La mia recensione di “Creature di un giorno”, di Irvin D. Yalom

Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. 

(Marco Aurelio)

 

C51d0fzve6nl-_sx321_bo1204203200_aro Visitatore,

oggi voglio parlarti di un libro e di un autore capaci di toccare il cuore, Creature di un giorno e di Irvin D. Yalom, psichiatra e autore di diversi testi, tra cui La cura Schopenhauer e Le lacrime di Nietzsche.

Dieci casi di psicoterapia seguiti da Yalom, con grande maestria, che toccano i temi più profondi dell’animo umano, la morte, la malattia, l’amore…

Il Chicago Tribune ha definito questo testo un libro in cui il terapeuta è un poeta, e la terapia un’arte. E mai definizione fu più adeguata. Yalom porta il lettore dentro le emozioni e soprattutto dentro la relazione terapeuta-paziente, una relazione trasparente, pura, reale, vibrante, dimostrando che la psicologia non è mera scienza della mente, ma scienza della relazione.

Yalom accoglie la persona nella sua interezza, nel suo essere globale, senza approcci precostituiti, freddi, comportamentali, senza diagnosi -etichette, ma con un approccio olistico che rispetta l’Altro, il proprio essere terapeuta, e lo spazio e il tempo che passa tra loro: la relazione.

Esiste un paradosso, che Yalom cita, e che attiene al processo psicoterapeutico: il cliente sembra diventare dipendente dal terapeuta, per aprire relazioni sane fuori dal contesto terapeutico. Diventa dipendente da un contesto sufficientemente buono, per dirla con Winnicot,  accogliente, capace di rispettarlo e di renderlo, alla fine, indipendente dal contesto stesso. Un utero capace di farlo rinascere. Se riesco a creare un ambiente genuino e accogliente, i miei pazienti troveranno l’aiuto di cui hanno bisogno, spesso in modi meravigliosi che non avrei potuto prevedere o persino immaginare.

Ed esistono insegnamenti utili ai terapeuti, che le scuole di psicoterapia non insegnano e che nascono da un’esperienza pluriennale e da una capacità dell’autore di passarle in modo umile e semplice. Ancora una volta mi sentivo pieno di umiltà al cospetto dell’infinita complessità della mente umana.

Yalom ha più di ottanta anni, e l’arrivo della fine della vita è ben presente nel suo processo terapeutico e nei suoi scritti: faccia presto a ricontattarmi, si ricordi la mia età. Eppure la visione della morte diventa risorsa per le sue terapie, la morte inizia con la vita una danza, diventa un opposto indissolubile dalla vita stessa, una risorsa fondamentale per ricordarsi di vivere appieno il proprio essere.

E’ un libro che consiglierei a tre categorie di persone.

Ai terapeuti inesperti, che Yalom cita spesso. E credo che, al pari di un uomo di più di ottant’anni, con la sua umanità e professionalità ed esperienza, meravigliato ancora dalla complessità e unicità dell’uomo, rispettoso dell’Altro e della relazione, possiamo considerarci con grande umiltà tutti terapeuti inesperti.

A chi porta dentro una sofferenza, in particolare un lutto e una perdita, perché il vero punto di forza di Yalom è la profonda umanità che restituisce dignità e calore all’individuo nel suo essere in divenire, lima gli spigoli duri dell’esistenza. Conosco persone che hanno subito lutti dolorosi che hanno ritrovato il sorriso nel leggere i suoi scritti.

A chiunque voglia riflettere sulla vita e sull’uomo, in tutte le sue sfaccettature.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

FacebookCondividi

La mia radiointervista a Simone Turri, autore di “Brandelli d’anima”

51RbXPKoHnL._OU29_AC_UL320_SR216,320_Caro Visitatore,

Nell’ottava puntata di Crisalide sarà nostro ospite Simone Turri, autore, assieme a Daniela Mecca, di Brandelli d’Anima.

