“Il Gattopardo”. La celebrazione della lingua italiana.

9788807830174_quartaCaro Visitatore,

un romanzo celeberrimo mancava alle mie letture, Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E dire che lo avevo sempre avuto nella mia libreria, ereditato dalla mia nonna paterna, che me lo donò tanti anni fa, un giorno che mi ero fermato a guardare i tanti libri che aveva in casa. Mi disse: “Prendilo, non si può non aver letto il Gattopardo“.

E non si poteva davvero, e finalmente, dopo anni, le ho dato retta.

Al di là della preziosità storica del periodo narrato, quello del Risorgimento italiano, letto da un’ottica particolare, una famiglia filo-borbonica che accetta il passaggio dei poteri sotto i Savoia, sotto un nuovo Stato unito, e con l’ascesa della borghesia, il vero peso di questo romanzo è nello stile di Tomasi di Lampedusa.

Non fu un caso che questo romanzo vinse il premio Strega, battendo anche Una vita violenta, di Pasolini. Era il 1959, un anno dove, probabilmente, il premio Strega aveva ancora un valore meritocratico.

Il Gattopardo, che risulterà ostico ai lettori meno esperti, è a mio avviso una vera e propria celebrazione della lingua italiana, e mostra come davvero si possano costruire dei periodi capaci di trascinare il lettore in sensazioni, emozioni, e metafore, che lo fanno vibrare.

C’è chi ha definito questo romanzo, più che un romanzo storico, una riflessione sul disfacimento e sulla morte, con uno sfondo di una Sicilia che richiama ere mitologiche, e contesti dove i siciliani sono descritti come gente difficile da far mutare. Dirà l’autore  che ci provarono i greci, i fenici, i romani… i Borboni… non ci sarebbero riusciti nemmeno i Savoia. E proprio sulla morte voglio prendere un passaggio, esemplificativo di come si possa giocare con la lingua per regalare la sensazione stessa della morte che si avvicina: Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà d esistere, a vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente, come i granellini si affollano e sfilano ad uno ad uno senza fretta e senza soste dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia.

1479719648198Giuseppe_Tomasi_di_Lampedusa_590A Tomasi di Lampedusa, oltre che a uno spaccato di storia e cultura di un’Italia nascente, dobbiamo un romanzo pregno di periodi che avvolgono il lettore, portandolo nei profumi, nei gusti e nell’aria dell’epoca. Il vero talento non è solo in ciò che si scrive, ma in come lo si scrive. E l’autore che risulta capace di stimolare i cinque sensi, di regalare olfatto, tatto, vista, udito e gusto, attraverso le parole scritte, ha l’incredibile dono di chiudere la realtà in un libro, tramestarla a suo piacimento, e restituirla, con una storia per lo più inventata, allo stesso lettore, senza che una goccia di profumo, il fruscio di una foglia, un sapore, si sia perso.

Amo quel genere di autori, inarrivabili, che sanno farti respirare i profumi della primavera quando è inverno (esalava profumi untuosi, carnali…), che sanno stimolarti l’acquolina in bocca, anche se hai appena cenato, che sanno farti gustare il sapore di un vino, o di una pietanza, con semplici parole tracciate su un foglio. E ancora, che sanno farti respirare la sensazione di invecchiamento e di morte quando sei giovane, o farti rivivere la sensazione di giovinezza quando essa ti ha già abbandonato. Di questi autori non potrai dire che sanno scrivere, apparirebbe riduttivo, essi riescono a rendere vera arte la scrittura.

E di fronte a questo talento, la storia in se passa persino in secondo piano. Perché la storia tracciata dal Gattopardo, per quanto contestualizzata in un periodo storico importante per il nostro Paese, è una storia che non ha pretese eccessive, ma che regala al lettore ben più di quanto, umilmente, vuole narrare.

Consigliatissima la lettura.

