Narciso e Boccadoro, di Hesse: la complessità del nostro animo

Maturavano lentamente,

nella luce dell’amore,

nuovi vincoli fra anima ed anima;

le parole vennero dopo.

arton30Caro Visitatore, 

Dopo anni di desiderio, finalmente sono riuscito a leggere Narciso e Boccadoro, di Herman Hesse. 

Un libro spettacolare, sia per il pregevole stile utilizzato dall’autore, ricco di metafore da segnare a mo’ di aforismi, sia per la storia in sé, pregna di significati e filosofia. 

Nel medioevo del Cattolicesimo imperante, Narciso e Boccadoro sono legati da un’amicizia, e un amore platonico, talmente intensi da travalicare gli anni e la distanza, e sono tra loro opposti nelle scelte di vita.

Narciso è dedito a una vita di studio e di ascesi, ma scorge nel giovane Boccadoro, suo scolaro, una vitalità che è ben lontana dalla vita monastica, e lo spingerà a ricercare un percorso diverso, basato sul piacere e sull’esplorazione. Non sai che una vita di libertinaggio può essere una delle vie più brevi per giungere ad una vita di santità?

Sebbene Narciso, nella maggior parte delle pagine, resti nell’ombra, e Hesse preferisca seguire la peregrinazione esplorativa di Boccadoro, egli resta nell’ombra, vivido nella mente del giovane, nelle sue sculture, nei suoi pensieri più emotivi. 
 
Narciso e Boccadoro rappresentano le due parti di ogni essere umano: la stabilità e il cambiamento, l’elevazione del pensiero e la mutevolezza dell’arte, l’ascesi dello spirito e la vitalità del corpo, la ragione e l’emotività, l’isolamento e l’incontro, lo studio sui libri e lo studio dell’esperienza, il padre e la madre, l’Apollineo (razionalità) e il Dionisiaco (istintualità), per dirla con il maestro di Hesse, Nietzsche. Isolamento contro intimità e solidarietà, per disturbare Erikson e la fase dello sviluppo psicosessuale che ci costituisce tra i 20 e i 40 anni; poli opposti, Narciso e Boccadoro, persino nell’aspetto, che si attraggono l’uno all’altro.

Dirà Narciso: noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro ed imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro complemento. (…Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto

220px-Hermann_Hesse_2Hesse traccia in questa diade bipolare la ricchezza dell’animo umano, e aggiunge nel peregrinare di Boccadoro la ricerca della madre, la prima donna di ogni vita: Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire.

E qui emerge una contraddizione che sembra lacerare Hesse e i suoi personaggi: la contrapposizione tra il padre, visto come l’autorità, il dovere, la castrazione della vita, e la madre, l’immagine onirica ed infantile, perduta e rimossa, ma verso cui ognuno si muove, verso cui tutto tende, il punto in cui la vita e la morte si danno appuntamento e non c’è più distinzione tra le due. Morte e voluttà erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare amore o piacere, si poteva chiamare anche tomba o corruzione. La madre era Eva, era la fonte della felicità e la fonte della morte, generava eternamente, uccideva eternamente. […] Il lato paterno della vita, lo spirito, la volontà non erano la sua patria. Quella era la patria di Narciso.

Recalcati, in una sua rassegna, ha suddiviso gli autori in base alla loro ricerca del padre o della madre. A fronte di un Leopardi che guarda al padre, ecco un Hesse che insegue la madre perduta.

Cosa ci insegna Hesse? Che l’animo umano è troppo complesso per ridursi a un’unica via, che la duplicità di opposti ci abita, e non possiamo ridurci a un unico sentiero, perché tradiremmo la complessità stessa del nostro essere.

La complessità è la materia di cui siamo fatti, e la contraddizione che ci abita, che ci consente di usare l’istinto e la ragione, l’arte e il pensiero, l’emozione e la razionalità, il paterno e il materno, e tutti i poli opposti che abitano la nostra anima, è la vera ricchezza che portiamo al mondo.

 GGB

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Leggendo “Una vita violenta”, di Pasolini: gli spazi estimi di Foucault

una-vita-violenta-pier-paolo-pasoliniCaro Visitatore,

ho letto recentemente Una vita violenta, di Pier Paolo Pasolini, romanzo che arrivò finalista al Premio Strega, poi vinto, quell’anno, dal Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
 
L’autore, similmente a Verga con i Malavoglia, traccia una storia verista, in una periferia romana degli anni ’60, con le sue baracche, la sua miseria, la sua prostituzione, da cui i personaggi, tra cui il protagonista Tommaso, in primis, tentano di venire fuori, senza mai riuscirvi. E si rivela verista persino nello stile, fortemente influenzato dal dialetto romanesco dei personaggi, che coinvolge persino la voce narrante, con buona pace, in alcuni passaggi, per la correttezza dell’italiano, che abdica all’esigenza di veridicità di quanto narrato.
 
