Che tipo di genitore sei? 10 domande sulla scia di Alessandro Curti, autore di “Padri Imperfetti”

41kue30W4tL._AA258_PIkin4,BottomRight,-39,22_AA280_SH20_OU29_Caro Visitatore,

Lo abbiamo sentito dire più volte ed è una drammatica verità. Il mestiere di genitori non lo si può insegnare. Come ha scritto Alessandro Curti, recensito la settimana scorsa, autore di Padri Imperfetti, è un’esperienza (…) un processo (…) un percorso che non finisce mai (…) un ginepraio.

Ma come in tutte le cose, porsi le giuste domande può aiutarci ad aggiustare il tiro, specie se queste domande comprendono la visione di sé stessi in relazione (con i propri genitori, con i figli, con il partner, con la rete sociale e con la società stessa). Alessandro le ha posto a sé stesso diventando padre, e le ha poi riportate nel suo testo (di cui consiglio la lettura).

Oggi le voglio condividere con te, Visitatore, commentandole, perché credo che siano domande che aiutano a mettersi in discussione, dunque a migliorarsi e, in un’ottica di salute, come quella che utilizzo io, sono utilissime a costruire nuovi percorsi genitoriali, a migliorarsi ogni giorno. Sono dunque costruttivistiche e utili ad allargare la nostra visione di figli e genitori e di agenti nel sociale.

1-      Che tipo di figlio sono stato?

2-      Cosa prendo di buono o scarto di cattivo dal rapporto con mio padre? E con mio nonno?

Queste due domande aiutano a indagare il rapporto trigenerazionale. Io con i pazienti vedo sempre attraverso il genogramma, chi sono o chi erano i loro genitori e nonni, per almeno tre generazioni. Perché, banalizzando molto il discorso, si può dire che ci sono dei comportamenti che si ripetono di generazione in generazione senza che ce ne rendiamo conto.

3-      Come, quanto, dove e perché è cambiata la società dei padri? Degli uomini? Delle donne?

4-      La società che tipo di padre vorrebbe che fossi?

alessandro_curtiC’è un rapporto triangolare che ci lega alla società. I nostri comportamenti influenzano e sono influenzati dal contesto di vita in cui viviamo, oltre che dalla biologia. È un rapporto bio-psico-sociale, dove questa ultima componente, il sociale, con la sua storia fatta di tradizioni e rotture, ha il suo peso. Quanto è diverso essere padri oggi rispetto al passato? Quanto è e deve essere diversa la relazione con i figli e con le mogli? Quanto i compiti vanno necessariamente divisi equamente tra le mura domestiche, nella cura della casa ma anche dell’educazione e della crescita dei figli? Ma anche: quali sono le aspettative del tessuto sociale? Quanto mi influenzano in positivo o in negativo?

5-      Che tipo di padre vorrei essere?

Ovvero quanto è distante il mio Sé attuale da quello ideale? Quanto posso ambirci e quanto è utopia? Quanto mi spiego il riuscirci e il non riuscirci? Quanto ciò guida la relazione con mio figlio?

6-      La mia compagna che immagine di padre ha?

7-      La mia compagna che tipo di padre vorrebbe per sua figlia?

Siamo in due a fare questo mestiere, o almeno nella maggioranza dei casi è così. Quanto l’altro è una risorsa per me, quanto guido e quanto mi lascio guidare? Quanto insegno e quanto apprendo? Quali sono le sue lenti per vedere la danza relazionale a tre che facciamo? Qual è il suo vissuto di figlia? Quanto influenza le sue aspettative, quanto le carica di possibilità e impossibilità, in relazione alle mie?

8-      I padri che ho intorno a me come sono?

Quanto so utilizzare la rete sociale? Quanto la so vedere? Quanto leggo in essa una risorsa per l’educazione dei miei figli?

9-      Mia figlia che padre vorrebbe?

Quanto so ascoltare mio figlio? Quanto so soddisfare le sue aspettative senza colludere con esso? Quanto so gestire l’autorevolezza? E se non sono autorevole, sono permissivo o autoritario? Quanto so specchiarmi nei suoi occhi e vedere un buon genitore? Quanto so apprendere dai miei sbagli come genitore e dagli errori della sua età? Quanto so spiegargli che non sono perfetto…?

