L’arte di NON capire le donne, vecchie idee oggi inconsce

Caro Visitatore,

Tempo fa scrissi che non si poteva essere femministi senza aver letto la Wolf . Credo che un’altra pietra miliare di una ricerca sulla condizione femminile per la comprensione del femminismo, della disparità di diritti, e alle tematiche ad essa legate sia la lettura di Schopenhauer.

Sì, proprio del filosofo considerato misogino, misantropo, antidemocratico, avaro, iracondo ed egoista. Lo stesso che fu costretto a risarcire per due decadi la vicina di casa petulante, dopo averla spinta giù dalle scale , e che,  una volta deceduta, annotò quattro parole lapidarie: obit anus, abit onus. Morta la vecchia, estinto il debito.

Quando ho trovato il suo Saggio sulle donne e la metafisica dell’amore sessuale,  la parte emotiva l’ha respinta, la parte razionale l’ha attirata a sé. Solo capendo il pensiero di chi la pensa al contrario di noi, possiamo modificarlo. Solo considerando uno scritto rappresentazione parziale di un periodo storico, possiamo comprendere da dove veniamo e dove possiamo andare.

Possiamo vedere quattro capitoli (anche per suddividere l’articolo, bello lungo).

Le donne.
La metafisica dell’amore.
La violenza sulle donne
La pederastia.

Partiamo dall’assunto che per Schopenhauer tutto proviene dalla natura.

Le donne.

La natura per il filosofo ha creato un sesso debole, privo di ragione, con la dote di creare vita e di simulare. La natura ha dotato la donna dell’arte della simulazione a sua protezione e difesa (…) e ha destinato alla donna, sotto forma di quella dote, tutta la forza che invece ha concessa all’uomo come potenza fisica e ragione. (…) una donna completamente attendibile e sincera è forse impossibile.

Come dunque il leone ha le fauci e la seppia ha l’inchiostro, la donna per sua natura ha la simulazione come difesa dal mondo. Naturalmente, Schopenhauer non spiega come sia possibile per un essere privo di ragione essere tanto fine nel mentire.

La donna appare dunque come essere più vicino agli animali di quanto sia l’uomo (la dove la biologia, solo nel terzo millennio, ha dimostrato il contrario). Già incontrandosi per la strada, (due donne) si guardano come i Guelfi e i Ghibellini. Due donne, inoltre, quando si conoscono per la prima volta, si affrontano con maggiore affettazione e dissimulazione rispetto a due uomini. Mi ricorda l’immagine di due chihuahua incazzati che si incontrano per strada, a te no?

E ancora cita Chamfort nel dire che esse sono fatte per comunicare con  le nostre debolezze, con la nostra follia, ma non con la nostra ragione. Tra loro e gli uomini esistono simpatie epidermiche, e pochissima somiglianza spirituale, d’animo e carattere.

E infine, l’incapacità di una donna a stare da sola, la tendenza quasi naturale a prostituirsi: la donna è destinata ad obbedire, messa nella condizione di totale indipendenza, a lei contraria per natura, subito si accompagna a un uomo, da cui si fa guidare e dominare, perché ha bisogno di un padrone. Se lei è giovane, si tratterà del suo amante; se è vecchia di un confessore.

Nonostante questa sotto sviluppata essenza, arriva un velato riconoscimento a fine opera. Qui dovrai aguzzare l’ingegno, perché in apparenza voleva essere l’ennesima critica: Aristotele sosteneva quali grandi svantaggi abbia avuto Sparta per aver concesso troppo alle donne. L’influsso sempre crescente delle donne sa Luigi XIII in poi non dovrebbe essere colpevole del progressivo deterioramento della corte del governo che provocò la prima rivoluzione, la cui conseguenza furono tutti o successivi sconvolgimenti? Non male per un essere privo di ragione aver provocato uno degli eventi che rivoluzionarono il mondo! ;)

Ora, una tale concezione della donna è meramente figlia del suo tempo, dunque arretrata e sostenibile solo da chi, oggi, non apparirebbe certo un fine pensatore ma un sottosviluppato.

Ma, bada bene, il fatto che consideriamo queste posizioni razionalmente assurde, non vuol dire che emotivamente e inconsciamente l’uomo sia arrivato a una tale finezza. Se cercherai bene, noterai che nel significato intuitivo di molte parole (peripatetico, peripatetica; cortigiano, cortigiana), affermazioni,  (uomo di strada, donna di strada; uomo pubblico, pubblica donna), detti, (donna al volante, pericolo costante), atti giuridici  (signora Rossi, coniugata o vedova, alias marchiata a vita come possedimento di,  Bianchi) ci sono proprio le stesse posizioni di Schopenhauer .

E sono presenti nella violenza e nel femminicidio (la donna parla alla follia dell’uomo, non alla sua ragione), più pericolose di prima proprio perché non visibili, non pensabili, culturalmente e mentalmente inconsce.

Metafisica dell’amore sessuale.

Qui l’assoggettazione dell’essere umano alla natura e al sacro principio della conservazione della specie, la conseguente idea implicita che l’uomo sia un animale, si fa ancora più forte e coinvolge anche il maschio, non solo la donna. Come si dice, in posizione orizzontale siamo tutti uguali, nell’Eros e nel Thanatos.

Ogni innamoramento ha le due radici solo nell’istinto sessuale, anzi non è che un istinto sessuale più precisamente determinato, più specializzato, addirittura più individualizzato in senso stretto. (…) esige continuamente la metà delle energie e dei pensieri  dei giovani, è il fine ultimo dell’umanità.  Chi era quel comico che sosteneva che il pensiero maschile ripete coattivamente sesso sesso sesso sesso?

L’essenziale non è certo l’amore reciproco, bensì il possesso, il godimento fisico. (…) Gli uomini fortemente innamorati, quando non possono ottenere l’amore reciproco, di accontentano del possesso  (…) Ne sono una prova i matrimoni forzati (…) il favore di una donna  tanto spesso comprato, nonostante la sua repulsione (…) la violenza carnale. Non ti ricorda ciò che accade in Alina, autobiografia di una schiava?

Che questo determinato bambino sia generato, è il vero scopo (…) è la generazione futura che preme riuscire ad esistere. Chissà che avrebbe detto oggi degli anticoncezionali?

L’impulso alla sopravvivenza sarebbe talmente forte da far vivere l’individuo nella ILLUSIONE di seguire il proprio bene e il proprio piacere, di faticare per esso, e non quello della specie. Solo l’egoismo è meramente personale, il resto è dettame della natura.

Schopenhauer detta anche i canoni dell’attrazione reciproca. L’individuo brama la bellezza,  ma cerca nell’altro le perfezioni che mancano a lui, al punto che anche le imperfezioni contrarie alle proprie appaiono belle.
C’è un’attrazione tra poli opposti la cui unione deve neutralizzare le stesse polarità opposte. Più dunque l’uomo sarà virile più cercherà un donna femminile, e viceversa. Debolezze proprie non dovranno essere presenti nell’altro, così che possano annullarsi e non trasmettersi al figlio.

Anche in questo capitolo le donne ci rimettono.

Età, salute, abbondanza di carne (specie sul seno della donna), bellezza del viso sono i canoni che attirano l’uomo. La donna guarda poco alla bellezza, guarda più al coraggio e al valore,  per questo spesso stanno con uomini brutti (e se lo dice Arthur…).

Non lo cercano neanche intelligente, perché l’intelligenza non è ereditata dal padre ma dalla madre (e dunque al futuro nato non interessa), ecco perché spesso stanno con sciocchi e rozzi. Solo se tutte le anomalie caratteriali dell’uomo possono annullarsi tramite la donna (l’attrazione degli opposti di cui sopra), egli metterà in secondo piano la bruttezza della donna stessa e per Schopenhauer è un caso raro… Ti pareva.

Non solo.  L’uomo è per natura incostante, il suo amore cala velocemente, desidera cambiare donna. Perché potrebbe generare fino a cento bambini all’anno con donne diverse e la natura lo spinge a ciò. La donna è costante, si attacca a un solo uomo, perché può partorire un solo figlio all’anno e la natura la spinge a conservare per sé colui che nutre e protegge la prole.

In sintesi, la fedeltà dell’uomo è artificiale, quella della donna naturale. L’adulterio dell’uomo è maggiormente perdonabile, quello della donna no, perché contro natura.