Pasolini riporta su carta una Roma che oggi definiremmo in buona parte scomparsa, ormai, ma anche una denuncia, drammaticamente attuale, dell’abbandono delle periferie da parte delle istituzioni, che si ricorda degli emarginati solo quando necessita di isolarli nella galera (emblematiche in tal senso le pagine dedicate al rastrellamento di Pietralata o alla repressione della rivolta al Forlanini).
Non c’è un personaggio buono e uno cattivo in questo romanzo, bensì una continua lotta tra i miserabili e la povertà, al punto che il lettore si ritrova a empatizzare con qualunque personaggio, a prescindere dalle sue azioni, anche le più aberranti.
 
Perché la povertà, e l’emarginazione, fanno paura a tutti.
 
La lettura di questo romanzo mi ha riportato alla mente l’insegnamento di Foucault sugli spazi estimi, che sono lontani, periferici, e non facilitanti, rispetto agli spazi comuni, centrali, utili alla crescita. Quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano, ci dice Foucault (1967).
Il bordello, come il manicomio, diventa lo spazio periferico che conferma la normalità degli “spazi sani”, centrali. Il bordello, come il manicomio, diventano il luogo della follia e della diversità, una follia e una diversità che servono a confermare l’unica follia possibile e socialmente accettata, che viene chiamata normalità. E la periferia diventa il luogo della diversità, a beneficio del centro, pieno di normalità.
 
Ed è proprio negli spazi estimi che ci porta Pasolini, ci immerge nel loro fetore, ci mette accanto Tommaso, e la sua combriccola (Lello, Carletto, il Cagone, il Zimmio, il Zucabbo, il Matto…), ci accompagna ad accattoni, prostitute e balordi. Ci insegna cosa erano le periferie, e cosa possono essere oggi. 
 
pasolini_ingleseTommaso stesso, il giovane protagonista, vive un’adolescenza che oltrepassa i limiti della legalità e della decenza, non studia e non lavora, passa il tempo tra alcool, coltelli e liti, si vende ad omosessuali in cerca di compagnia, ruba macchine e rapina benzinai e prostitute. E, nonostante a un certo punto si adoperi per ribellarsi al sistema a cui appartiene, cercando un lavoro onesto e una vita tranquilla, si ritroverà sommerso dal sistema stesso, perché è un sistema che abbandona il diverso, la periferia, a beneficio di chi è fuori da quella periferia stessa.
Si dice che sia uno dei libri più tradotti al mondo, e non so davvero come avranno riportato in altre lingue la veridicità del parlato di questo romanzo, gli intercalari, lo stesso dialetto romano. Tuttavia, resta una perla, perché riporta alla mente ciò che fu, la periferia romana, e la denuncia di ciò che resta ancora attuale l’esclusione, la periferizzazione del diverso.

 GGB

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La mia recensione di “Creature di un giorno”, di Irvin D. Yalom

Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. 

(Marco Aurelio)

 

C51d0fzve6nl-_sx321_bo1204203200_aro Visitatore,

oggi voglio parlarti di un libro e di un autore capaci di toccare il cuore, Creature di un giorno e di Irvin D. Yalom, psichiatra e autore di diversi testi, tra cui La cura Schopenhauer e Le lacrime di Nietzsche.

Dieci casi di psicoterapia seguiti da Yalom, con grande maestria, che toccano i temi più profondi dell’animo umano, la morte, la malattia, l’amore…

Il Chicago Tribune ha definito questo testo un libro in cui il terapeuta è un poeta, e la terapia un’arte. E mai definizione fu più adeguata. Yalom porta il lettore dentro le emozioni e soprattutto dentro la relazione terapeuta-paziente, una relazione trasparente, pura, reale, vibrante, dimostrando che la psicologia non è mera scienza della mente, ma scienza della relazione.

Yalom accoglie la persona nella sua interezza, nel suo essere globale, senza approcci precostituiti, freddi, comportamentali, senza diagnosi -etichette, ma con un approccio olistico che rispetta l’Altro, il proprio essere terapeuta, e lo spazio e il tempo che passa tra loro: la relazione.