E aggiungo io una decima… quante volte ci poniamo, caro visitatore, queste domande?

GGB

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Da uno scambio su facebook nasce un articolo: la materia “sessualità” a scuola, e la socio-affettività?

downloadCaro Visitatore,

da un commento può nascere uno scambio molto costruttivo e se poi esso ispira
un articolo, cosa volere di più?

Tutto è nato da una notizia letta sull’Ansa ieri mattina, in merito alla richiesta dell’UE
di introdurre l’insegnamento della sessualità in tutti i gradi scolastici, asilo (scuola primaria) compreso.

In Svizzera addirittura viene proposto l’utilizzo di giocattoli e fumetti più o meno espliciti.

In questa proposta, non una parola viene però dedicata alla socio-affettività, questa grande
assente in molti istituti scolastici, sovente dediti all’insegnamento della razionalità
e del nozionismo (certo importanti), a svantaggio della componente fondamentale della vita: l’emotività.

Cosa provo? Cosa prova l’altro? Come si sta in relazione? Quanto conta
l’empatia in un rapporto? Sono tutti insegnamenti che non possono essere
trascurati, ma soprattutto staccati dalla materia sessualità.

Il mio post su facebook era volutamente provocatorio, per essere  timolo di dibattito:

La sessualità diventa per l’Europa materia obbligatoria in tutti i livelli scolastici, scuole dell’infanzia comprese. In alcuni Paesi si ipotizza l’uso di giochi e fumetti più o meno espliciti. Non una parola sull’educazione alla socioaffettività, allo stare in relazione. Sembra tanto un ridurre l’uomo e la donna a Pene e Vagina. Poi non ci lamentiamo del femminicidio, degli stalker e delle violenze familiari. Ci sono anche degli antecedenti che permettiamo.

La conversazione che ne è nata è stata ricca e approfondita, come puoi vedere qui.

Un collaboratore di Radiovortice, Diego Romeo, che ogni mercoledì pubblica
un bell’editoriale (Il Palazzo Enciclopedico) scritto per la Radio (stiamo lavorando per portarlo al microfono),
è rimasto molto colpito dallo scambio, stendendo una bella riflessione sulla tematica:

L’Uomo animale sociale o sessuale?

Ti lascio qui il suo editoriale, intitolato buona lettura, e se vuoi lasciarmi un commento in
merito, sarò felicissimo di leggerlo e scambiare qualche opinione con te

GGB

Ti regalo le notti bianche di Dostoevskij

Caro Visitatore,

oggi condivido con te un classico, nato dalla penna di Dostoevskij: Le notti bianche, che insieme a Delitto e castigo penso sia una delle opere più lette e amate dell’autore. Naturalmente lo invierò in regalo nella prossima newsletter e dopo Calvino, Pirandello e Schnitzler è il quarto regalo che invio. :D

Se ancora non sei iscritto e ti sei perso tutti questi doni, clicca qui. Farò in modo di inviarteli, perché i bei libri vanno sempre condivisi.

Sull’autore, puoi trovare una miriade di informazioni in rete, io ti segnalo questo blog,che contiene spunti molto interessanti e di livello, e mi limito a citare una sua frase, trovata nella prefazione al testo. Fedor la scrisse in una lettera al padre a soli 18 anni. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo. Penso sia un vero inno alla ricerca dell’altro, a me ha colpito molto.

Ho letto questo romanzo in versione cartacea, edita dalla Newton & Compton e pagata al prezzo di un caffè, 0,99 centesimi…!

Fedor si trasforma in un sognatore, che vive la sua esistenza tra mille fantasticherie, interrotte per un breve lasso di tempo (quattro notti, per la precisione) dalla dolce Nasten’ka. Il testo si apre con una deliziosa, seppur malinconica, descrizione di San Pietroburgo, delle sue strade e dei suoi palazzi, che sembrano quasi diventare umani attraverso gli occhi del sognatore, come rivela questo passo:

E conosco bene anche tutte le case. Quando cammino pare che ciascuna di esse mi venga incontro lungo la strada, mi guardi da ogni finestra e mi dica: «Buongiorno; come va la salute? Io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano». Oppure: «Come state? Quanto a me da domani dovrò essere restaurata». Oppure: «Per poco non sono andata a fuoco e mi sono presa uno spavento!» e altre cose del genere.

