La mia recensione di “Creature di un giorno”, di Irvin D. Yalom

Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. 

(Marco Aurelio)

 

C51d0fzve6nl-_sx321_bo1204203200_aro Visitatore,

oggi voglio parlarti di un libro e di un autore capaci di toccare il cuore, Creature di un giorno e di Irvin D. Yalom, psichiatra e autore di diversi testi, tra cui La cura Schopenhauer e Le lacrime di Nietzsche.

Dieci casi di psicoterapia seguiti da Yalom, con grande maestria, che toccano i temi più profondi dell’animo umano, la morte, la malattia, l’amore…

Il Chicago Tribune ha definito questo testo un libro in cui il terapeuta è un poeta, e la terapia un’arte. E mai definizione fu più adeguata. Yalom porta il lettore dentro le emozioni e soprattutto dentro la relazione terapeuta-paziente, una relazione trasparente, pura, reale, vibrante, dimostrando che la psicologia non è mera scienza della mente, ma scienza della relazione.

Yalom accoglie la persona nella sua interezza, nel suo essere globale, senza approcci precostituiti, freddi, comportamentali, senza diagnosi -etichette, ma con un approccio olistico che rispetta l’Altro, il proprio essere terapeuta, e lo spazio e il tempo che passa tra loro: la relazione.

Esiste un paradosso, che Yalom cita, e che attiene al processo psicoterapeutico: il cliente sembra diventare dipendente dal terapeuta, per aprire relazioni sane fuori dal contesto terapeutico. Diventa dipendente da un contesto sufficientemente buono, per dirla con Winnicot,  accogliente, capace di rispettarlo e di renderlo, alla fine, indipendente dal contesto stesso. Un utero capace di farlo rinascere. Se riesco a creare un ambiente genuino e accogliente, i miei pazienti troveranno l’aiuto di cui hanno bisogno, spesso in modi meravigliosi che non avrei potuto prevedere o persino immaginare.

Ed esistono insegnamenti utili ai terapeuti, che le scuole di psicoterapia non insegnano e che nascono da un’esperienza pluriennale e da una capacità dell’autore di passarle in modo umile e semplice. Ancora una volta mi sentivo pieno di umiltà al cospetto dell’infinita complessità della mente umana.

Yalom ha più di ottanta anni, e l’arrivo della fine della vita è ben presente nel suo processo terapeutico e nei suoi scritti: faccia presto a ricontattarmi, si ricordi la mia età. Eppure la visione della morte diventa risorsa per le sue terapie, la morte inizia con la vita una danza, diventa un opposto indissolubile dalla vita stessa, una risorsa fondamentale per ricordarsi di vivere appieno il proprio essere.

E’ un libro che consiglierei a tre categorie di persone.

Ai terapeuti inesperti, che Yalom cita spesso. E credo che, al pari di un uomo di più di ottant’anni, con la sua umanità e professionalità ed esperienza, meravigliato ancora dalla complessità e unicità dell’uomo, rispettoso dell’Altro e della relazione, possiamo considerarci con grande umiltà tutti terapeuti inesperti.

A chi porta dentro una sofferenza, in particolare un lutto e una perdita, perché il vero punto di forza di Yalom è la profonda umanità che restituisce dignità e calore all’individuo nel suo essere in divenire, lima gli spigoli duri dell’esistenza. Conosco persone che hanno subito lutti dolorosi che hanno ritrovato il sorriso nel leggere i suoi scritti.

A chiunque voglia riflettere sulla vita e sull’uomo, in tutte le sue sfaccettature.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

FacebookCondividi

L’estate addosso: le relazioni senza nome

59306_pplCaro Visitatore,

sono andato a vedere L’estate addosso, di Gabriele Muccino, e vorrei condividere con te alcune riflessioni che mi ha ispirato.

E’ un film che segna una sorta di passo indietro rispetto alla filmografia del regista, che si era incentrata, dopo l’incontro con Will Smith, sulle tematiche dei padri e dei figli. In questo suo ultimo lavoro torna all’adolescenza, o meglio ai giovanissimi adulti, alla costante ricerca di sé, creando un viaggio, dall’altra parte del mondo, negli States, in cui hanno modo di cercare e trovare loro stessi.

Strano, a 49 anni, tornare proprio lì.