Come disse mia nonna, non si può non averlo letto.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

FacebookCondividi

Leggendo “Una vita violenta”, di Pasolini: gli spazi estimi di Foucault

una-vita-violenta-pier-paolo-pasoliniCaro Visitatore,

ho letto recentemente Una vita violenta, di Pier Paolo Pasolini, romanzo che arrivò finalista al Premio Strega, poi vinto, quell’anno, dal Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
 
L’autore, similmente a Verga con i Malavoglia, traccia una storia verista, in una periferia romana degli anni ’60, con le sue baracche, la sua miseria, la sua prostituzione, da cui i personaggi, tra cui il protagonista Tommaso, in primis, tentano di venire fuori, senza mai riuscirvi. E si rivela verista persino nello stile, fortemente influenzato dal dialetto romanesco dei personaggi, che coinvolge persino la voce narrante, con buona pace, in alcuni passaggi, per la correttezza dell’italiano, che abdica all’esigenza di veridicità di quanto narrato.
 
Pasolini riporta su carta una Roma che oggi definiremmo in buona parte scomparsa, ormai, ma anche una denuncia, drammaticamente attuale, dell’abbandono delle periferie da parte delle istituzioni, che si ricorda degli emarginati solo quando necessita di isolarli nella galera (emblematiche in tal senso le pagine dedicate al rastrellamento di Pietralata o alla repressione della rivolta al Forlanini).
Non c’è un personaggio buono e uno cattivo in questo romanzo, bensì una continua lotta tra i miserabili e la povertà, al punto che il lettore si ritrova a empatizzare con qualunque personaggio, a prescindere dalle sue azioni, anche le più aberranti.
 
Perché la povertà, e l’emarginazione, fanno paura a tutti.
 
La lettura di questo romanzo mi ha riportato alla mente l’insegnamento di Foucault sugli spazi estimi, che sono lontani, periferici, e non facilitanti, rispetto agli spazi comuni, centrali, utili alla crescita. Quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano, ci dice Foucault (1967).
Il bordello, come il manicomio, diventa lo spazio periferico che conferma la normalità degli “spazi sani”, centrali. Il bordello, come il manicomio, diventano il luogo della follia e della diversità, una follia e una diversità che servono a confermare l’unica follia possibile e socialmente accettata, che viene chiamata normalità. E la periferia diventa il luogo della diversità, a beneficio del centro, pieno di normalità.
 
Ed è proprio negli spazi estimi che ci porta Pasolini, ci immerge nel loro fetore, ci mette accanto Tommaso, e la sua combriccola (Lello, Carletto, il Cagone, il Zimmio, il Zucabbo, il Matto…), ci accompagna ad accattoni, prostitute e balordi. Ci insegna cosa erano le periferie, e cosa possono essere oggi. 
 
pasolini_ingleseTommaso stesso, il giovane protagonista, vive un’adolescenza che oltrepassa i limiti della legalità e della decenza, non studia e non lavora, passa il tempo tra alcool, coltelli e liti, si vende ad omosessuali in cerca di compagnia, ruba macchine e rapina benzinai e prostitute. E, nonostante a un certo punto si adoperi per ribellarsi al sistema a cui appartiene, cercando un lavoro onesto e una vita tranquilla, si ritroverà sommerso dal sistema stesso, perché è un sistema che abbandona il diverso, la periferia, a beneficio di chi è fuori da quella periferia stessa.
Si dice che sia uno dei libri più tradotti al mondo, e non so davvero come avranno riportato in altre lingue la veridicità del parlato di questo romanzo, gli intercalari, lo stesso dialetto romano. Tuttavia, resta una perla, perché riporta alla mente ciò che fu, la periferia romana, e la denuncia di ciò che resta ancora attuale l’esclusione, la periferizzazione del diverso.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

La mia recensione di “Creature di un giorno”, di Irvin D. Yalom

Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. 

(Marco Aurelio)

 

C51d0fzve6nl-_sx321_bo1204203200_aro Visitatore,

oggi voglio parlarti di un libro e di un autore capaci di toccare il cuore, Creature di un giorno e di Irvin D. Yalom, psichiatra e autore di diversi testi, tra cui La cura Schopenhauer e Le lacrime di Nietzsche.

