Ancora su Venetia Nigra: la relazione senza nome.

Caro Visitatore,

negozi di mascheresubito dopo aver recensito il romanzo Venetia Nigra, di Alessandro Vizzino, ho sentito che mancava qualcosa. Tanto mi ero soffermato alla sua capacità di ambientare la storia in un contesto non facile da riportare su carta, Venezia, da perdere un nodo importante, all’interno della storia, che mi ha stimolato diverse riflessioni. Il rapporto tra il protagonista Niccolò Testier Gritti e Zanetta, la madre del narciso per eccellenza, Giacomo Casanova, nel libro di Vizzino ancora neonato.

Per chi non ha letto il libro, Niccolò è un personaggio affascinante, a suo volta narciso, che si dedica al gioco, alle belle donne, e che perde letteralmente la testa per la moglie di un altro, Elisabetta, che sposerà a sua volta.

Eppure nel cuore ha anche Zanetta, in una relazione che viene descritta con pennellate sottili da Vizzino, in pochissime pagine, e che si può riassumere con una sua frase, che dà sapientemente l’idea del tutto. Non era semplice attrazione a condurlo verso quella donna, tanto meno il capriccio o un prurito erotico, bensì la certezza di non dover sprecare un’altra volta, adesso che l’aveva riavuta, una fratellanza più unica che rara, un connubio che assorbiva la propria forza da un’affinità congenita, dalla capacità di riconoscere l’uno negli occhi dell’altro, come due specchi posti a confronto.

Questa frase, questa semplice frase, mi ha fatto letteralmente vibrare. Mi ha richiamato alla mente un tema che ho già trattato su questo sito: le relazioni senza nome. Quei legami, quei rapporti, che non rientrano nelle categorie che la nostra razionalità è abituata a categorizzare in amore, amicizia, parentela…

venetia-nigraEsistono persone, che si si presentano alle porte del nostro cuore e che creano una tale intesa con noi che ogni termine diventa limitante per descrivere ciò che proviamo per loro. L’amore stesso diventa riduttivo, come l’amicizia. Vizzino definisce il rapporto tra Niccolò e Zanetta fratellanza, ma anche questo termine, sono convinto, non coglie neanche per lui la vastità della complessità dell’affetto che lega i due. Tant’è che deve aggiungere due aggettivi: più unica che rara. E deve completare con un’ulteriore considerazione, poche righe dopo. Esistono sentimenti speciali, che prevalgono su qualsiasi interesse, che sopravvivono a ogni distanza, al tempo, allo spazio, persino all’impossibilità di un amore carnale, compiuto.

Sono quelle relazioni dove l’affetto risalta in tutte le sue sfaccettature (affetto cerebrale, emotivo ed erotico). Se ci si possedesse carnalmente, si ammetterebbe di essere caduti nella banalità dell’Eros.  Se si cadesse nella razionalità, si ammetterebbe di essere solo amici. Se si cadesse nell’amore, si ammetterebbe di essere solo innamorati.

“So a cosa stai pensando” le confidò il patrizio (Niccolò).

“Cosa?”

“Quello a cui sto pensando io.”

“Cosa?” ripeté la ragazza.

“Vorrei baciarti.”

“Hai ragione, lo vorrei anch’io. Però…”

“Ce lo siamo detti.”

“E non ce lo diremo mai più.”

“Per l’eternità.”

In queste relazioni non si cade mai e si continua a restare nel volo di un limbo indefinito, un limbo limaccioso tra ciò che si ha e ciò che non si avrà mai, parafrasando Vizzino. Un limbo che nella sua indefinitezza rende vivo e acceso il rapporto stesso.

E’ un rapporto che spesso coinvolge la nostra parte più narcisa, quella che ha bisogno di uno specchio continuo per vibrare e sentirsi viva, e di essere essa stessa specchio per la parte narcisa dell’altro, in una coazione a riflettere continua, che tende all’infinito.

Dare un nome a queste relazioni, farle cadere nella banalità dell’amore, dell’amicizia o di qualsiasi altra definizione di rapporto comunemente data, significherebbe uccidere la relazione stessa.

Ho preso un frammento del romanzo di Alessandro, che mi ha stimolato a continuare a riflettere sulla ricchezza delle relazioni che intessiamo con l’altro, che spesso il nostro linguaggio non ha parole per descrivere nella loro ricchezza. Serve lo sguardo acceso che accompagna le parole di chi descrive la sua esperienza di queste relazioni, il fuoco che saprete cogliere negli occhi di chi le avrà vissute e te ne parlerà.