La natura ha un ruolo talmente essenziale che la sofferenza per la perdita di un’amata supera ogni altro dolore, perché colpisce l’uomo nella sua essenza eterna, nella vita della specie. Un eroe si vergogna di tutti i lamenti, non di quello per l’amore perduto, perché qui non è lui a gemere, ma la specie. Al contempo, ogni vile diventa eroe di fronte all’amata, perché è l’istinto della specie a guidarlo. L’amore può essere talmente forte, che nella perdita la morte diventa una appetibile alternativa a confronto.

Poi l’amore passa,  quando la volontà della specie è soddisfatta. A quel punto, ci si ritrova con una compagna di vita odiosa, piena di tutti quei difetti che la volontà della specie non faceva vedere (naturalmente Arthur non dice l’esatto contrario, che anche una donna può restare con un uomo odioso).

I matrimoni funzionano solo se seguono l’interesse della specie, non quella di accordi economici tra genitori o altri fini legati alla generazione presente e non a quella futura. Ecco perché, terminato l’interesse della specie, termina l’amore e diventa sopportazione. Ecco perché, a teatro e nella letteratura, si fa il tifo per le coppie che perseguono il fine della specie, contro il volere dei genitori.

La violenza sulle donne.

Schopenhauer parla solo della violenza del maschile contro il femminile, giustificandola con la natura. L’amore sessuale va d’accordo con l’odio estremo verso l’oggetto. Se si è respinti o lasciati la natura spinge l’uomo a uccidere l’amata e a uccidere se stesso  (si commenta da solo, no?)

La pederastia.

Anche qui Schopenhauer la giustifica con la natura (pur condannandola come mostruosità). Se è presente dagli albori del mondo, deve avere una sua funzionalità. Schopenhauer parte dall’assunto che l’uomo è fertile fino a tarda età, ma che fare figli a tarda età porti a far nascere individui deboli. La natura fa dunque sovvenire una passione per individui giovanissimi, dello stesso sesso e non fertili, così da evitare nascite di individui deboli.

Può darsi, caro visitatore, che tu abbia letto posizioni che oggi appaiono razionalmente assurde, che assumono una loro logica solo se riferite al periodo storico di riferimento, descrivendo credenze probabilmente molto diffuse  (l’emancipazione femminile inizierà, infatti, solo cento anni dopo la morte di Schopenhauer).

Ma quanto oggi sono radicate nel nostro inconscio, nella nostra emotività e muovono il nostro agire?

GGB

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Per 10 minuti di Chiara Gamberale. Essere allievo della Dottoressa T.

downloadCaro Visitatore,

oggi voglio parlarti di Per dieci minuti, il libro di Chiara Gamberale.

Prima di tutto, voglio raccontarti di cosa mi abbia spinto a leggerlo. Dopo averne sentito parlare in ogni dove (hai presente quei libri che senti sempre citare in rete, che in qualche modo sembrano seguirti a mo’ di stalker a ripeterti come un ossesso leggimi, leggimi?) mi ritrovo una copia del libro in una sera di marzo, nello studio vista Colosseo della Dottoressa T.

Conosco il suo nome completo, è colei che mi sta insegnando tutto sull’approccio sistemico in psicoterapia. Non sapendo se si possa diffondere il cognome completo (dovrebbe, essendo autrice di diversi saggi di psicologia), mi limiterò ad abbreviare il cognome, come fa Chiara: Dottoressa T.

Durante una riunione che precede la cena a casa sua, scorgo il libro sul tavolo del salone davanti a me. Mi allungo verso di esso e lo prendo, chiedendole:

Io: “U., lo hai letto? Ne ho sentito parlare molto, com’è?”

Lei: “Beh, io sono un po’ di parte” mi risponde, “sono io la Dottoressa T. citata dentro.”

Io: “Non ci credo…”

Lei: “Leggi la dedica.”

Alla dottoressa T.(…)

Chiara Gamberale.

Il mento mi è andato a sbattere sul pavimento.

E dopo qualche tempo l’ho letto.

Tutta la trama ruota attorno al dialogo riportato in quarta di copertina.

“Le va di fare un gioco?”
“Quale?”
“Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto.
Una qualunque. Basta che non l’abbia mai fatta”.
“E poi, Dottoressa, alla fine che succede?  Avrò indietro la mia vita?”
“Ne riparliamo fra un mese, Chiara. Intanto giochi, s’impegni e non bari, mi raccomando”.

Dieci minuti al giorno, seguendo la teoria di Rudolf Steiner e il consiglio della dottoressa T, da dedicare a qualcosa che non si è mai fatto nella propria vita, e la Gamberale, con un marito fuggito a Dublino, palesemente narciso, che non accetta più una Chiara che non lo venera come un dio, una casa e un quartiere che non sente suoi, una rubrica chiusa e i cocci di una vita in mano, decide di provare. Ne nasce un diario, edito da Feltrinelli.

Mettersi uno smalto che mai avrebbe scelto di provare, rubare, camminare all’indietro per le strade di Roma, provare una lezione di hip hop, ascoltare la madre… Lodevole è l’impegno di Chiara nell’essere ligia ogni giorno, e viene fuori un diario che può diventare un ottimo stimolo per tutti noi, così presi dalla propria vita e dal quotidiano da aver perso la voglia di esplorare le nostre potenzialità.

Il nodo centrale di tutto il gioco lo rivela la mia cara insegnante, la dottoressa T. (leggere di una persona che conosci dalle righe di un’autrice, immaginarsi lei, le sue movenze, il suo tono di voce, ritrovare i suoi modi di dire, come ad esempio, In una coppia bisogna essere in due a voler essere in due… lo ammetto, fa un certo effetto e aumenta la piacevolezza della lettura):

Basta un attimo perché i nostri schemi mentali ed emotivi, da cui il nostro inconscio si sente protetto e che consideriamo i confini della nostra identità, si rivelino in realtà dei limiti. (…) Sono i retaggi dell’infanzia, degli attaccamenti e delle coazioni a ripetere. E’ la nostra Egoland ed è difficile uscirne e comprendere che fuori c’è tutto.

Scopro Chiara Gamberale da questo libro-diario, non posso dire di conoscerla come romanziera, ma mi riprometto di leggerla in futuro. Il suo stile è semplice e scorrevole, non mancano emozioni e metafore. Qualche volta mi sono perso su qualche dialogo, in quanto lo scambio non consentiva di comprendere chi parlasse a chi, anche quando era una diade a parlare. Capitava infatti che a una frase elicitata da un personaggio, ne seguisse subito un’altra, con un virgolettato autonomo, sebbene appartenesse allo stesso parlante.

Non so come se la cavi come romanziera, fatto sta che Per dieci minuti, nella sua forma di diario, nella sua semplicità, nel suo scorrere tra i quartieri della Roma centrale, nel suo intrecciare le piccole-grandi storie degli amici di Chiara (Ato, la zia Piera, il negoziante cinese ecc…), adempie perfettamente al suo scopo: divulgare un messaggio a tutti, ovvero che, anche se solo per dieci minuti al giorno, possiamo superare i nostri schemi mentali, le nostre difese, i nostri limiti, il nostro ordinario, i nostri orizzonti.

GGB 

 

Ti regalo… l’Inferno ;)

imagesCaro Visitatore,

so già che starai pensando che sono caduto anche io nel commercialissimo mercato dei libri di Dan Brown. Eppure, ti confesso che già da tempo nutro una passione per questo autore, e non per la “spettacolarità americana” dei suoi thriller.

La passione nasce per le metafore che riesce a tirare fuori, molte delle quali sembrano (checché ne pensino molti) quasi una riconciliazione tra scienza e fede (non è il caso di Inferno, forse, ma sicuramente di Angeli e demoni). Come quando il camerlengo risponde alla famosa domanda: perché Dio permette all’uomo di sbagliare? O quando ritiene che, se anche Dio avesse messo il dito per creare il Big bang, si potrebbe comunque parlare di creazione, seppur non avvenuta in sette giorni ma in migliaia di secoli.

Ho deciso di leggere anche Inferno, trovato al mitico prezzo di 5 euro in una libreria, e di inviarlo in regalo agli iscritti alla mia newsletter.

