La verità è così (se vi pare)

Io sono realmente come mi vede lei – Ma ciò non toglie, cara signora mia, che io non sia anche realmente come mi vede suo marito, mia sorella, mia nipote e la signora qua… Vi vedo affannati a cercar di sapere chi sono gli altri e le cose come sono, quasi che gli altri e le cose per se stessi fossero così o così.

 

Caro Visitatore,

mi è capitata tra le mani, ereditata da un partigiano di Roma (che non c’è più e a cui va tutto il mio affetto) una pregevole versione dell’opera teatrale Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, nientemeno che con il commento di Antonio Gramsci. Fu distribuita da L’Unità nel 1993.

Naturalmente, regalerò una versione dell’opera a tutti gli iscritti alla mia newsletter (basta inserire il vostro indirizzo mail nel riquadro in alto a sinistra).

Breve riassunto:

Il Signor Ponza e la moglie vivono in periferia, la signora Frola, suocera di Ponza, in un appartamento al centro. Il Signor Ponza impedisce a madre e figlia di incontrarsi; le due donne possono comunicare soltanto con bigliettini che si scambiano per mezzo di un cestino calato da una finestra.

La Signora Frola attribuisce questo comportamento all’amore ossessivo dell’uomo per la moglie, disponibile a far credere a lui di essere pazza pur di compiacerlo.

Il Signor Ponza afferma, invece, che la signora Frola è impazzita, crede che sua figlia, prima moglie del Signor Ponza, sia ancora viva e, di conseguenza, sta scambiando per sua figlia la sua seconda moglie. Questi soltanto per evitare un trauma alla suocera è costretto a impedire l’incontro tra le due donne, mostrandosi a sua volta pazzo di fronte a lei per compiacerla.

La situazione è misteriosa e ingarbugliata; tutti, nella ristretta comunità, la vogliono assolutamente dipanare, e con estrema agitazione. Vogliono soddisfare a tutti i costi quel perverso desiderio di conoscere le verità altrui.

E’ un’opera che meriterebbe una marea di riflessioni, ma mi piace riportarne una in particolare, che spero invogli alla lettura. La visione della verità, rimarcata dallo stesso Pirandello nei panni di Laudisi, forse l’unico dei personaggi che riesce a tradurre in parola i pensieri degli spettatori/lettori, a fronte di tanti personaggi affannati a cercare di scoprire la verità.

Una visione che nega l’esistenza di una verità assoluta e che la getta nel relativismo. E’ inutile cercare “la Verità”: essa non esiste, ma co-esistono in uno stesso istante esistono più verità, anche se apparentemente contraddittorie. Ciascuna è coerente in se stessa. La Verità è un volto velato (come appare la figlia sul finale), non si fa cogliere, regala a ciascuno di noi la sua visione personale (così è, se vi pare).

I due (Ponza e Frola) separatamente sembrano saggissimi, messi a confronto devono risultare in contraddizione, sebbene reciprocamente operino come se veramente uno faccia la commedia per pietà dell’altro. Chi dei due è pazzo? (…) La verità in sé non esiste, la verità non è altro che l’impressione personalissima che ciascun uomo ritrae da un certo fatto. (A. Gramsci)

A ben vedere, Pirandello riporta una questione che ancora oggi passa attraverso la visione assolutistica della Verità (vedi le posizioni della Chiesa e molti degli scritti di Benedetto XVI e di altri papi) e l’opposta visione di relativismo, molto comune tra le scienze. Amava dire Einstein: nulla è assoluto, tutto è relativo, un vecchio sarà contento di aver rotto uno specchio e di avere altri sette anni di vita, piena di guai.

Probabilmente il reale messaggio (ma esiste un reale messaggio? O è il reale messaggio personalissimo che vedo io? ;) ) che Pirandello ci consegna, tra le righe, è una derisione netta a quella tendenza tipicamente umana, a ficcare il naso tra le verità altrui, senza pensare alle proprie.

Tendenza che nell’opera teatrale, e in molti anfratti di vita reale, appare quanto mai perversa, esagerata, inconcludente. In fondo, abbiamo inventato Facebook per farci gli affari degli altri e portare al mondo social la nostra verità.

Tant’è (sempre se vi pare, eh?)

GGB

 

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Non vedo “The American Sniper” perché è di destra.

Locandina American SniperCaro Visitatore,

Ho letto e sentito un po’ di polemiche su The American Sniper, da parte di persone più o meno schierate  politicamente a sinistra.