Dieci casi di psicoterapia seguiti da Yalom, con grande maestria, che toccano i temi più profondi dell’animo umano, la morte, la malattia, l’amore…

Il Chicago Tribune ha definito questo testo un libro in cui il terapeuta è un poeta, e la terapia un’arte. E mai definizione fu più adeguata. Yalom porta il lettore dentro le emozioni e soprattutto dentro la relazione terapeuta-paziente, una relazione trasparente, pura, reale, vibrante, dimostrando che la psicologia non è mera scienza della mente, ma scienza della relazione.

Yalom accoglie la persona nella sua interezza, nel suo essere globale, senza approcci precostituiti, freddi, comportamentali, senza diagnosi -etichette, ma con un approccio olistico che rispetta l’Altro, il proprio essere terapeuta, e lo spazio e il tempo che passa tra loro: la relazione.

Esiste un paradosso, che Yalom cita, e che attiene al processo psicoterapeutico: il cliente sembra diventare dipendente dal terapeuta, per aprire relazioni sane fuori dal contesto terapeutico. Diventa dipendente da un contesto sufficientemente buono, per dirla con Winnicot,  accogliente, capace di rispettarlo e di renderlo, alla fine, indipendente dal contesto stesso. Un utero capace di farlo rinascere. Se riesco a creare un ambiente genuino e accogliente, i miei pazienti troveranno l’aiuto di cui hanno bisogno, spesso in modi meravigliosi che non avrei potuto prevedere o persino immaginare.

Ed esistono insegnamenti utili ai terapeuti, che le scuole di psicoterapia non insegnano e che nascono da un’esperienza pluriennale e da una capacità dell’autore di passarle in modo umile e semplice. Ancora una volta mi sentivo pieno di umiltà al cospetto dell’infinita complessità della mente umana.

Yalom ha più di ottanta anni, e l’arrivo della fine della vita è ben presente nel suo processo terapeutico e nei suoi scritti: faccia presto a ricontattarmi, si ricordi la mia età. Eppure la visione della morte diventa risorsa per le sue terapie, la morte inizia con la vita una danza, diventa un opposto indissolubile dalla vita stessa, una risorsa fondamentale per ricordarsi di vivere appieno il proprio essere.

E’ un libro che consiglierei a tre categorie di persone.

Ai terapeuti inesperti, che Yalom cita spesso. E credo che, al pari di un uomo di più di ottant’anni, con la sua umanità e professionalità ed esperienza, meravigliato ancora dalla complessità e unicità dell’uomo, rispettoso dell’Altro e della relazione, possiamo considerarci con grande umiltà tutti terapeuti inesperti.

A chi porta dentro una sofferenza, in particolare un lutto e una perdita, perché il vero punto di forza di Yalom è la profonda umanità che restituisce dignità e calore all’individuo nel suo essere in divenire, lima gli spigoli duri dell’esistenza. Conosco persone che hanno subito lutti dolorosi che hanno ritrovato il sorriso nel leggere i suoi scritti.

A chiunque voglia riflettere sulla vita e sull’uomo, in tutte le sue sfaccettature.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

L’estate addosso: le relazioni senza nome

59306_pplCaro Visitatore,

sono andato a vedere L’estate addosso, di Gabriele Muccino, e vorrei condividere con te alcune riflessioni che mi ha ispirato.

E’ un film che segna una sorta di passo indietro rispetto alla filmografia del regista, che si era incentrata, dopo l’incontro con Will Smith, sulle tematiche dei padri e dei figli. In questo suo ultimo lavoro torna all’adolescenza, o meglio ai giovanissimi adulti, alla costante ricerca di sé, creando un viaggio, dall’altra parte del mondo, negli States, in cui hanno modo di cercare e trovare loro stessi.

Strano, a 49 anni, tornare proprio lì.

A questi elementi aggiunge l’incontro con il diverso, da un lato Maria, la bigotta, con i suoi pregiudizi, e dall’altro la coppia gay di Matt e Paul. Da un lato la cultura italiana, che tanto ammira Paul, dall’altro l’esame di realtà che Maria e Marco riportano ai due americani, su un Paese come il nostro che di limiti ne ha tanti. Da un lato il sogno americano, dall’altro le difficoltà di una coppia di giovani degli USA che vorrebbero seguire le loro personali ambizioni, ma si ritrovano incastrati in lavori che non amano, e in famiglie che non accettano la loro scelta d’amore.