Ti lascio con un consiglio: ripensa a quelle relazioni che non sei riuscito a chiamare per nome. Ascolta il fuoco che hai dentro che crepita quando ne parli, le emozioni che vibrano uno dopo l’altra. Concentrati su di esse e pensa alla persona con cui le hai intrecciate, perché se ogni persona compare nella nostra vita per dirci qualcosa di noi, in queste particolari relazioni, la persona stessa ha acceso molti più fari nella notte del nostro essere, di qualunque altra. E no, non era semplice amicizia, non era semplice amore, non era semplice fratellanza… era più della somma di tutte queste cose, e ti sei compreso, o compresa, e ancora puoi comprenderti, grazie ad esse e al mistero che le accompagna.

 GGB

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La mia recensione di “Creature di un giorno”, di Irvin D. Yalom

Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. 

(Marco Aurelio)

 

C51d0fzve6nl-_sx321_bo1204203200_aro Visitatore,

oggi voglio parlarti di un libro e di un autore capaci di toccare il cuore, Creature di un giorno e di Irvin D. Yalom, psichiatra e autore di diversi testi, tra cui La cura Schopenhauer e Le lacrime di Nietzsche.

Dieci casi di psicoterapia seguiti da Yalom, con grande maestria, che toccano i temi più profondi dell’animo umano, la morte, la malattia, l’amore…

Il Chicago Tribune ha definito questo testo un libro in cui il terapeuta è un poeta, e la terapia un’arte. E mai definizione fu più adeguata. Yalom porta il lettore dentro le emozioni e soprattutto dentro la relazione terapeuta-paziente, una relazione trasparente, pura, reale, vibrante, dimostrando che la psicologia non è mera scienza della mente, ma scienza della relazione.

Yalom accoglie la persona nella sua interezza, nel suo essere globale, senza approcci precostituiti, freddi, comportamentali, senza diagnosi -etichette, ma con un approccio olistico che rispetta l’Altro, il proprio essere terapeuta, e lo spazio e il tempo che passa tra loro: la relazione.

Esiste un paradosso, che Yalom cita, e che attiene al processo psicoterapeutico: il cliente sembra diventare dipendente dal terapeuta, per aprire relazioni sane fuori dal contesto terapeutico. Diventa dipendente da un contesto sufficientemente buono, per dirla con Winnicot,  accogliente, capace di rispettarlo e di renderlo, alla fine, indipendente dal contesto stesso. Un utero capace di farlo rinascere. Se riesco a creare un ambiente genuino e accogliente, i miei pazienti troveranno l’aiuto di cui hanno bisogno, spesso in modi meravigliosi che non avrei potuto prevedere o persino immaginare.

Ed esistono insegnamenti utili ai terapeuti, che le scuole di psicoterapia non insegnano e che nascono da un’esperienza pluriennale e da una capacità dell’autore di passarle in modo umile e semplice. Ancora una volta mi sentivo pieno di umiltà al cospetto dell’infinita complessità della mente umana.

Yalom ha più di ottanta anni, e l’arrivo della fine della vita è ben presente nel suo processo terapeutico e nei suoi scritti: faccia presto a ricontattarmi, si ricordi la mia età. Eppure la visione della morte diventa risorsa per le sue terapie, la morte inizia con la vita una danza, diventa un opposto indissolubile dalla vita stessa, una risorsa fondamentale per ricordarsi di vivere appieno il proprio essere.

E’ un libro che consiglierei a tre categorie di persone.

Ai terapeuti inesperti, che Yalom cita spesso. E credo che, al pari di un uomo di più di ottant’anni, con la sua umanità e professionalità ed esperienza, meravigliato ancora dalla complessità e unicità dell’uomo, rispettoso dell’Altro e della relazione, possiamo considerarci con grande umiltà tutti terapeuti inesperti.

A chi porta dentro una sofferenza, in particolare un lutto e una perdita, perché il vero punto di forza di Yalom è la profonda umanità che restituisce dignità e calore all’individuo nel suo essere in divenire, lima gli spigoli duri dell’esistenza. Conosco persone che hanno subito lutti dolorosi che hanno ritrovato il sorriso nel leggere i suoi scritti.

A chiunque voglia riflettere sulla vita e sull’uomo, in tutte le sue sfaccettature.

 GGB

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L’estate addosso: le relazioni senza nome

59306_pplCaro Visitatore,

sono andato a vedere L’estate addosso, di Gabriele Muccino, e vorrei condividere con te alcune riflessioni che mi ha ispirato.