Esiste un paradosso, che Yalom cita, e che attiene al processo psicoterapeutico: il cliente sembra diventare dipendente dal terapeuta, per aprire relazioni sane fuori dal contesto terapeutico. Diventa dipendente da un contesto sufficientemente buono, per dirla con Winnicot,  accogliente, capace di rispettarlo e di renderlo, alla fine, indipendente dal contesto stesso. Un utero capace di farlo rinascere. Se riesco a creare un ambiente genuino e accogliente, i miei pazienti troveranno l’aiuto di cui hanno bisogno, spesso in modi meravigliosi che non avrei potuto prevedere o persino immaginare.

Ed esistono insegnamenti utili ai terapeuti, che le scuole di psicoterapia non insegnano e che nascono da un’esperienza pluriennale e da una capacità dell’autore di passarle in modo umile e semplice. Ancora una volta mi sentivo pieno di umiltà al cospetto dell’infinita complessità della mente umana.

Yalom ha più di ottanta anni, e l’arrivo della fine della vita è ben presente nel suo processo terapeutico e nei suoi scritti: faccia presto a ricontattarmi, si ricordi la mia età. Eppure la visione della morte diventa risorsa per le sue terapie, la morte inizia con la vita una danza, diventa un opposto indissolubile dalla vita stessa, una risorsa fondamentale per ricordarsi di vivere appieno il proprio essere.

E’ un libro che consiglierei a tre categorie di persone.

Ai terapeuti inesperti, che Yalom cita spesso. E credo che, al pari di un uomo di più di ottant’anni, con la sua umanità e professionalità ed esperienza, meravigliato ancora dalla complessità e unicità dell’uomo, rispettoso dell’Altro e della relazione, possiamo considerarci con grande umiltà tutti terapeuti inesperti.

A chi porta dentro una sofferenza, in particolare un lutto e una perdita, perché il vero punto di forza di Yalom è la profonda umanità che restituisce dignità e calore all’individuo nel suo essere in divenire, lima gli spigoli duri dell’esistenza. Conosco persone che hanno subito lutti dolorosi che hanno ritrovato il sorriso nel leggere i suoi scritti.

A chiunque voglia riflettere sulla vita e sull’uomo, in tutte le sue sfaccettature.

 GGB

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Addio alle armi: la pace separata.

C’era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra e ora dal 1933 forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente,criminale e sporco delitto che è la guerra.

(E. Hemingway)  

 

imagesCaro Visitatore,

recentemente ho letto Addio alle armi, di Ernest Hemingway,.

Ora, c’è da confessare che non sono un grande appassionato di Hemingway. Da giovane adorai Il vecchio e il mare, con cui Ernest vinse il Pulitzer, ma poi non lessi altro di lui fino ad oggi.

E c’è anche da confessare che ho faticato non poco a leggere Addio alle armi. Ho faticato perché spesso Hemingway usa uno stile ricco di coordinate (e c’era questo, e c’era quello, e poi accadde quell’altro…) che francamente non amo.

Ho faticato perché mi sono chiesto per tutta la lettura del libro di che pasta fosse fatto il protagonista (il tenente Henry), un americano tra le truppe italiane, un uomo che ama la pace, il bere, e il quieto vivere in un campo di guerra. Un uomo che rischia di morire senza azioni eroiche e si prende una medaglia al valore.

Ho faticato perché la protagonista femminile, Catherine (per gli amici Cat) di cui il tenente Henry si innamora, è una civetta ripetitiva e palesemente noiosa (Sei caro. Tutto a posto, caro? Sono incinta, caro. Sei sicuro, caro?) e noiosi sono pure i dialoghi tra i due, che spesso diventano persino stucchevoli.

Ma quando si capisce il senso del romanzo, quando si comprende quella che è la forza che ti sta trascinando pagina dopo pagina, seppur a fatica, inizi ad amare ancora una volta Hemingway. Si comprende che sta mettendo al centro delle sue riflessioni non solo la guerra e la morte, ma pure l’umanità e la società.

C’è la rappresentazione di una generazione perduta senza ideali, senza speranze e fede, rappresentata da personaggi come Rinaldi (ispirato a una persona reale, come pure molti altri personaggi e, d’altronde, come i fatti accaduti sono ispirati all’esperienza di guerra vissuta da Hemingway). E l’inutilità della guerra, specie dopo Caporetto, diventa talmente stridente da spingere il lettore a fuggire e a disertare con il protagonista.  A remare con lui sulle acque di quel lago che lo porterà verso la non belligerante Svizzera. Stavo andando a dimenticare la guerra. Avevo fatto una pace separata.