Da questo incontro si crea una bolla, in cui i quattro ragazzi sperimentano una relazione che non ha nome. Non è amicizia e non è amore, è qualcosa di altro. Credevo fosse tre il numero perfetto, dirà Marco, ma non sono più così sicuro. Muccino riesce, ed è il pregio di questo film, a far vedere i fili che legano i quattro ragazzi, i fili di un’armonia altra, che l’essere umano è capace di creare.

E da qui la riflessione che vorrei portarti: siamo abituati a dare un nome a tutte le relazioni, a categorizzarle dentro classi che ci danno sicurezza. Esistono relazioni d’amore, d’amicizia, relazioni tra ex, relazioni genitoriali, familiari e via dicendo. E poi ci sono quelle relazioni, le più armoniche, che non hanno un nome. Legami che ci uniscono e che vorremmo riuscire a definire, ma non troviamo le parole, perché sono talmente indescrivibili, che le parole non le abbiamo mai trovate per dar loro un nome. E perché, se riuscissimo a descriverle, non ci farebbero vibrare così tanto.

E sono relazioni che ci fanno paura, tanto che le isoliamo in un viaggio, in un’esperienza altra, fuori dai soliti schemi, in una bolla, come la definirà Matt. Una bolla sospesa.

Il fine di questo post non è di consigliarti di vedere il film. Ma di ripensare a quelle relazioni e a quei legami a cui non sei riuscito a dare un nome. Quelle che hai definito solo e soltanto con un non o con un come: non era amore, non era amicizia… Eravamo come fratelli, eravamo come padre figlio.

E, superando le definizioni, di concentrarti con il pensiero solo sulle emozioni e sulle sensazioni che hanno fatto vibrare queste stesse relazioni. Perché, credimi, sono le relazioni fuori dagli schemi che più di ogni altre ci narrano di noi, perché ci fanno sentire nudi, senza abiti, senza difese. Puri. Reali. Diversi da come avevamo creduto di essere fino a quel momento.

 

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

Addio alle armi: la pace separata.

C’era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra e ora dal 1933 forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente,criminale e sporco delitto che è la guerra.

(E. Hemingway)  

 

imagesCaro Visitatore,

recentemente ho letto Addio alle armi, di Ernest Hemingway,.

Ora, c’è da confessare che non sono un grande appassionato di Hemingway. Da giovane adorai Il vecchio e il mare, con cui Ernest vinse il Pulitzer, ma poi non lessi altro di lui fino ad oggi.

E c’è anche da confessare che ho faticato non poco a leggere Addio alle armi. Ho faticato perché spesso Hemingway usa uno stile ricco di coordinate (e c’era questo, e c’era quello, e poi accadde quell’altro…) che francamente non amo.

Ho faticato perché mi sono chiesto per tutta la lettura del libro di che pasta fosse fatto il protagonista (il tenente Henry), un americano tra le truppe italiane, un uomo che ama la pace, il bere, e il quieto vivere in un campo di guerra. Un uomo che rischia di morire senza azioni eroiche e si prende una medaglia al valore.

Ho faticato perché la protagonista femminile, Catherine (per gli amici Cat) di cui il tenente Henry si innamora, è una civetta ripetitiva e palesemente noiosa (Sei caro. Tutto a posto, caro? Sono incinta, caro. Sei sicuro, caro?) e noiosi sono pure i dialoghi tra i due, che spesso diventano persino stucchevoli.

Ma quando si capisce il senso del romanzo, quando si comprende quella che è la forza che ti sta trascinando pagina dopo pagina, seppur a fatica, inizi ad amare ancora una volta Hemingway. Si comprende che sta mettendo al centro delle sue riflessioni non solo la guerra e la morte, ma pure l’umanità e la società.

C’è la rappresentazione di una generazione perduta senza ideali, senza speranze e fede, rappresentata da personaggi come Rinaldi (ispirato a una persona reale, come pure molti altri personaggi e, d’altronde, come i fatti accaduti sono ispirati all’esperienza di guerra vissuta da Hemingway). E l’inutilità della guerra, specie dopo Caporetto, diventa talmente stridente da spingere il lettore a fuggire e a disertare con il protagonista.  A remare con lui sulle acque di quel lago che lo porterà verso la non belligerante Svizzera. Stavo andando a dimenticare la guerra. Avevo fatto una pace separata.

