L’estate addosso: le relazioni senza nome

59306_pplCaro Visitatore,

sono andato a vedere L’estate addosso, di Gabriele Muccino, e vorrei condividere con te alcune riflessioni che mi ha ispirato.

E’ un film che segna una sorta di passo indietro rispetto alla filmografia del regista, che si era incentrata, dopo l’incontro con Will Smith, sulle tematiche dei padri e dei figli. In questo suo ultimo lavoro torna all’adolescenza, o meglio ai giovanissimi adulti, alla costante ricerca di sé, creando un viaggio, dall’altra parte del mondo, negli States, in cui hanno modo di cercare e trovare loro stessi.

Strano, a 49 anni, tornare proprio lì.

A questi elementi aggiunge l’incontro con il diverso, da un lato Maria, la bigotta, con i suoi pregiudizi, e dall’altro la coppia gay di Matt e Paul. Da un lato la cultura italiana, che tanto ammira Paul, dall’altro l’esame di realtà che Maria e Marco riportano ai due americani, su un Paese come il nostro che di limiti ne ha tanti. Da un lato il sogno americano, dall’altro le difficoltà di una coppia di giovani degli USA che vorrebbero seguire le loro personali ambizioni, ma si ritrovano incastrati in lavori che non amano, e in famiglie che non accettano la loro scelta d’amore.

Da questo incontro si crea una bolla, in cui i quattro ragazzi sperimentano una relazione che non ha nome. Non è amicizia e non è amore, è qualcosa di altro. Credevo fosse tre il numero perfetto, dirà Marco, ma non sono più così sicuro. Muccino riesce, ed è il pregio di questo film, a far vedere i fili che legano i quattro ragazzi, i fili di un’armonia altra, che l’essere umano è capace di creare.

E da qui la riflessione che vorrei portarti: siamo abituati a dare un nome a tutte le relazioni, a categorizzarle dentro classi che ci danno sicurezza. Esistono relazioni d’amore, d’amicizia, relazioni tra ex, relazioni genitoriali, familiari e via dicendo. E poi ci sono quelle relazioni, le più armoniche, che non hanno un nome. Legami che ci uniscono e che vorremmo riuscire a definire, ma non troviamo le parole, perché sono talmente indescrivibili, che le parole non le abbiamo mai trovate per dar loro un nome. E perché, se riuscissimo a descriverle, non ci farebbero vibrare così tanto.

E sono relazioni che ci fanno paura, tanto che le isoliamo in un viaggio, in un’esperienza altra, fuori dai soliti schemi, in una bolla, come la definirà Matt. Una bolla sospesa.

Il fine di questo post non è di consigliarti di vedere il film. Ma di ripensare a quelle relazioni e a quei legami a cui non sei riuscito a dare un nome. Quelle che hai definito solo e soltanto con un non o con un come: non era amore, non era amicizia… Eravamo come fratelli, eravamo come padre figlio.

E, superando le definizioni, di concentrarti con il pensiero solo sulle emozioni e sulle sensazioni che hanno fatto vibrare queste stesse relazioni. Perché, credimi, sono le relazioni fuori dagli schemi che più di ogni altre ci narrano di noi, perché ci fanno sentire nudi, senza abiti, senza difese. Puri. Reali. Diversi da come avevamo creduto di essere fino a quel momento.

 

 GGB

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Lo chiamavano Jeeg Robot, da vedere

Caro Visitatore,

sembrava impossibile portare in Italia un film sui supereroi, eppure ce l’hanno fatta, con un risultato eccellente, ripescando un eroe “dall’Oriente col furgone”, conosciuto dalla generazione degli anni 80, Jeeg Robot.

Ho visto questo film dopo essere stato caldamente consigliato da chiunque lo avesse guaardato.

Prima di tutto, è vincente il contesto. Una Roma scossa da bombe e dalla camorra, eppure verace negli scorci del centro e della periferia scelti per le riprese, (pure la Curva Sud!) per la mimica, i detti e il parlato dei personaggi.

E poi ci sono loro , tre attori che solo per la recitazione valgono tutto il film.  Una Ilenia Pastorelli che interpreta Alessia, una ragazza malata, dagli occhioni tipici dei manga e capace di parlare al cuore dello spettatore e di Enzo (Claudio Santamaria), insegnandogli cosa sia l’amore. Mirabile la scena in cui ci svela di essere stata abusata, con una recitazione che mette i brividi.

Claudio Santamaria è Claudio Santamaria, e che gli vuoi dire sul talento?

Ma il miglior attore, la vera rivelazione è Luca Marinelli, che interpreta un cattivo che può far invidia al Joker di Batman (e, se hai visto il film, ammettilo che te l’ha ricordato. Era palesemente voluto.).

Da spettatore arrivi ad amare questo Zingaro, dalle ambizioni più grandi di lui, che vuole comandare, diventare famoso, sfogare la sua personalità istrionica, ma che in fondo è un adolescente non cresciuto, attaccato alle visualizzazioni YouTube, ai cellulari ultimo modello, alle canzoni anni andati. Scisso tra il suo infantilismo e il suo desiderio adulto, tra il suo coraggio folle e le umiliazioni di dover subire chi sa comandare meglio di lui (Nunzia, la napoletana).

Tra le sue battute e i suoi detti romani  (daje regà che stasera ve porto a magnà er pesce ad Ostia; chi è? Sto cazzo!) ti appassiona dall’inizio alla fine del film. Poi forse io sono di parte nell’apprezzare Marinelli, ma non ti dirò il perché.