E’ un film che segna una sorta di passo indietro rispetto alla filmografia del regista, che si era incentrata, dopo l’incontro con Will Smith, sulle tematiche dei padri e dei figli. In questo suo ultimo lavoro torna all’adolescenza, o meglio ai giovanissimi adulti, alla costante ricerca di sé, creando un viaggio, dall’altra parte del mondo, negli States, in cui hanno modo di cercare e trovare loro stessi.

Strano, a 49 anni, tornare proprio lì.

A questi elementi aggiunge l’incontro con il diverso, da un lato Maria, la bigotta, con i suoi pregiudizi, e dall’altro la coppia gay di Matt e Paul. Da un lato la cultura italiana, che tanto ammira Paul, dall’altro l’esame di realtà che Maria e Marco riportano ai due americani, su un Paese come il nostro che di limiti ne ha tanti. Da un lato il sogno americano, dall’altro le difficoltà di una coppia di giovani degli USA che vorrebbero seguire le loro personali ambizioni, ma si ritrovano incastrati in lavori che non amano, e in famiglie che non accettano la loro scelta d’amore.

Da questo incontro si crea una bolla, in cui i quattro ragazzi sperimentano una relazione che non ha nome. Non è amicizia e non è amore, è qualcosa di altro. Credevo fosse tre il numero perfetto, dirà Marco, ma non sono più così sicuro. Muccino riesce, ed è il pregio di questo film, a far vedere i fili che legano i quattro ragazzi, i fili di un’armonia altra, che l’essere umano è capace di creare.

E da qui la riflessione che vorrei portarti: siamo abituati a dare un nome a tutte le relazioni, a categorizzarle dentro classi che ci danno sicurezza. Esistono relazioni d’amore, d’amicizia, relazioni tra ex, relazioni genitoriali, familiari e via dicendo. E poi ci sono quelle relazioni, le più armoniche, che non hanno un nome. Legami che ci uniscono e che vorremmo riuscire a definire, ma non troviamo le parole, perché sono talmente indescrivibili, che le parole non le abbiamo mai trovate per dar loro un nome. E perché, se riuscissimo a descriverle, non ci farebbero vibrare così tanto.

E sono relazioni che ci fanno paura, tanto che le isoliamo in un viaggio, in un’esperienza altra, fuori dai soliti schemi, in una bolla, come la definirà Matt. Una bolla sospesa.

Il fine di questo post non è di consigliarti di vedere il film. Ma di ripensare a quelle relazioni e a quei legami a cui non sei riuscito a dare un nome. Quelle che hai definito solo e soltanto con un non o con un come: non era amore, non era amicizia… Eravamo come fratelli, eravamo come padre figlio.

E, superando le definizioni, di concentrarti con il pensiero solo sulle emozioni e sulle sensazioni che hanno fatto vibrare queste stesse relazioni. Perché, credimi, sono le relazioni fuori dagli schemi che più di ogni altre ci narrano di noi, perché ci fanno sentire nudi, senza abiti, senza difese. Puri. Reali. Diversi da come avevamo creduto di essere fino a quel momento.

 

 GGB

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La mia recensione a “Gli amori briciola”, di Umberta Telfner

L’amore è un castigo. Ci punisce per non aver saputo stare soli.

M. Yourcenar

Caro Visitatore,

hai presente gli amori briciola? Quelle relazioni vuote, dove uno o entrambi i partner lasciano all’altro solo briciole di sé e della propria affettività? Sono quelle relazioni costituite da persone che stanno insieme pur dandosi il minimo indispensabile: poco dialogo, poca intimità, sesso scarso. Vanno bene se ambedue sono soddisfatti così, va un po’ meno bene se uno dei due è insoddisfatto o soffre.

La persona briciola è intelligente e mai banale, non si coinvolge affettivamente e tende a mantenere le distanze, facendo passare ciò per un atteggiamento naturale. Al suo fianco, un partner che soffre per la chiusura emotiva dell’altro o si accontenta delle briciole di affettività, scambiandole per pagnotte.

Oggi ti presento Gli amori briciola, quando le relazione sono asciutte, di Umberta Telfner. Ho già avuto modo di presentarti questa psicoterapeuta e autrice con la recensione a Ho sposato un narciso.

Solito pregio, già evidenziato nell’altra recensione. Umberta Telfner ha uno stile molto divulgativo, alla portata di tutti, e sa aprire diverse finestre di riflessione sulle relazioni. Dosa benissimo narrazione e saggistica, coinvolgendo il lettore.

Ho letto Gli amori briciola in pochi giorni, segnandomi diversi passaggi, utili dal punto di vista personale e professionale.

