Alaska

Caro Visitatore,

Qualche settimana fa ho visto Alaska, di Claudio Cupellini, con Elio Germano e Astrid Berges-Frisbey.

Tra targhe esposte, sindromi da Star Wars e taaanto lavoro,  solo oggi riesco a pubblicare questo commento al film (con colpevole ritardo)

Ci sono andato dopo aver appena intravisto il trailer. Il richiamo di un attore come Germano, lo confesso, era troppo forte.

Ho scoperto un film che si distanzia dai soliti italiani, che parla di amore pur tenendo insieme il bene e il male, lo giusto e lo sbagliato, in una visione complessa che non si può comprendere staccando la testa dal cuore.

Il film si apre in un lussuoso hotel parigino, dove entrambi i protagonisti  (Fausto e Nadine) sembrano pesci fuor d’acqua. Estranei a ciò  che li circonda si riconoscono, tessendo un legame profondo, che farà partire una danza di avvicinamento e distanziamenti dove l’Io e il Noi sembrano diventare poli opposti.

E quando l’uno si volta a seguire le proprie ambizioni, l’altro rincorre, con lettere infuocate o comparsate all’ultimo dell’anno. C’è un pezzo di ogni spettatore in questa storia, un’emozione vissuta o un gesto simile.

E c’è un magnetismo che lega i due protagonisti tra loro, e loro con lo spettatore. Un risuonare emotivo unico.

E ci sono gli errori, e c’è lo stare accanto dell’altro, il saper attendere e il dare fiducia.

Una nota particolare meritano poi i due attori. Germano è Germano, e non si smentisce. Astrid Berges- Frisbey ci regala una Nadine di una bellezza che commuove, nella sua forza e nella sua debolezza.

C’è un quasi lieto fine. E ne avevamo bisogno.

Da vedere.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com! Create your own banner at mybannermaker.com!

FacebookCondividi

Sempre caro mi fu “Il giovane favoloso”

La nostra ragione non può assolutamente trovare il vero se non dubitando;

ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza;

e non solo il dubbio giova a scoprire il vero,

ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio,

e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere.

(Leopardi, Lo Zibaldone)

 

Caro Visitatore,

qualche giorno fa sono finalmente riuscito a vedere Il giovane favoloso, prima che lo togliessero dalle sale cinematografiche.

Ecco, i versi che vengono decantati nel corso del film mi convincono che parlare di Leopardi sia un’impresa talmente ardua che non sono neanche lontanamente degno di farlo. Chi ha scritto e diretto il film lo è certamente di più.

Dunque non mi soffermerò sugli errori biografici fatti né sul calcare sull’ambiguo rapporto padre-figlio tra Monaldo e Giacomo (quando cresci un genio, consapevole che lo sia, devi fare i conti col fatto che prima o poi si libererà di te e andrà per la sua strada, perché non è la tua proiezione).

Non mi soffermerò sul continuo sottolineare l’infelicità, la depressione, e il pessimismo (individuale prima e cosmico poi) di Leopardi, anche se sono stato sempre convinto, nel mio piccolo, che fosse più vitale di quanto i posteri raccontano.

Non mi soffermerò su una presunta omosessualità accusata dal film attraverso una transessuale (uso volutamente un termine moderno) né sulla famosa impossibilità di avere rapporti con sesso opposto per la sua bruttezza (è risaputo che Leopardi praticasse l’onanismo, ma questo il film non lo racconta).

Mi soffermerò invece su quello che mi ha fatto vibrare maggiormente durante la visione, ovvero l’interpretazione di Elio Germano. Checché se ne dica, mi ha fatto dimenticare il suo nome, mi ha messo magistralmente davanti Giacomo Leopardi, con un’espressività incredibile. Mi ha coinvolto con quella scintilla che Giacomo aveva dentro, che lo ha reso il più importante poeta italiano degli ultimi due secoli.

Ho visto, nei suoi occhi, il riflesso del mondo visto da Leopardi. Il nano e il gigante che si incontrano, il nuovo e l’antico, in un contrappunto  musicale che è uno degli elementi più interessanti della narrazione  e che accosta Rossini alla musica elettronica del tedesco Sasha Ring (alias Apparat) e al brano Outer del canadese Doug Van Nort.

Ti racconteranno che l’interpretazione è riuscita grazie a una vaga somiglianza fisica, ma non è vero: Elio Germano ha vinto questa sfida perché è riuscito ad accostare la sua anima a quella tanto tormentata di Giacomo Leopardi.

Chapeau.

GGB