Bello regalare un inferno… ;)

Mi ricordo un lapsus della mia professoressa di italiano delle superiori, quando le chiedemmo se avremmo dovuto comprare la versione dell’Inferno della Divina Commedia consigliata da lei, o se bastasse una versione già in nostro possesso. Ci rispose:

“Beh, evitate di comprarla, anzi spero che non dobbiate farlo. Mi auguro e spero che tutti voi abbiate un inferno a casa! Cioè… non che vi auguri l’inferno… insomma, avere capito!”

Veniamo al romanzo. Nel classico stile di Dan Brown, nulla di ciò che si legge all’inizio è reale e nel corso della narrazione sarà ribaltato più volte, fino alle ultime pagine. Alcuni ribaltamenti sono un po’ troppo forzati, ma devo ammettere che è un romanzo che ti prende dall’inizio alla fine. Lo divori in pochi giorni. In primis perché Brown è capace di portarti tra le vie di Firenze, Venezia e Instanbul, con dovizia di particolari, in secundis perché è una continua scoperta di Dante.

Tutto ruota intorno alle domande: siamo in troppi su questo pianeta? E’ lecito fermare la razza umana, sacrificando i pochi per la sopravvivenza dei molti, se a queste condizioni siamo tutti condannati a restare senza risorse alimentari? Certe catastrofi, come la Peste Nera di fine medioevo, non sono state, pur nella loro drammaticità, un fattore che ha consentito all’uomo di sopravvivere e di accrescere la sua cultura (consentendo il Rinascimento)? Chi lavora per risolvere le malattie e allungare la vita, non sta danneggiando l’umanità piuttosto che aiutarla?  La risposta, nello stile di Dan, è sorprendente.

So che ci sono degli errori nel romanzo, io ho riscontrato in rete questi, ma credo ce ne siano molti di più:

  • Nel romanzo un ruolo centrale è giocato dalla maschera funebre di Dante Alighieri conservata a Palazzo Vecchio; lo stesso Langdon dice che essa è autentica e spiega persino il procedimento utilizzato per crearla, che comprenderebbe l’applicazione del gesso sul cadavere stesso del Poeta. In realtà nessuna delle maschere mortuarie di Dante conosciute è autentica, ma si tratta sempre di falsi o di sculture eseguite in epoca successiva alla data di morte del poeta. Quella di Palazzo Vecchio in particolare è stata realizzata nel 1915.
  • Nel romanzo i protagonisti attraversano il corridoio Vasariano dal giardino di Boboli a palazzo Vecchio: sebbene con uno stratagemma riescano a eludere la sorveglianza e varcare la porta a Boboli, non si cita come essi facciano ad attraversare gli Uffizi e ad aprire le porte tra la galleria e palazzo Vecchio. Inoltre essi, nel palazzo, sbucano in una zona di uffici dell’amministrazione comunale e solo successivamente si recano nella zona del “museo”: in realtà il corridoio sbuca nel cuore del museo, negli appartamenti diEleonora di Toledo. I passaggi segreti attraverso palazzo Vecchio sono invece descritti con minuzia e per lo più corrispondenti alla realtà. Soltanto nella zona delle capriate delsalone dei Cinquecento si parla di una passerella per i visitatori che arriva a metà del soffitto: in realtà si ferma davanti alla prima capriata.
  • Si dice che il museo della Casa di Dante è chiuso di lunedì (in realtà è aperto tutti i giorni) e che il battistero il lunedì non apre prima delle 13.00 (in realtà apre alle 11.15).
  • Langdon descrive con dovizia molti particolari che nella Visione dell’Inferno di Botticelli sono quasi invisibili, se non del tutto assenti: le figure dei dannati, infatti, sono minuscole nell’originale, e molti dettagli enumerati dal professore (espressioni sofferenti, posizione di braccia e mani) sono indiscernibili. Inoltre Langdon fa riferimento all’uso massiccio dei colori seppia, nero e rosso: quest’ultimo colore in realtà è presente solo in una minima porzione del disegno (il fiume Flegetonte).
  • Nel capitolo 15 si dice che i golosi sono fermi nei loro escrementi e che se ne cibano; è falso: questa è la descrizione della pena degli adulatori (seconda bolgia, ottavo cerchio); i golosi sono semisommersi dalla fanghiglia e si girano spessissimo.

images (1)In più ho rintracciato questo divertente articolo sui “fiorentini visti da Brown”. La fonte non è affezionata all’autore, ma l’articolo mi ha fatto morire dal ridere. ;)

Ad ogni modo, valutare errori storici, architettonici, artistici o in merito alla Divina Commedia, va al di là delle mie competenze. Ho visitato Firenze tre volte, ma sempre di fretta (mi è rimasta impressa la Sala dei Cinquecento, dove avevo assistito a una conferenza lo scorso anno), Venezia l’ho vista quattro volte, e ho amato la Divina Commedia al liceo, ma i ricordi non sono paragonabili a chi studia in modo approfondito il Sommo Poeta.

In più si è detto tanto su questo romanzo, al punto che la mia recensione non cambierebbe di molto aspettative, valutazioni e certezze in merito. Posso solo dire due cose:

La prima è che è un libro che vale la pena leggere per distrarsi, per godere della sua spettacolarità, e per perdersi nello stile accattivante di Dan Brown, già goduto nel Codice da Vinci e in Angeli e Demoni. E in più, perché è la terza volta che Dan elogia la storia e la cultura del nostro Paese e dei nostri antenati (seppur con qualche errore e qualche frecciatina), quindi un ringraziamento è doveroso.

La seconda è che mi hanno fatto morire le sue affermazioni sulla cultura letteraria degli autori cosiddetti emergenti e sulle nuove tecnologie.

In un passo Langdon dice: Devo smetterla di avere un atteggiamento così snob a favore dei libri rilegati in pelle (…) Gli e-book hanno davvero il loro perché.

Nel corso di una conferenza, Langdon chiede:

“Allora ditemi: c’è qualche scrittore tra noi questa sera?”

Si era alzato circa un terzo delle mani. Langdon aveva guardato sorpreso. “Uau” si era detto. “O questo è il pubblico più creativo del mondo, o il self publishing sta veramente decollando”

E ancora: “Bene, come voi autori certo sapete, non c’è nulla che uno scrittore gradisca di più dei ‘blurb’, quei commenti di apprezzamento da parte di una personalità famosa studiati per convincere la gente a comprare il vostro libro. I blurb esistevano anche nel medioevo e Dante ne raccolse parecchi.” (…) “Quanto dareste per avere questo sulla copertina del vostro libro?”

Simil uom né maggior non nacque mai. Michelangelo.

E infine la frecciata più gradita:

Faukman sospirò. «Okay, riformulerò la frase. Non abbiamo a disposizione jet privati per gli autori
di tomi sulla storia delle religioni. Se hai intenzione di scrivere Cinquanta sfumature di iconografia,
allora ne possiamo parlare.»

Da leggere solo per questo e poi te lo invierò in regalo tramite la prossima newsletter, iscriviti se non l’hai già fatto ;)

GGB

Ti regalo un grande: Gatsby ;)

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno
indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: andremo
più in fretta domani, allungheremo ancora di più le braccia… e una bella
mattina…
Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa
nel passato.

il-grande-gatsby-famosa-copertina-del-libroCaro Visitatore,

recentemente ho (finalmente) letto il Grande Gatsby di Fitzgerald e anche questa volta potrò inviartelo in dono tramite newsletter. Quindi, se non sei ancora iscritto, ti stai perdendo un altro classico in regalo. ;)

Mi sono avvicinato a questo libro con un po’ di perplessità, non avendo un grande interesse per il contesto americano dei primi del novecento.

Eppure, mi ha appassionato.

In primis per lo stile, le descrizioni che Fitzgerald riesce a inserire in poche righe sono appassionanti: Nei suoi giardini azzurri, uomini e donne andavano e venivano come falene fra bisbigli, champagne e stelle (…) il frizzante profumo delle giunchiglie e quello spumeggiante del biancospino e dei fiori di prugna, e il pallido profumo dorato del caprifoglio.

I colori, gli odori e i sapori vengono accesi dai paesaggi, ma spenti nella descrizione dei personaggi, siano essi protagonisti o semplici comparse: un bambino italiano, grigio e smunto, stava disponendo alcuni petardi in un solco lungo le rotaie (…) un vecchio dai capelli grigi (…) un uomo sui trent’anni, biondo-paglia, massiccio, dalla bocca dura e dai modi altezzosi. Due occhi lucidi e arroganti (…) e via dicendo. Un contrasto niente male tra contesto e personaggi, che mi sembra dirla lunga sulla concezione di uomo dell’autore.

