emozioni, le stesse che invece potrebbe potenzialmente narrare e passare al lettore. Il desiderio dell’autore è narrare la storia di Shon, ma in pochi punti la dona realmente nella sua pienezza.

 

La storia scorre come la relazione di Shon con le tante donne che incontra. Resta in superficie. Non scende nel profondo. Ma se questo può andar bene per un personaggio narciso, non si può dire lo stesso per uno scritto.

 

Solo a metà testo, quando Shon incontra il suo mentore, Misan, e finché l’autore narra il loro incontro, abbiamo l’idea di un vero e proprio romanzo. Poi, ancora, solo in altre due occasioni, brevissime (l’incontro con Axia, la figlia di Shon, e la scelta del protagonista di occuparsi degli orfani).

 

Il resto è un genere indefinito. È il vero problema della cultura letteraria odierna, definire romanzo ciò che romanzo non è.

 

Nel caso di questo testo, è un peccato doppio, perché perde tanto di ciò che potrebbe passare al lettore. L’autore ha  talento, ma deve definire meglio i confini entro cui stare col suo narrato, perché, sforandoli, fa perdere tanto alla narrazione stessa e a quello che può passare.

 

Il mio consiglio, per quanto vale, è di modificare l’impalcatura, rivedere i confini del narrato, magari con l’aiuto di un editor, avendo in mente che tutta la narrazione può diventare simile alle pagine tra Shon e Misan, dove davvero emerge il talento dell’autore.

 

 GGB

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La mia recensione di “Venetia Nigra”, di Alessandro Vizzino

Caro Visitatore,

oggi ti pavenetia-nigrarlo del nuovo romanzo di Alessandro Vizzino, Venetia Nigra.

Seguo Vizzino quasi dagli esordi e ho sempre apprezzato la sua penna, pur in modo critico, prestando particolare attenzione agli scambi dialogici che intesseva nei suoi romanzi, talvolta criticandoli nella loro “scontatezza”. E lui lo sa, perché il bello del nostro scambio sui nostri scritti è stato quello di eliminare ogni vezzoso complimento dettato dall’amicizia, e criticarci, per crescere come persone e come autori. In modo trasparente e sincero.

Con la stessa trasparenza e sincerità, devo ammettere che con Venetia Nigra Alessandro ha letteralmente superato se stesso, battendo, per stile e capacità narrativa, tutti i suoi precedenti scritti.

Voglio partire da una frase che come lettore troverai nella prima pagina. Venezia (…) Una bellissima prostituta sfuggente: non si negava a nessuno, ma nessuno ne avrebbe mai colto la reale essenza, nemmeno possedendola un milione di volte. Un concetto che, con parole diverse, chiude anche il romanzo.

Credo che questa frase riassuma tutto lo sforzo fatto da Vizzino nello stendere questo scritto, perché il vero punto di forza di questo romanzo, oltre a una trama coinvolgente, a dei personaggi ben costruiti e a uno stile fluido e scorrevole, è l’ambientazione del romanzo, che si traduce nella capacità dell’autore di costruire letteralmente attorno al lettore una Venezia del 1700.

Chi avrà visitato Venezia avrà colto un tale fascino e una tale bellezza difficile da riprodurre in uno scritto di qualunque tipo. In molti l’hanno celebrata, in pochi sono riusciti a costruirla attorno ai lettori, con dovizia di particolari, permettendo loro di camminare tra le calli con i personaggi, di respirare l’aria veneziana assieme a loro, di sentire persino il rumore dell’acqua, il profumo intrigante di una città che si fatica a credere sia stata davvero costruita da una mano umana.

Per sfidare la sua bellezza e scegliere di trasporla in un romanzo, devi essere un pazzo o una penna di vero talento. O forse entrambe le cose. Perché il fallimento è dietro l’angolo, e consiste nel non riuscire a cogliere neanche un infinitesimo di tanta bellezza.

Vizzino è riuscito in questa impresa, sulle pagine di questo romanzo ha portato l’intrigo, la doppiezza dell’animo umano, l’amore, la virtù, la cupidigia, la brama di potere, ma, soprattutto, il suo amore spassionato per questa città, che si vede che ha visitato più e più volte, ciascuna con animo diverso. Ed era consapevole che, da prostituta, mai l’avrebbe colta del tutto, ma nell’umiltà di questa posizione, è riuscito a costruire un contesto d’azione ricchissimo di particolari, e funzionale alla storia, che esalta il suo valore, e il suo pregio, grazie al contesto che la circonda.

