La mia recensione de “L’anno della grande nevicata”, di Gianni Lorenzi

L' anno della grande nevicataCaro Visitatore,

Quello che ti presento oggi è L’anno della grande nevicata, libro di Gianni Lorenzi, presentato a Radiovortice nel 2012, quando ancora auto-pubblicato, recensito oggi che è edito dalla D&M.

Un libro scritto davvero bene, con uno stile ricercato, con termini spesso desueti, e di facile lettura.

Quando intervistai Lorenzi, mi disse che lo scopo era proporre al lettore un libro sperimentale, per certi versi lontano dai classici schemi, e devo dire che è riuscito nell’intento, proponendo un testo dove il lettore si ritrova ad avere le lenti sfocate dal narratore nel cercare di comprendere la storia.

Quest’ultimo, il narratore, potremmo definirlo un personaggio a parte, invisibile nella storia e posto a metà tra narrato e lettore. Racconta gli eventi perdendosi nelle sue elucubrazioni, si rivolge spesso al lettore, lo porta nella storia e fuori strada, in certi frangenti sta quasi anche per svelare il finale.

E poi c’è la storia, che si tinge di uno strano colore a metà tra il rosa e il giallo (il narratore definisce il romanzo, nelle sue elucubrazioni ironicamente pretenziose, storico…), tra le emozioni, il pathos del comprendere assieme al protagonista  (e al particolare narratore), il mistero che ha portato alla scomparsa della donna amata (che appare bella e bruttina al contempo, il protagonista è il narratore non sono molto d’accordo sul suo aspetto fisico).

Devo complimentarmi con Gianni Lorenzi, ringraziandolo per avermi regalato il romanzo. L’originalità della forma e la pregevolezza dello stile hanno messo in secondo piano la trama, è riuscito a confondermi e a farmi divertire come un illusionista, ricordandomi una mia mania particolare del latte e biscotti a quattro palmenti dopo cena, uno zio rituale nelle cene al ristorante, le mode dei media in determinati periodi storici (una tra tutte, la rivolta dei pitbull contro l’uomo…).

Tant’è l’unica critica da fargli, probabilmente, sta nel fatto di non avermi fatto capire quale sia il finale della storia, tanto ha fatto partire il narratore per la tangente. E giuro che mi piacerebbe stroncargli il romanzo per avermi portato così fuori strada, da ritrovarmi a leggere due volte il finale senza capire… ma anche questo è voluto, pertanto salvo Lorenzi autore e mando ironicamente a quel paese dentro di me il narratore senza nome, perché mi deve un finale.

Lorenzi, invece, mi deve la comprensione di questa frase di pagina 137, riletta venti volte e per venti volte non compresa (e qui non posso accusare il narratore, suvvia): Ma forse la mamma c’era perché, quanto al fatto che si sentisse in colpa, mentre barcollava verso il letto dove avrebbe finito per dormire vestito, state tranquilli che non c’è dubbio, e noi lo conosciamo bene.

Probabilmente, anche il miglior illusionista può impicciarsi con il coniglio nella tuba, e in 166 pagine, una volta può pure accadere.

Consigliato, per uscire dai soliti schemi. Buona lettura.

Sinossi:

Stefano Papini, responsabile marketing presso una grande azienda, una vita normale, a tratti noiosa, la solita sera dopo-lavoro al solito bar. Una sera come le altre. Pare. Quando la sua attenzione viene attirata da una suoneria di cellulare uguale alla sua. A rispondere a quel telefono è una donna, nella quale Stefano riconosce Simona Mazzantini, ex compagna delle superiori. Il tempo di alzarsi per ridurre la distanza che li separa e la donna si dilegua verso l’uscita, facendo perdere in un istante le proprie tracce. Il giorno seguente, in ufficio, lo attende una sorpresa: il direttore generale Galbusera lo convoca, presentandogli la nuova responsabile delle relazioni esterne e Stefano rimane sbigottito nel riconoscere di nuovo lei: la donna del bar, la sua ex compagna di scuola, la quale finge di non riconoscerlo. Da qui in poi, si intreccia una trama sentimentale che diventa, in un secondo tempo, un noir, svelando, nell’esposizione del racconto, che il protagonista è quasi una comparsa, mentre il novelliere diventa il personaggio principale, intento a elucubrare congetture e teorie, postillando mordacemente impressioni e pensieri. Una scrittura creativa che guarnisce l’intero racconto, divertendo, intrattenendo e appassionando il lettore. Un romanzo ironico e ricco di colpi di scena.