L’immagine più bella per descrivere i briciola? Quella di una nave in viaggio, incapace di fermarsi troppo a lungo in un porto e sempre pronta a ripartire, e ad abbandonare l’altro, al primo accenno di coinvolgimento.

La frase tipica dei briciola? Non so amarti come mi ami tu, mi dai troppo e io do troppo poco.

Altro punto di forza è la visione sistemica delle relazioni. Amare e saper stare con l’altro è risultato delle nostre relazioni con i genitori, che discendono da quelle dei nonni. Non è mai una relazione che si ferma al duo, coinvolge molti più tratti appresi e fantasmi nati nelle relazioni familiari. In più si guarda alle relazioni oggi, dove l’altro appare come una cartina tornasole: se mi guarda, lo desidero, se non si occupa di me, vado ancora più lontano. Relazioni dove si privilegia il fare, l’apparire e l’apparirsi, piuttosto che l’essere coinvolti in una danza che comprende noi, il nostro trascorso e persino i rapporti con i genitori.

Un testo breve, intenso e ricco, da leggere per porsi domande e capire un po’ di più questa scienza delle relazioni che è la psicologia.

Un saggio agile e leggero per capire se stessi, l’altro, la danza relazionale che ci accomuna, e il contorno che portiamo con noi, di cui spesso non siamo consapevoli.

Molto consigliato.

GGB

 

The imitation game: nell’infinito dell’anormalità, nell’artificio della normalità

Caro Visitatore,

mi è capitato di vedere un film qualche settimana fa, The imitation game, una pellicola avvincente, che narra il potere della mente di Alan Turing, colui che cambiò le sorti dell’ultimo conflitto mondiale, decifrando il codice enigma.

Molto è stato detto sul film, aggiungere altro sarebbe superfluo, come molto è stato detto del suo genio matematico, della riabilitazione post morte, 55 anni dopo, da parte della Regina Elisabetta II, delle prime scoperte che porteranno alla nascita del computer.

Nel film appare una personalità fortemente tormentata, dalle mille contraddizioni e capace di stranezze e bizzarrie inverosimili. Turing morì suicida, appena quarantenne, il 7 giugno 1954, dopo un anno di cure imposte a base di estrogeni per la sua omosessualità (allora reato in Inghilterra).

Come spesso accade, la condizione di diversità rispetto agli altri a cui il genio è irrimediabilmente sottoposto genera comportamenti che il cinema e la letteratura tendono stereotipare, fino a rendere gli scienziati macchiette: lo scienziato o l’artista è incapace di relazionarsi agli altri, viene mostrato cinico, irriverente, ossessivo, bullizzato dai compagni di classe, alienato, strambo, ipocondriaco.

Alan Turing diventa una sorta di Sheldon Cooper contro i nazisti.

Eppure, mi ha fatto riflettere sul concetto di normalità, su quanto spesso proprio la diversità diventa genialità. Mi è tornata in mente la curva di Gauss, la rappresentazione grafica della normalità.

Secondo la psicometrica, più ci si discosta dal punto centrale (l’apice della campana) più ci si discosta dalla normalità. Un dato fondamentale da ricordare, tuttavia, è che il punto zero, ovvero l’apice assoluto, l’individuo normale per eccellenza, non esiste. E’ solo un costrutto statistico, a fronte di una fortissima variabilità umana che in un modo o nell’altro discosta tutti noi dalla norma. Il normale che ispira la statistica è finto, artificiale.

Al contempo, più si scende dalla campana, verso destra o verso sinistra, più si arriva alla anormalità. Bisogna notare però che la campana non tocca mai “il terreno” sotto di lei, la base del grafico, è simmetrica e asintotica rispetto all’infinito.

Ovvero tende all’infinito.

Quindi da un lato il normale per eccellenza è artificiale e non naturale, dall’altro l’anormalità (dove si situano tanti geni assoluti, compreso Turing) tende all’infinito.

E nell’infinito, c’è Dio.

GGB

L’arte di NON capire le donne, vecchie idee oggi inconsce

Caro Visitatore,

Tempo fa scrissi che non si poteva essere femministi senza aver letto la Wolf . Credo che un’altra pietra miliare di una ricerca sulla condizione femminile per la comprensione del femminismo, della disparità di diritti, e alle tematiche ad essa legate sia la lettura di Schopenhauer.

Sì, proprio del filosofo considerato misogino, misantropo, antidemocratico, avaro, iracondo ed egoista. Lo stesso che fu costretto a risarcire per due decadi la vicina di casa petulante, dopo averla spinta giù dalle scale , e che,  una volta deceduta, annotò quattro parole lapidarie: obit anus, abit onus. Morta la vecchia, estinto il debito.