Su quella barca, ho finalmente capito il protagonista. Ho compreso che quel tenente Henry che non inquadravo era effettivamente fuori luogo in un contesto di guerra, come la guerra è fuori luogo nel mondo. Che al boato di cannoni e di azioni eroiche è preferibile la noia di una convalescenza in un ospedale, di un dialogo ripetitivo e smielato, dell’ennesimo bicchiere di Cognac…

Ed è qui, dopo molte pagine, che ho creato finalmente il mio legame con Ernest e con il tenente Henry fino a soffrire con loro nel lungo travaglio che ucciderà Cat e suo figlio (curiosità poi: ho scoperto che mentre scriveva il libro, la moglie diede alla luce il suo secondo figlio… anche lì diciotto ore di travaglio e un cesareo. Chissà perché, nonostante la nascita del secondogenito, abbia scelto di far vivere al suo protagonista la situazione opposta, di morte?).

Questo libro fu messo al bando durante il fascismo per il ritratto che fece delle milizie italiane. Diventò uno degli idoli dell’americanismo antifascista.

Qualunque cosa abbia rappresentato nella storia è un inno alla pace in uno scenario di guerra. Condanna la vanagloria, e osanna la semplice straordinarietà del mondo.

 

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

Lo chiamavano Jeeg Robot, da vedere

Caro Visitatore,

sembrava impossibile portare in Italia un film sui supereroi, eppure ce l’hanno fatta, con un risultato eccellente, ripescando un eroe “dall’Oriente col furgone”, conosciuto dalla generazione degli anni 80, Jeeg Robot.

Ho visto questo film dopo essere stato caldamente consigliato da chiunque lo avesse guaardato.

Prima di tutto, è vincente il contesto. Una Roma scossa da bombe e dalla camorra, eppure verace negli scorci del centro e della periferia scelti per le riprese, (pure la Curva Sud!) per la mimica, i detti e il parlato dei personaggi.

E poi ci sono loro , tre attori che solo per la recitazione valgono tutto il film.  Una Ilenia Pastorelli che interpreta Alessia, una ragazza malata, dagli occhioni tipici dei manga e capace di parlare al cuore dello spettatore e di Enzo (Claudio Santamaria), insegnandogli cosa sia l’amore. Mirabile la scena in cui ci svela di essere stata abusata, con una recitazione che mette i brividi.

Claudio Santamaria è Claudio Santamaria, e che gli vuoi dire sul talento?

Ma il miglior attore, la vera rivelazione è Luca Marinelli, che interpreta un cattivo che può far invidia al Joker di Batman (e, se hai visto il film, ammettilo che te l’ha ricordato. Era palesemente voluto.).

Da spettatore arrivi ad amare questo Zingaro, dalle ambizioni più grandi di lui, che vuole comandare, diventare famoso, sfogare la sua personalità istrionica, ma che in fondo è un adolescente non cresciuto, attaccato alle visualizzazioni YouTube, ai cellulari ultimo modello, alle canzoni anni andati. Scisso tra il suo infantilismo e il suo desiderio adulto, tra il suo coraggio folle e le umiliazioni di dover subire chi sa comandare meglio di lui (Nunzia, la napoletana).

Tra le sue battute e i suoi detti romani  (daje regà che stasera ve porto a magnà er pesce ad Ostia; chi è? Sto cazzo!) ti appassiona dall’inizio alla fine del film. Poi forse io sono di parte nell’apprezzare Marinelli, ma non ti dirò il perché.

Consigliato a chi è appassionato del genere ma anche a chi non lo è. Perché per la trama e per la resa, è davvero un film per tutti. Over 40 inclusi.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

De Sade, Justine e l’agnello sacrificale

E divento, come vedete, puttana per beneficenza e libertina per virtù

Justine ovvero le disgrazie della virtù. Ediz. integraleCaro Visitatore,

Ho finito da poco di leggere Justine o le disgrazie della virtù, del Marchese De Sade, capostipite del sadismo.