A questi elementi aggiunge l’incontro con il diverso, da un lato Maria, la bigotta, con i suoi pregiudizi, e dall’altro la coppia gay di Matt e Paul. Da un lato la cultura italiana, che tanto ammira Paul, dall’altro l’esame di realtà che Maria e Marco riportano ai due americani, su un Paese come il nostro che di limiti ne ha tanti. Da un lato il sogno americano, dall’altro le difficoltà di una coppia di giovani degli USA che vorrebbero seguire le loro personali ambizioni, ma si ritrovano incastrati in lavori che non amano, e in famiglie che non accettano la loro scelta d’amore.

Da questo incontro si crea una bolla, in cui i quattro ragazzi sperimentano una relazione che non ha nome. Non è amicizia e non è amore, è qualcosa di altro. Credevo fosse tre il numero perfetto, dirà Marco, ma non sono più così sicuro. Muccino riesce, ed è il pregio di questo film, a far vedere i fili che legano i quattro ragazzi, i fili di un’armonia altra, che l’essere umano è capace di creare.

E da qui la riflessione che vorrei portarti: siamo abituati a dare un nome a tutte le relazioni, a categorizzarle dentro classi che ci danno sicurezza. Esistono relazioni d’amore, d’amicizia, relazioni tra ex, relazioni genitoriali, familiari e via dicendo. E poi ci sono quelle relazioni, le più armoniche, che non hanno un nome. Legami che ci uniscono e che vorremmo riuscire a definire, ma non troviamo le parole, perché sono talmente indescrivibili, che le parole non le abbiamo mai trovate per dar loro un nome. E perché, se riuscissimo a descriverle, non ci farebbero vibrare così tanto.

E sono relazioni che ci fanno paura, tanto che le isoliamo in un viaggio, in un’esperienza altra, fuori dai soliti schemi, in una bolla, come la definirà Matt. Una bolla sospesa.

Il fine di questo post non è di consigliarti di vedere il film. Ma di ripensare a quelle relazioni e a quei legami a cui non sei riuscito a dare un nome. Quelle che hai definito solo e soltanto con un non o con un come: non era amore, non era amicizia… Eravamo come fratelli, eravamo come padre figlio.

E, superando le definizioni, di concentrarti con il pensiero solo sulle emozioni e sulle sensazioni che hanno fatto vibrare queste stesse relazioni. Perché, credimi, sono le relazioni fuori dagli schemi che più di ogni altre ci narrano di noi, perché ci fanno sentire nudi, senza abiti, senza difese. Puri. Reali. Diversi da come avevamo creduto di essere fino a quel momento.

 

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

Addio alle armi: la pace separata.

C’era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra e ora dal 1933 forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente,criminale e sporco delitto che è la guerra.

(E. Hemingway)  

 

imagesCaro Visitatore,

recentemente ho letto Addio alle armi, di Ernest Hemingway,.

Ora, c’è da confessare che non sono un grande appassionato di Hemingway. Da giovane adorai Il vecchio e il mare, con cui Ernest vinse il Pulitzer, ma poi non lessi altro di lui fino ad oggi.

E c’è anche da confessare che ho faticato non poco a leggere Addio alle armi. Ho faticato perché spesso Hemingway usa uno stile ricco di coordinate (e c’era questo, e c’era quello, e poi accadde quell’altro…) che francamente non amo.

Ho faticato perché mi sono chiesto per tutta la lettura del libro di che pasta fosse fatto il protagonista (il tenente Henry), un americano tra le truppe italiane, un uomo che ama la pace, il bere, e il quieto vivere in un campo di guerra. Un uomo che rischia di morire senza azioni eroiche e si prende una medaglia al valore.

Ho faticato perché la protagonista femminile, Catherine (per gli amici Cat) di cui il tenente Henry si innamora, è una civetta ripetitiva e palesemente noiosa (Sei caro. Tutto a posto, caro? Sono incinta, caro. Sei sicuro, caro?) e noiosi sono pure i dialoghi tra i due, che spesso diventano persino stucchevoli.

Ma quando si capisce il senso del romanzo, quando si comprende quella che è la forza che ti sta trascinando pagina dopo pagina, seppur a fatica, inizi ad amare ancora una volta Hemingway. Si comprende che sta mettendo al centro delle sue riflessioni non solo la guerra e la morte, ma pure l’umanità e la società.