Quando ho trovato il suo Saggio sulle donne e la metafisica dell’amore sessuale,  la parte emotiva l’ha respinta, la parte razionale l’ha attirata a sé. Solo capendo il pensiero di chi la pensa al contrario di noi, possiamo modificarlo. Solo considerando uno scritto rappresentazione parziale di un periodo storico, possiamo comprendere da dove veniamo e dove possiamo andare.

Possiamo vedere quattro capitoli (anche per suddividere l’articolo, bello lungo).

Le donne.
La metafisica dell’amore.
La violenza sulle donne
La pederastia.

Partiamo dall’assunto che per Schopenhauer tutto proviene dalla natura.

Le donne.

La natura per il filosofo ha creato un sesso debole, privo di ragione, con la dote di creare vita e di simulare. La natura ha dotato la donna dell’arte della simulazione a sua protezione e difesa (…) e ha destinato alla donna, sotto forma di quella dote, tutta la forza che invece ha concessa all’uomo come potenza fisica e ragione. (…) una donna completamente attendibile e sincera è forse impossibile.

Come dunque il leone ha le fauci e la seppia ha l’inchiostro, la donna per sua natura ha la simulazione come difesa dal mondo. Naturalmente, Schopenhauer non spiega come sia possibile per un essere privo di ragione essere tanto fine nel mentire.

La donna appare dunque come essere più vicino agli animali di quanto sia l’uomo (la dove la biologia, solo nel terzo millennio, ha dimostrato il contrario). Già incontrandosi per la strada, (due donne) si guardano come i Guelfi e i Ghibellini. Due donne, inoltre, quando si conoscono per la prima volta, si affrontano con maggiore affettazione e dissimulazione rispetto a due uomini. Mi ricorda l’immagine di due chihuahua incazzati che si incontrano per strada, a te no?

E ancora cita Chamfort nel dire che esse sono fatte per comunicare con  le nostre debolezze, con la nostra follia, ma non con la nostra ragione. Tra loro e gli uomini esistono simpatie epidermiche, e pochissima somiglianza spirituale, d’animo e carattere.

E infine, l’incapacità di una donna a stare da sola, la tendenza quasi naturale a prostituirsi: la donna è destinata ad obbedire, messa nella condizione di totale indipendenza, a lei contraria per natura, subito si accompagna a un uomo, da cui si fa guidare e dominare, perché ha bisogno di un padrone. Se lei è giovane, si tratterà del suo amante; se è vecchia di un confessore.

Nonostante questa sotto sviluppata essenza, arriva un velato riconoscimento a fine opera. Qui dovrai aguzzare l’ingegno, perché in apparenza voleva essere l’ennesima critica: Aristotele sosteneva quali grandi svantaggi abbia avuto Sparta per aver concesso troppo alle donne. L’influsso sempre crescente delle donne sa Luigi XIII in poi non dovrebbe essere colpevole del progressivo deterioramento della corte del governo che provocò la prima rivoluzione, la cui conseguenza furono tutti o successivi sconvolgimenti? Non male per un essere privo di ragione aver provocato uno degli eventi che rivoluzionarono il mondo! ;)

Ora, una tale concezione della donna è meramente figlia del suo tempo, dunque arretrata e sostenibile solo da chi, oggi, non apparirebbe certo un fine pensatore ma un sottosviluppato.

Ma, bada bene, il fatto che consideriamo queste posizioni razionalmente assurde, non vuol dire che emotivamente e inconsciamente l’uomo sia arrivato a una tale finezza. Se cercherai bene, noterai che nel significato intuitivo di molte parole (peripatetico, peripatetica; cortigiano, cortigiana), affermazioni,  (uomo di strada, donna di strada; uomo pubblico, pubblica donna), detti, (donna al volante, pericolo costante), atti giuridici  (signora Rossi, coniugata o vedova, alias marchiata a vita come possedimento di,  Bianchi) ci sono proprio le stesse posizioni di Schopenhauer .

E sono presenti nella violenza e nel femminicidio (la donna parla alla follia dell’uomo, non alla sua ragione), più pericolose di prima proprio perché non visibili, non pensabili, culturalmente e mentalmente inconsce.

Metafisica dell’amore sessuale.

Qui l’assoggettazione dell’essere umano alla natura e al sacro principio della conservazione della specie, la conseguente idea implicita che l’uomo sia un animale, si fa ancora più forte e coinvolge anche il maschio, non solo la donna. Come si dice, in posizione orizzontale siamo tutti uguali, nell’Eros e nel Thanatos.