Una persona a me cara aveva accostato (con le dovute differenze) le sventure della mia Alina alle sventure di Justine, soprattutto per il loro comune desiderio di riscatto e libertà, per la loro volontà a non essere sottomesse.

Quindi, l’ho letto.

Purtroppo ho dovuto leggerlo in due edizioni diverse. La prima, edita da Barbera editore, meriterebbe di essere arsa nel camino: errori, pagine stampate male, 50 pagine mancanti (perché stampate due volte le pagine da 200 a 250!) Orrore!

Sconfortato, a pagina 150 ho dovuto comprare l’edizione Newton & Compton. Nonostante qualche refuso e le minuscole dopo i punti, si è rivelato leggibile. Verrebbe da scrivere: che De Sade vi frusti virtuosamente. Ma abbiamo il vizio di non maledire. ;)

Non c’è che dire, la visione di De Sade del mondo ha echi di follia geniale, o di genialità folle. Salva e tortura Justine ripetute volte, da una pagina all’altra la fa cadere nelle più fantasiose e bieche perversioni che l’uomo possa concepire, coinvolgendo frati, conti, briganti e via dicendo. Una ragazza ha più di un favore da concedere e Venere con lei è festeggiata in più templi. Mi accontenterei del meno importante. Quale che sia il tempio che tu usi, poiché la natura lo rende possibile, significa che non l’offende.

L’ossessione di De Sade si fa manifesta, c’è una ripetitività nelle disavventure di Justine sconvolgente. A tratti temevo che non si sarebbe mai incontrato un uomo virtuoso e non vizioso (e invece ce ne sono ben tre su… lasciamo perdere…) o una donna viziosa e non virtuosa e dunque non vittima come Justine  (ed invece ce ne è una su… ho perso il conto!).

Non mi spingerò a filosofeggiare sullo scontro tra virtù e vizio messo su da De Sade, lo lascio ai filosofi, mi interessa molto più il rapporto tra De Sade e Justine, che sembra di odio e amore. Justine appare tanto perfetta da essere necessario sottometterla, al contempo tanto cara, da doverla salvare.

Ella è l’unico personaggio realmente libero della storia, perché sottilmente mutabile, a fronte di frotte di viziosi che, a ben vedere , si credono liberi ma sono narcisi schiavi del loro piacere, ossessionati dal bisogno di una vittima femminile per saziarsi . Eh sì, donne (zimbelli di libidine), per  De Sade la vostra sofferenza è necessaria al godimento del maschio dominante… Mirabili in tal senso le parole del conte di Gernande, che si scaglia contro le donne e contro la tesi che tocchi all’uomo far felice un essere tanto inferiore: è come chiedere di avere pietà del pollo che si mangia.

Compulsivamente, essi necessitano di lunghi sofismi  (sermoni veri e propri, spesso tediosi) per tentare di convincere Justine a cedere al vizio. A Justine bastano quattro battute per confermare la sua virtù. In qualche modo tutti i personaggi sono rigidi, immutabili, stereotipati, chi nella santità della virtù, chi nella dannazione del vizio. Eccezion fatta per Juliette.

Mi piace pensare che la scissione di De Sade sia lampante nel conflitto tra l’unica viziosa, La Dubois, e Justine. Dubois ama Justine e quasi la supplica di diventare viziosa come lei. All’ennesimo rifiuto di Justine, la Dubois le salta al collo. La arte viziosa di De Sade tenta di convincere Justine (la sua parte innocente?), ma non riesce, e dunque la punisce, la sevizia, ma infine la salva.

Solo a fine romanzo, libera da tutto e da tutti, lascia che sia la Natura a uccidere Justine. Non il vizio, dunque, ma la Natura che porta il vizio nell’uomo. E così diventa martire. La sua morte convince la sorella Juliette (libertina da sempre) a mutare vita e a trasferirsi in convento.