C’è la rappresentazione di una generazione perduta senza ideali, senza speranze e fede, rappresentata da personaggi come Rinaldi (ispirato a una persona reale, come pure molti altri personaggi e, d’altronde, come i fatti accaduti sono ispirati all’esperienza di guerra vissuta da Hemingway). E l’inutilità della guerra, specie dopo Caporetto, diventa talmente stridente da spingere il lettore a fuggire e a disertare con il protagonista.  A remare con lui sulle acque di quel lago che lo porterà verso la non belligerante Svizzera. Stavo andando a dimenticare la guerra. Avevo fatto una pace separata.

Su quella barca, ho finalmente capito il protagonista. Ho compreso che quel tenente Henry che non inquadravo era effettivamente fuori luogo in un contesto di guerra, come la guerra è fuori luogo nel mondo. Che al boato di cannoni e di azioni eroiche è preferibile la noia di una convalescenza in un ospedale, di un dialogo ripetitivo e smielato, dell’ennesimo bicchiere di Cognac…

Ed è qui, dopo molte pagine, che ho creato finalmente il mio legame con Ernest e con il tenente Henry fino a soffrire con loro nel lungo travaglio che ucciderà Cat e suo figlio (curiosità poi: ho scoperto che mentre scriveva il libro, la moglie diede alla luce il suo secondo figlio… anche lì diciotto ore di travaglio e un cesareo. Chissà perché, nonostante la nascita del secondogenito, abbia scelto di far vivere al suo protagonista la situazione opposta, di morte?).

Questo libro fu messo al bando durante il fascismo per il ritratto che fece delle milizie italiane. Diventò uno degli idoli dell’americanismo antifascista.

Qualunque cosa abbia rappresentato nella storia è un inno alla pace in uno scenario di guerra. Condanna la vanagloria, e osanna la semplice straordinarietà del mondo.

 

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

Lo chiamavano Jeeg Robot, da vedere

Caro Visitatore,

sembrava impossibile portare in Italia un film sui supereroi, eppure ce l’hanno fatta, con un risultato eccellente, ripescando un eroe “dall’Oriente col furgone”, conosciuto dalla generazione degli anni 80, Jeeg Robot.

Ho visto questo film dopo essere stato caldamente consigliato da chiunque lo avesse guaardato.

Prima di tutto, è vincente il contesto. Una Roma scossa da bombe e dalla camorra, eppure verace negli scorci del centro e della periferia scelti per le riprese, (pure la Curva Sud!) per la mimica, i detti e il parlato dei personaggi.

E poi ci sono loro , tre attori che solo per la recitazione valgono tutto il film.  Una Ilenia Pastorelli che interpreta Alessia, una ragazza malata, dagli occhioni tipici dei manga e capace di parlare al cuore dello spettatore e di Enzo (Claudio Santamaria), insegnandogli cosa sia l’amore. Mirabile la scena in cui ci svela di essere stata abusata, con una recitazione che mette i brividi.

Claudio Santamaria è Claudio Santamaria, e che gli vuoi dire sul talento?

Ma il miglior attore, la vera rivelazione è Luca Marinelli, che interpreta un cattivo che può far invidia al Joker di Batman (e, se hai visto il film, ammettilo che te l’ha ricordato. Era palesemente voluto.).

Da spettatore arrivi ad amare questo Zingaro, dalle ambizioni più grandi di lui, che vuole comandare, diventare famoso, sfogare la sua personalità istrionica, ma che in fondo è un adolescente non cresciuto, attaccato alle visualizzazioni YouTube, ai cellulari ultimo modello, alle canzoni anni andati. Scisso tra il suo infantilismo e il suo desiderio adulto, tra il suo coraggio folle e le umiliazioni di dover subire chi sa comandare meglio di lui (Nunzia, la napoletana).

Tra le sue battute e i suoi detti romani  (daje regà che stasera ve porto a magnà er pesce ad Ostia; chi è? Sto cazzo!) ti appassiona dall’inizio alla fine del film. Poi forse io sono di parte nell’apprezzare Marinelli, ma non ti dirò il perché.

Consigliato a chi è appassionato del genere ma anche a chi non lo è. Perché per la trama e per la resa, è davvero un film per tutti. Over 40 inclusi.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

De Sade, Justine e l’agnello sacrificale

E divento, come vedete, puttana per beneficenza e libertina per virtù

Justine ovvero le disgrazie della virtù. Ediz. integraleCaro Visitatore,

Ho finito da poco di leggere Justine o le disgrazie della virtù, del Marchese De Sade, capostipite del sadismo.