La narrazione viene affidata a Nick Carraway, vicino di Gatsby, una persona che mi è entrata in simpatia da subito: ho la tendenza a evitare i giudizi (…) l’evitare i giudizi è forma di speranza infinita (…) Ciascuno si sospetta  dotato di almeno una delle otto virtù cardinali, e ecco la mia: sono una delle poche persone oneste che io abbia mai conosciute. (…) “Ho trentanni” dissi. “Ho cinque anni di troppo per mentire a me stesso e chiamarlo onore.” (Genio!)

E veniamo all’affascinante protagonista, Gatsby, affascinante perché reso multiforme, contraddittorio, e avvolto nel mistero da Fitzgerald. Vive in una villa maxi-lusso, da solo, una villa sempre piena di feste , di luci, di colori, di musica e di invitati. Fitzgerald fa una lista di tre-quattro pagine per citare tutti coloro che erano soliti presenziare alle feste del protagonista, talmente lunga che vien da sbattere la testa contro il muro dalla noia…

Partendo dal contorno di Gatsby, mi sono fatto l’idea di un uomo narciso, bisognoso della presenza della moltitudine per affermarsi, ma l’autore frega ben benino il lettore, mettendo in scena un protagonista che non è all’altezza della leggenda, con uno carme tradito dall’incertezza, dal nervosismo, e dalla goffaggine. E presto si scopre che tutto il baraccone di feste, luci e colori messo su da Gatsby non è altro che un modo per impressionare la donna da sempre amata (nonché già sposata): Daisy. Un circo che crolla al primo disappunto di lei per queste feste, ed ecco che la villa si chiude in un silenzio agghiacciante.

Cosa distanzia Daisy (e il marito antipatico Tom) da Gatsby? Esattamente la distanza incolmabile che esisteva nei primi del novecento tra i nati ricchi e i nuovi ricchi, i self-made man, coloro che avevano approfittato delle enormi possibilità dell’america per guadagnare (in modo lecito o non lecito, come si vedrà con Gatsby). Nascere ricchi, non è cosa da poco, è l’unico lusso che un self-made man non può acquistare, e i nati ricchi lo sanno bene, nel loro snobismo aristocratico, nel loro spirito di casta.

downloadE che linearità tra il senso di rivalsa di Gatsby e quello del suo autore. hO ritrovato in rete dei suoi scritti in cui citava l’unica chiave per entrare a far parte del club esclusivo dei nati ricchi: il successo. Qualunque cosa pur di piacere, scriverà Fritzgerald alla moglie, pur di essere rassicurato che non ero solo un uomo con un po’ più di genio ma che ero un uomo di grande successo.

Qualunque cosa pur di piacere, mi ricorda qualche emergente… ma andiamo oltre. :D

Una serie di eventi, che non sto qui a narrarti, chiuderanno un tragico sipario sulla vita di Gatsby. L’uomo che riempiva la sua villa di sfarzo e di persone, avrà un misero funerale, circondato da poche persone, praticamente solo, con grande stupore e rabbia di Nick.

La sua rivalsa sarà nelle parole di Carraway/Fritzgerald, che lo riscatteranno sottolineando la sua differenza con Daisy e Tom: Erano gente sbadata, Daisy e Tom sfracellavano cose e oggetti e poi si ritiravano nel loro denaro e nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto (…) Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: andremo più in fretta domani, allungheremo ancora di più le braccia.

Paesaggio/uomo, West/Est, self-made man/nati ricchi: i contrasti che questo libro dipinge in maniera impeccabile.

Martedì prossimo nella tua mail,  buona lettura ;)

 GGB

 

 

 

La mia recensione a “Ho sposato un Narciso”, di Umberta Telfner

Caro Visitatore,

oggi si parla tanto di narcisismo, ma hai mai avuto modo di approfondire la tematica? Hai capito chi è il Narciso, come riconoscerlo, come entrare in relazione con lui (o lei)? Ti sei mai chiesto come superare il ripiegamento sul proprio Io, tipico di questa personalità?

Ho da poco terminato la lettura di Ho sposato un narciso, manuale di sopravvivenza per donne innamorate e come sempre parto da un po’ di sinossi.

Affascina e ferisce. È sempre più intelligente della media. È sensibile, seduttivo, grandioso. Ma talvolta si mostra improvvisamente depresso e inadeguato alle circostanze. Cosa vuole il narciso dalle donne? In molti casi vuole solo essere aiutato a piacersi, piacersi, piacersi. E se un giorno fosse una donna ad avere bisogno di lui? Ecco che cominciano i guai, perché il narciso punta sempre all’assoluto, ed è tutto assorbito da imprese troppo grandi ed eroiche per ammettere dubbi o distrazioni. Questo libro, arguto e scorrevole, affronta una tematica serissima, approfondita in anni di lavoro clinico, ed è un vero e proprio manuale di sopravvivenza: perché cambiare il narciso forse è impossibile, ma riuscire a conviverci è anche una questione di scelte e di strategie.

A questa sinossi reputo doveroso aggiungere qualche cenno alla biografia dell’autrice.

Psicologa clinica, ha una formazione sistemica e cognitivista; è didatta del Centro milanese di Terapia della Famiglia. Si dichiara costruttivista convinta e si è sempre occupata degli aspetti epistemologici nel rapporto tra teoria e prassi e nell’operatività clinica, con particolare attenzione alle operazioni per costruire la salute. E’ coinvolta nell’insegnamento della psicologia della salute dal 1992. Ha scritto tra gli altri alcuni libri di cui è fiera (Ammalarsi di psicoterapia –Franco Angeli 1995, Sistemica, voci e percorsi nella complessità- Bollati Boringhieri 2003, Ho sposato un narciso –Castelvecchi 2006) oltre ad articoli e recensioni. Alcuni temi privilegiati la vedono molto interessata: l’operatività con i migranti, gli interventi clinici nei disturbi di personalità, l’organizzazione socio-sanitaria per una buona pratica, le questioni etiche nella prassi clinica,…. 
Si occupa di clinica e di organizzazione. Ha un figlio e tre cani ed ama le passeggiate all’aria aperta. 

Il primo pregio di questo “manuale di sopravvivenza” è nel suo stile lineare, semplice e diretto, che lo trasforma in un piccolo saggio divulgativo, adatto a tutti. C’è la ripresa del mito di Narciso, una dichiarazione dell’autrice di una vera e propria passione per questa personalità, ci sono le strategie relazionali, utili per tutti i rapporti d’amore, e non solo per quelli che vedono la presenza di un Narciso, ci sono i casi incontrati dall’autrice, nella vita professionale o quotidiana, c’è una divertente disamina del narcisismo nella società, nella letteratura, nel cinema (mi sono fatto una bella cultura, segnandomi qualche titolo interessante).

A dispetto del titolo, posso dire che nonostante un buon ottanta per cento del testo sia incentrato sul maschio narciso, un restante venti per cento è dedicato alla Narcisa.

Il focus è sul singolo, sulla coppia, sulla società. I piani trattati sono quello sociale e psicologico. C’è una particolare attenzione alla relazione, con un vero e proprio elenco di strategie per superare lo sguardo seduttivo del Narciso e la sua tendenza a utilizzare l’altro come specchio per rimirarsi.

Non è mio compito descrivere qui il narcisismo, sebbene il mio interesse per il tema sia ben noto (cfr. i miei post sul Casanova di Schnitzler o ancora sulla Woolf o sulla figura maschile nella letteratura). Il rischio di un riassunto del testo porterebbe a un vago e incompleto Bignami del manuale.

Mio compito è portarti una visione utilitaristica del testo. Con esso potrai riconoscere un Narciso quando lo incontri, capire il suo mondo interiore, comprendere come entrare in una relazione produttiva e soddisfacente, senza lasciarti sedurre o dominare. Capirai le varie sfumature del Narciso, comprendendo i suoi lati depressivi e delusivi e quelli esaltanti. Comprenderai il suo bisogno dell’altro, ma pure la sua stessa fuga da questo bisogno. Se sei una persona in relazione amicale o amorosa con una personalità narcisistica, capirai come sopravvivere a questa relazione. Se sei uno psicologo, troverai tanti spunti per approfondimenti. (Io ho riempito le note del cellulare di appunti).