Ogni innamoramento ha le due radici solo nell’istinto sessuale, anzi non è che un istinto sessuale più precisamente determinato, più specializzato, addirittura più individualizzato in senso stretto. (…) esige continuamente la metà delle energie e dei pensieri  dei giovani, è il fine ultimo dell’umanità.  Chi era quel comico che sosteneva che il pensiero maschile ripete coattivamente sesso sesso sesso sesso?

L’essenziale non è certo l’amore reciproco, bensì il possesso, il godimento fisico. (…) Gli uomini fortemente innamorati, quando non possono ottenere l’amore reciproco, di accontentano del possesso  (…) Ne sono una prova i matrimoni forzati (…) il favore di una donna  tanto spesso comprato, nonostante la sua repulsione (…) la violenza carnale. Non ti ricorda ciò che accade in Alina, autobiografia di una schiava?

Che questo determinato bambino sia generato, è il vero scopo (…) è la generazione futura che preme riuscire ad esistere. Chissà che avrebbe detto oggi degli anticoncezionali?

L’impulso alla sopravvivenza sarebbe talmente forte da far vivere l’individuo nella ILLUSIONE di seguire il proprio bene e il proprio piacere, di faticare per esso, e non quello della specie. Solo l’egoismo è meramente personale, il resto è dettame della natura.

Schopenhauer detta anche i canoni dell’attrazione reciproca. L’individuo brama la bellezza,  ma cerca nell’altro le perfezioni che mancano a lui, al punto che anche le imperfezioni contrarie alle proprie appaiono belle.
C’è un’attrazione tra poli opposti la cui unione deve neutralizzare le stesse polarità opposte. Più dunque l’uomo sarà virile più cercherà un donna femminile, e viceversa. Debolezze proprie non dovranno essere presenti nell’altro, così che possano annullarsi e non trasmettersi al figlio.

Anche in questo capitolo le donne ci rimettono.

Età, salute, abbondanza di carne (specie sul seno della donna), bellezza del viso sono i canoni che attirano l’uomo. La donna guarda poco alla bellezza, guarda più al coraggio e al valore,  per questo spesso stanno con uomini brutti (e se lo dice Arthur…).

Non lo cercano neanche intelligente, perché l’intelligenza non è ereditata dal padre ma dalla madre (e dunque al futuro nato non interessa), ecco perché spesso stanno con sciocchi e rozzi. Solo se tutte le anomalie caratteriali dell’uomo possono annullarsi tramite la donna (l’attrazione degli opposti di cui sopra), egli metterà in secondo piano la bruttezza della donna stessa e per Schopenhauer è un caso raro… Ti pareva.

Non solo.  L’uomo è per natura incostante, il suo amore cala velocemente, desidera cambiare donna. Perché potrebbe generare fino a cento bambini all’anno con donne diverse e la natura lo spinge a ciò. La donna è costante, si attacca a un solo uomo, perché può partorire un solo figlio all’anno e la natura la spinge a conservare per sé colui che nutre e protegge la prole.

In sintesi, la fedeltà dell’uomo è artificiale, quella della donna naturale. L’adulterio dell’uomo è maggiormente perdonabile, quello della donna no, perché contro natura.

La natura ha un ruolo talmente essenziale che la sofferenza per la perdita di un’amata supera ogni altro dolore, perché colpisce l’uomo nella sua essenza eterna, nella vita della specie. Un eroe si vergogna di tutti i lamenti, non di quello per l’amore perduto, perché qui non è lui a gemere, ma la specie. Al contempo, ogni vile diventa eroe di fronte all’amata, perché è l’istinto della specie a guidarlo. L’amore può essere talmente forte, che nella perdita la morte diventa una appetibile alternativa a confronto.

Poi l’amore passa,  quando la volontà della specie è soddisfatta. A quel punto, ci si ritrova con una compagna di vita odiosa, piena di tutti quei difetti che la volontà della specie non faceva vedere (naturalmente Arthur non dice l’esatto contrario, che anche una donna può restare con un uomo odioso).

I matrimoni funzionano solo se seguono l’interesse della specie, non quella di accordi economici tra genitori o altri fini legati alla generazione presente e non a quella futura. Ecco perché, terminato l’interesse della specie, termina l’amore e diventa sopportazione. Ecco perché, a teatro e nella letteratura, si fa il tifo per le coppie che perseguono il fine della specie, contro il volere dei genitori.

La violenza sulle donne.

Schopenhauer parla solo della violenza del maschile contro il femminile, giustificandola con la natura. L’amore sessuale va d’accordo con l’odio estremo verso l’oggetto. Se si è respinti o lasciati la natura spinge l’uomo a uccidere l’amata e a uccidere se stesso  (si commenta da solo, no?)