La “telecamera” che ha usato Vizzino per narrare la storia è passata dietro a ogni personaggio, il punto di vista narrativo muta di capitolo in capitolo, ma il contesto veneziano, l’ambientazione dei palazzi e delle calle, l’interno delle taverne, o delle botteghe, è l’onnipresente protagonista. La telecamera parte dall’ambiente e arriva ai personaggi, continuamente, per poi approfittare dei personaggi stessi per tornare all’ambiente. Lo stesso protagonista, Testier, spesso si perde, come l’autore, a celebrare con gli occhi ciò che lo circonda. Persino i dialoghi, i dialetti, le movenze dei personaggi richiamano il contesto storico scelto, facendo da specchio e rinforzando la bellezza delle ambientazioni architettoniche.

E sì, caro Visitatore, ho detto tanto del contesto e poco della storia, degli intrighi e delle (dis)avventure di Testier, ma davvero credo che la storia passi in secondo piano rispetto al valore che Vizzino ha voluto dare a Venezia.

La storia te la lascio scoprire, vale la pena leggerla, diverte, appassiona, ma resta quasi sospesa in una bolla, è una delle tante, tra personaggi inventati e realmente esistiti, che Venezia, nella sua eternità, racchiude.

E, mi permetto di dire, traspare quasi un messaggio intrinseco di Vizzino, che riformulo a parole mie: ti ho fregato, caro lettore, ho preso personaggi esistiti e inventati, ho cucito una storia, un intrigo, ma l’ho fatto apposta. Non era mia intenzione divertirti, ma avere una scusa, per portarti in una Venezia che profuma di storia e di mistero, per farti vibrare con me davanti a una bellezza eterna.

Chiudo con una considerazione sul Vizzino autore. Giuro che tre o quattro volte ho alzato lo sguardo verso l’angolo destro della pagina o, ancora, ho chiuso il libro per leggere il nome dell’autore, per verificare che avesse scritto proprio lui questo romanzo: il Vizzino che troverai tra queste pagine è un Vizzino completamente diverso dall’autore degli altri romanzi. Quasi irriconoscibile, per stile. Se con Trinacrime aveva sancito un netto miglioramento rispetto ai romanzi precedenti (senza nulla togliere al loro pregio), con Venetia Nigra ha sfidato e superato se stesso.

Caldamente consigliata la lettura.

 GGB

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La mia recensione de “L’uomo che correva vicino al mare”, di Ciro Pinto

514x-a2plPL._SY346_Caro Visitatore,

Il libro di cui ti parlo oggi si intitola L’uomo che correva vicino al mare, di Ciro Pinto. Un libro del 2014, letto con colpevole ritardo, visto il tempo che è rimasto nel cassetto del comodino. Basti pensare che nel frattempo l’autore ne ha pubblicati altri due.

Una storia delicata, sia per i temi che affronta, sia per lo stile di Ciro, che prende per mano il lettore e lo accompagna lungo un percorso che tocca quattro generazioni di vita.

Ho letto su qualche recensione che è un libro che affronta la malattia, il tumore al cervello del protagonista Giorgio, e l’autismo di suo nipote Filippo. Credo sia una visione limitante, dal momento che questo libro affronta la vita e le alleanze intergenerazionali che di creano nella famiglia, dai nonni ai nipoti.

È vero, sembra che nella vita dei componenti della famiglia di Giorgio ci siano delle problematiche legate alla mente che si tramandano, come anche una melanconia diffusa, una sensazione di continua mancanza, di lutti non risolti, di assenti che risuonano più dei presenti.

Eppure c’è nel libro una ricchezza, che passa dagli avi ai discendenti, che si svela nel talento pittorico e un legame di appartenenza molto forte, che travalica lo spostamento da un lato all’altro dell’Italia. Mezzo romanzo si ambienta a Napoli, l’altra metà in Emilia Romagna.

Oserei dire che è un romanzo di legami intergenerazionali, di continui ritorni al passato per vivere il presente e sperare nel futuro. È un romanzo sulle appartenenze alla famiglia, sulle radici che ognuno di noi porta con sé, in quanto rami di congiunzione tra ciò che è stato e i boccioli di ciò che sarà. In tal senso non è un romanzo sulla malattia, ma sulla salute.

Ed è un romanzo sul ruolo del femminile nella famiglia, costantemente in ombra, con piccole apparizioni, eppure risolutivo per la trama.