Vari sono gli sguardi con cui Umberta ci permette di analizzare il Narciso: uno sguardo sociale, uno sguardo esterno e uno sguardo interno ad esso. Una visione a trecentosessanta gradi, che tradisce un’esperienza sistemica dell’autrice, che porta il lettore ad avere uno sguardo ampio e completo sull’argomento, senza trascurare nulla.

Consigliata la lettura? No, consigliatissima, e puoi trovarlo anche in e-book a 4 euro ;)

GGB

Ti regalo un Doppio Sogno

Caro Visitatore,

riprendo finalmente a curare un poco la sezione del sito dedicata ai grandi classici della letteratura, condividendo con te uno dei libri più famosi di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno. Dopo aver letto mesi fa Il Ritorno di Casanova e averlo regalato agli iscritti alla mia newsletter, questo romanzo mi ha attirato come una calamita.

Ed ecco che arriverà la prossima settimana in regalo, tramite newsletter. Perché i bei libri si regalano, sempre! ;) Per iscriverti, puoi utilizzare il form sulla destra, e sappi che finora ti sei perso tutti questi romanzi.

Il titolo originale del romanzo di Schnitzler, che ispirò Eyes Wide Shut di Kubrick, è Traumnovelle (Novella del sogno). E’ un testo che porta con sé la domanda: qual’è il confine tra sogno e realtà? E in questa dimensione di confine, Eros e Thanathos convivono in un’alleanza inaspettata, non sono antagonisti, ma appaiono quasi come amanti clandestini.

Pensa che Freud, in un carteggio avuto con Schnitzler, gli chiese come avesse potuto acquisire, nella sua letteratura, conoscenze che a lui stesso erano costate anni di studio e di ricerca sui pazienti.

E’ la storia di Fridolin, medico all’apice della sua carriera, che ha una bella moglie, Albertine, una casa, una domestica, una figlia. Fridolin ha tutto, ma sembra vivere nell’eterna insoddisfazione, arrivando più volte a toccare il tradimento per poi tirarsi indietro all’ultimo momento, quasi attuasse una continua guerra con sé stesso, una lotta tra pulsioni e razionalità, una lotta con il suo doppio.

Simile a un Thomas mancato dell’insostenibile leggerezza dell’essere (di Kundera), che pur la moglie la tradiva e tanto, Fridolin vive in una dimensione di profonda insoddisfazione: in ogni donna, credimi, anche se può sembrare una frase fatta, in ogni donna che mi è parso d’amare ho sempre cercato soltanto te. Ne sono certo più di quanto tu possa comprendere, Albertine. Donne sognate o incontrate in un breve attimo, donne appena sfiorate, Fridolin tradisce costantemente con il pensiero, ma non cede con il corpo, quasi a cercare l’amore perfetto (quello con Albertine, che pur ha accanto).

E in questo status di cose, inizia la notte centrale del romanzo, quella che lo porterà alla famosa festa in maschera segreta, dove il doppio trionfa, dove Eros e Thanatos girano per le sale indisturbati, abbracciati come due amanti, dove ognuno cela la sua identità, al sua vita, il suo essere, la sua parte umana, facendo trionfare la pulsione di vita e di morte, sublimate dal quotidiano. Chiunque siano, signori, loro conducono in ogni caso un’altra esistenza oltre a questa. Ma io non recito commedie, nemmeno qui, e se finora sono stato costretto a farlo, adesso abbandono la parte. Sento i essermi imbattuto in un destino che non ha più nulla da spartire con questa mascherata.

E ancora: Anche se ciascuna di esse conduceva una seconda vita, per così dire borghese, accanto a quella, che era appunto una vita da prostituta.La notte centrale termina con un sogno di Albertine, dove ella tradisce Fridolin davanti ai suoi occhi, mentre lui è soggetto a terribili torture. Questo sogno apre nel marito aspirante traditore una ferita narcisistica profonda, che lo spinge a desiderare ancora di più la dissolutezza: condurre una sorta di doppia vita, essere da un lato il medico capace e padre di famiglia, affidabile, dal brillante avvenire, e dall’altro un libertino, un seduttore, un cinico che giocava con le persone, uomini e donne, seguendo il proprio capriccio: in quel momento tutto ciò gli parve assolutamente delizioso, e la cosa più deliziosa era che in seguito, quando Albertine già da tempo fosse tornata a cullarsi di una tranquilla vita coniugale e famigliare, lui le avrebbe confessato con un freddo sorriso tutte le sue colpe, ripagandola così dell’amarezza e del disonore che gli aveva arrecato in sogno.

Ed ecco che poi i piani iniziano a confondersi. Fridolin utilizzerà il giorno per cercare le protagoniste della sua notte, trovando delle dissonanze, vivendo il sogni di Albertine come tradimento reale. Realtà e irrealtà, notte e giorno, sogno e veglia vanno a confondersi l’uno nell’altro in un doppio che farà interrogare il lettore anche dopo aver chiuso il libro.

Non aggiungo altro, ho accennato al nucleo centrale per farti gustare i particolari di questo splendido lavoro di Arthur Schnitzler, che ha al suo centro la doppiezza dell’animo umano, con una buona dose di aspirato narcisismo del protagonista.

Arriverà tramite newsletter a breve, iscriviti, se non l’hai già fatto.

Buona lettura, e felici sogni ;)

GGB

 

Dai la risposta più bella e ti regalerò una stanza tutta per te

Avete un’idea di quanti libri si pubblicano sulle donne in un anno?

Avete idea di quanti di questi libri sono scritti da uomini?

Sapete di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo?

V. Woolf

Caro Visitatore,

Parto da questa frase per condividere con te una delle mie ultime letture, Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf. Purtroppo non ho una versione in pdf da regalarti questa volta, dunque dovrai accontentarti di un link di acquisto, ho infatti trovato il link dell’edizione cartacea a 0,99 euro. E di chi poteva essere se non della Newton&Compton? Beh, io l’avevo cartaceo in tutt’altra edizione. Su Amazon lo si trova addirittura scontato a 0,84 centesimi… O.o

Ad ogni modo, se non conosci la storia e la bibliografia della Woolf, ti consiglio di fare una piccola ricerchina in rete, perché c’è tanto da scoprire :)

Dopo aver letto questo saggio, mi sono convinto che non possa esistere persona che si possa definire femminista senza averlo quantomeno sfogliato.

Il fil rouge che lega tutto il saggio è il rapporto tra donne e il romanzo, l’autrice infatti tenne due conferenze in merito a Oxford e Cambridge, analizzando il rapporto tra la donna e la scrittura nel corso dei secoli e fornendo una ricchissima rassegna di letteratura e saggistica in merito. La conclusione, ma anche l’inizio del suo pensiero, è la seguente: perché una donna possa scrivere, necessita di soldi e di una stanza tutta per sé. Due elementi scontati per gli uomini, nella maggior parte dei casi, ardue da ottenere per le donne.

Talvolta affronterà la tematica in modo più saggistico, talvolta in modo romanzato, come nelle prime pagine, dove afferma un pensiero che spesso tocca la mente degli scrittori. Inutile dire che niente di ciò che vi racconterò è vero (…) Dalle mie labbra udirete una serie di bugie, ma forse c’è tra di esse una qualche verità nascosta: tocca a voi cercare questa verità e decidere se, almeno in parte, essa merita di essere ricordata. Quanti di voi autori, emergenti e non, si ritrova in questa frase? ;)

Faccio una piccola chiosa. Nella parte romanzata, il talento di Virginia è incredibile, a me ha molto colpito la sua descrizione del tramonto: Era quel momento fra le due luci, quando i colori vengono intensificati e il porpora e l’oro bruciano sui tetti delle finestre come il battito di un cuore eccitabile; quando chissà perché la bellezza del mondo rivelato, e che tuttavia dovrà tra poco scomparire (…) ha due tagli, uno di gioia, l’altro di angoscia, che ci dividono il cuore. 

Uno dei primi pensieri dell’autrice è richiamato dalla frase che ho messo come citazione ad inizio articolo. Virginia nota come la donna attrae anche i piacevoli saggisti, i romanzieri dal tocco leggero, i giovani che hanno preso la laurea in lettere; altri che non hanno alcun titolo apparente tranne quello di non essere donne. Viceversa, le donne non scrivono libri sugli uomini. Quanto sarà cambiata o immutata la situazione oggi? Io ehm… ho scritto un libro su una donna e sono uomo… e mi è venuta spontanea la stessa domanda che pone Virginia: Perché le donne sono assai più interessanti degli uomini di quanto gli uomini possano essere interessanti per le donne? (…) Goethe le onorava; Mussolini le disprezza. Ovunque si volge lo sguardo, gli uomini stanno pensando alle donne, e pensano cose diverse. Tu, caro visitatore, sai risponderci?