Una persona a me cara aveva accostato (con le dovute differenze) le sventure della mia Alina alle sventure di Justine, soprattutto per il loro comune desiderio di riscatto e libertà, per la loro volontà a non essere sottomesse.

Quindi, l’ho letto.

Purtroppo ho dovuto leggerlo in due edizioni diverse. La prima, edita da Barbera editore, meriterebbe di essere arsa nel camino: errori, pagine stampate male, 50 pagine mancanti (perché stampate due volte le pagine da 200 a 250!) Orrore!

Sconfortato, a pagina 150 ho dovuto comprare l’edizione Newton & Compton. Nonostante qualche refuso e le minuscole dopo i punti, si è rivelato leggibile. Verrebbe da scrivere: che De Sade vi frusti virtuosamente. Ma abbiamo il vizio di non maledire. ;)

Non c’è che dire, la visione di De Sade del mondo ha echi di follia geniale, o di genialità folle. Salva e tortura Justine ripetute volte, da una pagina all’altra la fa cadere nelle più fantasiose e bieche perversioni che l’uomo possa concepire, coinvolgendo frati, conti, briganti e via dicendo. Una ragazza ha più di un favore da concedere e Venere con lei è festeggiata in più templi. Mi accontenterei del meno importante. Quale che sia il tempio che tu usi, poiché la natura lo rende possibile, significa che non l’offende.

L’ossessione di De Sade si fa manifesta, c’è una ripetitività nelle disavventure di Justine sconvolgente. A tratti temevo che non si sarebbe mai incontrato un uomo virtuoso e non vizioso (e invece ce ne sono ben tre su… lasciamo perdere…) o una donna viziosa e non virtuosa e dunque non vittima come Justine  (ed invece ce ne è una su… ho perso il conto!).

Non mi spingerò a filosofeggiare sullo scontro tra virtù e vizio messo su da De Sade, lo lascio ai filosofi, mi interessa molto più il rapporto tra De Sade e Justine, che sembra di odio e amore. Justine appare tanto perfetta da essere necessario sottometterla, al contempo tanto cara, da doverla salvare.

Ella è l’unico personaggio realmente libero della storia, perché sottilmente mutabile, a fronte di frotte di viziosi che, a ben vedere , si credono liberi ma sono narcisi schiavi del loro piacere, ossessionati dal bisogno di una vittima femminile per saziarsi . Eh sì, donne (zimbelli di libidine), per  De Sade la vostra sofferenza è necessaria al godimento del maschio dominante… Mirabili in tal senso le parole del conte di Gernande, che si scaglia contro le donne e contro la tesi che tocchi all’uomo far felice un essere tanto inferiore: è come chiedere di avere pietà del pollo che si mangia.

Compulsivamente, essi necessitano di lunghi sofismi  (sermoni veri e propri, spesso tediosi) per tentare di convincere Justine a cedere al vizio. A Justine bastano quattro battute per confermare la sua virtù. In qualche modo tutti i personaggi sono rigidi, immutabili, stereotipati, chi nella santità della virtù, chi nella dannazione del vizio. Eccezion fatta per Juliette.

Mi piace pensare che la scissione di De Sade sia lampante nel conflitto tra l’unica viziosa, La Dubois, e Justine. Dubois ama Justine e quasi la supplica di diventare viziosa come lei. All’ennesimo rifiuto di Justine, la Dubois le salta al collo. La arte viziosa di De Sade tenta di convincere Justine (la sua parte innocente?), ma non riesce, e dunque la punisce, la sevizia, ma infine la salva.

Solo a fine romanzo, libera da tutto e da tutti, lascia che sia la Natura a uccidere Justine. Non il vizio, dunque, ma la Natura che porta il vizio nell’uomo. E così diventa martire. La sua morte convince la sorella Juliette (libertina da sempre) a mutare vita e a trasferirsi in convento.

E’ famosa l’idea che per De Sade la provvidenza, se esiste, è maligna, e dunque in molti non saranno d’accordo con questa mia interpretazione, ma, se vogliamo, l’ateo De Sade ripropone il martirio del Cristo in versione femminile, a salvezza di altri peccatori. L’agnello puro è accusato ingiustamente, torturato. Infine muore e porta conversione in peccatori e libertini che sanno ascoltare il grido del cambiamento. Justine non risorge, ma porta cambiamento. Justine muore, ma la sorella cambia vita.