Queste le critiche :

- Clint Eastwood mostra tutta la sua  essenza repubblicana.
– è l’esaltazione del mito del guerriero  americano.
– giustifica la guerra in Iraq.
– è un guerrafondaio

Tutto vero, probabilmente, ma sono stato contento di vedere il film per i seguenti motivi, gli stessi per i quali suggerisco di non perderselo:

1- offre la narrazione di una storia vera all’interno di una storia recente poco conosciuta.

2- offre una lente particolare, quella del cecchino. Mi perdonerai la battuta: intendo dire che abbiamo la possibilità di vedere la guerra dall’ottica di chi ha accettato di combatterla per un’ideale. Giusta o sbagliata che sia, è una lente da prendere in considerazione soprattutto se opposta alla nostra, proprio perché capace di mettere in discussione le nostre lenti, aggiustarle, cambiarle o rafforzarle. Si cambia con il diverso da noi, non con ciò che ci rispecchia.

3- se hai una lente di sinistra probabilmente avrai colto alcuni messaggi che Clint ci dona:

A- in un fotogramma di pochi secondi si vede Mustafa, il cecchino nemico, uscire di casa a combattere. A breve saranno uno contro l’altro, lui e Chris Kyle. In pochi secondi si scopre che ha un figlio come Chris, che era un campione olimpionico di tiro al bersaglio. Aveva una passione, come l’aveva Kyle. Le ha abbandonate per i suoi ideali. Chris e Mustafa non sono così diversi, per un attimo si sospende la visione manichea buono o cattivo, giusto e sbagliato. Per un attimo, ti ritrovi a riflettere sulla tua visione di uomo.

E ne vale sempre la pena.

B- questo punto non è un messaggio made in Eastwood, è storia, ma Clint lo sottolinea molto. Kyle è stato ucciso da un connazionale, non uno qualunque,  uno che cercava di aiutare. La vita di Kyle è un continuo tentativo di dare il massimo, a costo della salute mentale, per aiutare i suoi compagni. Ma non sarà il nemico iracheno a ucciderlo, bensì un connazionale, non un cattivo, uno che a causa della guerra soffriva di disturbo post traumatico da stress. Anche questo dà da pensare.

E dato che io amo pensare e mettere in discussione le mie griglie di lettura, l’ho visto, ci ho riflettuto, e continuo a rifletterci. Un’occasione che non avrei avuto se l’avessi considerato solo un film di destra repubblicana.

Ti lascio con questa frase, di uno della sinistra.

Inca­pace di pen­sare la com­ples­sità east­woo­diana, si tenta di sba­raz­zarsi del pro­blema ricor­rendo alle solite accuse: «guer­ra­fon­daio», «fasci­sta», «repub­bli­cano». Igno­rando, sem­pre con Pavese, che per Clint «non esi­stono mostri ma sol­tanto com­pa­gni. Per te la morte è una cosa che accade, come il giorno e la notte». E Clint East­wood, come Pavese, sa bene che «la morte, ch’era il vostro coraggio, può esservi tolta come un bene». A. Nazzaro. (Il manifesto)

GGB

Sempre caro mi fu “Il giovane favoloso”

La nostra ragione non può assolutamente trovare il vero se non dubitando;

ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza;

e non solo il dubbio giova a scoprire il vero,

ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio,

e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere.

(Leopardi, Lo Zibaldone)

 

Caro Visitatore,

qualche giorno fa sono finalmente riuscito a vedere Il giovane favoloso, prima che lo togliessero dalle sale cinematografiche.

Ecco, i versi che vengono decantati nel corso del film mi convincono che parlare di Leopardi sia un’impresa talmente ardua che non sono neanche lontanamente degno di farlo. Chi ha scritto e diretto il film lo è certamente di più.

Dunque non mi soffermerò sugli errori biografici fatti né sul calcare sull’ambiguo rapporto padre-figlio tra Monaldo e Giacomo (quando cresci un genio, consapevole che lo sia, devi fare i conti col fatto che prima o poi si libererà di te e andrà per la sua strada, perché non è la tua proiezione).

Non mi soffermerò sul continuo sottolineare l’infelicità, la depressione, e il pessimismo (individuale prima e cosmico poi) di Leopardi, anche se sono stato sempre convinto, nel mio piccolo, che fosse più vitale di quanto i posteri raccontano.

Non mi soffermerò su una presunta omosessualità accusata dal film attraverso una transessuale (uso volutamente un termine moderno) né sulla famosa impossibilità di avere rapporti con sesso opposto per la sua bruttezza (è risaputo che Leopardi praticasse l’onanismo, ma questo il film non lo racconta).