E da ultimo, è un romanzo dove Ciro Pinto riesce a tenere pienamente in equilibrio azione e descrizione, a tal punto da immergere il lettore in una realtà a lui vicina, Napoli, in una a lui geograficamente più lontana, l’Emilia Romagna e la Riviera, e a portarlo a correre con l’uomo che correva vicino al mare.

Da leggere.

 GGB

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La mia recensione di “Acuto”, di Carla Magnani

Copertina Acuto copiaCaro Visitatore,

Il romanzo che ti presento oggi si intitola Acuto, e mi è stato presentato dalla stessa autrice, Carla Magnani.

L’ho letto, pagina dopo pagina, con un interesse sempre più crescente. Potremmo utilizzare lo stesso titolo del romanzo per esemplificare la lettura con una metafora: una melodia crescente, che raggiunge l’acuto nelle fasi finali.

Mi piace definirlo un romanzo sulle relazioni e sui legami, dal momento che è il suo pregio più grande, che si situa in due epoche distinte, l’epoca attuale e quello della gioventù della protagonista Elisa, in piena rivoluzione del ’68, ancora poco trattata dalla letteratura.

Il testo ruota attorno a due figure femminili, le due sorelle Ester e Elisa. Quest’ultima è la protagonista, che sceglie di vivere quasi come una spettatrice in disparte rispetto alla sua vita e ai mutamenti sociali che le si palesano davanti. Agli antipodi Ester, dinamica, ribelle, protagonista del cambiamento eppure sempre sullo sfondo del romanzo, per lo più narrata da altri.

La prima, scomodando Recalcati, si arrende alla legge del padre (notaio, patriarcale, reazionario), la seconda sfida questa legge.

Nel rapporto tra le due e nel legame tra Elisa e Marco, l’amore rinunciato e mai vissuto, l’amore da rinarrare, da rincontrare e da vivere, prima che sia troppo tardi, si gioca tutto. Nelle relazioni, mi è sembrato, Elisa vive l’unica vitalità che si permette di concedersi. A differenza di Ester.

Il romanzo mi ha ricordato che ogni relazione narra qualcosa di noi, che non esistono legami giusti o sbagliati, e che tutti vanno vissuti, o rinunceremo non solo al legame, ma alla parte di noi che esso ci narra.

E vengo allo stile. Morbido, fluido, scorrevole, con una narrazione  forse con il limite di essere troppo addossata al dialogo e all’azione, che contestualizza poco, e sarebbe stato bello avere qualche descrizione in più che permettesse al lettore di respirare l’aria del ’68.

Altro limite che ho trovato è consegnare spesso qualche metafora di vita alle parole dei personaggi, ma in una forma impersonale, forzata, che mi ha richiamato più una riflessione profonda dell’autrice consegnata tout court al personaggio, che poteva essere incastonata meglio nella trama.

Nel complesso, ne consiglio vivamente la lettura.

Sinossi:

Elisa ha una vita invidiabile, tranquilla, avvolta dalle granitiche certezze che è riuscita a costruirsi negli anni. Ma una telefonata da oltreoceano cambia tutte le carte in tavola. Elisa è costretta a fronteggiare un passato che pensava di aver sepolto, gli anni dell’università, il Sessantotto a Pisa e… Marco. Dopo aver affrontato le sue più grandi paure, la protagonista sarà davvero pronta a mollare il salvagente e lasciarsi trasportare dalla corrente? Una storia di forza e di coraggio tutta al femminile, dagli anni Settanta ad oggi.

 GGB

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La mia recensione di “Racconti e Disincanti”, di Vanina Sartorio

racconti-e-disincantiCaro Visitatore,

ho conosciuto questa antologia  Racconti e disincanti, di Vanina Sartorio, grazie alla stessa autrice, che mi chiese un’intervista a Crisalide. Rimasto colpito dalla presentazione, ho scelto di leggerlo, e non ho sbagliato.

Vanina ha un buon talento descrittivo, un ritmo coinvolgente nelle sue storie, alcune delle quali potrebbero tranquillamente essere sviluppate in un romanzo. L’autrice tocca più argomenti, estratti dalla vita di tutti i giorni, sviluppandoli in modo coinvolgente e stimolante.

Il fil rouge è proprio il disincanto, spesso legato al finale di ogni racconto, un disincanto che spesso somiglia a un esame di realtà, a una concretezza, al reale della vita.