Una visione troppo romantica la mia? Può darsi, ma mi piace creare provocazioni e riflessioni. E, forse, un De Sade demoniaco e rinchiuso in cella e in manicomio era necessario alla società per confermare la sua santità e rettitudine. Ed è necessario tuttora.

Non credo all’esistenza dei totalmente folli, non credo agli esseri umani totalmente demoni o totalmente santi. Credo che in ciascuno di noi conviva, in misura diversa l’uno dall’altro, e in diverse fasi della nostra vita, salute e malattia , “normalità” è “follia“. De Sade non sfuggì a questa co-presenza ma fu usato (e si lasciò usare) a giustificazione di una società sana, come tanti altri. Chissà quanto fu capro espiatorio della società…

Di certo fu meno incoerente di una società, come quella della rivoluzione francese, totalmente incoerente.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com! Create your own banner at mybannermaker.com!

L’abbiamo fatta grossa… e troppo leggera!

Caro Visitatore,

Verdone è Verdone, e Verdone non puoi non guardarlo al cinema.

Più o meno è questa la motivazione che mi ha spinto a vedere L’abbiamo fatta grossa.

Ma proprio perché Verdone è Verdone, è facile restare delusi da questi film. Forse perché le aspettative erano più alte. Qualcuno già da un po’ è deluso dai suoi ultimi film, qualcun altro, come me, ne aveva salvati parecchi. Qui devo ammettere che è invecchiato, e non solo di età.

Una storia sciapa, prevedibile, banale in alcuni frangenti. Con tematiche toccate in modo superficiale, e che potevano essere maggiormente approfondite, pur attraverso la comicità.

Albanese è ridotto al ruolo di spalla, rispetto a un comico protagonista che sembra aver perso il suo smalto.

E Verdone una spalla nel film ce l’ha già, e molto più efficace: è la giunonica Lena, interpretata da Anna Kasyan, vera scoperta del film, con tempi impeccabili, un’esuberanza e una comicità fisica istintive che travolgono immancabilmente Arturo e Carlo.

Il film non fa ridere, ma solo sorridere, non emoziona, fa restare tutto in superficie.  Promette all’inizio, fa restare perplessi fino al finale. Solo negli ultimi venti minuti il film diventa quello che avrebbe potuto essere: una satira dolente e assai politica dell’Italia di oggi, in cui le brave persone si muovono con difficoltà sempre crescenti. Se la coppia Albanese-Verdone può anche funzionare per futuri film, l’aver cercato troppo la leggerezza in L’abbiamo fatta grossa, lo ha resto talmente leggero da risultare inconsistente.

Si può vedere tranquillamente a casa, se non c’è nulla da fare.

Ha un solo pregio: le espressioni di Verdone, uniche e inimitabili. Almeno quelle sono rimaste.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

Alaska

Caro Visitatore,

Qualche settimana fa ho visto Alaska, di Claudio Cupellini, con Elio Germano e Astrid Berges-Frisbey.

Tra targhe esposte, sindromi da Star Wars e taaanto lavoro,  solo oggi riesco a pubblicare questo commento al film (con colpevole ritardo)

Ci sono andato dopo aver appena intravisto il trailer. Il richiamo di un attore come Germano, lo confesso, era troppo forte.

Ho scoperto un film che si distanzia dai soliti italiani, che parla di amore pur tenendo insieme il bene e il male, lo giusto e lo sbagliato, in una visione complessa che non si può comprendere staccando la testa dal cuore.

Il film si apre in un lussuoso hotel parigino, dove entrambi i protagonisti  (Fausto e Nadine) sembrano pesci fuor d’acqua. Estranei a ciò  che li circonda si riconoscono, tessendo un legame profondo, che farà partire una danza di avvicinamento e distanziamenti dove l’Io e il Noi sembrano diventare poli opposti.

E quando l’uno si volta a seguire le proprie ambizioni, l’altro rincorre, con lettere infuocate o comparsate all’ultimo dell’anno. C’è un pezzo di ogni spettatore in questa storia, un’emozione vissuta o un gesto simile.