Mi soffermerò invece su quello che mi ha fatto vibrare maggiormente durante la visione, ovvero l’interpretazione di Elio Germano. Checché se ne dica, mi ha fatto dimenticare il suo nome, mi ha messo magistralmente davanti Giacomo Leopardi, con un’espressività incredibile. Mi ha coinvolto con quella scintilla che Giacomo aveva dentro, che lo ha reso il più importante poeta italiano degli ultimi due secoli.

Ho visto, nei suoi occhi, il riflesso del mondo visto da Leopardi. Il nano e il gigante che si incontrano, il nuovo e l’antico, in un contrappunto  musicale che è uno degli elementi più interessanti della narrazione  e che accosta Rossini alla musica elettronica del tedesco Sasha Ring (alias Apparat) e al brano Outer del canadese Doug Van Nort.

Ti racconteranno che l’interpretazione è riuscita grazie a una vaga somiglianza fisica, ma non è vero: Elio Germano ha vinto questa sfida perché è riuscito ad accostare la sua anima a quella tanto tormentata di Giacomo Leopardi.

Chapeau.

GGB

 

Scusate se esisto… scusa se vedo doppio…

Caro Visitatore,

qualche giorno fa sono andato a vedere Scusate se esisto, avevo voglia di leggerezza.

Posso dirmi di essermi ritrovato di fronte un film ambivalente, da un lato interessante dall’altro deludente. Guarda il film e probabilmente avrai come me la sensazione di due storie che si intrecciano, l’una di pregio, l’altra no.

La trama principale del film affronta assieme alla protagonista abruzzese, interpretata da Paola Cortellesi, la drammatica situazione dei giovani che scelgono di restare in Italia (e dei cervelli che decidono di ritornare nel loro Paese, lasciando la meritocrazia per la precarietà), le differenze tra uomo e donna in un mondo del lavoro dove il pregiudizio e il guadagno ha la meglio su ogni meritocrazia. Lo fa, ovviamente, con il giusto humor.

In questo barbaro mondo, l’unica soluzione è mentire, per far crollare ogni pregiudizio: ed ecco che l’architetto gay (no, non è Raoul Bova) si fingerà un sciupa-femmine per compiacere il capo narciso, la giovane incinta nasconderà la sua gravidanza per non essere licenziata, e la protagonista architetto Serena Bruno diventerà l’architetto Bruno Serena, grazie alla complicità un po’ impacciata di Francesco (Raoul Bova).

Perché si sa, un progetto ha la possibilità di passare se c’è la mano di un uomo dietro, non se fatto da una donna. E il progetto in questione è la rivalutazione del famoso Serpentone (chi vive a Roma lo conosce bene): un labirinto di appartamenti fatiscenti della zona Corviale. Naturalmente, nella migliore tradizione italiana, ci sarà chi penserà al benessere degli abitanti e chi, al contrario, tenterà di fare speculazione sulla loro pelle.

Sono gli uomini a prendersi ogni merito, dirà Lunetta Savino, noi donne stiamo alla regia, nascoste, è sempre stato così e sempre sarà così.

Questa la trama principale, che vale tutto il film, e che tra una risata e l’altra fa riflettere lo spettatore, rievocando il celebre Funny Money (1996).

Poi c’è la sottotrama, che coinvolge la vita di Francesco. Ed ecco presentarsi un’accozzaglia di luoghi comuni banalissimi sugli omosessuali, dipinti come persone che fanno ruotare la loro vita solo attorno al sesso. Ecco la pessima copia riuscita male di Mine vaganti (2010).

Cosa pretendevi, che mi scrivessi in faccia che sono gay? O magari dovrei andare in giro con le piume di struzzo?, dirà Francesco a inizio film, criticando i luoghi comuni sugli omosessuali, gli stessi che si palesano poi uno dietro l’altro. E, oltre al fatto che banalizzano un film che si propone proprio (almeno all’apparenza) di sfatare il pregiudizio e i loghi comuni italiani, ripresentano la solita minestra, che ormai non fa più ridere, non fa arrabbiare, riduce tutto a un compulsivo sbadiglio e a tanta perplessità.

Peccato, perché anche nella sottotrama si poteva giocare molto, sfatando il pregiudizio, ma temo ci si sia ritrovati con la voglia di inserire a tutti i costi un argomento che meriterebbe un film a parte e che, oltretutto, è già stato trattato da registi di peso come Ozpetek.

Il risultato è un’accozzaglia di luoghi comuni che vanno dal prostituto in rete, allo slave, per arrivare all’ever green effemminato. Banale.