Su quella barca, ho finalmente capito il protagonista. Ho compreso che quel tenente Henry che non inquadravo era effettivamente fuori luogo in un contesto di guerra, come la guerra è fuori luogo nel mondo. Che al boato di cannoni e di azioni eroiche è preferibile la noia di una convalescenza in un ospedale, di un dialogo ripetitivo e smielato, dell’ennesimo bicchiere di Cognac…

Ed è qui, dopo molte pagine, che ho creato finalmente il mio legame con Ernest e con il tenente Henry fino a soffrire con loro nel lungo travaglio che ucciderà Cat e suo figlio (curiosità poi: ho scoperto che mentre scriveva il libro, la moglie diede alla luce il suo secondo figlio… anche lì diciotto ore di travaglio e un cesareo. Chissà perché, nonostante la nascita del secondogenito, abbia scelto di far vivere al suo protagonista la situazione opposta, di morte?).

Questo libro fu messo al bando durante il fascismo per il ritratto che fece delle milizie italiane. Diventò uno degli idoli dell’americanismo antifascista.

Qualunque cosa abbia rappresentato nella storia è un inno alla pace in uno scenario di guerra. Condanna la vanagloria, e osanna la semplice straordinarietà del mondo.

 

 GGB

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De Sade, Justine e l’agnello sacrificale

E divento, come vedete, puttana per beneficenza e libertina per virtù

Justine ovvero le disgrazie della virtù. Ediz. integraleCaro Visitatore,

Ho finito da poco di leggere Justine o le disgrazie della virtù, del Marchese De Sade, capostipite del sadismo.

Una persona a me cara aveva accostato (con le dovute differenze) le sventure della mia Alina alle sventure di Justine, soprattutto per il loro comune desiderio di riscatto e libertà, per la loro volontà a non essere sottomesse.

Quindi, l’ho letto.

Purtroppo ho dovuto leggerlo in due edizioni diverse. La prima, edita da Barbera editore, meriterebbe di essere arsa nel camino: errori, pagine stampate male, 50 pagine mancanti (perché stampate due volte le pagine da 200 a 250!) Orrore!

Sconfortato, a pagina 150 ho dovuto comprare l’edizione Newton & Compton. Nonostante qualche refuso e le minuscole dopo i punti, si è rivelato leggibile. Verrebbe da scrivere: che De Sade vi frusti virtuosamente. Ma abbiamo il vizio di non maledire. ;)

Non c’è che dire, la visione di De Sade del mondo ha echi di follia geniale, o di genialità folle. Salva e tortura Justine ripetute volte, da una pagina all’altra la fa cadere nelle più fantasiose e bieche perversioni che l’uomo possa concepire, coinvolgendo frati, conti, briganti e via dicendo. Una ragazza ha più di un favore da concedere e Venere con lei è festeggiata in più templi. Mi accontenterei del meno importante. Quale che sia il tempio che tu usi, poiché la natura lo rende possibile, significa che non l’offende.

L’ossessione di De Sade si fa manifesta, c’è una ripetitività nelle disavventure di Justine sconvolgente. A tratti temevo che non si sarebbe mai incontrato un uomo virtuoso e non vizioso (e invece ce ne sono ben tre su… lasciamo perdere…) o una donna viziosa e non virtuosa e dunque non vittima come Justine  (ed invece ce ne è una su… ho perso il conto!).

Non mi spingerò a filosofeggiare sullo scontro tra virtù e vizio messo su da De Sade, lo lascio ai filosofi, mi interessa molto più il rapporto tra De Sade e Justine, che sembra di odio e amore. Justine appare tanto perfetta da essere necessario sottometterla, al contempo tanto cara, da doverla salvare.

Ella è l’unico personaggio realmente libero della storia, perché sottilmente mutabile, a fronte di frotte di viziosi che, a ben vedere , si credono liberi ma sono narcisi schiavi del loro piacere, ossessionati dal bisogno di una vittima femminile per saziarsi . Eh sì, donne (zimbelli di libidine), per  De Sade la vostra sofferenza è necessaria al godimento del maschio dominante… Mirabili in tal senso le parole del conte di Gernande, che si scaglia contro le donne e contro la tesi che tocchi all’uomo far felice un essere tanto inferiore: è come chiedere di avere pietà del pollo che si mangia.

Compulsivamente, essi necessitano di lunghi sofismi  (sermoni veri e propri, spesso tediosi) per tentare di convincere Justine a cedere al vizio. A Justine bastano quattro battute per confermare la sua virtù. In qualche modo tutti i personaggi sono rigidi, immutabili, stereotipati, chi nella santità della virtù, chi nella dannazione del vizio. Eccezion fatta per Juliette.