GGB

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La mia recensione a “Caro Adamo”, di Carlo De La Ville Sur Illion

Caro_AdamoCaro Visitatore,

Ho pubblicato la mia prima recensione sul sito dell’associazione di promozione sociale Clelia, con cui ho iniziato a collaborare.

Sul sito troverai recensioni di film e libri. La mia recensione è dedicata a Caro Adamo, dello psicologo Carlo De la Ville sur Illion.

Un libro sull’emancipazione femminile in Italia, sul ruolo della donna, spesso considerata capro espiatorio di tutti i mali, il tutto in un’ottica sistemica degna di nota.

Leggi tutta la recensione–>

GGB

La mia recensione a “Bruciate lentamente”, di Fabio Casto

41ObJR86AEL._AA258_PIkin4,BottomRight,-45,22_AA280_SH20_OU29_Caro Visitatore,

oggi ti parlo di Bruciate Lentamente, romanzo di Fabio Casto, disponibile in e-book e gentilmente donatomi dall’autore, che ringrazio.

Un po’ di sinossi per cominciare.

Pac è un diserbante dell’economia, un promotore finanziario che viene inviato presso quelle realtà microeconomiche apparentemente innocue ma considerate potenzialmente ostili agli interessi del mercato globale, col compito di estirparle proponendo ogni sorta di truffa capace di soffocarle dai debiti o assoggettarne il controllo. 
Pac è anche estremamente convinto che il mondo per come lo si conosce stia per collassare, che si sia prossimi a un’inevitabile apocalisse. Fonte di tale convinzione sono i numerosi segni della fine dei tempi che lui interpreta come inequivocabili e che lo spingono ad accelerare il suo piano di fuga, ossia la costruzione di quello che negli antichi testi indiani era chiamato vimana, una navicella spaziale. A questo scopo si affida a Samuel, un oscuro personaggio che gli procura dispositivi e attrezzature aerospaziali di contrabbando e del quale non conosce nulla, se non un recapito telefonico. 
Ma quando questo lo contatta dicendogli di esser stato rapito da ribelli maoisti in un monte in Nepal, Pac si vede costretto a tornare là dove ha da poco concluso un’operazione, a incasinare i suoi piani, a stringere una sincera amicizia con uno yak e a subire i deliri di un’autoproclamata divinità reincarnata. Mentre la fine dei tempi si avvicina e Oscar continua a vivere in una grotta.

Come avrai notato, si tratta di un romanzo che gioca tra la realtà e la fantascienza.

Voglio parlartene utilizzando alcune parole chiave: descrizioni, linguaggio, storia e personaggio principale.

Le descrizioni, troppe a mio avviso, così come le riflessioni. E’ un romanzo di 307 pagine, che probabilmente potrebbe essere scorciato fino a dimezzarlo. Naturalmente è una scelta dell’autore, che rispetto, ma da lettore ho trovato il ritmo della narrazione troppo altalenante, avvincente in alcuni punti, tremendamente lento in altri, proprio in quei passaggi ricchi di descrizioni che in certi frangenti annoiavano non poco.

Spesso predominano i giri di parole, ed ecco forse il senso nascosto del titolo: bruciate lentamente, perché sembra che l’autore ti cucini a fuoco lento, e questa battuta la scrivo per parlarti del pregio principale di Fabio Casto. Non sono giri di parole scontati o banali, sono sì troppi, ma sono di livello. Quello che ho apprezzato sopra ogni cosa, e di cui mi complimento con l’autore, è il linguaggio ricercato e di livello. Fabio utilizza dei termini poco frequenti, alcuni li ho anche dovuti cercare sul vocabolario, ma li ha incastonati ad arte nel testo, in modo da renderli comprensibili e di facile fruizione (poi, la mia sete di sapere mi porta a usare il vocabolario per analizzare il termine in tutte le sue sfumature).

E’ un libro che andrebbe letto già solo per il linguaggio che utilizza, per la capacità di Fabio di tessere le parole assieme, in questo è un artista. L’unica cosa che ho poco apprezzato, come ho già detto, è un po’ di prolissità nelle descrizioni e nelle riflessioni, quest’ultime incastonate male, che vanno a rallentare bruscamente la narrazione.

Per farti un esempio, a pagina 50 ancora non si è entrati nel vivo della storia, e non sai quali pieghe prenderà, occorre aspettare metà libro perché la storia diventi avvincente. Sia chiaro, la capacità espositiva di Fabio compensa l’eccessività descrittiva e riflessiva: ci sono troppe riflessioni e descrizioni, ma sono di livello.