Ecco una bella domanda e mi viene in mente un gioco. Porrò la stessa domanda sulla prossima newsletter. A chi mi darà la risposta più bella, sempre che ci sia una risposta, inverò a casa in regalo il libro della Woolf. Perciò iscriviti e inviami in risposta il tuo commento, sono proprio curioso di conoscerlo :)

Virginia una sua risposta la dà, non so se ne fosse consapevole, ma sembra quasi descrivere l’uomo Narciso: Per secoli le donne sono state gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata. Senza questa facoltà, la terra probabilmente sarebbe ancora giungla e palude. Tutte le glorie delle nostre guerre non sarebbero esistite (…) questi specchi sono indispensabili a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono così enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se queste fossero inferiori, non servirebbero più a raddoppiare gli uomini. Per questo gli uomini scrivono di donne e non sopportano la critica delle stesse. Giacché se la donna comincia a dire la verità, scrive Virginia, la figura dello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita.

L’uomo Narciso sicuramente, aggiungerei io, e lei sembra confermarmi questa idea: La visione dello specchio è per loro immensamente importante, perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Se gliela togliete, l’uomo può morire, come il cocainomane privato della droga. Non assocerei dunque questa immagine a tutti gli uomini, dunque, ma ai narcisi sicuramente, difatti cita due uomini come Napoleone e Mussolini, che di narcisismo soffrivano. Chissà che direbbe oggi di Berlusconi? ;)

Dopo queste riflessioni iniziali, si entra nel vivo del saggio della Woolf. Inizia una carrellata sul rapporto della donna con la scrittura e non possono mancare cenni sulla situazione sociale della donna.

Permettimi un’altra piccola chiosa, perché una citazione in particolare mi ha colpito. Virginia parla di un saggio di Travelyan, Storia di Inghilterra e cita questo passo, riferito al 1470: Picchiare la moglie era un diritto riconosciuto all’uomo e messo in pratica, senza vergogna, dai maschi di tutte le classi sociali. Dato che è da poco passata la giornata contro la violenza sulle donne, mi viene quasi spontaneo un collegamento tra le due cose, e mi viene da pensare che l’uomo che picchia una donna è rimasto ad una mentalità medioevale. È praticamente un pirla bloccato a più di seicento anni fa… Questo dimostra la teoria sull’evoluzione di Darwin non funziona ugualmente per tutti… Fine della chiosa, chi ha orecchie per intendere, intenda.

Proseguendo nella sua analisi del rapporto tra donna e scrittura (anche se lei parla in realtà di donna e romanzo), Virginia nota tristemente come non si sappia niente della donna autrice prima del settecento. E inizia una delle pagine passate alla storia, quella sulla sorella di Shakespeare, personaggio da lei inventato. In breve (ma leggiti il passo perché è geniale) se Shakespeare avesse avuto una sorella, ella avrebbe avuto il suo stesso talento, ma nessuno l’avrebbe fatta studiare, sarebbe finita in sposa (con promesse, minacce e botte) al partito migliore.

Quanto dunque ci siamo persi nella storia del talento femminile? Scrive Virginia: Ogni volta che trovo un accenno a una strega buttata nel fiume, a una donna in balia degli spiriti (…) persino all’esistenza di una madre di qualche uomo notevole, mi sembra di essere sulle tracce di un romanziere mancato, di una poetessa costretta a tacere, di una Jane Austen senza gloria.

Mi viene quasi da pensare che come uomini oggi abbiamo un debito con le donne, che ci vorranno secoli per ripagare.

C’è un altro passo che mi colpisce: scrivere un’opera di genio è quasi sempre un’impresa di prodigiosa difficoltà. Tutto sembra opporsi alla possibilità che il lavoro venga fuori bello e intero, come era stato concepito nella mente dello scrittore. Di solito le circostanze materiali vi si oppongono. I cani abbaiano, la gente interrompe; bisogna far soldi; la salute non regge. Oltre a queste difficoltà c’è la notoria indifferenza del mondo. Esso non chiede alla gente di scrivere poesie, romanzi e libri di storia; non ne ha alcun bisogno. (…) L’indifferenza del mondo, che tanto faceva soffrire Keats e Flaubert e altri uomini di genio, per la donna non era già indifferenza bensì ostilità. 

Quanto è cambiata la situazione oggi? Se uomo e donna scrittori e scrittici hanno queste difficoltà, quanto oggi l’uomo ha ancora più possibilità della donna di trovare una stanza tutta per sé in cui rifugiarsi e scrivere? E mi vengono in mente tutte quelle donne intervistate su Radiovortice, autrici emergenti, che scrivono di notte, perché di giorno, tra compiti dis-equamente divisi in casa e figli da allevare, non riescono a trovare neanche un angolo di stanza tutto per loro e per i loro libri (per non parlare delle donne che fanno politica!).

Avete mai notato, come nota la Woolf, che spesso i libri delle donne sono più brevi di quelli degli uomini? Più è breve il lavoro, infatti, meno si avranno interruzioni. E ogni passione artistica di una donna è piena di interruzioni.

Ecco un altro debito per l’uomo: perché se un tempo la disparità era visibile e brutale, oggi rischia di essere subdola e per questo ancora più pericolosa. Il debito storico che abbiamo verso la donna, può essere ripagato solo creandole una stanza tutta per lei.

E non dimentichiamo che è da questo aiuto materiale che dipende la libertà intellettuale della donna. Citando ancora Virginia: la libertà intellettuale dipende da cose materiali (…) E le donne sono sempre state povere (…) dagli inizi dei tempi. Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanta non ne avessero i figli degli schiavi ateniesi. Costruire una stanza tutta per loro, significa ri-equilibrare i compiti di vita, specie tra le mura domestiche.

Per far ciò occorre superare quel complesso maschile che nota Virginia, e che oggi permane nella società, quello di dimostrare non tanto che la donna è inferiore, ma che l’uomo è superiore, un complesso ben più pericoloso, che porta a una disparità, per l’appunto, più subdola e non dichiarata, ma drammaticamente presente.

E se scorriamo le pagine della Woolf diventa più interessante vedere lo spettacolo dell’opposizione degli uomini all’emancipazione delle donne, che l’emancipazione stessa.

Qui mi taccio, molto ci sarebbe ancora da dire, perché emergono le varie sfaccettature brillanti di Virginia Woolf, come lettrice, come recensionista, come donna, come scrittrice e come persona. Ma per il momento, ho voluto riflettere sul filo rosso che lega tutte le tantissime sottolineature che ho fatto a questo saggio, che ho praticamente divorato. E per riflettere sul debito che ancora oggi l’uomo ha con la donna e su quanto occorra che esso lavori per aiutarla superare la disparità, aiutandola a costruire una stanza tutta per lei.

La fortuna è che se non lo faremo, il pensiero femminile si imporrà comunque, perché immensa la forza delle donne, come mostra questo ultimo passo di Virginia che ti cito: chiudete tutte le biblioteche, se volete; ma non potete mettere alcun cancello, alcun catenaccio, alcun lucchetto alla libertà del mio pensiero.

 

GGB

 

PS, attendo tue in risposta alla prossima newsletter di lunedì: iscriviti e potrai vincere il libro di Virginia Woolf, se la tua risposta alla mia domanda sarà la più bella. ;)

Ti regalo le notti bianche di Dostoevskij

Caro Visitatore,

oggi condivido con te un classico, nato dalla penna di Dostoevskij: Le notti bianche, che insieme a Delitto e castigo penso sia una delle opere più lette e amate dell’autore. Naturalmente lo invierò in regalo nella prossima newsletter e dopo Calvino, Pirandello e Schnitzler è il quarto regalo che invio. :D

Se ancora non sei iscritto e ti sei perso tutti questi doni, clicca qui. Farò in modo di inviarteli, perché i bei libri vanno sempre condivisi.

Sull’autore, puoi trovare una miriade di informazioni in rete, io ti segnalo questo blog,che contiene spunti molto interessanti e di livello, e mi limito a citare una sua frase, trovata nella prefazione al testo. Fedor la scrisse in una lettera al padre a soli 18 anni. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo. Penso sia un vero inno alla ricerca dell’altro, a me ha colpito molto.