Quanta solitudine c’è nella vita di un uomo che nell’immobilità dei palazzi cerca una relazione vagamente umana? Il sogno diventa un rifugio di fantasia, per sfuggire a una vita solitaria, diviene un ricettacolo che sostituisce una realtà che il protagonista sembra non accettare. Mi è sembrato avere contemporaneamente il dolce profumo dell’infinito e l’odore di chiuso di una prigione. Scrive Dostoevskij: anche a casa ero depresso. Per due sere cercai di capire. Cosa mi manca nel mio angolo? Perché era così difficile restarvi?

La domanda dunque è cosa ho perso? Una delle prime da porsi, in caso di depressione. E il protagonista de Le notti bianche è melanconico e depresso, cerca consolazione e chissà cos’altro nella sua fantasia: Un nuovo sogno – una nuova felicità! Una nuova dose di veleno raffinato e lussurioso! Oh, che ha a che fare con la nostra vita reale!

Tutto il testo è narrato in prima persona, ma il protagonista usa la terza persona singolare per descrivere la sua sofferenza, l’assenza di calore umano e la vuotezza che connotano la sua vita, in breve la sua depressione e conseguente  fuga nel sogno: E il sognatore fruga invano, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, cercando in quella cenere almeno una scintilla, per soffiarci sopra, per scaldare al fuoco rinnovato un cuore ormai freddo, e ridestare in esso tutto ciò che prima gli era caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e ingannava tanto magnificamente!

La poesia che Dostoevskij trasmette in quella prima notte stellata che il lettore incontra, è incantevole. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose? Bella domanda, caro Fedor, hai tanta tanta ragione… e fai bene ad aggiungere che Questa pure è una domanda giovane, caro lettore, molto giovane, ma che il lettore la mandi più spesso alla vostra anima!

Nasten’ka capita quasi all’improvviso, quando il sognatore la salva da un molesto passante. La sua presenza interrompe il suo continuo e malinconico viaggio con la mente [… perché Dio vi ha mandato a me, mio buon angelo (…) e cos’altro potrò sognare, quando sono stato nella realtà tanto felice accanto a voi?]. Il sognatore si professa amico, ma è cotto di Nasten’ka, anche se appare più innamorato dell’idea di avere il calore di una presenza umana, non più vacua come i suoi sogni. Quanto rendono meravigliosa una persona la gioia e la felicità! Come ferve un cuore innamorato! Sembra che tu voglia riversare tutto il tuo cuore in un altro cuore, vuoi che tutto sia allegro, che tutto rida!

Chissà perché questa scelta della terza persona? Chissà se Dostoevskij non parlasse piuttosto della sua solitudine?

Saltuariamente si dice felice, tanto che gli sembra di essere in Italia… Sarebbe interessante vedere come oggi Dostoevskij giudicherebbe il nostro Paese, se ancora l’assocerebbe all’immagine della felicità! O.o

Nel dialogo notturno tra i due, il protagonista sembra tornare all’adolescenza, all’epoca in cui ci si strugge per il primo amore, in cui si ama, ma non si confessa, in cui si maschera con l'”amicizia” un sentimento più profondo.

Mi è sembrato che in qualche tratto il protagonista fosse eccessivamente patetico, probabilmente fu una cosa voluta dallo stesso Dostoevskij.

Un romanzo indubbiamente da leggere, breve ma ricco di emozioni e di pathos, come emerge dai molti dialoghi in cui i protagonisti spesso ripetono più volte una frase carica di emozione: Che fare, che fare? o Ah, mio Dio, mio Dio! (il romanzo è pieno di simili ripetizioni emotive).