E c’è un magnetismo che lega i due protagonisti tra loro, e loro con lo spettatore. Un risuonare emotivo unico.

E ci sono gli errori, e c’è lo stare accanto dell’altro, il saper attendere e il dare fiducia.

Una nota particolare meritano poi i due attori. Germano è Germano, e non si smentisce. Astrid Berges- Frisbey ci regala una Nadine di una bellezza che commuove, nella sua forza e nella sua debolezza.

C’è un quasi lieto fine. E ne avevamo bisogno.

Da vedere.

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com! Create your own banner at mybannermaker.com!

Suburra

Caro Visitatore,

ho da poco visto Suburra, film di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo libro di Bonini e De Cataldo.

L’ho visto con altre cinque persone. Su sette è piaciuto a due, me compreso, non è piaciuto a tre persone, e secondo la settima avrebbe dovuto ricalcare maggiormente la realtà.

Credo che se si guarda questo film con l’idea che sia un documentario su Mafia Capitale, si resti delusi. E’ un film ispirato ai fatti che oggi la cronaca ci racconta, ma è e resta un romanzo-film, con la sua vero-somiglianza.

Eccezionali gli attori, ma dato il calibro, c’era  da aspettarselo.

Subburra non fa sconti allo spettatore, gli mette in faccia tutto, dal sesso drogato alla violenza delle mafie, al pene di Francesco Favino e alle vagine varie. Non sublima nulla.

Talvolta, forse, va anche sopra le righe con omicidi troppo facili (tipici di un romanzo, per l’appunto, e non di una realtà dove i morti fanno troppo rumore) e americanate come sparatorie nei supermercati e nei centri commerciali senza nessun intervento da parte delle forze dell’ordine (che in questo film sono vere e proprie comparse… scomparse!).

Sullo sfondo, una citazione, che fa riflettere. Un Papa perennemente di spalle alla telecamera, Ratzinger, che ricorda tanto il Giovanni Paolo II de I Banchieri di Dio, come a ricordare che Chiesa e Mafia, a Roma, non sono così lontane. Poi la scelta del Pontefice di spalle viene giustificata come evento storico che di lì a poco avverrà: le doppie dimissioni, di Papa Benedetto XVI e Papa Silvio I.

Credo che se visto con la consapevolezza che è un film sulla mafia dalle tinte forti, una sorta di Thriller, e non un film verità, o peggio un film storico sulle mafie di Roma (nonostante i richiami a diversi personaggi come i Casamonica, gli Spada, Don Carminati e vari politici corrotti) si apprezzerà come merita di essere apprezzato. Si coglierà il messaggio di fondo che “gli ideali” sono ormai nel cuore (Amendola docet), il resto è un gioco al soldo.

Un caro amico mi ha segnalato questo articolo di Giornalettismo, in cui Orfini dichiara: Come abbiamo fatto a non accorgercene? Le esecuzioni in strada, persino a Prati, c’erano. Gli arresti per racket e sfruttamento della prostituzione, pure, così come la malapolitica, quartieri sotto il giogo della criminalità organizzata o appalti per lo meno sospetti. C’era persino il libro, Suburra, scritto da un cronista e da un magistrato, non da due romanzieri fantasy. Bastava leggere quelle pagine o la cronaca, invece che fermarsi sempre e solo ai retroscena politici. Era sufficiente unire i puntini, ma noi guardavamo altrove.

Se un magistrato e un cronista si sono accorti dei segnali di verità, tessendoci sopra una storia di fantasia, e la politica non se ne è accorta, è perché probabilmente il giornalismo e la magistratura sono professioni, la politica no. E finché continueremo a considerarla un mestiere e non una missione a tempo determinato, troveremo sempre più politici ciechi, accanto a politici che sanno vedere benissimo le strade illegali per non finire il mandato. E spero che Orfini, e molti altri, se ne rendano conto.

Da vedere.

 

 GGB

Se l’articolo ti è piaciuto, regala un like ai miei romanzi:

Create your own banner at mybannermaker.com!

Create your own banner at mybannermaker.com!

Come restare incollati a una tetta narcisa: “Il seno”, di Philip Roth

Eppure in assoluta umiltà io dico che certa cose sono più straordinarie di altre,

e che io sono una di esse.

 

Roth, la nuova metamorfosiCaro Visitatore,

oggi ti presento un libro sui generis, Il seno, di P. Roth.