Chiudete un occhio e tenete aperto quello che vi serve per vedere la trama principale.

GGB

Treno di notte per Lisbona: E’ solo in virtù della morte che il tempo è vivo.

Chi vorrebbe essere immortale?

E’ solo in virtù della morte,

che il tempo è vivo.

 

Caro Visitatore,

Alla fine abbiamo deciso, il viaggio di nozze sarà a Lisbona, catalogata tra le 10 città più romantiche del mondo.

Dopo aver prenotato, ci siamo immersi nella rete, a estasiarci con le stupende foto della città. Per non farci mancare nulla, abbiamo guardato Treno di notte per Lisbona, perso al cinema.

Il film lo condividerò con te, se iscritto alla newsletter.

Trama:

La storia, tratta dal best seller omonimo di Pascal Mercier, è quella di un maturo professore svizzero, Raimund, che un giorno all’improvviso interrompe la quieta monotonia della sua vita per mettersi sulle tracce di un gruppo di (ex) giovani della resistenza portoghese nel periodo della dittatura. Tutto ha inizio con un tentativo di suicidio, quello di una donna che, in piedi sulla ringhiera di un ponte, sotto la pioggia battente, sta per gettarsi nel fiume. Raimund salva la sconosciuta che sparisce poco dopo, dimenticando un cappotto rosso nella cui tasca il professore trova un piccolo libro e un biglietto ferroviario per Lisbona. Le parole dell’autore del testo, Amadeu de Prado, subito lo catturano: sono riflessioni profonde e a tratti malinconiche dai toni esistenzialisti. Chi è il giovane scrittore, ritratto all’interno del libro in una foto in bianco e nero? Dove è fuggita la giovane ragazza incontrata sul ponte? Raimund decide su due piedi di abbandonare quella che aveva sempre immaginato come l’unica strada possibile (le giornate tutte uguali, le notti insonni, lo sconforto della solitudine) e sale sul treno per Lisbona, partendo alla scoperta di un’altra vita e in qualche modo di un altro se stesso. Lascia la fredda e piovosa Berna dietro di sé, e la capitale portoghese, con i tetti rossi delle case arrampicate sulle rive del Tago che scorre lento, lo accoglie nella sua luce limpida e chiara.
Qui Raimund scopre che Amadeu Prado era stato un medico e un attivista della resistenza, e con tenacia e pazienza si mette alla ricerca di quelli che erano stati i suoi compagni nella lotta politica, appassionandosi sempre più alle loro vite romanzesche, dense di eventi e pericoli, che gli fanno apparire la sua tremendamente piatta e insignificante. Ma il soggiorno a Lisbona rappresenterà per lui anche l’occasione di mettere in atto un cambiamento concreto e spezzare definitivamente quella tediosità che lo intristisce.

Ho letto alcuni commenti on line che lo definivano molto lento. Non sono d’accordo, il film ha l’andatura armonica di una lettura, elemento centrale del film, dal momento che il protagonista, impersonato da Jeremy Irons, insegue la vita di Amadeu, leggendo il suo libro.
Al fascino della poetica e delle riflessioni dell’autore, si aggiunge una cornice stupenda data da Lisbona, che sembra quasi avvolgere lo spettatore nel suo incanto.

E in questa cornice, tra narrazioni e flashback, si snoda la storia di cinque ragazzi che, tra i loro amori, i loro sogni e le loro incertezze, affrontarono un regime che cadde molto tardi, quando l’Europa aveva già scelto la democrazia.

“Loro hanno vissuto.”
“E si sono dispersi…”
“Sì, ma hanno vissuto veramente, a differenza di me… fatta eccezione per gli ultimi giorni in cui ho vissuto, ho vissuto veramente” dirà il professor Irons, commentando una vita che gli appare troppo monotona.

Qualche artificio narrativo forzato c’è, come un preside che continua imperterrito a telefonare al protagonista per riportarlo alla scuola e alla vita da cui è fuggito, per inseguire la vita di Amadeu. Nonostante gli venga continuamente chiuso il telefono in faccia, egli continuerà a telefonare, senza cacciare il professore e senza mai arrabbiarsi.

Il resto è vita, è poesia, è filosofia, è storia.

Da vedere.

GGB

Colpa delle stelle, salute e malattia.

50374Caro Visitatore,

Ci sono film, libri e storie che nelle loro pieghe e risvolti svelano il senso della vita.

Ci sono narrazioni capaci di bagnarti gli occhi con delle lacrime che non hanno un sapore amaro, ma che senti hanno contribuito a lavare la mente e il cuore da tutte quelle inutilità che accompagnano la nostra esistenza, ristabilendo la priorità dei sentimenti e delle emozioni.