Il finale, ovviamente, non te lo svelo, anche se è abbastanza prevedibile. Lascio che sia tu stesso a scoprirlo dalla lettura che lunedì ti invierò in dono ;)

Ti lascio con tre interrogativi, che il romanzo stesso mi ha posto e che pongo a te:

Quanto utilizzi i sogni e le fantasticherie per evadere dalla realtà o quanto costituiscono piuttosto un rifugio obbligato?

Nella tua vita li usi come risorse per vivere meglio o sono prigioni dove ti chiudi?

E la persona che ti è accanto è un qualcuno con cui condividere i tuoi viaggi mentali o un elemento di disturbo al vagabondare della tua mente?

Dalle risposte, possiamo capire quanto il fantasticare sia per noi risorsa o ostacolo. Quanto stiamo arricchendo la nostra realtà con la fantasia o quanto ci stiamo perdendo della bellezza del reale per chiuderci in un pensiero.

Buona lettura e buona riflessione ;)

GGB

La mia intervista sul blog “Scritturati”: psicologia e narrativa

270221_2139095608066_1566432379_3632219_3336917_nCaro Visitatore,

approfitto di questa intervista che mi ha gentilmente sottoposto il poeta Vincenzo Monfregola per presentarti il blog- Magazine Scritturati.

Durante l’intervista abbiamo presentato il mio romanzo Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità, l’antologia Crisalide (su cui è edito il mio racconto La filosofia dell’ottimismo), e l’omonima trasmissione su Radiovortice.it.

Ma soprattutto, e questo è secondo me il punto di forza delle domande di Vincenzo, abbiamo parlato di Psicologia, cosa è, cosa studia, quanti muri pregiudizievoli deve ancora abbattere.

Ti lascio il link dell’intervista che puoi trovare cliccando qui.

Dai un’occhiata al Magazine: è molto cliccato, ha una bella grafica, parla di libri, narrativa e… chissà che non ti intervisti? ;)

GGB

Correre rischi aumenta la soddisfazione di sé?

images (11)Caro Visitatore,

a volte capita che qualcuno venga a visitare il blog, e notando la sezione di Psicologia della
Salute ti richieda un’opinione per un’indagine sul rischio.

A partire dalle teorie di William Gurstelle, secondo il quale la propensione di un individuo a correre rischi ha un impatto molto forte sul suo grado di felicità e di soddisfazione personale, ci si sta chiedendo se la propensione al rischio di un individuo possa produrre benessere per lo stesso o quanto meno una percezione di maggiore soddisfazione
di vita.

Mi sono state rivolte dunque tre domande sull’argomento.

Qui trovi cosa ho risposto, naturalmente sempre in un’ottica di promozione della salute.

A mio avviso, anche il rischio e la tendenza a sfidare i propri limiti possono essere positivi per l’uomo, basta avere ben chiara qual’è la giusta misura.

Mi piace condividerlo con te, per conoscere la tua opinione in merito :)

Saluti,

GGB

 

Quando la patologia diventa un alibi per non pensare al sociale

201305131545-400-aggrediti_a_picconate_1Caro Visitatore,

oggi voglio condividere con te una riflessione alla luce di quanto ho ascoltato sui media, dopo il massacro avvenuto nei giorni scorsi a Milano, a opera di quel ghanese, Kakobo, che sosteneva di aver sentito voci cattive che lo spingevano a uccidere.

Personalmente sono rimasto allibito dal fatto che i media, e la nostra cultura più in generale,  abbiano agito in modo così riduzionista, relegando la colpa alla sola follia di quell’uomo. Mi sembra un modo per relegare al singolo la colpa, lavandosene le mani, rinunciando così ad agire sul sociale. La stessa difesa ha puntato all’analisi del profilo psicologico come giustificazione della morte di cinque persone.

In sintesi, lo dichiariamo pazzo, diamo una causa riduzionista a quanto è accaduto, piangiamo i morti, e come società ci laviamo la coscienza.

Per decenni, e forse più, abbiamo isolato il malato tra quattro mura, e dopo l’avvento della legge Basaglia, le cose non sono cambiate più di tanto. Ora le barriere non sono più fisiche (o almeno non dovrebbero esserlo) ma mentali: la società ha bisogno di isolare la follia, per giustificare una forma di pazzia più accettabile che viene definita normalità.