Accanto a questo va aggiunto la capacità di Fabio di aumentare improvvisamente il ritmo del racconto e l’utilizzo di uno humor molto apprezzabile.

Mi soffermo poi sulla storia, e dietro ad essa è lapalissiana una cultura eccezionale di Fabio, specie nel campo delle religioni antiche, della tecnologia e della geografia. Fabio ti fa girare l’India e il Nepal portandoti per mano, capacità che non è da tutti. E’ come girare luoghi magici con una guida troppo chiacchierona ma con un vocabolario invidiabile e con una cultura che tradisce una preparazione approfondita, comprensibile anche ai meno esperti.

Non è digeribile da subito la storia, sia in corso di lettura che appena chiuso il libro. Occorre rifletterci un poco sopra, comprenderla, fermarsi a riflettere. Anche perché spesso Fabio non dice chiaramente ma lascia intendere. E parlando di un’Apocalisse in arrivo dove non ci sono quattro cavalieri o gli oramai consueti Maya, ma religioni e popolazioni che si perdono nella notte dei tempi, la prospettiva non è facile da masticare. Tanto di nuovo da conoscere, anche perché l’autore non lascia nulla al caso.

E poi c’è il personaggio principale, Pac (un nome insolito per l’uomo Pac… Pac Man…? O.o ). Un personaggio che quasi silenziosamente compie una rivoluzione copernicana nel suo carattere. Inizialmente ostico al lettore (e molto interessante per il sottoscritto), cinico, narciso, mitomane, affetto da anoressia mentale (a tal proposito mi piace come lo hai collegato alle fissazioni della madre, che faceva jogging con lui in braccio… ma il padre?)… improvvisamente lo si ritrova meno mitomane, costantemente cinico, ma straordinariamente simpatico e capace di provare una qualche forma di sentimento umano (e no, visitatore, non stiamo parlando di amore! Eureka, il primo romanzo che leggo senza una storia d’amore dentro, escludendo uno strano affetto del protagonista per uno Yak e per un altro mitomane che si crede una divinità decadente e decaduta…).

E a metà libro ci si ritrova a chiedersi: ma è lo stesso Pac? Cioè il Pac di prima? Proprio Pac Man? Ma non trovi una stonatura, Fabio te lo ha fatto crescere ed evolvere sotto gli occhi, silenziosamente. Notevole.

Come è notevole l’attenzione che l’autore dona al linguaggio non verbale del corpo. Che sia un gesto o una piccola mimica facciale, Casto fa parlare al 90% il corpo dei personaggi e per il restante 10% la loro voce (e no, visitatore, non mancano i dialoghi, anzi ce ne sono anche tanti). Questa attenzione al non verbale l’ho davvero apprezzata ed è difficile da trovare nei romanzi, quasi tutti noi fossimo solo voce e non gestualità (e qualunque corso o libro di comunicazione vi rivelerà che è l’esatto contrario).

Beh, caro Visitatore, ti ho accennato le mie riflessioni su Bruciate lentamente di Fabio Casto. Credo che, con una buona dose di pazienza per la sua prolissità, sia da leggere anche solo per il suo ammirevole vocabolario. ;)

 GGB

La mia recensione a Stryx, di Connie Furnari

17380942_anteprima-stryx-il-marchio-della-strega-di-connie-furnari-1Caro Visitatore,

oggi, prima di presentarti la recensione al romanzo Stryx. Il marchio della strega, di Connie Furnari, sono doverose due premesse.

La prima è che sono sempre più convinto che nel mare magnum di fantasy scritti da esordienti sia necessario che un romanzo di fantasia sia originale e accattivante, per poter piacere e per non scadere nel banale. La seconda è che non sono un amante di fantasy, ma se sto oggi scrivendo la recensione a questo romanzo, vuole dire che esso ha catturato tutta la mia attenzione.

Sono due  premesse doverose per poter rinforzare in partenza ciò che dirò di positivo di questo testo.