Ci sono narrazioni come quella di Colpa delle stelle.

Trama: L’incontro travolgente tra Hazel e Augustus, che si conoscono a un gruppo di supporto per giovani malati di cancro, rende i due adolescenti immuni a tutte le problematiche della malattia e proiettati solo verso la loro romantica e unica storia d’amore. Perché la vita non dev’essere perfetta per avere un amore straordinario.

Non ci sono parole che riesco ad aggiungere a caldo o a freddo, dato il messaggio profondo che manda, posso solo consigliarne la visione e sottolineare l’ottica di salute che inconsapevolmente il film abbraccia: perché la salute non è mera assenza di malattia e la persona con malattia non è riducibile alla malattia stessa. C’è salute fino agli ultimi respiri della nostra esistenza, c’è possibilità di vivere, nonostante i limiti, di sorridere e di trovare le proprie risorse, anche negli stadi terminali. 

In breve, salute e malattia possono coesistere e l’emozione di questo film me lo ha ricordato. Ma troverai molto di più, perché non c’è personaggio della storia che non possa donarti una prospettiva stupenda da cui comprendere il capolavoro della vita.

Speriamo che la pubblicità non lo riduca a un film adolescenziale, perché è molto di più.

Da vedere… con un clinex in tasca (questa è del signore cinquantenne che avevo seduto accanto nel cinema).

GGB

Storia di una ladra di libri… o di emozioni?

Un film da vedere, una favola triste ai tempi della guerra, tratta da  La bambina che salvava i libri, di Zusak.

Un film capace di ricordare quanto l’uomo possa essere diabolico e meraviglioso al tempo stesso. Protagonisti assoluti i libri, che la piccola Liesel inizia a rubare nella casa del borgomastro, per tenere compagnia al giovane ebreo Max, nascosto e moribondo nella sua cantina, mentre la Germania inizia un conflitto pieno di morte e distruzione.

Max: “Dimmi che tempo fa fuori.”
Liesel: “E’ piovoso.”
Max: “No, dimmelo a parole tue.”
Liesel: “Il cielo è pallido, l’aria è grigia e il sole sembra un’aragosta.”
Max: “Ecco, ora sono riuscito a vederlo. Grazie!

Vi emozionerà col sorriso della giovane e bravissima attrice, vi farà riflettere sul valore dei libri, tanto di quelli tollerati dal nazismo quanto di quelli bruciati, per controllare l’intelletto umano. E vi ricorderà quanta umanità possa esistere e resistere persino nei periodi più bui della nostra storia.

E persino la morte, vi rivelerà il film, è affascinata dalla nostra ambivalenza.

GGB

Ti regalo… l’Inferno ;)

imagesCaro Visitatore,

so già che starai pensando che sono caduto anche io nel commercialissimo mercato dei libri di Dan Brown. Eppure, ti confesso che già da tempo nutro una passione per questo autore, e non per la “spettacolarità americana” dei suoi thriller.

La passione nasce per le metafore che riesce a tirare fuori, molte delle quali sembrano (checché ne pensino molti) quasi una riconciliazione tra scienza e fede (non è il caso di Inferno, forse, ma sicuramente di Angeli e demoni). Come quando il camerlengo risponde alla famosa domanda: perché Dio permette all’uomo di sbagliare? O quando ritiene che, se anche Dio avesse messo il dito per creare il Big bang, si potrebbe comunque parlare di creazione, seppur non avvenuta in sette giorni ma in migliaia di secoli.

Ho deciso di leggere anche Inferno, trovato al mitico prezzo di 5 euro in una libreria, e di inviarlo in regalo agli iscritti alla mia newsletter.

Bello regalare un inferno… ;)

Mi ricordo un lapsus della mia professoressa di italiano delle superiori, quando le chiedemmo se avremmo dovuto comprare la versione dell’Inferno della Divina Commedia consigliata da lei, o se bastasse una versione già in nostro possesso. Ci rispose:

“Beh, evitate di comprarla, anzi spero che non dobbiate farlo. Mi auguro e spero che tutti voi abbiate un inferno a casa! Cioè… non che vi auguri l’inferno… insomma, avere capito!”

Veniamo al romanzo. Nel classico stile di Dan Brown, nulla di ciò che si legge all’inizio è reale e nel corso della narrazione sarà ribaltato più volte, fino alle ultime pagine. Alcuni ribaltamenti sono un po’ troppo forzati, ma devo ammettere che è un romanzo che ti prende dall’inizio alla fine. Lo divori in pochi giorni. In primis perché Brown è capace di portarti tra le vie di Firenze, Venezia e Instanbul, con dovizia di particolari, in secundis perché è una continua scoperta di Dante.