Sono racconti che lasciano il segno. E mi sono scoperto ad evitare di passare da un racconto all’altro, prendendomi il giusto tempo per far decantare ogni racconto nella mia mente. Solo quando era giunta la giusta maturazione, ed era una mera sensazione di pancia, ho continuato col racconto successivo.

E devo dire che è stata una lettura piacevole e assolutamente consigliata.

Molto intrigante, poi, la copertina ;)

Sinossi:

I racconti che danno vita al libro non temono di fotografare il lato oscuro della personalità dei soggetti prescelti, risultando tragicamente attuali, se letti in parallelo con le ricorrenze degli accaduti narrati sulle cronache. La depressione post partum con il lento smarrimento dell’equilibrio di coppia, la scoperta della sessualità nella diversa abilità, la devozione verso l’anziana madre ammalata che si tramuta in odio e auto-annientamento, un imbarazzante colloquio di lavoro in cui i due protagonisti fanno finta di non conoscersi, l’angoscioso approssimarsi degli “anta”, il cibo come stabilizzatore di squilibri affettivi, feticismo e sesso violento contro voglia di serenità familiare, la noia e l’oblio del post sbornia, la fugacità di un bel ricordo, la morte e il tempo che passa sono i temi caratterizzanti. Gli scenari prescelti variano, presentando situazioni comuni, con cui è però difficile regolare i conti. Due elementi sono cari agli stati d’animo sommersi, perpetuamente tesi in una sofferenza “regolare”, non provocata da eventi speciali, ma connaturata a una certa indole, a una condizione, a un’incomprensione di fondo, a un accavallarsi di circostanze sfavorevoli.

 GGB

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La mia recensione di “Come un’eclissi solare”, di David Valentini

Sono le anime vaganti che s’incontrano nei primi venti anni di vita

che restano attaccate dentro come un nuovo strato di pelle

41WJbkHiD2L._SX341_BO1,204,203,200_Caro Visitatore,

il libro che oggi commento è Come un’eclissi solare, di David Valentini. Quando un libro ti costringe a prendere la matita in mano e a sottolineare quei passaggi, quelle frasi, che ti entrano dentro, e che proprio non vuoi perderti, sta sortendo un effetto positivo su di te. Quando, da psicoterapeuta, ti ritrovi a citare il libro in seduta per un passaggio che potrebbe essere significativo per l’altro, allora ha fatto molto di più.

Questo è il libro di David Valentini, ventottenne romano, che ha voluto creare una realtà in qualche modo borderline. Si immagina ricercatore italiano trapiantato a Londra, sposato, con una figlia, che torna a Roma e nel vedere l’amico, non un amico qualunque, ma l’amico tanto amato e perso senza un reale perché, si ritrova a ripercorrere la sua adolescenza, la nostra adolescenza, dal momento che siamo quasi coetanei. Definisco questo stato borderline, perché mi sono ritrovato sospeso assieme all’autore in un momento dove al contempo ancora non si è (che io sappia non vive a Londra, non ha figlie) e si è già stati in giovinezza.

Un momento di stasi di una ricchezza impressionante, a metà tra ciò che è stato e ciò che sarà. E con le giuste parole, con uno stile poetico e toccante David regala un quadro di pensieri ed emozioni davvero notevole, ben intessuti tra loro e cangianti.

Bellissima la distanza/vicinanza che crea con Alberto, l’amico che stimola i suoi pensieri, tanto vicini da potersi toccare, riconoscere, rivivere, eppure così lontani, senza un perché. Come un’eclissi solare, per un lungo tempo i nostri astri si sono avvicinati e poi sovrapposti, e i corsi di pensiero armonizzati al punto da non poter quasi più distinguere l’uno dall’altro. poi, ineluttabilmente, le nostre luci hanno vacillato. In un gioco di specchi, Alberto, così cambiato dall’adolescente ribelle che era, ora in giacca e cravatta, i capelli corti, riporta il protagonista-narrante alle gioie e ai dolori della sua giovinezza. E parliamo di una giovinezza che accomuna oggi tanti trentenni, quindi dell’altro ieri.

Ma il vero talento che scopro in David Valentini è il suo stile morbido, la sua capacità di scegliere il termine giusto in ogni frase, il saper selezionare le parole con cura. Non parole comuni, banali, ma quelle che entrano dentro e toccano corde profonde, che sanno far sorridere, commuovere, che creano nostalgia, malinconia e speranza. David Valentini ha la possibilità di entrare in quella rara categoria di autori non commerciali, che sanno davvero emozionare e far vibrare. E io me lo vedo lì, a ragionare anche ore su una parola da inserire, quella giusta, quella che ti toccherà l’anima.