Il contatto con questo romanzo è molto particolare. Dopo aver sentito citare alcuni testi dell’autore in Ho sposato un narciso, di Umberta Telfner, in cui lo stesso Roth viene definito un gran narciso, mi è venuta voglia di leggere i suoi romanzi. Non a caso, lui ha scritto Ho sposato un comunista.,, da da pensare sul rapporto emotivo Telfner-Roth.

Ho stilato una lista di libri da comprare del buon Philip, quand’ecco che a casa ho trovato questo piccolo racconto (finito nella libreria nel traslocare i libri di mia moglie),

potevo non leggerlo? ;)

E’ un testo ai limiti del grottesco, paradossale, eppure geniale. Roth riprende quanto già narrato da Kafka, Gogol’ e Swift, scegliendo di far trasformare il protagonista, il professor Kepesh, in un grosso seno. Grazie a questa invenzione Philip Roth attraversa aspetti della mente e della società che rendono il racconto un punto di partenza per approfondimenti e discussioni.

Ogni senso viene obnubilato, tranne il tatto e l’udito, unici canale di comunicazione col mondo (in questo ricorda alla lontana la ricerca sensoriale di Calvino in Sotto il sole giaguaro), ogni movimento diviene impossibile. Kepesh/Roth può parlare e ascoltare, può provare piacere attraverso il capezzolo, residuo, neanche a dirlo, di ciò che un tempo era il pene.

Attorno a lui il padre, i medici, una devota ragazza che ogni sera lo masturba oralmente per restituirgli un po’ di calore umano e uno psicanalista con cui si aprirà presto uno scontro, nel quale Kepesh, rifiutando di essere realmente diventato un seno, affermerà di essere diventato psicotico e di credere di essere una grossa mammella e di stravolgere ogni cosa a lui detta. L’unica strada per uscire da quella situazione è perciò non accettarla e per questo si convince che tutto sia rimasto perfettamente normale e che lui stia impazzendo.

Diversamente l’autorevole dottor Klinger sosterrà che non v’è alcuna follia e che effettivamente è diventato un seno, tenuto in vita dai dottori. In mezzo il lettore, libero di scegliere a chi credere: al presunto folle o all’assurda realtà dei fatti? Così è (se vi pare), per citare Pirandello.

Lo stile di Roth è veloce, cattura il lettore nelle sue elucubrazioni mentali: perché proprio un seno femminile? Ha qualcosa di non risolto nell’infanzia? Ha letto troppo Kafka, Gogol’ e Swift? La realtà è meravigliosa, la realtà ha più stile (…) Dunque ho fatto il salto. Ho reso la parola carne. Non vede, sono più kafkiano di Kafka. (…) Dopotutto quale artista è più grande quello che immagina la trasformazione meravigliosa o quello che meravigliosamente trasforma se stesso?

Elucubrazioni che si spingono a desiderare che la devota ragazza salga sul suo capezzolo per un rapporto sessuale (Eros) e a entrare in conflitto con l’odiosa idea della morte (Thanatos), da sempre rifuggita. No, è solo che, terrorizzato dall’idea della morte fin dall’età di due anni, mi sono trincerato nel mio odio per essa, ho preso posizione e non posso fare marcia indietro (…) non voglio morire da così tanti anni che non posso certo smetterla da un giorno all’altro. 

Al centro un narcisismo che fa confondere Klinger con lo stesso Roth, che utilizza un organo femminile tanto desiderato dall’uomo per mettersi al centro della scena, come in un monologo teatrale dove tutti, proprio tutti, possono osservare una grossa mammella delirare la sua angoscia, urlare sotto i riflettori l’istinto di vita e di morte, stravolgere la coscienza di sé.

E poi mi farò le ragazze; le voglio di dodici, tredici anni, ne voglio tre, quattro, cinque per volta, nude e ridacchianti e voglio che mi lecchino il capezzolo tutte insieme, Le voglio per giornate intere, ragazzine avide e perverse, che mi leccano e mi succhiano finché m va. (…) Poi donne. Ci saranno anche donne che avranno voglia di aprire le cosce a un cazzo nuovo ed eccitante: il mio capezzolo (…) è la Terra delle Opportunità, questa è l’Età dell’Autorealizzazione, e io sono il Seno, e vivrò secondo i miei lumi!