Un po’ di sinossi. Dopo aver vissuto in Inghilterra, Sarah, una potente strega, torna a Salem decisa a ricominciare una nuova vita senza la magia. Inaspettatamente, giunge la sorella minore, Susan, strega intrigante e perversa che ha scelto di passare al lato oscuro per la sete di potere, determinata a sconvolgere l’esistenza di Sarah e degli ignari studenti del liceo di Salem. La vita scolastica si rivela fin da subito molto più dura del previsto. L’unico apparentemente interessato a conoscerla è un giovane dai grandi occhi grigioazzurro, Scott, il solo ad essere in grado di risvegliare in lei antichi sentimenti che credeva ormai essere assopiti. Ma Salem ben presto comincerà ad essere sconvolta da numerosi delitti inspiegabili, il cui unico filo conduttore sarà un marchio a forma di “S” posto sulle vittime. Le strade della cittadina diventano pericolose trappole mortali, e a Sarah non resterà altro che affrontare il suo oscuro passato per poter salvare le altre giovani streghe e se stessa.

Mi è capitato tra le mani dopo un contatto da parte di Connie, avvenuto tramite mail. L’ho tenuto per qualche settimana nel kobo, per poterlo leggere non appena avessi avuto tempo.

Ora, hai presente quando ti ritrovi a fare zapping di fronte alla tv, indeciso su cosa vedere? Ecco, immagina di capitare di fronte a un film che già dalle prime battute sai non essere del tuo genere, che ha però quel qualcosa che ti cattura. Nel caso di Stryx è stata la copertina (brava Connie, la copertina è importantissima e la tua è accattivante). Il film inizia e tu stai lì con il telecomando in mano, pronto a cambiare canale, ripetendoti che sarà la solita americanata su streghe e simili.

Accade però che il film inizia stuzzicarti, lo trovi nelle tue corde, continui vederlo, finché la mano non abbandona il telecomando e ti immergi completamente nel film, preso dalla trama.

Quando chiudi l’ultima scena, capisci di avere avuto di fronte un fantasy che vale, divertente, appassionante e intrigante, con la giusta dose di ironia, un buon mix di fantasia e realtà, una storia d’amore che non cade mai nel banale o nel mieloso. E ti ripeti che, se hai sacrificato anche il romanzo che stai concludendo, preso come eri dalla storia, è un fantasy che puoi annoverare tra i migliori letti finora, scritti da emergenti, secondo solo a I tre druidi di Stefano Tomei (ma lì, caro Visitatore, sai che ho avuto una passione particolare!). E di fantasy ne ho scartati almeno dieci nell’ultimo anno, che non ho volutamente recensito per non stroncarli nel mio piccolo.

Stryx è la storia di una strega, Sarah, all’apparenza diciassettenne, ma con un’età anagrafica di tutto rispetto: 360 e passa anni (portati molto bene, vedi copertina!). Di vite ne ha vissute tante, portando con sé una maledizione, un amore passato a cui ha dovuto violentemente rinunciare, una gatta fedele e una sorella che è l’opposto di lei, con i suoi atteggiamenti che sfociano nel libertinaggio più totale. Prima nota positiva: gli accenni storici e letterali che Connie fa, in riferimento alla vita di Sarah, ben incastonati nel romanzo. Quando vivi per 360 anni puoi tranquillamente aver conosciuto Degas, Freud e altri, puoi raccontare aneddoti particolari sulle loro vite e sulle loro personalità. Ho trovato questi riferimenti davvero simpatici e ben inseriti nella storia, magari ne avrei inserito qualcuno in più, man mano che la storia andava avanti, giacché si perdono, sacrificati in virtù della trama principale.

Sarah, decisa a vivere una vita normale, inizierà a frequentare un liceo della sua terra natia, Salem, (classico liceo americano: armadietti, lunghi corridoi, cheerleader, capi bande, sala mensa, punti in più, è una location a mio avviso classica ma sempre vincente) vivendo i problemi di inserimento sociale di qualunque adolescente appena arrivato in una scuola. A complicare le cose, una sorella volutamente combina guai, arrivata poco dopo di lei assieme al maestro delle streghe, Lucifero (un po’ troppo umanizzato per i miei gusti ma di indubbio “fascino”, se così si può dire), un ragazzo che somiglia incredibilmente al suo amore perduto di secoli prima e la presenza dei cacciatori di streghe.

L’evolversi della storia non te lo svelo, lasciando che sia tu a scoprirlo. Quello che svelerò è la bravura di Connie nello scrivere: uno stile semplice e lineare, che non cade mai nel già detto o nel banale. Connie sa dosare ironia e serietà, fantasia e realtà, con uno stile che porta il lettore a perdersi nelle pagine, dalla prima all’ultima, senza momenti di noia.