Ed è un bel talento.

Consigliato.

 GGB

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La mia recensione de “L’angelo di Cyprès Méchant”, di Paola Farah Giorgi

Vendetta e perdono erano sinonimi del resto, altrettanto inquietanti

l-angelo-di-cyprès-méchantCaro Visitatore,

hai presente quei libri che non riesci a fare a meno di finire? Quelli che ti coinvolgono intimamente, da cui non vedi l’ora di tornare appena hai del tempo libero? Ecco, questo è L’angelo di Cyprès Méchant di Paola Farah Giorgi, di cui ti avevo parlato in merito al suo primo romanzo, Desirée Perlite

Ho trovato il suo secondo romanzo l’estate scorsa allo Stand delle Edizioni Drawup alla fiera del libro di Latina. Dopo la lettura del primo è stata subito attrazione e ho deciso di comprarlo. L’ho letto tempo dopo, ma ha soddisfatto appieno le mie aspettative.

L’angelo di Cyprès Méchant è un libro piacevole, coinvolgente, con due storie parallele che si intrecciano tra loro, con un mistero che fa da sfondo: chi è l’angelo che custodisce la tomba di un uomo? O meglio, di chi è la fisionomia usata dallo scultore per creare una statua bellissima, femminile e seducente?

Oltre al mistero che coinvolge il lettore, abbiamo una descrizione dei personaggi suggestiva, un eros seducente che fa da sottofondo, appena accennato, nella giusta misura, e uno stile di scrittura dell’autrice leggero, che accompagna dolcemente il lettore, come già era accaduto in Desirée Perlite.

Mi è piaciuta molto la struttura di ogni capitolo, sempre uguale: storia reale, romanzo scritto da uno dei personaggi e un mantra finale, in un tempo buddista, per una colpa troppo grande da riuscire a perdonarsi. La stessa colpa che è legata al mistero del romanzo, portata da Charlotte, una ragazza con i capelli d’ambra che le scendevano sino a terra come una colata di lava appena rappresa. La stessa ragazza usata come modella per l’angelo, osservata da Marcel, uno scrittore che ha scelto di fare dell’otium il motore della sua vita, e che resta affascinato dalla ragazza e dall’angelo, e cuce sopra una storia immaginaria, un romanzo, fino a trovare la verità di quanto accaduto. Una verità svelata da un personaggio come Rachele, che si può riassumere così:

Nessuna metafora riusciva a rivestirla in modo adeguato se non quella di una struggente, sfuggente e appassionata melodia (…) Poi Marcel capì: Rachele era musica, e gli bombardava il cuore esattamente come il Bolero di Ravel. Fascinazione ipnotica, danza orgiastica, infinito crescendo, tamburi, possessione, impatto, urlo.

La ricchezza di questo romanzo è nel mescolare l’aria fredda e gelida di Londra con quella primaverile e floreale di un borgo francese, nel miscelare tre storie diverse, l’una funzionale all’altra, di inserire richiami della cultura buddista e araba… In questo concerto, in cui non mancano metafore accattivanti e una ricchezza di linguaggio, si crea una melodia coinvolgente, con strumenti diversi, che nella loro opposizione si mescolano a dare ricchezza.

Paola Farah Giorgi si conferma un’autrice capace di fare musica attraverso la scrittura.

Consigliato.

Il senso di colpa percuote la giovane Charlotte, china sulla tomba di un uomo dove s’innalza la statua di un Angelo a lei somigliante. Uno scrittore solitario, Marcel, abituale frequentatore del cimitero di Cyprès Méchant nella cittadina francese di Lumière, si lascia suggestionare da questa visione e inizia a scrivere sulla ragazza e sull’uomo della tomba una storia totalmente immaginaria ambientata a Londra che dipana un’altra realtà possibile. Contemporaneamente, l’incontro con Rachele, una donna misteriosa e
affascinante, condurrà lo scrittore a provare sentimenti ed emozioni mai osate e ad assaporare l’inaspettata quanto preziosa sensazione di non essere più solo. Il romanzo si addentra quindi nel sottile confine che separa la vita dalla morte, la materia dallo spirito, la realtà dalla fantasia, la pace dall’inquietudine, alzando il sipario sul vero senso di colpa della giovane Charlotte soltanto nel finale.

 GGB

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