Un grande ritorno, quello di Simone, che è già stato nostro ospite in passato, per presentare il suo fortunato romanzo Il Tatuatore, e ancora prima Il fiore nero. Un passaggio dall’horror al thriller psicologico sempre più evidente, con un fil rouge evidente: scoprire sempre di più il nero nascosto in ciascuno di noi…

Sinossi: 

Michelle, giovane donna di Dublino, decide di riprendere in mano la propria vita, affrontandola e scontrandosi con una torbida realtà che le ha lasciato un marchio indelebile. Avrebbe dovuto essere un percorso semplice e spensierato, ma un susseguirsi di strani incontri ed eventi rendono tutto molto complicato, fino a quando si troverà costretta a ricomporre il puzzle della sua anima.

Buon ascolto!

La mia recensione de “La porta dei morti”, di Sibyl von der Schulenburg

La porta dei morti - Sibyl von der SchulenburgCaro Visitatore,

Oggi ti parlo de La porta dei morti di Sibyl von der Schulenburg, inviatomi dalla casa editrice Il Prato per una recensione.

È stata una lettura piacevole e scorrevole, con una trama interessante, che richiama il passato etrusco della Toscana, riti e credenze antiche, e dona visibilità a una zona dell’Italia, che si propone come una cornice storica e culturale davvero accattivante per un romanzo.

L’unica pecca è che è una narrazione troppo ricca di dialoghi. In alcuni passaggi, l’autrice dona delle belle e suggestionanti descrizioni, in altri passaggi vi rinunzia, facendo perdere il lettore in botte e risposte che lo costringono di tanto in tanto a rileggere più volte i dialoghi per capire l’azione in atto.

Un’altra pecca è una continua ripetizione di azioni, che stonano un po’ la lettura:

1- La protagonista Lucia piange almeno una ventina di volte, in alcune occasioni non se ne capisce il motivo.

2- La cavalla Selva scaccia le gli insetti con la coda almeno quattro o cinque volte, sembra un’azione volta a riempire le righe dello scritto. Inutilmente.

3- Un’altra tendenza, a mio avviso fuori luogo, è quella di Valeria a normalizzare determinati comportamenti. Ripete di continuo, oltre a spiegazioni eccessivamente manualistiche, che dati comportamenti o reazioni sono “normali“. Ho letto lo splendido curriculum di Sibyl von der Schulenburg, notando che si occupa tanto di giurisprudenza quanto di psicologia, ed è forse in questa mistura la causa della normalizzazione di Valeria  (la psicologa del romanzo).

Credo fermamente che il comportamento umano sia troppo ricco e variabile per essere definito normale o meno. Il punto zero della curva di Gauss, che pretende di definire i limiti della normalità assoluta, non esiste, e mai uno psicologo dovrebbe definire con estrema facilità ciò che è nella norma e ciò che non lo è.

Il sintomo è qualcosa di più ricco per appartenere a categorie date. Ma questa differenza di visioni non rovina il romanzo nella sua struttura.

Mi è piaciuta la libertà interpretativa che lascia l’autrice attraverso le parole della “problematica” ex scrittrice Giulia: lo scrittore deve saper raccontare la stessa storia da vari punti di vista, sarà il lettore a decidere a quale aderire. E sono d’accordo con Sibyl von der Schulenburg, avendo apprezzato la pluralità di punti di vista con cui mi ha fatto entrare nella storia.

Ritengo che chi lo acquisterà potrà usufruire di una lettura piacevole, che ha gli spunti di un giallo storico, in parte psicologico e paranormale, che desta la giusta curiosità per spingere il lettore a comprendere l’intreccio e ad arrivare fino alla fine della trama.

Per la scorrevolezza, il ritmo e la predilezione dei dialoghi, può essere  consigliato soprattutto ad un pubblico adolescente.