E da buon narciso, Roth non può che incollare il lettore alle sue pagine. Consigliatissimo.

GGB

La verità è così (se vi pare)

Io sono realmente come mi vede lei – Ma ciò non toglie, cara signora mia, che io non sia anche realmente come mi vede suo marito, mia sorella, mia nipote e la signora qua… Vi vedo affannati a cercar di sapere chi sono gli altri e le cose come sono, quasi che gli altri e le cose per se stessi fossero così o così.

 

Caro Visitatore,

mi è capitata tra le mani, ereditata da un partigiano di Roma (che non c’è più e a cui va tutto il mio affetto) una pregevole versione dell’opera teatrale Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, nientemeno che con il commento di Antonio Gramsci. Fu distribuita da L’Unità nel 1993.

Naturalmente, regalerò una versione dell’opera a tutti gli iscritti alla mia newsletter (basta inserire il vostro indirizzo mail nel riquadro in alto a sinistra).

Breve riassunto:

Il Signor Ponza e la moglie vivono in periferia, la signora Frola, suocera di Ponza, in un appartamento al centro. Il Signor Ponza impedisce a madre e figlia di incontrarsi; le due donne possono comunicare soltanto con bigliettini che si scambiano per mezzo di un cestino calato da una finestra.

La Signora Frola attribuisce questo comportamento all’amore ossessivo dell’uomo per la moglie, disponibile a far credere a lui di essere pazza pur di compiacerlo.

Il Signor Ponza afferma, invece, che la signora Frola è impazzita, crede che sua figlia, prima moglie del Signor Ponza, sia ancora viva e, di conseguenza, sta scambiando per sua figlia la sua seconda moglie. Questi soltanto per evitare un trauma alla suocera è costretto a impedire l’incontro tra le due donne, mostrandosi a sua volta pazzo di fronte a lei per compiacerla.

La situazione è misteriosa e ingarbugliata; tutti, nella ristretta comunità, la vogliono assolutamente dipanare, e con estrema agitazione. Vogliono soddisfare a tutti i costi quel perverso desiderio di conoscere le verità altrui.

E’ un’opera che meriterebbe una marea di riflessioni, ma mi piace riportarne una in particolare, che spero invogli alla lettura. La visione della verità, rimarcata dallo stesso Pirandello nei panni di Laudisi, forse l’unico dei personaggi che riesce a tradurre in parola i pensieri degli spettatori/lettori, a fronte di tanti personaggi affannati a cercare di scoprire la verità.

Una visione che nega l’esistenza di una verità assoluta e che la getta nel relativismo. E’ inutile cercare “la Verità”: essa non esiste, ma co-esistono in uno stesso istante esistono più verità, anche se apparentemente contraddittorie. Ciascuna è coerente in se stessa. La Verità è un volto velato (come appare la figlia sul finale), non si fa cogliere, regala a ciascuno di noi la sua visione personale (così è, se vi pare).

I due (Ponza e Frola) separatamente sembrano saggissimi, messi a confronto devono risultare in contraddizione, sebbene reciprocamente operino come se veramente uno faccia la commedia per pietà dell’altro. Chi dei due è pazzo? (…) La verità in sé non esiste, la verità non è altro che l’impressione personalissima che ciascun uomo ritrae da un certo fatto. (A. Gramsci)

A ben vedere, Pirandello riporta una questione che ancora oggi passa attraverso la visione assolutistica della Verità (vedi le posizioni della Chiesa e molti degli scritti di Benedetto XVI e di altri papi) e l’opposta visione di relativismo, molto comune tra le scienze. Amava dire Einstein: nulla è assoluto, tutto è relativo, un vecchio sarà contento di aver rotto uno specchio e di avere altri sette anni di vita, piena di guai.

Probabilmente il reale messaggio (ma esiste un reale messaggio? O è il reale messaggio personalissimo che vedo io? ;) ) che Pirandello ci consegna, tra le righe, è una derisione netta a quella tendenza tipicamente umana, a ficcare il naso tra le verità altrui, senza pensare alle proprie.

Tendenza che nell’opera teatrale, e in molti anfratti di vita reale, appare quanto mai perversa, esagerata, inconcludente. In fondo, abbiamo inventato Facebook per farci gli affari degli altri e portare al mondo social la nostra verità.

Tant’è (sempre se vi pare, eh?)

GGB