Questo è un modo di agire che porta a colpevolizzare il singolo, senza puntare a migliorare il sociale, dove tutti siamo coinvolti, non nella misura della colpa, ma della responsabilità. Responsabilità che è in primis delle istituzioni, ma anche di ciascuno di noi.

Sarà forse un dato importante che quest’uomo da cinque mesi viveva per strada, isolato da tutto e da tutti?

Sarà forse una variabile non trascurabile il fatto che non vedesse da mesi una donna, e vivesse alla stregua di un reietto?

Se ad azione corrisponde reazione, avrà influito anche l’atteggiamento del sociale nei confronti suoi, e di tanti altri sbandati che la società non riesce ad integrare?

Non sono di quelli che dice che tutti abbiamo la colpa di ciò che accade. Ma sono convinto che la società sia un sistema complesso, all’interno del quale se la colpa è del singolo, la società debba comunque interrogarsi per capire dove ha fallito, dove non ha integrato, dove ha lasciato soli e alla stregua della follia sia il Caino che l’Abele.

Negli ultimi 20 anni (ricorda la fazione politica che è stata la governo) c’è stata una tendenza a trascurare il sociale, togliendogli le risorse per produrre il benessere degli individui. Si è patologizzato tutto, puntando all’isolamento dei singoli devianti: sei diverso? Vai evitato. Sei folle? Vai richiuso. Sei immigrato? Vai cacciato. Sei un deviante? Vai recluso… poi esci e delinqui di nuovo, e anche lì non ci chiediamo come mai un sistema carcere che dovrebbe progressivamente farti tornare a essere membro di una società, non funzioni (probabilmente è la stessa premessa dell’isolamento e della non integrazione, a essere errata).

Tua è la colpa di una società che non funziona, tu sei il capro espiatorio per dire che tutto va bene. Se colpevolizzo tu, e i tuoi neuroni non collegati bene, o la tua cultura, anni luce indietro rispetto alla mia. In questo modo giustifico la mia normalità e la sanità del contesto in cui vivo.

Probabilmente, se trovassimo nel sociale le cause di ciò che accade attorno a noi, in quel  sistema a cui tutti apparteniamo, riusciremmo a promuovere realmente salute e legalità, benessere e talenti, e a prevenire stragi che oggi facilmente possiamo spiegarci colpevolizzando il singolo.

Certo, pensare al sociale è più difficoltoso, la nostra mente tende all’economia, allo spiegare tutto e subito, a trovare la soluzione più rapida, evitando riflessioni approfondite e curate.

Che dici? Non sarà il caso di iniziare a farci qualche domanda e ad iniziare a riflettere anche noi sul sistema che ci circonda?

Probabilmente nel sociale troveremmo la risposta per affrontare adeguatamente il problema, evitando di ridursi al facile isolamento del folle di turno, in attesa del prossimo  “pazzo” e dei prossimi morti.

GGB

La filosofia di Daniel: rendi la tua vita straordinaria!

<<Ognuno di noi è straordinario perché anche senza accorgersene può provocare grandi eventi e cambiare la vita di un’altra persona. Abbiamo un potere che non ci rendiamo neanche conto di possedere e ogni scelta che facciamo, anche minima, può condizionare enormemente la nostra vita e quella degli altri senza che possiamo farci veramente nulla.>>
Tratto da Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità

Selvaggia, di Giovanni Garufi BozzaCaro Visitatore,

oggi torno a parlare di Selvaggia, dopo tanto tempo, finalmente. :)

Settimane fa, quando ho conosciuto di persona la poetessa Alessandra Prospero, scherzavamo assieme sul fatto che entrambi diffondevamo unicamente i post dedicati ad altri e raramente quelli dedicati ai nostri libri. ^^’

Forse abbiamo capito il vero senso della promozione: è solo dando che si riceve. E’ solo dando voce ad altri, che si ha voce.