GGB

Sinossi:

Sono l’amore e la pietà a spingere Giulia alla raccolta di tanti cani randagi o è qualcos’altro che la costringe in quel fenomeno che gli anglosassoni chiamano animal hoarding, collezionismo di animali? Se lo chiedono anche le autorità di Verdalmasso, un paese tra le colline toscane dove l’anziana svizzera risiede ormai da diverso tempo, in solitudine ai margini del paese. Il sindaco però non può dedicarsi solo al problema della cagnara in quanto si avvicina il solstizio d’estate e, la notte di San Giovanni, il paese è da sempre teatro di incontri particolari, visite di parenti scomparsi da tempo.

La psicologa, incaricata di sondare le capacità psichiche di Giulia è nativa di quei luoghi, diretta discendente degli etruschi che lasciarono tracce nelle tombe circostanti il paese e nelle tradizioni legate alle porte dei morti, passaggi ben noti agli antropologi, che hanno il potere di togliere la paura di morire.

Dopo Ti guardo e I cavalli soffrono in silenzio, l’autrice offre in questo psicoromanzo un messaggio d’amore e di speranza, una cerniera affettiva tra passato e futuro, un viaggio tra psicologia e parapsicologia.

The imitation game: nell’infinito dell’anormalità, nell’artificio della normalità

Caro Visitatore,

mi è capitato di vedere un film qualche settimana fa, The imitation game, una pellicola avvincente, che narra il potere della mente di Alan Turing, colui che cambiò le sorti dell’ultimo conflitto mondiale, decifrando il codice enigma.

Molto è stato detto sul film, aggiungere altro sarebbe superfluo, come molto è stato detto del suo genio matematico, della riabilitazione post morte, 55 anni dopo, da parte della Regina Elisabetta II, delle prime scoperte che porteranno alla nascita del computer.

Nel film appare una personalità fortemente tormentata, dalle mille contraddizioni e capace di stranezze e bizzarrie inverosimili. Turing morì suicida, appena quarantenne, il 7 giugno 1954, dopo un anno di cure imposte a base di estrogeni per la sua omosessualità (allora reato in Inghilterra).

Come spesso accade, la condizione di diversità rispetto agli altri a cui il genio è irrimediabilmente sottoposto genera comportamenti che il cinema e la letteratura tendono stereotipare, fino a rendere gli scienziati macchiette: lo scienziato o l’artista è incapace di relazionarsi agli altri, viene mostrato cinico, irriverente, ossessivo, bullizzato dai compagni di classe, alienato, strambo, ipocondriaco.

Alan Turing diventa una sorta di Sheldon Cooper contro i nazisti.

Eppure, mi ha fatto riflettere sul concetto di normalità, su quanto spesso proprio la diversità diventa genialità. Mi è tornata in mente la curva di Gauss, la rappresentazione grafica della normalità.

Secondo la psicometrica, più ci si discosta dal punto centrale (l’apice della campana) più ci si discosta dalla normalità. Un dato fondamentale da ricordare, tuttavia, è che il punto zero, ovvero l’apice assoluto, l’individuo normale per eccellenza, non esiste. E’ solo un costrutto statistico, a fronte di una fortissima variabilità umana che in un modo o nell’altro discosta tutti noi dalla norma. Il normale che ispira la statistica è finto, artificiale.

Al contempo, più si scende dalla campana, verso destra o verso sinistra, più si arriva alla anormalità. Bisogna notare però che la campana non tocca mai “il terreno” sotto di lei, la base del grafico, è simmetrica e asintotica rispetto all’infinito.

Ovvero tende all’infinito.

Quindi da un lato il normale per eccellenza è artificiale e non naturale, dall’altro l’anormalità (dove si situano tanti geni assoluti, compreso Turing) tende all’infinito.

E nell’infinito, c’è Dio.