La pederastia.

Anche qui Schopenhauer la giustifica con la natura (pur condannandola come mostruosità). Se è presente dagli albori del mondo, deve avere una sua funzionalità. Schopenhauer parte dall’assunto che l’uomo è fertile fino a tarda età, ma che fare figli a tarda età porti a far nascere individui deboli. La natura fa dunque sovvenire una passione per individui giovanissimi, dello stesso sesso e non fertili, così da evitare nascite di individui deboli.

Può darsi, caro visitatore, che tu abbia letto posizioni che oggi appaiono razionalmente assurde, che assumono una loro logica solo se riferite al periodo storico di riferimento, descrivendo credenze probabilmente molto diffuse  (l’emancipazione femminile inizierà, infatti, solo cento anni dopo la morte di Schopenhauer).

Ma quanto oggi sono radicate nel nostro inconscio, nella nostra emotività e muovono il nostro agire?

GGB

Gli Psicologi di Base: ecco come lo Stato guadagna 70000 euro per Medico di Base.

Nota di avvertenza per i politici e per il personale sanitario: leggendo l’articolo potrete guadagnare fino a 70.000 euro a persona.

 

Facciamo un gioco: provate a scrivere delle parole chiave su un qualunque motore di ricerca (es. psicologo di base, proposta, legge). Avrete sicuramente trovato decine di proposte di legge regionali e nazionali, petizioni a favore e petizioni contrarie all’istituzione della professionalità dello psicologo di base.

 Troverete chi urla che non si può psicoterapizzare l’intera popolazione (e Dio ci scampi e liberi da questa idea e da chi la propone!), chi prevede che le persone si rivolgeranno comunque al medico di base e non allo psicologo, e ancora chi penserà che i costi per pagare centinaia di psicologi siano troppo alti per una spesa sanitaria già ridotta all’osso. Viceversa troverete anche molti argomenti a favore della proposta.

Con un’analisi più dettagliata, vi renderete infine conto delle serie lacune che sono insite negli argomenti pro e contro, in particolare delle fantasie su dove potrebbe essere collocato (è nota a Roma la sperimentazione dello psicologo in farmacia: scusi, mi dà uno psicologo che oggi ho una leggera ansia? Sì, signora, lo prende tutto o a piccole dosi?), delle persone che potrebbero accedervi (con i vari distinguo paradossali su chi possa essere ritenuto sano e chi malato), sui suoi rapporti con gli psicologi specialisti (quando ti ho detto di farti vedere, non intendevo da me, ma da uno bravo).

–> Continua a leggere il mio articolo su patrioti.org

Patria senza padri, perché psicopatologia e non psicosalutogenesi?

3934423Caro Visitatore,

Ti presento un mio articolo pubblicato il 20 agosto 2014 sul sito Patrioti.org, scritto in seguito alla lettura di Patria senza padri, psicopatologia della politica italiana, di Massimo Recalcati e Christian Raimo.

La domanda cruciale che pongo: è possibile scrivere e descrivere la Psicosalutogenesi della politica italiana?

Per leggere l’articolo clicca qui.

Buona lettura!

GGB

Il mio articolo sulla pedofilia e sulla prevenzione, su Il Giornale di Latina

copCaro Visitatore,

ti segnalo l’uscita del mio articolo sulla pedofilia su Il Giornale di Latina. Lo troverai a pagina 10, scaricando il pdf del giornale, cliccando qui.

Partendo dalla menzione al libro di Laura Scanu, Prima che cali il silenzio, già recensito su questo sito, ho parlato dell’importanza della prevenzione, in una cultura (divisa tra Guelfi e Ghibellini) che promuove la cura del danno, più che la promozione della salute.

E in ambiti come quello della pedofilia, quando c’è una cura, si è già avuto un danno. Ed è troppo tardi.

E come si previene?

Buona lettura

GGB

La mia recensione a “Ho sposato un Narciso”, di Umberta Telfner

Caro Visitatore,

oggi si parla tanto di narcisismo, ma hai mai avuto modo di approfondire la tematica? Hai capito chi è il Narciso, come riconoscerlo, come entrare in relazione con lui (o lei)? Ti sei mai chiesto come superare il ripiegamento sul proprio Io, tipico di questa personalità?

Ho da poco terminato la lettura di Ho sposato un narciso, manuale di sopravvivenza per donne innamorate e come sempre parto da un po’ di sinossi.