E’ famosa l’idea che per De Sade la provvidenza, se esiste, è maligna, e dunque in molti non saranno d’accordo con questa mia interpretazione, ma, se vogliamo, l’ateo De Sade ripropone il martirio del Cristo in versione femminile, a salvezza di altri peccatori. L’agnello puro è accusato ingiustamente, torturato. Infine muore e porta conversione in peccatori e libertini che sanno ascoltare il grido del cambiamento. Justine non risorge, ma porta cambiamento. Justine muore, ma la sorella cambia vita.

Una visione troppo romantica la mia? Può darsi, ma mi piace creare provocazioni e riflessioni. E, forse, un De Sade demoniaco e rinchiuso in cella e in manicomio era necessario alla società per confermare la sua santità e rettitudine. Ed è necessario tuttora.

Non credo all’esistenza dei totalmente folli, non credo agli esseri umani totalmente demoni o totalmente santi. Credo che in ciascuno di noi conviva, in misura diversa l’uno dall’altro, e in diverse fasi della nostra vita, salute e malattia , “normalità” è “follia“. De Sade non sfuggì a questa co-presenza ma fu usato (e si lasciò usare) a giustificazione di una società sana, come tanti altri. Chissà quanto fu capro espiatorio della società…

Di certo fu meno incoerente di una società, come quella della rivoluzione francese, totalmente incoerente.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com! Create your own banner at mybannermaker.com!

L’abbiamo fatta grossa… e troppo leggera!

Caro Visitatore,

Verdone è Verdone, e Verdone non puoi non guardarlo al cinema.

Più o meno è questa la motivazione che mi ha spinto a vedere L’abbiamo fatta grossa.

Ma proprio perché Verdone è Verdone, è facile restare delusi da questi film. Forse perché le aspettative erano più alte. Qualcuno già da un po’ è deluso dai suoi ultimi film, qualcun altro, come me, ne aveva salvati parecchi. Qui devo ammettere che è invecchiato, e non solo di età.

Una storia sciapa, prevedibile, banale in alcuni frangenti. Con tematiche toccate in modo superficiale, e che potevano essere maggiormente approfondite, pur attraverso la comicità.

Albanese è ridotto al ruolo di spalla, rispetto a un comico protagonista che sembra aver perso il suo smalto.

E Verdone una spalla nel film ce l’ha già, e molto più efficace: è la giunonica Lena, interpretata da Anna Kasyan, vera scoperta del film, con tempi impeccabili, un’esuberanza e una comicità fisica istintive che travolgono immancabilmente Arturo e Carlo.

Il film non fa ridere, ma solo sorridere, non emoziona, fa restare tutto in superficie.  Promette all’inizio, fa restare perplessi fino al finale. Solo negli ultimi venti minuti il film diventa quello che avrebbe potuto essere: una satira dolente e assai politica dell’Italia di oggi, in cui le brave persone si muovono con difficoltà sempre crescenti. Se la coppia Albanese-Verdone può anche funzionare per futuri film, l’aver cercato troppo la leggerezza in L’abbiamo fatta grossa, lo ha resto talmente leggero da risultare inconsistente.

Si può vedere tranquillamente a casa, se non c’è nulla da fare.

Ha un solo pregio: le espressioni di Verdone, uniche e inimitabili. Almeno quelle sono rimaste.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

Alaska

Caro Visitatore,

Qualche settimana fa ho visto Alaska, di Claudio Cupellini, con Elio Germano e Astrid Berges-Frisbey.

Tra targhe esposte, sindromi da Star Wars e taaanto lavoro,  solo oggi riesco a pubblicare questo commento al film (con colpevole ritardo)

Ci sono andato dopo aver appena intravisto il trailer. Il richiamo di un attore come Germano, lo confesso, era troppo forte.

Ho scoperto un film che si distanzia dai soliti italiani, che parla di amore pur tenendo insieme il bene e il male, lo giusto e lo sbagliato, in una visione complessa che non si può comprendere staccando la testa dal cuore.

Il film si apre in un lussuoso hotel parigino, dove entrambi i protagonisti  (Fausto e Nadine) sembrano pesci fuor d’acqua. Estranei a ciò  che li circonda si riconoscono, tessendo un legame profondo, che farà partire una danza di avvicinamento e distanziamenti dove l’Io e il Noi sembrano diventare poli opposti.