GGB

La mia intervista sul blog “Scritturati”: psicologia e narrativa

270221_2139095608066_1566432379_3632219_3336917_nCaro Visitatore,

approfitto di questa intervista che mi ha gentilmente sottoposto il poeta Vincenzo Monfregola per presentarti il blog- Magazine Scritturati.

Durante l’intervista abbiamo presentato il mio romanzo Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità, l’antologia Crisalide (su cui è edito il mio racconto La filosofia dell’ottimismo), e l’omonima trasmissione su Radiovortice.it.

Ma soprattutto, e questo è secondo me il punto di forza delle domande di Vincenzo, abbiamo parlato di Psicologia, cosa è, cosa studia, quanti muri pregiudizievoli deve ancora abbattere.

Ti lascio il link dell’intervista che puoi trovare cliccando qui.

Dai un’occhiata al Magazine: è molto cliccato, ha una bella grafica, parla di libri, narrativa e… chissà che non ti intervisti? ;)

GGB

Crisalide: come unire politica, psicologia, cultura e beneficenza ;)

Crisalide, Raccolta

Caro Visitatore,

la filosofia principe dell’antologia Crisalide è la collaborazione: 14 autori di diversa età e di diversa estrazione sociale e geografica hanno collaborato per stendere i racconti dell’antologia, sfidando la crisi editoriale, conosciuta dal mondo molto prima della stessa crisi economica, per motivi che non stiamo qui a dire.

Viste le basi su cui questa Antologia è stata fondata, nella stessa promozione non possono mancare la collaborazione e la solidarietà, perché è il modo migliore per presentare un testo che nasce dall’aiuto reciproco.

Faccio questa premessa per narrarti una presentazione di successo, consigliandoti di unire più realtà per ottimizzare i benefici di vendita e di diffusione del testo, seguendo i consigli di Emanuele Properzi.

Io, personalmente, ho unito politica, cultura, e beneficenza.

Nel Lazio si sta svolgendo la campagna elettorale per le regionali (oltre che per il governo) e i candidati di vari partiti stanno incontrando i cittadini per chiedere le preferenze necessarie per entrare nel consiglio regionale.

Ciò comporta che vengano organizzati diversi eventi (aperitivi, dibattiti ecc.) per incontrare i cittadini: come non approfittarne per lanciare Crisalide, dal momento che seguo uno di questi candidati? ;)

Mi faccio dare una data, invito il candidato, invito l’editore e si organizza il tutto. Ho parlato anche di beneficenza: avevo sala e aperitivo gratuiti (ovvero non a spese mie, né dell’editore), perché non lanciare uno sconto e fare beneficenza, anziché intascarsi la quota autore? ;) In fondo era anche un ottimo incentivo per incrementare la partecipazione (compri una copia di Crisalide a 10 euro, anziché 11,90, e 3 euro vanno in beneficenza a un’associazione che si occupa di bambini malati oncologici, Peter Pan: come puoi fermarti dal comprarlo? :D).

Teatro Bottega degli artisti (piccolo, e confortevole e il nome suona davvero bene), mercoledì 13 febbraio 2013: avete presente quelle situazioni in cui sembra andare tutto storto?

Giovanni Garufi BozzaBene, è una di quelle situazioni! A tre quarti d’ora dall’inizio, l’editore mi chiama per dirmi che è in panne con la macchina che si accende e si spegne in continuazione, e ha le copie dei libri da vendere >.<‘

Mi lascia con la frase: “Provo a raggiungerti, ma non assicuro nulla”.

Altra notizia-no: il candidato ha 40 di febbre, la campagna in pieno febbraio non perdona, verrà un sostituto.

Come esclamerebbe Homer Simpson: D’OUH!

Mai farsi prendere dal panico, come ho scritto sulla filosofia dell’ottimismo (il racconto che ho pubblicato sull’antologia Crisalide), tutto può diventare risorsa, anche le difficoltà.