Affascina e ferisce. È sempre più intelligente della media. È sensibile, seduttivo, grandioso. Ma talvolta si mostra improvvisamente depresso e inadeguato alle circostanze. Cosa vuole il narciso dalle donne? In molti casi vuole solo essere aiutato a piacersi, piacersi, piacersi. E se un giorno fosse una donna ad avere bisogno di lui? Ecco che cominciano i guai, perché il narciso punta sempre all’assoluto, ed è tutto assorbito da imprese troppo grandi ed eroiche per ammettere dubbi o distrazioni. Questo libro, arguto e scorrevole, affronta una tematica serissima, approfondita in anni di lavoro clinico, ed è un vero e proprio manuale di sopravvivenza: perché cambiare il narciso forse è impossibile, ma riuscire a conviverci è anche una questione di scelte e di strategie.

A questa sinossi reputo doveroso aggiungere qualche cenno alla biografia dell’autrice.

Psicologa clinica, ha una formazione sistemica e cognitivista; è didatta del Centro milanese di Terapia della Famiglia. Si dichiara costruttivista convinta e si è sempre occupata degli aspetti epistemologici nel rapporto tra teoria e prassi e nell’operatività clinica, con particolare attenzione alle operazioni per costruire la salute. E’ coinvolta nell’insegnamento della psicologia della salute dal 1992. Ha scritto tra gli altri alcuni libri di cui è fiera (Ammalarsi di psicoterapia –Franco Angeli 1995, Sistemica, voci e percorsi nella complessità- Bollati Boringhieri 2003, Ho sposato un narciso –Castelvecchi 2006) oltre ad articoli e recensioni. Alcuni temi privilegiati la vedono molto interessata: l’operatività con i migranti, gli interventi clinici nei disturbi di personalità, l’organizzazione socio-sanitaria per una buona pratica, le questioni etiche nella prassi clinica,…. 
Si occupa di clinica e di organizzazione. Ha un figlio e tre cani ed ama le passeggiate all’aria aperta. 

Il primo pregio di questo “manuale di sopravvivenza” è nel suo stile lineare, semplice e diretto, che lo trasforma in un piccolo saggio divulgativo, adatto a tutti. C’è la ripresa del mito di Narciso, una dichiarazione dell’autrice di una vera e propria passione per questa personalità, ci sono le strategie relazionali, utili per tutti i rapporti d’amore, e non solo per quelli che vedono la presenza di un Narciso, ci sono i casi incontrati dall’autrice, nella vita professionale o quotidiana, c’è una divertente disamina del narcisismo nella società, nella letteratura, nel cinema (mi sono fatto una bella cultura, segnandomi qualche titolo interessante).

A dispetto del titolo, posso dire che nonostante un buon ottanta per cento del testo sia incentrato sul maschio narciso, un restante venti per cento è dedicato alla Narcisa.

Il focus è sul singolo, sulla coppia, sulla società. I piani trattati sono quello sociale e psicologico. C’è una particolare attenzione alla relazione, con un vero e proprio elenco di strategie per superare lo sguardo seduttivo del Narciso e la sua tendenza a utilizzare l’altro come specchio per rimirarsi.

Non è mio compito descrivere qui il narcisismo, sebbene il mio interesse per il tema sia ben noto (cfr. i miei post sul Casanova di Schnitzler o ancora sulla Woolf o sulla figura maschile nella letteratura). Il rischio di un riassunto del testo porterebbe a un vago e incompleto Bignami del manuale.

Mio compito è portarti una visione utilitaristica del testo. Con esso potrai riconoscere un Narciso quando lo incontri, capire il suo mondo interiore, comprendere come entrare in una relazione produttiva e soddisfacente, senza lasciarti sedurre o dominare. Capirai le varie sfumature del Narciso, comprendendo i suoi lati depressivi e delusivi e quelli esaltanti. Comprenderai il suo bisogno dell’altro, ma pure la sua stessa fuga da questo bisogno. Se sei una persona in relazione amicale o amorosa con una personalità narcisistica, capirai come sopravvivere a questa relazione. Se sei uno psicologo, troverai tanti spunti per approfondimenti. (Io ho riempito le note del cellulare di appunti).

Vari sono gli sguardi con cui Umberta ci permette di analizzare il Narciso: uno sguardo sociale, uno sguardo esterno e uno sguardo interno ad esso. Una visione a trecentosessanta gradi, che tradisce un’esperienza sistemica dell’autrice, che porta il lettore ad avere uno sguardo ampio e completo sull’argomento, senza trascurare nulla.

Consigliata la lettura? No, consigliatissima, e puoi trovarlo anche in e-book a 4 euro ;)

GGB