Narciso e Boccadoro, di Hesse: la complessità del nostro animo

Maturavano lentamente,

nella luce dell’amore,

nuovi vincoli fra anima ed anima;

le parole vennero dopo.

arton30Caro Visitatore, 

Dopo anni di desiderio, finalmente sono riuscito a leggere Narciso e Boccadoro, di Herman Hesse. 

Un libro spettacolare, sia per il pregevole stile utilizzato dall’autore, ricco di metafore da segnare a mo’ di aforismi, sia per la storia in sé, pregna di significati e filosofia. 

Nel medioevo del Cattolicesimo imperante, Narciso e Boccadoro sono legati da un’amicizia, e un amore platonico, talmente intensi da travalicare gli anni e la distanza, e sono tra loro opposti nelle scelte di vita.

Narciso è dedito a una vita di studio e di ascesi, ma scorge nel giovane Boccadoro, suo scolaro, una vitalità che è ben lontana dalla vita monastica, e lo spingerà a ricercare un percorso diverso, basato sul piacere e sull’esplorazione. Non sai che una vita di libertinaggio può essere una delle vie più brevi per giungere ad una vita di santità?

Sebbene Narciso, nella maggior parte delle pagine, resti nell’ombra, e Hesse preferisca seguire la peregrinazione esplorativa di Boccadoro, egli resta nell’ombra, vivido nella mente del giovane, nelle sue sculture, nei suoi pensieri più emotivi. 
 
Narciso e Boccadoro rappresentano le due parti di ogni essere umano: la stabilità e il cambiamento, l’elevazione del pensiero e la mutevolezza dell’arte, l’ascesi dello spirito e la vitalità del corpo, la ragione e l’emotività, l’isolamento e l’incontro, lo studio sui libri e lo studio dell’esperienza, il padre e la madre, l’Apollineo (razionalità) e il Dionisiaco (istintualità), per dirla con il maestro di Hesse, Nietzsche. Isolamento contro intimità e solidarietà, per disturbare Erikson e la fase dello sviluppo psicosessuale che ci costituisce tra i 20 e i 40 anni; poli opposti, Narciso e Boccadoro, persino nell’aspetto, che si attraggono l’uno all’altro.

Dirà Narciso: noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro ed imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro complemento. (…Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto

220px-Hermann_Hesse_2Hesse traccia in questa diade bipolare la ricchezza dell’animo umano, e aggiunge nel peregrinare di Boccadoro la ricerca della madre, la prima donna di ogni vita: Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire.

E qui emerge una contraddizione che sembra lacerare Hesse e i suoi personaggi: la contrapposizione tra il padre, visto come l’autorità, il dovere, la castrazione della vita, e la madre, l’immagine onirica ed infantile, perduta e rimossa, ma verso cui ognuno si muove, verso cui tutto tende, il punto in cui la vita e la morte si danno appuntamento e non c’è più distinzione tra le due. Morte e voluttà erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare amore o piacere, si poteva chiamare anche tomba o corruzione. La madre era Eva, era la fonte della felicità e la fonte della morte, generava eternamente, uccideva eternamente. […] Il lato paterno della vita, lo spirito, la volontà non erano la sua patria. Quella era la patria di Narciso.

Recalcati, in una sua rassegna, ha suddiviso gli autori in base alla loro ricerca del padre o della madre. A fronte di un Leopardi che guarda al padre, ecco un Hesse che insegue la madre perduta.

Cosa ci insegna Hesse? Che l’animo umano è troppo complesso per ridursi a un’unica via, che la duplicità di opposti ci abita, e non possiamo ridurci a un unico sentiero, perché tradiremmo la complessità stessa del nostro essere.

La complessità è la materia di cui siamo fatti, e la contraddizione che ci abita, che ci consente di usare l’istinto e la ragione, l’arte e il pensiero, l’emozione e la razionalità, il paterno e il materno, e tutti i poli opposti che abitano la nostra anima, è la vera ricchezza che portiamo al mondo.

 GGB

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La mia recensione di “Solo una madre finta”, di Daniela Biancotto

Solo una madre finta. Storia di un'adozioneCaro Visitatore,

Ho appena terminato di leggere Solo una madre finta, di Daniela Biancotto, in versione E-Book, gentilmente donatomi dall’autrice.

In questo libro viene raccontata la storia di un’adozione difficile. I due coniugi, gratificati da un matrimonio sereno, decidono di prendere una figlia per coronare completamente il loro amore. Purtroppo Bianca si rivelerà essere una ragazzina piena di problemi, incapace di accettare l’affetto che i nuovi genitori cercano di darle, per mille motivi: il suo turbolento passato, l’erroneo indottrinamento di una suora, il suo carattere impossibile e l’incapacità di psicologi e assistenti sociali di fornire un sostegno adeguato al nascente nucleo familiare.

Dire che è un tuffo al cuore di emozioni è dir poco. Non so se la storia sia reale o meno, la prima persona e la vicinanza emotiva che Daniela Biancotto trasmette al lettore suggeriscono di sì, ma a fine libro l’autrice dichiara che si tratta di pura fantasia.

Se così fosse, dovrebbero raddoppiare i miei complimenti per il coinvolgimento che ha mostrato e che mi ha provocato.

La madre narrante accusa e si accusa, si scusa e si giustifica, né più né meno mette su carta il dolore e il senso di solitudine (e ce ne è tanto che passa al lettore ) nel crescere una figlia adottata che nella rabbia, nella speranza e nel dolore dimostra di amare più di se stessa.

Una figlia stra-viziata prima dell’adozione, con tratti di un disturbo oppositivo provocatorio nell’infanzia e nell’adolescenza, e con i primi cenni di un disturbo borderline verso la maggiore età.

Ma i tratti della figlia non sono il vero problema, ciò che più colpisce è la solitudine che la madre trova nel chiedere aiuto a parenti vicini e lontani, a servizi iatrogeni vicini e lontani. Una patologia (la definisco cosi) sistemica e multi forme, da cui emerge che la situazione di Bianca e la solitudine della madre non sono che la punta dell’iceberg. Il senso di abbandono di Bianca è specchio del senso di abbandono della madre.

La ribellione di Bianca, oltre ogni limite, è specchio della rabbia della madre verso istituzioni che aiutano a rinforzare il danno più che l’aiuto. Il libro della Biancotto fa riflettere sull’adozione, mostra che non tutte sono facili. Come d’altronde nessun genitore ha a disposizione un manuale di istruzioni, ma chi sa scegliere di essere genitore ha una forza che travalica ogni confine.

La forza di questa madre di non arrendersi neanche quando dichiara di essersi arresa.

Unica pecca di questo libro appartiene a chi lo ha pubblicato (una casa editrice tristemente famosa) e a chi, in contemporanea, non lo ha scoperto. Ciò nonostante, mi ha stupito la cura delle parole e la totale assenza di refusi.

Brava la Biancotto? O l’Albatros sta cominciando a diventare una casa editrice vera?

 GGB

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