Tutto ruota intorno alle domande: siamo in troppi su questo pianeta? E’ lecito fermare la razza umana, sacrificando i pochi per la sopravvivenza dei molti, se a queste condizioni siamo tutti condannati a restare senza risorse alimentari? Certe catastrofi, come la Peste Nera di fine medioevo, non sono state, pur nella loro drammaticità, un fattore che ha consentito all’uomo di sopravvivere e di accrescere la sua cultura (consentendo il Rinascimento)? Chi lavora per risolvere le malattie e allungare la vita, non sta danneggiando l’umanità piuttosto che aiutarla?  La risposta, nello stile di Dan, è sorprendente.

So che ci sono degli errori nel romanzo, io ho riscontrato in rete questi, ma credo ce ne siano molti di più:

  • Nel romanzo un ruolo centrale è giocato dalla maschera funebre di Dante Alighieri conservata a Palazzo Vecchio; lo stesso Langdon dice che essa è autentica e spiega persino il procedimento utilizzato per crearla, che comprenderebbe l’applicazione del gesso sul cadavere stesso del Poeta. In realtà nessuna delle maschere mortuarie di Dante conosciute è autentica, ma si tratta sempre di falsi o di sculture eseguite in epoca successiva alla data di morte del poeta. Quella di Palazzo Vecchio in particolare è stata realizzata nel 1915.
  • Nel romanzo i protagonisti attraversano il corridoio Vasariano dal giardino di Boboli a palazzo Vecchio: sebbene con uno stratagemma riescano a eludere la sorveglianza e varcare la porta a Boboli, non si cita come essi facciano ad attraversare gli Uffizi e ad aprire le porte tra la galleria e palazzo Vecchio. Inoltre essi, nel palazzo, sbucano in una zona di uffici dell’amministrazione comunale e solo successivamente si recano nella zona del “museo”: in realtà il corridoio sbuca nel cuore del museo, negli appartamenti diEleonora di Toledo. I passaggi segreti attraverso palazzo Vecchio sono invece descritti con minuzia e per lo più corrispondenti alla realtà. Soltanto nella zona delle capriate delsalone dei Cinquecento si parla di una passerella per i visitatori che arriva a metà del soffitto: in realtà si ferma davanti alla prima capriata.
  • Si dice che il museo della Casa di Dante è chiuso di lunedì (in realtà è aperto tutti i giorni) e che il battistero il lunedì non apre prima delle 13.00 (in realtà apre alle 11.15).
  • Langdon descrive con dovizia molti particolari che nella Visione dell’Inferno di Botticelli sono quasi invisibili, se non del tutto assenti: le figure dei dannati, infatti, sono minuscole nell’originale, e molti dettagli enumerati dal professore (espressioni sofferenti, posizione di braccia e mani) sono indiscernibili. Inoltre Langdon fa riferimento all’uso massiccio dei colori seppia, nero e rosso: quest’ultimo colore in realtà è presente solo in una minima porzione del disegno (il fiume Flegetonte).
  • Nel capitolo 15 si dice che i golosi sono fermi nei loro escrementi e che se ne cibano; è falso: questa è la descrizione della pena degli adulatori (seconda bolgia, ottavo cerchio); i golosi sono semisommersi dalla fanghiglia e si girano spessissimo.

images (1)In più ho rintracciato questo divertente articolo sui “fiorentini visti da Brown”. La fonte non è affezionata all’autore, ma l’articolo mi ha fatto morire dal ridere. ;)

Ad ogni modo, valutare errori storici, architettonici, artistici o in merito alla Divina Commedia, va al di là delle mie competenze. Ho visitato Firenze tre volte, ma sempre di fretta (mi è rimasta impressa la Sala dei Cinquecento, dove avevo assistito a una conferenza lo scorso anno), Venezia l’ho vista quattro volte, e ho amato la Divina Commedia al liceo, ma i ricordi non sono paragonabili a chi studia in modo approfondito il Sommo Poeta.

In più si è detto tanto su questo romanzo, al punto che la mia recensione non cambierebbe di molto aspettative, valutazioni e certezze in merito. Posso solo dire due cose:

La prima è che è un libro che vale la pena leggere per distrarsi, per godere della sua spettacolarità, e per perdersi nello stile accattivante di Dan Brown, già goduto nel Codice da Vinci e in Angeli e Demoni. E in più, perché è la terza volta che Dan elogia la storia e la cultura del nostro Paese e dei nostri antenati (seppur con qualche errore e qualche frecciatina), quindi un ringraziamento è doveroso.