Ho letto questo romanzo in versione cartacea, edita dalla Newton & Compton e pagata al prezzo di un caffè, 0,99 centesimi…!

Fedor si trasforma in un sognatore, che vive la sua esistenza tra mille fantasticherie, interrotte per un breve lasso di tempo (quattro notti, per la precisione) dalla dolce Nasten’ka. Il testo si apre con una deliziosa, seppur malinconica, descrizione di San Pietroburgo, delle sue strade e dei suoi palazzi, che sembrano quasi diventare umani attraverso gli occhi del sognatore, come rivela questo passo:

E conosco bene anche tutte le case. Quando cammino pare che ciascuna di esse mi venga incontro lungo la strada, mi guardi da ogni finestra e mi dica: «Buongiorno; come va la salute? Io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano». Oppure: «Come state? Quanto a me da domani dovrò essere restaurata». Oppure: «Per poco non sono andata a fuoco e mi sono presa uno spavento!» e altre cose del genere.

Quanta solitudine c’è nella vita di un uomo che nell’immobilità dei palazzi cerca una relazione vagamente umana? Il sogno diventa un rifugio di fantasia, per sfuggire a una vita solitaria, diviene un ricettacolo che sostituisce una realtà che il protagonista sembra non accettare. Mi è sembrato avere contemporaneamente il dolce profumo dell’infinito e l’odore di chiuso di una prigione. Scrive Dostoevskij: anche a casa ero depresso. Per due sere cercai di capire. Cosa mi manca nel mio angolo? Perché era così difficile restarvi?

La domanda dunque è cosa ho perso? Una delle prime da porsi, in caso di depressione. E il protagonista de Le notti bianche è melanconico e depresso, cerca consolazione e chissà cos’altro nella sua fantasia: Un nuovo sogno – una nuova felicità! Una nuova dose di veleno raffinato e lussurioso! Oh, che ha a che fare con la nostra vita reale!

Tutto il testo è narrato in prima persona, ma il protagonista usa la terza persona singolare per descrivere la sua sofferenza, l’assenza di calore umano e la vuotezza che connotano la sua vita, in breve la sua depressione e conseguente  fuga nel sogno: E il sognatore fruga invano, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, cercando in quella cenere almeno una scintilla, per soffiarci sopra, per scaldare al fuoco rinnovato un cuore ormai freddo, e ridestare in esso tutto ciò che prima gli era caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e ingannava tanto magnificamente!

La poesia che Dostoevskij trasmette in quella prima notte stellata che il lettore incontra, è incantevole. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose? Bella domanda, caro Fedor, hai tanta tanta ragione… e fai bene ad aggiungere che Questa pure è una domanda giovane, caro lettore, molto giovane, ma che il lettore la mandi più spesso alla vostra anima!

Nasten’ka capita quasi all’improvviso, quando il sognatore la salva da un molesto passante. La sua presenza interrompe il suo continuo e malinconico viaggio con la mente [… perché Dio vi ha mandato a me, mio buon angelo (…) e cos’altro potrò sognare, quando sono stato nella realtà tanto felice accanto a voi?]. Il sognatore si professa amico, ma è cotto di Nasten’ka, anche se appare più innamorato dell’idea di avere il calore di una presenza umana, non più vacua come i suoi sogni. Quanto rendono meravigliosa una persona la gioia e la felicità! Come ferve un cuore innamorato! Sembra che tu voglia riversare tutto il tuo cuore in un altro cuore, vuoi che tutto sia allegro, che tutto rida!

Chissà perché questa scelta della terza persona? Chissà se Dostoevskij non parlasse piuttosto della sua solitudine?

Saltuariamente si dice felice, tanto che gli sembra di essere in Italia… Sarebbe interessante vedere come oggi Dostoevskij giudicherebbe il nostro Paese, se ancora l’assocerebbe all’immagine della felicità! O.o

Nel dialogo notturno tra i due, il protagonista sembra tornare all’adolescenza, all’epoca in cui ci si strugge per il primo amore, in cui si ama, ma non si confessa, in cui si maschera con l'”amicizia” un sentimento più profondo.

Mi è sembrato che in qualche tratto il protagonista fosse eccessivamente patetico, probabilmente fu una cosa voluta dallo stesso Dostoevskij.

Un romanzo indubbiamente da leggere, breve ma ricco di emozioni e di pathos, come emerge dai molti dialoghi in cui i protagonisti spesso ripetono più volte una frase carica di emozione: Che fare, che fare? o Ah, mio Dio, mio Dio! (il romanzo è pieno di simili ripetizioni emotive).

Il finale, ovviamente, non te lo svelo, anche se è abbastanza prevedibile. Lascio che sia tu stesso a scoprirlo dalla lettura che lunedì ti invierò in dono ;)

Ti lascio con tre interrogativi, che il romanzo stesso mi ha posto e che pongo a te:

Quanto utilizzi i sogni e le fantasticherie per evadere dalla realtà o quanto costituiscono piuttosto un rifugio obbligato?

Nella tua vita li usi come risorse per vivere meglio o sono prigioni dove ti chiudi?

E la persona che ti è accanto è un qualcuno con cui condividere i tuoi viaggi mentali o un elemento di disturbo al vagabondare della tua mente?

Dalle risposte, possiamo capire quanto il fantasticare sia per noi risorsa o ostacolo. Quanto stiamo arricchendo la nostra realtà con la fantasia o quanto ci stiamo perdendo della bellezza del reale per chiuderci in un pensiero.

Buona lettura e buona riflessione ;)

GGB

Oggi ti regalo il Narcisismo di Casanova

downloadCaro Visitatore,

per il ciclo siamo nani che poggiano sulle spalle di giganti, oggi voglio parlarti di un libro meraviglioso che ho comprato quasi per caso durante l’estate e che può rappresentare l’immagine perfetta del narcisismo.

Si intitola Il ritorno di Casanova, di A. Schnitzler (e per fortuna devo scrivere il cognome, se sentissi i miei tentativi di pronuncia corretta scoppieresti a ridere…).

Titolo originale: Casanovas Heimfahrt. L’edizione in mio possesso è cartacea ed è della Newton e Compton, che lo ha pubblicato in formato economico nel 2005. Come vedrai dall’immagine, la copertina fa un po’ pena, anche perché mostra un Casanova giovane e aitante tra le braccia di una donna… Il contrario di quello che viene presentato nel libro. Superato l’effetto copertina, l’ho acquistato e letto con grande piacere e mi si è aperto un mondo.

Prima notizia importante: se sei iscritto nel mio circolo di lettura, te lo invierò in regalo nella prossima newsletter. Quindi, se abcora non sei iscritto, ti stai perdendo un sacco di regali. Puoi rimediare cliccando qui.

I bei libri vanno sempre regalati agli amici  ;)

top_wien_schnitzler_gComincio da qualche informazione sull’autore. Maggiori dettagli li trovi in rete. Schnitzler fu un medico e psichiatria, nato a Vienna nel 1862. Lavorò con uno dei maestri di Freud e, con lo stesso fondatore della psicoanalisi, ebbe un interessantissimo carteggio sulla tematica del doppio. Freud lo definì il suo gemello psichico. Ma il resto te lo lascio scoprire.

In una supervisione di psicoterapia alcuni colleghi mi hanno segnalato un altro suo testo, più famoso, Doppio Sogno. Praticamente è considerato imperdibile, quindi me lo procurerò a breve.

Un po’ di sinossi dalla quarta di copertina (sulla quale, a mio avviso, manca un passaggio importante): Il Casanova di questo racconto rappresenta per Schnitzler il confronto con i temi della vecchiaia, dell’insuccesso e della morte: meschino, pedante, grigio, oppresso dal pensiero di una fine imminente, inesorabilmente diretto sul viale del tramonto, l’antico avventuriero veneziano diventa il simbolo del rifiuto della trasformazione e del passaggio del tempo. Per sedurre la giovane Marcolina, del tutto immune al suo fascino verboso e vanesio, Casanova deve ricorrere a tutta la sua astuzia, dando vita a una fitta rete di tradimenti e menzogne: è la menzogna, infatti, il suo modo di relazionarsi al prossimo e l’unico, ormai, di comunicare nel rapporto erotico.