Mi piace pensare che la scissione di De Sade sia lampante nel conflitto tra l’unica viziosa, La Dubois, e Justine. Dubois ama Justine e quasi la supplica di diventare viziosa come lei. All’ennesimo rifiuto di Justine, la Dubois le salta al collo. La arte viziosa di De Sade tenta di convincere Justine (la sua parte innocente?), ma non riesce, e dunque la punisce, la sevizia, ma infine la salva.

Solo a fine romanzo, libera da tutto e da tutti, lascia che sia la Natura a uccidere Justine. Non il vizio, dunque, ma la Natura che porta il vizio nell’uomo. E così diventa martire. La sua morte convince la sorella Juliette (libertina da sempre) a mutare vita e a trasferirsi in convento.

E’ famosa l’idea che per De Sade la provvidenza, se esiste, è maligna, e dunque in molti non saranno d’accordo con questa mia interpretazione, ma, se vogliamo, l’ateo De Sade ripropone il martirio del Cristo in versione femminile, a salvezza di altri peccatori. L’agnello puro è accusato ingiustamente, torturato. Infine muore e porta conversione in peccatori e libertini che sanno ascoltare il grido del cambiamento. Justine non risorge, ma porta cambiamento. Justine muore, ma la sorella cambia vita.

Una visione troppo romantica la mia? Può darsi, ma mi piace creare provocazioni e riflessioni. E, forse, un De Sade demoniaco e rinchiuso in cella e in manicomio era necessario alla società per confermare la sua santità e rettitudine. Ed è necessario tuttora.

Non credo all’esistenza dei totalmente folli, non credo agli esseri umani totalmente demoni o totalmente santi. Credo che in ciascuno di noi conviva, in misura diversa l’uno dall’altro, e in diverse fasi della nostra vita, salute e malattia , “normalità” è “follia“. De Sade non sfuggì a questa co-presenza ma fu usato (e si lasciò usare) a giustificazione di una società sana, come tanti altri. Chissà quanto fu capro espiatorio della società…

Di certo fu meno incoerente di una società, come quella della rivoluzione francese, totalmente incoerente.

 GGB

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Come restare incollati a una tetta narcisa: “Il seno”, di Philip Roth

Eppure in assoluta umiltà io dico che certa cose sono più straordinarie di altre,

e che io sono una di esse.

 

Roth, la nuova metamorfosiCaro Visitatore,

oggi ti presento un libro sui generis, Il seno, di P. Roth.

Il contatto con questo romanzo è molto particolare. Dopo aver sentito citare alcuni testi dell’autore in Ho sposato un narciso, di Umberta Telfner, in cui lo stesso Roth viene definito un gran narciso, mi è venuta voglia di leggere i suoi romanzi. Non a caso, lui ha scritto Ho sposato un comunista.,, da da pensare sul rapporto emotivo Telfner-Roth.

Ho stilato una lista di libri da comprare del buon Philip, quand’ecco che a casa ho trovato questo piccolo racconto (finito nella libreria nel traslocare i libri di mia moglie),

potevo non leggerlo? ;)

E’ un testo ai limiti del grottesco, paradossale, eppure geniale. Roth riprende quanto già narrato da Kafka, Gogol’ e Swift, scegliendo di far trasformare il protagonista, il professor Kepesh, in un grosso seno. Grazie a questa invenzione Philip Roth attraversa aspetti della mente e della società che rendono il racconto un punto di partenza per approfondimenti e discussioni.

Ogni senso viene obnubilato, tranne il tatto e l’udito, unici canale di comunicazione col mondo (in questo ricorda alla lontana la ricerca sensoriale di Calvino in Sotto il sole giaguaro), ogni movimento diviene impossibile. Kepesh/Roth può parlare e ascoltare, può provare piacere attraverso il capezzolo, residuo, neanche a dirlo, di ciò che un tempo era il pene.

Attorno a lui il padre, i medici, una devota ragazza che ogni sera lo masturba oralmente per restituirgli un po’ di calore umano e uno psicanalista con cui si aprirà presto uno scontro, nel quale Kepesh, rifiutando di essere realmente diventato un seno, affermerà di essere diventato psicotico e di credere di essere una grossa mammella e di stravolgere ogni cosa a lui detta. L’unica strada per uscire da quella situazione è perciò non accettarla e per questo si convince che tutto sia rimasto perfettamente normale e che lui stia impazzendo.

Diversamente l’autorevole dottor Klinger sosterrà che non v’è alcuna follia e che effettivamente è diventato un seno, tenuto in vita dai dottori. In mezzo il lettore, libero di scegliere a chi credere: al presunto folle o all’assurda realtà dei fatti? Così è (se vi pare), per citare Pirandello.