Con questa filosofia salgo sul palco: sono solo e la sala è strapiena (ma quando è entrata tutta questa gente?!) O.o

Comincio a parlare: da solo sul palco sembro Steve Jobs che presenta il suo ultimo dispositivo, si chiama libro, è touch screen, con un dito si va da una pagina all’altra, c’è un comodo indice per andare alla pagina voluta… Ok, è una minchiata, ma bisognerà rompere il ghiaccio con il pubblico in qualche modo, no? (E la battuta è tratta da questo video spagnolo, che ritengo geniale e chi regalo! :D)

Parlo di come è nata l’Antologia, del ricorso alla cooperazione tra gli autori, della volontà di rivalutare la crisi in senso positivo (da qui il titolo Crisalide, come il bruco che entra nella sua fase critica, muore, per diventare un essere più bello, una farfalla). E vengo al mio racconto che rivisita la crisi, l’errore e lo sgomento, come risorse positive per crescere, abbandonando la coloritura negativa che tipicamente viene associata a tali termini. Avendo già parlato sul blog nello specifico di questa rivalutazione ti lascio il link per approfondire la filosofia dell’ottimismo (ispirata alla psicologia della salute) :)

Mentre parlo arrivano sia l’editore che il politico che sostituisce il candidato ammalato. Passo la parola a lui, che riprende le mie tematiche per parlare della buona politica e di queste elezioni.

Risultato della cooperazione tra politica, beneficenza e presentazione?

1-  Alta partecipazione, con sala piena.
2-  32 copie vendute in un colpo solo (è il mio record personale)
3- 100 euro di beneficenza raccolti dalla vendita per l’associazione Peter Pan, che si occupa di bambini malati oncologici.

Come consiglia Properzi, occorre approfittare di ogni occasione (fiera, festa, dibattito politico, ecc.) per unire la propria presentazione a qualcosa di già esistente o che, per la molteplicità di tematiche affrontate (nel mio caso presentazione, psicologia, intervento elettorale di un candidato, aperitivo, beneficenza) garantiscono un’altissima partecipazione.

Direi che la Crisi, rivalutata nell’ottica Crisalide, ci ha fatti davvero volare questa volta, che ne dici, caro visitatore? ;)

Buon tutto!

GGB

La presentazione dei personaggi di Selvaggia: Daniel.

Ho pensato che in questo blog mancasse qualcosa in merito al libro Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità: la presentazione dei personaggi.
Nei prossimi post cercherò di fare ammenda presentandone uno ad uno. ;)

Il primo è Daniel, quello di cui in genere alle presentazioni parlo di meno… Chissà perché poi?
È il vero protagonista della storia, colui che il lettore segue per tutta la durata del romanzo, essendo la telecamera dietro di lui.

Timido, talvolta impacciato, razionale e socievole, ecco come si presenta il ragazzo. Ama suonare la chitarra e vivere in modo lineare, nella sua classica anormalità, che non concede spazio a colpi di testa, a sconvolgimenti improvvisi, quelli dove verrà invece condotto da Selvaggia.

Vediamo qualche parola chiave che si lega al ragazzo.
Daniel rappresenta la semplicità, contrapposta alla complessità della figura di Martina-Selvaggia. Al tempo stesso rappresenta la razionalità, contrapposta all’irrazionalità delle due ragazze, per le quali cercherà di diventare una sorta di ponte, di unificatore di due parti scisse di un unico corpo.

Ma non aggiungo altro, per non fare spoiler. :D

Dirò solo quello che traspare già dall’anteprima del libro.

Selvaggia, non rendendosi (o non volendosi rendere conto?) che il ragazzo conosciuto al Jungle altri non è che lo stesso ragazzo compagno di università di Martina, inizierà un flirt con lui, per un’unica sera.

Daniel non tarderà a notare il legame tra Martina e Selvaggia, e ciò costringerà la ragazza a dare spiegazioni, scegliendo la via della rivelazione, proteggendosi con cinque regole che lei stessa imporrà al ragazzo. Daniel diverrà così una sorta di diario su cui la ragazza segnerà la sua storia, in buona parte illogica e irrazionale.