E quando l’uno si volta a seguire le proprie ambizioni, l’altro rincorre, con lettere infuocate o comparsate all’ultimo dell’anno. C’è un pezzo di ogni spettatore in questa storia, un’emozione vissuta o un gesto simile.

E c’è un magnetismo che lega i due protagonisti tra loro, e loro con lo spettatore. Un risuonare emotivo unico.

E ci sono gli errori, e c’è lo stare accanto dell’altro, il saper attendere e il dare fiducia.

Una nota particolare meritano poi i due attori. Germano è Germano, e non si smentisce. Astrid Berges- Frisbey ci regala una Nadine di una bellezza che commuove, nella sua forza e nella sua debolezza.

C’è un quasi lieto fine. E ne avevamo bisogno.

Da vedere.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com! Create your own banner at mybannermaker.com!

Suburra

Caro Visitatore,

ho da poco visto Suburra, film di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo libro di Bonini e De Cataldo.

L’ho visto con altre cinque persone. Su sette è piaciuto a due, me compreso, non è piaciuto a tre persone, e secondo la settima avrebbe dovuto ricalcare maggiormente la realtà.

Credo che se si guarda questo film con l’idea che sia un documentario su Mafia Capitale, si resti delusi. E’ un film ispirato ai fatti che oggi la cronaca ci racconta, ma è e resta un romanzo-film, con la sua vero-somiglianza.

Eccezionali gli attori, ma dato il calibro, c’era  da aspettarselo.

Subburra non fa sconti allo spettatore, gli mette in faccia tutto, dal sesso drogato alla violenza delle mafie, al pene di Francesco Favino e alle vagine varie. Non sublima nulla.

Talvolta, forse, va anche sopra le righe con omicidi troppo facili (tipici di un romanzo, per l’appunto, e non di una realtà dove i morti fanno troppo rumore) e americanate come sparatorie nei supermercati e nei centri commerciali senza nessun intervento da parte delle forze dell’ordine (che in questo film sono vere e proprie comparse… scomparse!).

Sullo sfondo, una citazione, che fa riflettere. Un Papa perennemente di spalle alla telecamera, Ratzinger, che ricorda tanto il Giovanni Paolo II de I Banchieri di Dio, come a ricordare che Chiesa e Mafia, a Roma, non sono così lontane. Poi la scelta del Pontefice di spalle viene giustificata come evento storico che di lì a poco avverrà: le doppie dimissioni, di Papa Benedetto XVI e Papa Silvio I.

Credo che se visto con la consapevolezza che è un film sulla mafia dalle tinte forti, una sorta di Thriller, e non un film verità, o peggio un film storico sulle mafie di Roma (nonostante i richiami a diversi personaggi come i Casamonica, gli Spada, Don Carminati e vari politici corrotti) si apprezzerà come merita di essere apprezzato. Si coglierà il messaggio di fondo che “gli ideali” sono ormai nel cuore (Amendola docet), il resto è un gioco al soldo.

Un caro amico mi ha segnalato questo articolo di Giornalettismo, in cui Orfini dichiara: Come abbiamo fatto a non accorgercene? Le esecuzioni in strada, persino a Prati, c’erano. Gli arresti per racket e sfruttamento della prostituzione, pure, così come la malapolitica, quartieri sotto il giogo della criminalità organizzata o appalti per lo meno sospetti. C’era persino il libro, Suburra, scritto da un cronista e da un magistrato, non da due romanzieri fantasy. Bastava leggere quelle pagine o la cronaca, invece che fermarsi sempre e solo ai retroscena politici. Era sufficiente unire i puntini, ma noi guardavamo altrove.

Se un magistrato e un cronista si sono accorti dei segnali di verità, tessendoci sopra una storia di fantasia, e la politica non se ne è accorta, è perché probabilmente il giornalismo e la magistratura sono professioni, la politica no. E finché continueremo a considerarla un mestiere e non una missione a tempo determinato, troveremo sempre più politici ciechi, accanto a politici che sanno vedere benissimo le strade illegali per non finire il mandato. E spero che Orfini, e molti altri, se ne rendano conto.

Da vedere.

 

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!