Lo stile di Roth è veloce, cattura il lettore nelle sue elucubrazioni mentali: perché proprio un seno femminile? Ha qualcosa di non risolto nell’infanzia? Ha letto troppo Kafka, Gogol’ e Swift? La realtà è meravigliosa, la realtà ha più stile (…) Dunque ho fatto il salto. Ho reso la parola carne. Non vede, sono più kafkiano di Kafka. (…) Dopotutto quale artista è più grande quello che immagina la trasformazione meravigliosa o quello che meravigliosamente trasforma se stesso?

Elucubrazioni che si spingono a desiderare che la devota ragazza salga sul suo capezzolo per un rapporto sessuale (Eros) e a entrare in conflitto con l’odiosa idea della morte (Thanatos), da sempre rifuggita. No, è solo che, terrorizzato dall’idea della morte fin dall’età di due anni, mi sono trincerato nel mio odio per essa, ho preso posizione e non posso fare marcia indietro (…) non voglio morire da così tanti anni che non posso certo smetterla da un giorno all’altro. 

Al centro un narcisismo che fa confondere Klinger con lo stesso Roth, che utilizza un organo femminile tanto desiderato dall’uomo per mettersi al centro della scena, come in un monologo teatrale dove tutti, proprio tutti, possono osservare una grossa mammella delirare la sua angoscia, urlare sotto i riflettori l’istinto di vita e di morte, stravolgere la coscienza di sé.

E poi mi farò le ragazze; le voglio di dodici, tredici anni, ne voglio tre, quattro, cinque per volta, nude e ridacchianti e voglio che mi lecchino il capezzolo tutte insieme, Le voglio per giornate intere, ragazzine avide e perverse, che mi leccano e mi succhiano finché m va. (…) Poi donne. Ci saranno anche donne che avranno voglia di aprire le cosce a un cazzo nuovo ed eccitante: il mio capezzolo (…) è la Terra delle Opportunità, questa è l’Età dell’Autorealizzazione, e io sono il Seno, e vivrò secondo i miei lumi!

E da buon narciso, Roth non può che incollare il lettore alle sue pagine. Consigliatissimo.

GGB

La sindrome del sultano. Capire la prostituzione.

Caro Visitatore,

Ho conosciuto Oria Gargano, giornalista e presidente della cooperativa Be Free, alla Casa Internazionale delle Donne di Roma per la presentazione del mio romanzo Alina, autobiografia di una schiava, che al suo interno cita il saggio Storie di ponte e di frontiere, della stessa Oria.

Conoscere Oria è uno di quegli avvenimenti che ti cambiano nel profondo, data la sua personalità.

A fine presentazione, Oria mi ha regalato un altro suo libro, La sindrome del sultano: le prostitute nell’impero degli uomini, che oggi voglio commentare.

Edito nel 2003 può apparire già un po’ datato, a fronte di un’economia, anche quella illecita, che corre alla velocità di internet. Eppure contiene spunti di riflessione sulla prostituzione coatta e libera di estrema attualità.

Leggere Oria porta a comprendere anche i pregiudizi più profondi che la cultura ci radica dentro, a farci i conti, a liberarsene.

Non è un saggio che ti lascia uguale a come ti ha trovato, perché sa parlare di ciò che ci circonda senza posizioni aprioristiche, tranne una ferma condanna alla prostituzione coatta, alla violenza di genere di cui è espressione, a certi femminismi che vedono la prostituzione scelta come la massima espressione della libertà della donna (quando è l’esatto opposto).

Non so se Oria abbia mai letto il mio romanzo, certo è che se io avessi letto il suo saggio prima di pubblicare Alina, alcune posizioni della prefazione sarebbero state diverse.

Ad esempio, ho scritto: Ritengo poi che, se aveva ragione Freud a ipotizzare che i due grandi motori della nostra esistenza sono l’Eros e il Thanatos, l’istinto di vita e di morte, allora il ricorso alla sessualità è utile per soffocare l’aggressività sociale. Cosa accadrebbe se le persone non potessero esprimere la loro libido e, in un certo qual modo, le loro perversioni? Probabilmente avremmo un aumento delle violenze sessuali e dell’aggressività più in generale. Eros e Thanatos si contrastano a vicenda.

Ebbene, la sindrome del sultano mi ha mostrato la base culturale orrida di questa affermazione. L’idea che l’uomo non possa fare a meno di un sesso autoreferenziale e finalizzato al mero piacere, e che per la salvaguardia di molte donne, cosiddette per bene, possano essere offerte in olocausto altre donne. Lo stesso olocausto che, paradossalmente, cito e condanno nel mio romanzo.

