La mia recensione di “Un ragazzo”, di Nick Hornby

Il fatto di cercare qualcuno meno diverso…

Funzionava solo, si accorse, se eri convinto che essere quello che eri non era poi così male.

513naH6bpHL._SX309_BO1,204,203,200_Caro Visitatore,

Ho letto un libro che resterà a lungo nel mio cuore. Si intitola Un ragazzo, ed è stato scritto da un autore londinese di peso, Nick Hornby.

Hanno detto di Hornby che nessuno è brillante e coinvolgente come lui nel ritrarre i sentimenti e i problemi di ognuno, ed è assolutamente vero. Ciascuno di noi può ritrovare un pezzo di sé nei suoi personaggi.

Con semplicità ed ironia, l’autore riesce a mettere in relazione un giovane preadolescente imbranato, Marcus, figlio di una donna depressa a tal punto da tentare il suicidio, e uno scansafatiche londinese, Will, che mai ha lavorato in vita sua, e si guadagna da vivere grazie ai diritti d’autore dell’unica canzoncina di Natale che ha reso famoso il defunto padre.

Nonostante le profonde differenze tra i due, a partire dall’età, si creerà una bellissima alchimia, nel momento in cui Will si renderà conto che il suo ruolo nella vita di Marcus non è aiutarlo a diventare adulto, facendogli da papà, anzi, è fin troppo adultizzato. Il suo ruolo invece è aiutarlo a viversi appieno la sua adolescenza.

E lentamente, attraverso incroci improbabili e diversità profonde, i personaggi muteranno le loro auto-percezioni, trovando il proprio baricentro.

È un libro che ha come tema centrale l’autoaccettazione, o meglio, la necessità di piacersi come si è. Ciascun personaggio, soprattutto Marcus e Will, non si piacciono, hanno remore profonde, che risuonano nel loro silenzio. Eppure, attraverso la relazione, impareranno a conoscere se stessi, e a capire che in fondo, non si è poi così male. E che, tutto sommato, come apprenderà il nostro Will, non occorre fingere di essere ciò che non si è, per piacere all’altro.

Specie quando si trova un Altro, diverso da te, che sa rimandare il tuo essere in modo sano, e sa dirti che, alla fine, ti vuole bene per come sei, e non per come vorresti essere.

Consigliatissimo.

 Giovanni Garufi Bozza

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La mia recensione a “Il giocoliere di parole”, di Alberto Diamanti

Caro Visitatore,

il commento di oggi  dedicato al Giocoliere di Parole di Alberto Diamanti, regalatomi dall’autore, che ringrazio.

Sinossi:

“Il giocoliere di parole’, è una raccolta di poesie scritte nel linguaggio ‘dei’ e ‘per’ i bambini, con l’intento di dare ai ‘piccoli lettori’ delle ‘immagini in rima’ da leggere, ed ai ‘grandi lettori’ (genitori/educatori), degli spunti di riflessione e comunicazione con gli stessi bambini.”

Quando Alberto mi ha chiesto di scrivere un’opinione su questo testo, ho avuto molte perplessità, anche perché il libro è consigliato “dai sette anni in su”, è palesemente un libro per bambini.
Nel leggerlo ho compreso quanto mi sbagliassi a svalutarlo emotivamente, stupendomi al contempo dei tanti premi vinti da Alberto con questo testo.
La filastrocca può apparire un tema di facile lettura, ma provate a scriverla e vi accorgerete che facile proprio non è. Non è un caso che sia così poco diffusa, che vi venga in mente al pensarci solo un Rodari o pochi altri. Occorre una forte capacità di giocare, per l’appunto, con le parole, saperle mescolare insieme per dar senso, ritmo, e rima.
Alberto stesso, in diversi passaggi, inciampa nella difficoltà a giocare con le parole, al giocoliere ogni tanto casca qualche birillo, talvolta lo ammette lui stesso e l’errore diventa parte della filastrocca (un gioco nel gioco), talvolta, semplicemente, ci passa su, riprende il percorso e continua il suo spettacolo di immagini, luci e suoni. In quei passaggi dove la rima saltava, ho provato a cercare una parola che andasse bene… Ti confesso, caro Visitatore, che non l’ho mai trovata.
Poi mi sono lasciato prendere e la nostalgia di quando ero bambino mi ha accompagnato, il profumo dei miei sei anni quando attraverso le filastrocche imparate a memoria, apprendevi qualcosa sulla grammatica, sulla vita, sulla morale.
A chi consigliare dunque questo libro? Io credo che sia adatto ai nuclei familiari che hanno dei bambini dai sei ai dieci anni. Bada bene, caro Visitatore, non ho scritto ai bambini dai sei ai dieci ma ai nuclei familiari dove queste età sono presenti. Regalare il Giocoliere di Parole è donare un regalo a tutta la famiglia, ai bambini che possono crescere attraverso la filastrocca, agli adulti che attraverso essa possono tornare un po’ bambini.
Stretta la foglia, larga la via,
Alberto ha scritto la sua,
io l’ho commentata con la mia.