Solo la pazienza del giovane potrà servire a contenere tanta illogicità; una su tutte (sempre senza fare spoiler): Selvaggia parlerà di Martina in terza persona, alzando dei veri e propri muri tra lei e la ragazza, e rendendo questa dicotomia tra i suoi due Sé ancora più profonda.

Un ulteriore parola chiave per descrivere il giovane è amore. Riprendo le parole che mi ha un giorno Alessandro Vizzino, autore di SIN e de La Culla di Giuda, mi scritto su un commento su facebook. “Daniel è capace di vero amore”.

E’ positivo essere riusciti a trasmettere questa considerazione sul modo di amare del ragazzo, perché l’amore è proprio il sentimento che Selvaggia riuscirà ad insegnargli, pur senza rendersene conto.

Proprio a lui, che nell’amore non crede e lo considera un legame fragile, destinato a distruggersi, diverso dall’amicizia, che è come una catena di ferro che lega due persone. Passerà dunque dalla razionalità all’emozione irrazionale, matto, che fa fare tutto.
(Quando sei innamorato pazzo fai questo ed altro, dirà Daniel).

Ultima parola chiave credo che sia Sé ideale. In molti mi chiedono se la storia è reale e soprattutto se sono io Daniel. Alla prima domanda non rispondo, lo lascio immaginare al lettore, alla seconda rilascio solo un sincero… magari!

Magari avere un carattere come quello di Daniel, spontaneo e sincero. Magari saper andare in motorino (sono negato), e saper suonare la chitarra (non ho mai avuto tempo per imparare). Magari avere la sua pazienza e la sua capacità di cavarsela in ogni situazione.

E’ indubbio che Daniel sia il personaggio che sento più vicino, e che molte situazioni e persone accadute o incontrate, le ho vissute in prima persona. Ma non ho tracciato il mio carattere, né ho vissuto io stesso un incontro con un personaggio come Selvaggia (anche lì… magari!).

Direi che Daniel sia più il mio Sé ideale, quello che vorrei essere, con quel carattere puro e sincero, così difficile da trovare. E che francamente non credo che sarò mai ;)

 GGB

Sfumature e Chiaroscuri nel romanzo “Selvaggia”

Volevo inizialmente tracciare Martina e Selvaggia come due entità ben separate tra loro, uniche, ben marcate e tratteggiate. Spesso Selvaggia ripeterà a Daniel che è diversa da Martina, parlandone in terza persona e spingendo il ragazzo a fare lo stesso.

Andando avanti però mi resi conto che la linea di demarcazione, cosi nettamente da me marcata,  andava via via sfumando nel corso della stesura del romanzo. Una volta concluso, capii che avevo creato diverse sfumature, dei continui chiaroscuri dei personaggi, alcuni dei quali individuati dagli stessi lettori, dopo la pubblicazione.

Quanto cresce un romanzo quando, venuto al mondo, si nutre voracemente delle interpretazioni dei lettori, modificando la sua fisionomia!

Il chiaroscuro da me individuato e descritto è quello più diretto, evidente, tra Martina (il chiaro) e Selvaggia (lo scuro). In mezzo varie sfumature come la copertina mostra.

C’è poi un secondo chiaroscuro, suggeritomi da alcuni lettori, che è persino capovolto. È davvero Selvaggia la parte oscura di Martina? Non è piuttosto l’inverso? Non è forse Selvaggia la parte più viva e solare (dunque chiara) di un corpo che con la sola Martina, chiusa, inespressiva, isolata (scura), morirebbe?
Solitamente ho notato che ci sono due fronti : chi ama Martina e non sopporta Selvaggia, vede la prima chiara e la seconda scura. Chi, all’inverso, nutre una simpatia per Selvaggia, la vede come la parte chiara.