Però è anche ora di scrivere qualcosa, ispirata a una particolare recensione tra le varie ricevute in questi mesi. Le ho apprezzate tutte di cuore, ma quella di Cinzia Pizzo (la trovi a questo link), mi ha particolarmente colpito, perché ricorda la filosofia che Daniel cita a Martina: quella del rendere la vita straordinaria.

Ti  allego qui il pezzo di riferimento, con il dialogo tra Daniel e Martina, in cui il ragazzo spiega cosa voglia dire rendere la propria vita straordinaria.

E’ ispirato a una filosofia che mi trasmise un insegnante di arti marziali (per la precisione di kung fu), durante una lezione.

Chiese a tutti gli allievi: come potete rendere la vostra vita straordinaria?

Dopo esserci sbizzarriti in centinaia di ipotesi di straordinarietà, capimmo che la risposta non c’era, o meglio, non c’era una risposta al come renderla straordinaria: lo era già, perché unica.

Noi siamo esseri unici ed irripetibili e non può esistere un altro uguale a noi. Persino i gemelli sono diversi tra loro, seppur somiglianti fisicamente. Ciò ci rende straordinari.

E, dirà Daniel, siamo straordinari anche perché abbiamo un influsso sugli altri, pur solo con uno sguardo, un gesto, un sorriso. Influenziamo l’altro volontariamente e involontariamente.

Siamo in grado di modificare la vita di un’altra persona, senza neanche rendercene conto.

Un bella pompata di autostima, non trovi? ;)

A volte sentiamo i problemi oberarci totalmente, ci sentiamo impotenti di fronte alle situazioni, alle persone e ai contesti. E abbiamo bisogno di appellarci alle nostre risorse per far fronte alle situazioni di vita.270221_2139095608066_1566432379_3632219_3336917_n

La prima risorsa, che definirei basilare, accanto alla capacità di interrogarsi, è il rendersi conto che sappiamo influenzare l’altro e modificargli la vita con un semplice gesto, anche senza rendercene conto.

E costui si modificherà già a partire dalla nostra semplice presenza. Una mia docente della scuola di psicologia della Salute, ama dire che i sistemi, di qualunque tipo siano, si modificano non appena mettiamo piede al loro interno, riorganizzandosi automaticamente per gestire la nostra presenza e raggiungere un nuovo equilibrio.

Semplicemente entrando, inneschiamo un cambiamento, pensa che potere abbiamo!

Daniel citerà vari esempi su come le persone possano influenzarsi a vicenda, anche solo con un respiro, quindi evito di riportare altri esempi, sperando di incuriosirti con la lettura.

In sintesi perciò, attraverso il discorso del protagonista del mio romanzo, ho voluto sottolineare:

– quanto la nostra vita sia straordinaria, perché talmente rara da essere unica e irripetibile.

– quanto questa nostra unicità concorra a renderci capaci di sconvolgere il sistema che ci circonda.

– Quanto le condizioni precedenti possano incrementare la nostra autostima.

Semplice filosofia… o una base psicologica per rivedere in modo positivo le nostre possibilità e capacità, e arrivare a dire che non esiste una situazione in cui siamo del tutto impotenti? ;)

Un abbraccio,

GGB

Il significato de “La filosofia dell’ottimismo”, il mio racconto sull’antologia Crisalide

Crisalide, Raccolta

Caro Visitatore,

oggi riprendo in mano il testo di Crisalide (libro a cui è ispirato il programma radiofonico che conduco), parlando un po’ del racconto che ho scritto su questa antologia o meglio chiarendo la filosofia che ne è alla base, che parte dagli insegnamenti della scuola di specializzazione in Psicologia della salute di Roma, con sede ad Orvieto.

E’ la scuola dove mi sto formando alla psicoterapia. Come vedrai in alto, ho aperto anche una sezione sul blog, intitolata “Psicologia della Salute”, per pubblicare articoli legati a questo approccio, che è centrale in tutta la mia produzione letteraria.