La seconda è che mi hanno fatto morire le sue affermazioni sulla cultura letteraria degli autori cosiddetti emergenti e sulle nuove tecnologie.

In un passo Langdon dice: Devo smetterla di avere un atteggiamento così snob a favore dei libri rilegati in pelle (…) Gli e-book hanno davvero il loro perché.

Nel corso di una conferenza, Langdon chiede:

“Allora ditemi: c’è qualche scrittore tra noi questa sera?”

Si era alzato circa un terzo delle mani. Langdon aveva guardato sorpreso. “Uau” si era detto. “O questo è il pubblico più creativo del mondo, o il self publishing sta veramente decollando”

E ancora: “Bene, come voi autori certo sapete, non c’è nulla che uno scrittore gradisca di più dei ‘blurb’, quei commenti di apprezzamento da parte di una personalità famosa studiati per convincere la gente a comprare il vostro libro. I blurb esistevano anche nel medioevo e Dante ne raccolse parecchi.” (…) “Quanto dareste per avere questo sulla copertina del vostro libro?”

Simil uom né maggior non nacque mai. Michelangelo.

E infine la frecciata più gradita:

Faukman sospirò. «Okay, riformulerò la frase. Non abbiamo a disposizione jet privati per gli autori
di tomi sulla storia delle religioni. Se hai intenzione di scrivere Cinquanta sfumature di iconografia,
allora ne possiamo parlare.»

Da leggere solo per questo e poi te lo invierò in regalo tramite la prossima newsletter, iscriviti se non l’hai già fatto ;)

GGB

La sconosciuta, rendila nota

immCaro Visitatore,

tempo fa mi è capitato di vedere La sconosciuta, di Giuseppe Tornatore, film del 2006. Mi è stato consigliato da una lettrice, per le tematiche legate al mio romanzo, Alina, autobiografia di una schiava.

Arricchito da un cast d’eccezione (Favino, Gerini, Degli Esposti, Buy, Molina) è un film che incolla allo schermo, che emoziona, che rivela a poco a poco una commovente e dolorosa trama. Non per nulla ha vinto diversi e importanti premi.

Ammetto di essermelo perso, tanto al cinema quanto nelle sue diverse riproduzioni alla televisione, e ammetto di essermi perso un film davvero intenso, che gioca sul flashback e su un passato di schiavitù che ha caratterizzato la vita della protagonista Irena. Gli spettatori scoprono a poco a poco che ella era stata oggetto di un’indicibile violenza fisica e psicologica, e costretta da ‘Muffa’, il suo ‘protettore’ aguzzino, a dare alla luce nove bambini, tutti quanti a lei strappati fin dalla nascita e venduti a famiglie adottive.

Non ha il carattere di denuncia della schiavitù, essa è più utilizzata per arricchire il thriller che caratterizza tutto il film.

Fa però riflettere sul tema prostituzione, emoziona, e soprattutto mette al centro la femminilità di una donna di un personaggio femminile che con forza cerca di riconquistare un pezzo della sua vita e della sua dignità, che le è stato rubato con il ricatto e la violenza. A fronteggiare il suo bisogno materno, la madre adottiva della presunta figlia di Irena, magistralmente interpretata da Claudia Gerini.

Più sullo sfondo il personaggio maschile, assente (come Favino), ipocrita (come il portiere del palazzo dove lavora Irena) o violento (come Muffa, interpretato da Michele Placido). Ne usciamo benissimo noi uomini…

Fa riflettere ed emoziona, e raggiunge così gli scopi che si era prefissato, e che ha in comune con il mio romanzo.

Se come me te lo sei perso, è tempo di rimediare ;)

GGB

Ti regalo un grande: Gatsby ;)

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno
indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: andremo
più in fretta domani, allungheremo ancora di più le braccia… e una bella
mattina…
Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa
nel passato.

il-grande-gatsby-famosa-copertina-del-libroCaro Visitatore,

recentemente ho (finalmente) letto il Grande Gatsby di Fitzgerald e anche questa volta potrò inviartelo in dono tramite newsletter. Quindi, se non sei ancora iscritto, ti stai perdendo un altro classico in regalo. ;)

Mi sono avvicinato a questo libro con un po’ di perplessità, non avendo un grande interesse per il contesto americano dei primi del novecento.

Eppure, mi ha appassionato.