Non ho colto una morale vera e propria nella storia, se non che il male può spesso trasformarsi in bene e che le apparenze non sono ciò che contano. Temi forse un po’ classici, sotto il punto di vista dell’insegnamento c’è poco di nuovo e di originale. C’è però una bella storia, tutta da gustare, di quelle che ti fanno rilassare steso su un divano e ti fanno alzare pensando che hai passato dei momenti divertenti a leggerlo.

Oh, e poi se è piaciuto a me, terribile inquisitore di romanzi fantasy emergenti, a tal punto da metterlo secondo solo a I tre druidi di Stefano Tomei, che al momento per me è il faro di riferimento da cui osservare gli altri fantasy, vorrà pur dire qualcosa? ;)

GGB

La mia recensione a “Il ladro di anime”, di Roberto Paradiso

947003_10200754171930383_2146198830_nCaro Visitatore,

da piccoli e brevi scambi su facebook si conoscono varie persone, che spesso si fermano a lasciarti un mi piace sulla tua fan page. Capita allora di contattarli e di fare qualche scambio di battute, scoprendo che sono degli autori di testi notevoli.

E’ il caso di Roberto Paradiso, che mi ha segnalato il suo racconto Il ladro di anime, disponibile gratuitamente sulla rete. Incuriosito, l’ho scaricato e ho inaugurato con esso la lettura attraverso il kobo (ebbene sì, mi sono modernizzato, pur continuando ad avere una passione per la carta… ma sono anche ecologista, dunque continuo ad approvare gli e-book, pur non vedendoli in competizione con le brossure: aggiungono qualcosa, non tolgono… perdona la piccola chiosa!) :D

Ebbene, proprio di tecnologia ci parla Il ladro di anime, con un racconto dove i sentimenti si vanno ad incrociare con le possibilità che l’incerto futuro potrebbe riservarci.

Ora, il racconto è gratuito e disponibile sulla rete, non credo ti serva che ti faccia il riassunto di sedici pagine per incuriosirti, vero? Passo dunque subito alle impressioni.

Il modo di scrivere di Roberto mi piace, è fluido e scorrevole e la storia coinvolge non tanto per la trama ma per i sentimenti che trasmette: emozioni umanissime, paura, amore, coraggio, in un contesto di fredde macchine o meglio di una macchina in particolare, capace di diventare quasi umana, deprivando l’uomo della sua parte più intima, l’anima.

Faccio un’altra piccola chiosa, il racconto di Roberto mi ha fatto ripensare all’antica disputa dei filosofi, che si chiedevano dove risiedesse l’anima umana. La concezione cartesiana la poneva nel cervello e nello specifico nell’unica ghiandola che univa due emisferi morfologicamente simili (ma con funzioni diverse): la ghiandola pineale. Il progresso biologico ha dimostrato che l’anima non è lì, dato che gli split half (pazienti “dal cervello diviso”, operati per tumore alla ghiandola) riescono a vivere e ad avere coscienza, senza neanche accorgersi dell’assenza di questa porzione ponte del cervello.

Torno al ladro di anime, segnalando la bellezza di un finale che rappresenta il trionfo dell’amore, che diventa vera e propria essenza, nato da una macchina e dall’unione congiunta di due esseri umani.

Non so quale sia la finalità di questo racconto per Roberto, se sia un elogio dell’amore o l’ipotesi di un futuro possibile. Io ho letto come messaggio un’avvertenza: man mano che il nostro mondo progredirà tecnologicamente, dovremo sempre tenere presente la componente fondamentalmente umana che ci caratterizza.

La tecnologia è bella, apre possibilità eccezionali, allunga la vita, migliora gli agii, ma le macchine sono fredde, non hanno sentimenti propri, possono solo arrivare a somigliarci, e chissà se un giorno arriveranno a farlo per sentimenti, emozioni e sensazioni (mi viene in mente il film The bicentenary man, con Robin Williams). Anche qualora arrivassero a farlo, sarebbero comunque impulsi creati da file, copie della nostra originalità. L’avvertenza è dunque di seguire la tecnologia, senza perdere di vista il nostro intimo e le sensazioni che solo in presenza reale dell’altro possiamo provare.

Le macchine ci aprono alla comunicazione, moltiplicano il dialogo, ma l’amore, l’amicizia, la passione, le possiamo provare solo in presenza viva e vera dell’altro. Le macchine, in fondo, per quanto moderne, non potranno mai arrivare alla specialità costituita dall’uomo ;)

Un grazie a Roberto, per aver condiviso questo toccante racconto con me, e un consiglio a te, Visitatore, per una breve e bellissima lettura.

Buon proseguimento!

GGB