Naturalmente non mi schiero con nessuna delle due posizioni, anche se ho una mia personale idea, in parte diversa da quella di partenza, costruita assieme ai lettori con cui ho avuto il piacere di scambiare opinioni.

Alla prima presentazione fatta nel 2011 alla libreria koob, riflettendo su come presentare i personaggi principali, ho individuato un terzo chiaroscuro, che prima mi era poco chiaro.

Apro una piccola parentesi in forma di domanda: è possibile che ci siano delle cose che sfuggono all’autore? Non ha forse il controllo di tutto? No, non è cosi. Un autore narra una storia, ha in mente una traccia, crede di sapere tutto sul suo libro. Poi scopre di aver scritto molto di più, che i suoi personaggi crescono con le opinioni dei lettori, con la rilettura che lo stesso autore fa dopo la pubblicazione. Vivono quasi di vita propria: Renzo e Lucia dei Promessi Sposi non furono concepiti da Manzoni cosi come oggi li conosciamo. Sono il frutto di mille interpretazioni che gli studiosi ne hanno fatto e che i milioni di lettori fanno ogni giorno, leggendolo. Quante di queste interpretazioni furono volute e quante non volute, o almeno non furono cosi lampanti, per lo stesso Manzoni?

Torno al terzo chiaroscuro, quello interno alla stessa Martina e alla stessa Selvaggia. Essendo due personalità distinte anch’esse, come tutti noi, hanno un lato oscuro e uno chiaro e mille sfumature interne.

Martina ha una parte chiara, evidente, data dal suo aspetto fisico (mi viene ora da dire, dal suo apparire) dal suo essere bionda, vestita sempre con colori pastello. Tale parte chiara cozza enormemente con la sua oscurità interna (col suo essere), che la chiude al mondo, isolandola. Diversamente Selvaggia appare oscura, dark, tetra, inneggiante la morte, le tenebre ma il suo essere è solare, socievole, aperto alla vita (seppur sbandata)  e alle relazioni.

Chissà quante altre sfumature di chiaroscuro potrete trovare voi, leggendo il romanzo. Se volete, scrivetemele qui sotto come commento o alla mia mail :)

GGB

Come nacque Selvaggia: un incontro continuo col doppio.

Dopo aver parlato un po’ del me scrittore, vorrei dedicare i prossimi post al romanzo.

La prima domanda a cui vorrei rispondere (sottolineo il vorrei perché di solito la prima che mi viene fatta è: “ah, hai scritto un libro? Cool! Quante copie hai venduto? “) è : “come è nata l’idea di scrivere un romanzo su una doppia personalità? ”
Bene, sono contento, mi sono auto-sottoposto un’ottima domanda. Vediamo ora di dare una altrettanto ottima risposta. :)

Si può dire che Selvaggia nasca in tre momenti diversi, tutti importanti per il costruirsi dello scheletro della storia.

Il primo risale ai miei sedici anni (lontano, eh?). Quando ero un piccolo ragazzino nerd che si divertiva a giocare di ruolo dal vivo. Cosa vuol dire? Che si andava in 50-60 persone, con un età che variava dai 14 ai 40 anni, nella pineta di Castel Fusano, ad Ostia, in armatura e costumi medievali, per interpretare i personaggi e le guerre del mondo fantasy (avete presente orchi, nani, elfi e tutti gli altri personaggi del Signore degli Anelli?).
Vestiti e armati fino ai denti (con riproduzioni fantastiche in lattice o in gomma piuma di lance, asce, spade, frecce ecc.) ci davamo guerra e interpretavamo i nostri personaggi nello svolgimento delle loro missioni.
Durante una tre giorni di gioco, mi capitò di interpretare un nano piuttosto irriverente. Ero travestito di tutto punto, con parruccone folto, barba lunga e rossa, pipa, armatura e armi. In più la mia altezza naturale non cosi sviluppata ;)
Fu la mia interpretazione migliore. Mi comportavo esattamente come un nano: goffo, orgoglioso, ruttone, con una finezza pari a zero! Ubriacone e con la voce rauca. Diventai famoso dentro il gruppo dei giocatori, per tutti ero il nano che faceva sbellicare dalle risate.
Cosa c ‘entra tutto ciò con Selvaggia? Arrivo al punto: quando mi chiedevano di imitare il nano senza che avessi addosso barba e parrucca non riuscivo a farlo.  L’irriverenza spariva, lasciando spazio alla mia leggendaria timidezza, al punto che molti si chiedevano se fossi effettivamente io quel nano sfrontato che girava per la pineta. In breve, la maschera indossata mi permetteva di avere una sicurezza che naturalmente non avevo. E solo con quel batuffolone di peli in faccia riuscivo ad essere chi non ero.
Anni dopo questa esperienza mi servì per immedesimarmi nei panni di una ragazza che con trucco e parrucca si sentiva una persona completamente diversa da sè.