O ancora (questo per fortuna non l’ho scritto!) l’idea che la prostituzione sia il mestiere più antico del mondo.

È una falsa credenza. La caccia e la produzione di utensili sono i mestieri più antichi del mondo, non certo la prostituzione, dal momento che gli studi sul paleolitico dimostrano che le donne erano venerate come punto di contatto tra uomo e divinità, grazie al dono della procreazione.

La prostituzione i nostri antenati simil scimmie neanche la conoscevano. Essa nasce con la civiltà, il cui sviluppo per la donna non è mai dato, giacché ad ogni conquista storica segue una perdita di un diritto e una regolamentazione della prostituzione. Fu così nella Grecia di Solone, nell’antica Roma, nel ‘300, nel ‘600, nell’Unità d’Italia con l’ambiguo Cavour. Oria consegna una disamina storica davvero accattivante.

Ecco come ho scoperto che nessuno di noi, per quanto si impegni e si informi su una tematica, è scevro da pregiudizi che la cultura ha reso silenti dentro di noi.

Nella mia personale formazione Oria Gargano ha posto un tassello notevole e consiglio la lettura de La sindrome del sultano a chiunque voglia comprendere a fondo la problematica della prostituzione, le sue radici forti, le sue possibili soluzioni.

Mi piace chiudere con un ringraziamento a Oria e alla cooperativa Be Free, non solo per quello che mi hanno e mi stanno insegnando, ma per il loro enorme lavoro contro la violenza di genere, un ringraziamento da uomo, da cittadino, da italiano.

Grazie!

 GGB

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La mia recensione a “Gli amori briciola”, di Umberta Telfner

L’amore è un castigo. Ci punisce per non aver saputo stare soli.

M. Yourcenar

Caro Visitatore,

hai presente gli amori briciola? Quelle relazioni vuote, dove uno o entrambi i partner lasciano all’altro solo briciole di sé e della propria affettività? Sono quelle relazioni costituite da persone che stanno insieme pur dandosi il minimo indispensabile: poco dialogo, poca intimità, sesso scarso. Vanno bene se ambedue sono soddisfatti così, va un po’ meno bene se uno dei due è insoddisfatto o soffre.

La persona briciola è intelligente e mai banale, non si coinvolge affettivamente e tende a mantenere le distanze, facendo passare ciò per un atteggiamento naturale. Al suo fianco, un partner che soffre per la chiusura emotiva dell’altro o si accontenta delle briciole di affettività, scambiandole per pagnotte.

Oggi ti presento Gli amori briciola, quando le relazione sono asciutte, di Umberta Telfner. Ho già avuto modo di presentarti questa psicoterapeuta e autrice con la recensione a Ho sposato un narciso.

Solito pregio, già evidenziato nell’altra recensione. Umberta Telfner ha uno stile molto divulgativo, alla portata di tutti, e sa aprire diverse finestre di riflessione sulle relazioni. Dosa benissimo narrazione e saggistica, coinvolgendo il lettore.

Ho letto Gli amori briciola in pochi giorni, segnandomi diversi passaggi, utili dal punto di vista personale e professionale.

L’immagine più bella per descrivere i briciola? Quella di una nave in viaggio, incapace di fermarsi troppo a lungo in un porto e sempre pronta a ripartire, e ad abbandonare l’altro, al primo accenno di coinvolgimento.

La frase tipica dei briciola? Non so amarti come mi ami tu, mi dai troppo e io do troppo poco.

Altro punto di forza è la visione sistemica delle relazioni. Amare e saper stare con l’altro è risultato delle nostre relazioni con i genitori, che discendono da quelle dei nonni. Non è mai una relazione che si ferma al duo, coinvolge molti più tratti appresi e fantasmi nati nelle relazioni familiari. In più si guarda alle relazioni oggi, dove l’altro appare come una cartina tornasole: se mi guarda, lo desidero, se non si occupa di me, vado ancora più lontano. Relazioni dove si privilegia il fare, l’apparire e l’apparirsi, piuttosto che l’essere coinvolti in una danza che comprende noi, il nostro trascorso e persino i rapporti con i genitori.

Un testo breve, intenso e ricco, da leggere per porsi domande e capire un po’ di più questa scienza delle relazioni che è la psicologia.

Un saggio agile e leggero per capire se stessi, l’altro, la danza relazionale che ci accomuna, e il contorno che portiamo con noi, di cui spesso non siamo consapevoli.

Molto consigliato.

GGB

 

Ti regalo degli Amabili resti

Caro Visitatore,

Ho appena letto e recensito Amabili resti di  Alice Sebold.