In primis per lo stile, le descrizioni che Fitzgerald riesce a inserire in poche righe sono appassionanti: Nei suoi giardini azzurri, uomini e donne andavano e venivano come falene fra bisbigli, champagne e stelle (…) il frizzante profumo delle giunchiglie e quello spumeggiante del biancospino e dei fiori di prugna, e il pallido profumo dorato del caprifoglio.

I colori, gli odori e i sapori vengono accesi dai paesaggi, ma spenti nella descrizione dei personaggi, siano essi protagonisti o semplici comparse: un bambino italiano, grigio e smunto, stava disponendo alcuni petardi in un solco lungo le rotaie (…) un vecchio dai capelli grigi (…) un uomo sui trent’anni, biondo-paglia, massiccio, dalla bocca dura e dai modi altezzosi. Due occhi lucidi e arroganti (…) e via dicendo. Un contrasto niente male tra contesto e personaggi, che mi sembra dirla lunga sulla concezione di uomo dell’autore.

La narrazione viene affidata a Nick Carraway, vicino di Gatsby, una persona che mi è entrata in simpatia da subito: ho la tendenza a evitare i giudizi (…) l’evitare i giudizi è forma di speranza infinita (…) Ciascuno si sospetta  dotato di almeno una delle otto virtù cardinali, e ecco la mia: sono una delle poche persone oneste che io abbia mai conosciute. (…) “Ho trentanni” dissi. “Ho cinque anni di troppo per mentire a me stesso e chiamarlo onore.” (Genio!)

E veniamo all’affascinante protagonista, Gatsby, affascinante perché reso multiforme, contraddittorio, e avvolto nel mistero da Fitzgerald. Vive in una villa maxi-lusso, da solo, una villa sempre piena di feste , di luci, di colori, di musica e di invitati. Fitzgerald fa una lista di tre-quattro pagine per citare tutti coloro che erano soliti presenziare alle feste del protagonista, talmente lunga che vien da sbattere la testa contro il muro dalla noia…

Partendo dal contorno di Gatsby, mi sono fatto l’idea di un uomo narciso, bisognoso della presenza della moltitudine per affermarsi, ma l’autore frega ben benino il lettore, mettendo in scena un protagonista che non è all’altezza della leggenda, con uno carme tradito dall’incertezza, dal nervosismo, e dalla goffaggine. E presto si scopre che tutto il baraccone di feste, luci e colori messo su da Gatsby non è altro che un modo per impressionare la donna da sempre amata (nonché già sposata): Daisy. Un circo che crolla al primo disappunto di lei per queste feste, ed ecco che la villa si chiude in un silenzio agghiacciante.

Cosa distanzia Daisy (e il marito antipatico Tom) da Gatsby? Esattamente la distanza incolmabile che esisteva nei primi del novecento tra i nati ricchi e i nuovi ricchi, i self-made man, coloro che avevano approfittato delle enormi possibilità dell’america per guadagnare (in modo lecito o non lecito, come si vedrà con Gatsby). Nascere ricchi, non è cosa da poco, è l’unico lusso che un self-made man non può acquistare, e i nati ricchi lo sanno bene, nel loro snobismo aristocratico, nel loro spirito di casta.

downloadE che linearità tra il senso di rivalsa di Gatsby e quello del suo autore. hO ritrovato in rete dei suoi scritti in cui citava l’unica chiave per entrare a far parte del club esclusivo dei nati ricchi: il successo. Qualunque cosa pur di piacere, scriverà Fritzgerald alla moglie, pur di essere rassicurato che non ero solo un uomo con un po’ più di genio ma che ero un uomo di grande successo.

Qualunque cosa pur di piacere, mi ricorda qualche emergente… ma andiamo oltre. :D

Una serie di eventi, che non sto qui a narrarti, chiuderanno un tragico sipario sulla vita di Gatsby. L’uomo che riempiva la sua villa di sfarzo e di persone, avrà un misero funerale, circondato da poche persone, praticamente solo, con grande stupore e rabbia di Nick.

La sua rivalsa sarà nelle parole di Carraway/Fritzgerald, che lo riscatteranno sottolineando la sua differenza con Daisy e Tom: Erano gente sbadata, Daisy e Tom sfracellavano cose e oggetti e poi si ritiravano nel loro denaro e nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto (…) Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: andremo più in fretta domani, allungheremo ancora di più le braccia.

Paesaggio/uomo, West/Est, self-made man/nati ricchi: i contrasti che questo libro dipinge in maniera impeccabile.

Martedì prossimo nella tua mail,  buona lettura ;)

 GGB