Il secondo momento è descritto all’inizio del libro. Come Daniel, il giorno prima dell’università, mi trovavo davanti al PC. Era il 2004. A differenza sua non vagavo annoiato per i siti  internet ma cercavo una storia da scrivere. Tra i test di ingresso a Psicologia e l’inizio effettivo delle lezioni era passato più di un mese, e avevo avuto tempo di sprigionare la mia creatività, in storie e storielle mai pubblicate. Quel giorno mi misi in testa di scrivere un romanzo; non avevo idea di come l’avrei sviscerato. Sapevo solo che mi sarebbe piaciuto parlare di una ragazza e del doppio.
Per un po’ abbandonai l’idea, preso come ero dalle prime lezioni e dagli esami, da questo forte cambiamento nella mia vita.

La vera storia nacque mesi dopo, quando iniziai a frequentare un locale dark, il Jungle. Vi ricorda qualcosa? :) E’ proprio il luogo dove Daniel e Selvaggia si vedono per la prima volta. Cosa fece scattare in me l’idea?
Anzitutto il contesto. Gli avventori di quel locale, alcuni fissi altri saltuari, passavano il loro sabato sera ricoperti di borchie, di vestiti scuri e trucco pesante. Durante la settimana capitava di incontrarli per strada, molti con il look dark, molti altri con il look classico, completamente diversi da come apparivano con le loro maschere del sabato sera. Ecco ricomparire il doppio.
Una sera mi fissai a guardare una ragazza che ballava da sola nel locale. Era una dark dai capelli neri, con due occhi azzurri e davvero magnetici.
Un giorno vi narrerò meglio quell’incontro. Per ora basti dire che non seppi mai il suo nome né riuscii a parlarle. Cominciai a fantasticare sul suo doppio, su come potesse apparire durante la settimana, senza tutto quel trucco e quelle borchie. Era sempre cosi dark o del tutto diversa? Iniziai a giocare con i suoi , manipolandoli dentro la mente. Me la immaginai allora bionda, classica, del tutto diversa da quella sera. Immaginai di conoscerla e di entrare nel suo mondo. Fu cosi che nacque l’idea di Selvaggia e dei Chiaroscuri di Personalità: da una persona che non ho mai saputo chi fosse.

Ho impiegato sei anni per portare a termine il romanzo. L’ho lasciato e ripreso centinaia di volte ma costante è stata sempre la voglia di portarla a termine. L’ho portato avanti assieme all’università, man mano che aumentavano le mie conoscenze sulla personalità, sull’adolescenza, sul Sé, sulla patologia e via dicendo; mano a mano che incrementavano anche le esperienze di vita inserite poi nel romanzo.
La corsa finale per concluderlo è stata assieme alla tesi di laurea.

Questa è la storia di come nacque l’idea di Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità.
Tanto per invogliarvi a leggerlo, a commentarlo e a condividerlo :)

GGB