Cosa non viene detto? Che il Casanova di Schnitzler è il ritratto perfetto del Narcisismo. Una mancanza non indifferente, in un’epoca come la nostra dove il Narcisismo è diventato un pregio più che un disturbo. Sapevi che nell’ultima versione, la quinta, del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali è stato tolto? Non a caso la commissione era composta da tutti uomini: è un po’ la vittoria della seduzione dei narcisi. Anche nelle sedute terapeutiche essi mostrano la parte migliore di sé, tant’è che il terapeuta è portato a pensare che l’altro non soffra di alcuna problematica. È un effetto della loro seduzione, che porta a vederlo come perfetto e a trascurare il fatto che magari è un divoratore di donne e un dipendente dal sesso (cose che nel senso comune piacciono, no?)

Casanova è un signore di 52 anni, Narciso, che ha fatto della menzogna il suo essere. Forse solo la maschera della copertina è davvero azzeccata. Non distingue più quale sia la verità e quale la bugia di ciò che racconta. Fatto sta che mostra sempre e comunque un’immagine grandiosa di Sé e di ciò che è stato.

Già, ciò che è stato. Casanova non accetta più la sua immagine allo specchio: la vecchiaia e l’evidenza di non essere più il  seduttore di una volta, provocano in lui una ferita narcisistica senza eguali. Il buon Giacomo costruisce l’immagine migliore di Sé nel modo di porsi, nell’atteggiamento e persino nel vestiario: è decaduto, ha pochi soldi e due vestiti, ma sa perfettamente quale indossare nel momento migliore, come “sporcare le scarpe di terra in modo da non mostrare che sono consunte”.

Un attore sul palcoscenico, dipendente dalla sua stessa trama, una maschera che deve sempre e comunque mostrarsi perfetta (Citazione dal testo: Casanova sapeva bene che odio e ira sapessero preservare i colori della gioventù meglio di tenerezza e dolcezza)

Ma appare Marcolina, la bella sedicenne che non se lo fila di pezza. Che ha occhi solo per il giovane Lorenzi, che è tutto ciò che Casanova è stato e non è più. Casanova è ossessionato non dalla giovane ma dalla possibilità di non poterla avere. Nonostante le tante donne che ancora cascano ai suoi piedi, egli si distrugge all’idea di non poter avere l’unica che lo rifiuta. Non la ama, la vuole solo possedere per il proprio ego. Per la brama di piacere e il piacere di brama, per citare Schnitzler.

Il Narciso non si accontenta mai di una sola donna, ha un concetto dell’amore come qualcosa di troppo divino e irraggiungibile perché possa esistere una sola creatura che possa soddisfarlo. Ecco perché il Narciso spesso colleziona donne a non finire. Emblematico questo passaggio: Casanova ripensò ancora a quella notte (…) – o a un’altra notte – non sapeva più quale: forse erano cento notti che nel suo ricordo diventavano una, come talvolta cento donne che aveva amate nel ricordo diventavano una, la cui figura enigmatica si librava davanti ai suoi sensi confusi. Ma non erano tutte uguali quelle notti alla fin fine? E le donne?

Tu, Visitatore, ricordi tutte le paia di scarpe che ti sei messo nel corso della tua vita? Ecco, per il Narciso le donne non sono altro che strumenti per confermare l’amore di sé.

E per conquistare Marcolina, Casanova ricorre al più bieco degli inganni, che ti lascerò scoprire. Marcolina è il suo fallimento: non la seduce con la sua critica a Voltaire, non la seduce con un fascino ormai andato che genera solo ribrezzo. Ella è fuori dalla sua portata: solo l’inganno lo può aiutare, convinto che quando proverà il suo amore, la sua passione, ella non potrà più fare a meno di lui. Ma lo sguardo finale della fanciulla che lo scopre ladro nel proprio letto, mostrerà quanto le maschere non possano salvare i Narcisi.

Emblematica la scena in cui Casanova uccide Lorenzi in duello: il sogno della notte successiva gli mostra quanto Lorenzi altro non sia che tutto ciò che egli non è più. Egli si sogna al posto di Lorenzi, vede Sé stesso uccidersi, colpire il ricordo di tutto ciò che non può più essere. E le ferite narcisistiche si sommano, dal momento che Casanova potrà tornare nell’amata e agognata Venezia (da cui è stato esiliato dopo la fuga dai Piombi, chissà quanto realmente epica e quanto no…) solo accettando di diventare una bieca spia del Consiglio dei Dieci. Un’altra botta al suo Narcisismo: la patria non lo accoglie a braccia aperte, ma solo dopo le sue infinite suppliche e volendolo come spia. C’è qualcosa di più umiliante per chi si sente e vuole mostrarsi perfetto e sedurre l’altro, chiunque esso sia, donna o città natale?

Bene, caro Visitatore, potrei ammorbarti ancora un po’ su quanto sia bello questo testo  e quanto non possa mancare alla tua collezione. O consigliarti la lettura di altri testi di Schnitzler o riflettere con te su come oggi la rete permetta ai Narcisisti di mostrarsi sempre e comunque, tentando di sedurre l’altro, o quanto del Narciso ci sia in ciascuno di noi e in che misura… Ma ti risparmio ;)

Ti ricordo solo che lunedì attraverso mia newsletter ti regalerò questo splendido romanzo. :)

Buon tutto!

GGB

E se ti regalassi Una giornata con Pirandello?

downloadCaro Visitatore,

per il ciclo siamo nani sulle spalle di giganti, questa volta voglio condividere con te un’opera di Pirandello.

E ovviamente cosa potevo andare a scegliere? Il celebre Il Fu Mattia Pascal? Uno nessuno e centomila? Una delle tantissime opere teatrali che gli regalarono il Nobel nel 1934 (consigliatissimo Sei personaggi in cerca d’autore!)?

Ovviamente no… già letti! ;)

Sono andato alla ricerca di testi meno famosi di Pirandello, scovando una raccolta di racconti intitolata Una giornata, dal nome di uno di essi ivi contenuti. Tale raccolta uscì postuma e potrai trovarvi racconti di vario genere che furono già pubblicati da giornali e riviste quando Pirandello era in vita.

Lo darò in regalo, invierò una copia agli iscritti della mia newsletter. Se vuoi riceverlo in regalo basta cliccare qui e iscriverti. Lunedì invierò Una giornata ;)

Non aspiro a farne una recensione vera e propria ma un semplice commento. Perché? Per il semplice fatto che Una giornata contiene 15 racconti, uno più bello dell’altro. Ciascuno apre a una riflessione diversa. Per la sua brevità si può leggere, per l’appunto, in una sola giornata. ;)

Non voglio fare paragoni azzardati, ma mi ha ricordato, per il suo riuscire a fornire infinite metafore in racconti di poche righe, La tensione di Eva di Giuliana Mangione.

Io ho scelto di dedicare 15 sere diverse a questo testo, per assaporare un racconto al giorno. Il risultato? Ogni sera mi addormentavo con una finestra di riflessione aperta, su cui ragionare il giorno seguente e da finestra si apriva finestra. Pirandello sa donarti un bagaglio di pensiero e di cultura immenso.

Quindi servirebbero 15 recensioni diverse, da cui partirebbero altrettante, se non più, riflessioni. Un lavoro che non finirebbe mai. Occorrerebbe parlare del suo concetto di morte, del significato metaforico dei personaggi defunti che tornano a presentarsi ai vivi, della scelta degli animali per descrivere azioni umane… solo per dirne due o tre…

E poi è bello che ognuno esplori da solo la ricchezza che Pirandello regala alla mente.

Se poi cercherai il pensiero di Pirandello, scoprirai che se hai letto “solo” (si fa per dire!) Il fu Mattia Pascal, Uno nessuno e centomila, Sei personaggi in cerca di autore e Una giornata… ti sei perso tantissimo di questo autore. Io prima o poi leggerò l’opera omnia, anche perché molte tematiche pirandelliane le ho riportate sul mio romanzo Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità. Ad esempio la sua riflessione sulle maschere.

Chi ha scritto che siamo nani sulle spalle di giganti, ha scritto una grande verità.

Se non hai mai letto Pirandello, Una giornata è un testo agile e veloce da cui partire per passare a scritti più celebri. Se manca alla tua collezione, te lo invierò, regalandotelo e sperando di condividere con te tutte le finestre che mi ha aperto.

Buona lettura!

GGB