Dato il taglio sistemico della recensione, ho scelto di pubblicarlo sul sito dell’associazione di promozione sociale Clelia, che da tempo consiglia anche film e romanzi.

A te che sei passato per questo sito, donerò l’intero romanzo nella mia prossima newsletter di maggio. Per iscriverti basta usare il form in alto a destra. Entro metà maggio invierò il regalo.

Per leggere la mia recensione, clicca qui.

Buona lettura,

GGB

 

La verità è così (se vi pare)

Io sono realmente come mi vede lei – Ma ciò non toglie, cara signora mia, che io non sia anche realmente come mi vede suo marito, mia sorella, mia nipote e la signora qua… Vi vedo affannati a cercar di sapere chi sono gli altri e le cose come sono, quasi che gli altri e le cose per se stessi fossero così o così.

 

Caro Visitatore,

mi è capitata tra le mani, ereditata da un partigiano di Roma (che non c’è più e a cui va tutto il mio affetto) una pregevole versione dell’opera teatrale Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, nientemeno che con il commento di Antonio Gramsci. Fu distribuita da L’Unità nel 1993.

Naturalmente, regalerò una versione dell’opera a tutti gli iscritti alla mia newsletter (basta inserire il vostro indirizzo mail nel riquadro in alto a sinistra).

Breve riassunto:

Il Signor Ponza e la moglie vivono in periferia, la signora Frola, suocera di Ponza, in un appartamento al centro. Il Signor Ponza impedisce a madre e figlia di incontrarsi; le due donne possono comunicare soltanto con bigliettini che si scambiano per mezzo di un cestino calato da una finestra.

La Signora Frola attribuisce questo comportamento all’amore ossessivo dell’uomo per la moglie, disponibile a far credere a lui di essere pazza pur di compiacerlo.

Il Signor Ponza afferma, invece, che la signora Frola è impazzita, crede che sua figlia, prima moglie del Signor Ponza, sia ancora viva e, di conseguenza, sta scambiando per sua figlia la sua seconda moglie. Questi soltanto per evitare un trauma alla suocera è costretto a impedire l’incontro tra le due donne, mostrandosi a sua volta pazzo di fronte a lei per compiacerla.

La situazione è misteriosa e ingarbugliata; tutti, nella ristretta comunità, la vogliono assolutamente dipanare, e con estrema agitazione. Vogliono soddisfare a tutti i costi quel perverso desiderio di conoscere le verità altrui.

E’ un’opera che meriterebbe una marea di riflessioni, ma mi piace riportarne una in particolare, che spero invogli alla lettura. La visione della verità, rimarcata dallo stesso Pirandello nei panni di Laudisi, forse l’unico dei personaggi che riesce a tradurre in parola i pensieri degli spettatori/lettori, a fronte di tanti personaggi affannati a cercare di scoprire la verità.

Una visione che nega l’esistenza di una verità assoluta e che la getta nel relativismo. E’ inutile cercare “la Verità”: essa non esiste, ma co-esistono in uno stesso istante esistono più verità, anche se apparentemente contraddittorie. Ciascuna è coerente in se stessa. La Verità è un volto velato (come appare la figlia sul finale), non si fa cogliere, regala a ciascuno di noi la sua visione personale (così è, se vi pare).

I due (Ponza e Frola) separatamente sembrano saggissimi, messi a confronto devono risultare in contraddizione, sebbene reciprocamente operino come se veramente uno faccia la commedia per pietà dell’altro. Chi dei due è pazzo? (…) La verità in sé non esiste, la verità non è altro che l’impressione personalissima che ciascun uomo ritrae da un certo fatto. (A. Gramsci)

A ben vedere, Pirandello riporta una questione che ancora oggi passa attraverso la visione assolutistica della Verità (vedi le posizioni della Chiesa e molti degli scritti di Benedetto XVI e di altri papi) e l’opposta visione di relativismo, molto comune tra le scienze. Amava dire Einstein: nulla è assoluto, tutto è relativo, un vecchio sarà contento di aver rotto uno specchio e di avere altri sette anni di vita, piena di guai.

Probabilmente il reale messaggio (ma esiste un reale messaggio? O è il reale messaggio personalissimo che vedo io? ;) ) che Pirandello ci consegna, tra le righe, è una derisione netta a quella tendenza tipicamente umana, a ficcare il naso tra le verità altrui, senza pensare alle proprie.

Tendenza che nell’opera teatrale, e in molti anfratti di vita reale, appare quanto mai perversa, esagerata, inconcludente. In fondo, abbiamo inventato Facebook per farci gli affari degli altri e portare al mondo social la nostra verità.

Tant’è (sempre se vi pare, eh?)

GGB