Lo scopo è avvicinare la psicologia alla gente, promuovere il benessere, sfatare il mito dello psicologo “strizzacervelli” e del cliente necessariamente malato. Al momento, devo ancora riempirla di contenuti: work in progress! A breve avrò anche delle novità e dei regali per te, quindi tieniti aggiornato ;)

Cardine centrale dell’insegnamento della scuola di Psicologia della Salute è la promozione del benessere e della stessa salute, l’attivazione delle risorse dell’individuo, atte a migliorare la sua vita. Il miglioramento della società può però passare attraverso una modifica del linguaggio di uso quotidiano, dando un senso migliore, ovvero una coloritura diversa, più ottimistica e positiva, che guardi alle potenzialità e non ai limiti di ciascun concetto.

Faccio alcuni esempi, citati in modo narrativo nel racconto:

1- Partiamo dall’errore, dallo sbaglio. E’ un termine che nel senso comune ha in genere una coloritura negativa: si ha paura di sbagliare, si critica lo sbaglio, si vede l’errore come una carenza propria e dell’altro. E’ proprio così? Ovviamente, NO! Sbagliare è bellissimo, è la principale fonte del cambiamento. Ci dona la percezione di essere umani, di non essere automi privi di volontà, macchine che non osano, che ripetono in modo coatto la stessa azione, senza sbagliare mai.

Bisognerebbe invece errare almeno una volta al giorno per sentirsi veramente vivi, per essere consapevoli che si sta crescendo, che si sta migliorando, che si sta apprendendo dal proprio errore. E con questa concezione forse non avremmo più paura di sbagliare, di osare; elimineremmo la vergogna, la timidezza che ci assale quando qualcuno ci fa notare l’errore o ci muove una critica.

Non cercheremmo mille giustificazioni tra il rossore delle nostre guance, ma semplicemente ringrazieremmo chi ci critica. perché è fonte di apprendimento e dunque di miglioramento personale.

2- Passiamo poi allo sgomento. Tipicamente è quell’emozione che ci paralizza, facendoci rendere conto che non abbiamo le risorse per affrontare una data situazione. E’ dunque anch’esso connotato negativamente.

E se invece quella stessa paralisi fosse un motore del cambiamento? Se il provare sgomento potesse attivare la ricerca di quelle risorse che ci aiutano a gestire la situazione? Anche lo sgomento diverrebbe fonte di apprendimento e sarebbe così connotato positivamente.

3- Ultimo termine (ma ce ne sarebbero molti altri da rivalutare!) è quello di crisi. I media ci descrivono quotidianamente varie tipologie di crisi che l’uomo sta affrontando, non ultima quella economica. Va da sé che la crisi abbia un significato tetro e negativo.

La domanda è: se fosse invece un’opportunità di crescita e di cambiamento?

Una crisi, di qualunque tipo sia (umana, economica, emotiva, familiare ecc.) ci porta inevitabilmente a fare una cernita dei limiti e delle risorse che abbiamo a nostra disposizione per gestire la crisi stessa.

Questa cernita ci permetterà di superare i primi e di incrementare le seconde, accrescendo noi stessi e preparandoci ad ulteriori sfide, che affronteremo con maggior vigore, grazie alle crisi già affrontate e alle risorse già ottenute.

Questa dunque la filosofia alla base del mio racconto, che ha come cardine una totale rivisitazione del linguaggio e dei termini usati dal senso comune.

Il protagonista è uno scrittore, perché agli scrittori e ai linguisti è data la capacità di giocare con le parole, di costruire nuove metafore, di dare un nuovo colore alle parole.

Ed è l’invito che faccio agli scrittori, forse un po’ alla Benigni (di cui ti regalo questo splendido video): giocate con le parole, cambiategli il senso, scopritene di nuove, coloratele di nuovi luci, donategli una gradazione positiva!

Date al lettore delle nuove lenti per vedere il mondo, delle lenti positive. Donategli un mondo in cui le parole hanno un nuovo significato.

Ci sono molti modi per combattere la crisi, uno certamente parte dagli scrittori, specie quando sanno toccare il cuore del lettore, e sanno donargli delle lenti nuove attraverso cui vedere il mondo.

Forse è ottimismo, caro visitatore.

Forse è utopia.

Forse… è possibile ;)

GGB