Consigliato a chi è appassionato del genere ma anche a chi non lo è. Perché per la trama e per la resa, è davvero un film per tutti. Over 40 inclusi.

 GGB

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Perfetti sconosciuti: la nostra scatola nera.

Caro Visitatore,

Oggi voglio commentare Perfetti Sconosciuti, di Paolo Genovese,  dal ritmo eccezionale, che riesce a scuoterti dall’inizio alla fine, con momenti di alta comicità e di profonda amarezza. Un film da montagne russe, che tocca nel profondo.

Le risate che stimola sono talmente fragorose, che si perde la battuta successiva. C’è da stendersi sulla poltrona del cinema per le battute. I momenti di amarezza, al contrario, mettono a tacere la sala e, nel silenzio, ci si connette a riflessioni profonde.

Tutto ruota attorno al cellulare, la scatola nera della nostra vita, dirà Eva, che proporrà un gioco pericoloso: tutti avranno accesso ai messaggi e alle chiamate che ciascuno riceverà durante la cena.

Ed ecco che, man mano che il film va avanti, emergono segreti sempre più toccanti, e sempre più pericolosi per chi li trattiene.

E viene da stupirsi di come il cellulare sia effettivamente diventato un diario di bordo a cui affidare i nostri segreti, le nostre doppie vite, nascoste ai nostri partner, ai nostri migliori amici.

E va bene così, forse, ci insegna alla fine il film. Il regista preferisce l’omeostasi a una vera crisi del sistema, che aprirebbe ferite profonde, ma che probabilmente porterebbero i protagonisti a scegliere di essere realmente autentici, tra loro e con loro stessi. O quanto meno a ricercare la loro autenticità.

Perché quando il film raggiunge il punto di rottura più alto, potrebbero nascere altri sette film diversi, tutti con un lieto fine. E invece si torna all’omeostasi. Perché siamo frangibili, dice Giallini, ed è meglio che tutto resti così, nascosto.

C’è un pregiudizio di fondo, che i momenti di rottura ci spezzino, e diventi difficile riaggiustare tutto, tornare a quella forma prima della rottura, che forse si è rotta proprio perché non andava. Non riusciamo a vederci plastici, capaci di entrare in crisi, di romperci, per acquisire una nuova forma, migliore della precedente e peggiore di quella che sarà alla prossima rottura.

Assolutamente da vedere.

 GGB

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L’abbiamo fatta grossa… e troppo leggera!

Caro Visitatore,

Verdone è Verdone, e Verdone non puoi non guardarlo al cinema.

Più o meno è questa la motivazione che mi ha spinto a vedere L’abbiamo fatta grossa.

Ma proprio perché Verdone è Verdone, è facile restare delusi da questi film. Forse perché le aspettative erano più alte. Qualcuno già da un po’ è deluso dai suoi ultimi film, qualcun altro, come me, ne aveva salvati parecchi. Qui devo ammettere che è invecchiato, e non solo di età.

Una storia sciapa, prevedibile, banale in alcuni frangenti. Con tematiche toccate in modo superficiale, e che potevano essere maggiormente approfondite, pur attraverso la comicità.

Albanese è ridotto al ruolo di spalla, rispetto a un comico protagonista che sembra aver perso il suo smalto.

E Verdone una spalla nel film ce l’ha già, e molto più efficace: è la giunonica Lena, interpretata da Anna Kasyan, vera scoperta del film, con tempi impeccabili, un’esuberanza e una comicità fisica istintive che travolgono immancabilmente Arturo e Carlo.

Il film non fa ridere, ma solo sorridere, non emoziona, fa restare tutto in superficie.  Promette all’inizio, fa restare perplessi fino al finale. Solo negli ultimi venti minuti il film diventa quello che avrebbe potuto essere: una satira dolente e assai politica dell’Italia di oggi, in cui le brave persone si muovono con difficoltà sempre crescenti. Se la coppia Albanese-Verdone può anche funzionare per futuri film, l’aver cercato troppo la leggerezza in L’abbiamo fatta grossa, lo ha resto talmente leggero da risultare inconsistente.

Si può vedere tranquillamente a casa, se non c’è nulla da fare.

Ha un solo pregio: le espressioni di Verdone, uniche e inimitabili. Almeno quelle sono rimaste.

 GGB

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Alaska

Caro Visitatore,

Qualche settimana fa ho visto Alaska, di Claudio Cupellini, con Elio Germano e Astrid Berges-Frisbey.

Tra targhe esposte, sindromi da Star Wars e taaanto lavoro,  solo oggi riesco a pubblicare questo commento al film (con colpevole ritardo)

Ci sono andato dopo aver appena intravisto il trailer. Il richiamo di un attore come Germano, lo confesso, era troppo forte.

Ho scoperto un film che si distanzia dai soliti italiani, che parla di amore pur tenendo insieme il bene e il male, lo giusto e lo sbagliato, in una visione complessa che non si può comprendere staccando la testa dal cuore.

Il film si apre in un lussuoso hotel parigino, dove entrambi i protagonisti  (Fausto e Nadine) sembrano pesci fuor d’acqua. Estranei a ciò  che li circonda si riconoscono, tessendo un legame profondo, che farà partire una danza di avvicinamento e distanziamenti dove l’Io e il Noi sembrano diventare poli opposti.

E quando l’uno si volta a seguire le proprie ambizioni, l’altro rincorre, con lettere infuocate o comparsate all’ultimo dell’anno. C’è un pezzo di ogni spettatore in questa storia, un’emozione vissuta o un gesto simile.

E c’è un magnetismo che lega i due protagonisti tra loro, e loro con lo spettatore. Un risuonare emotivo unico.

E ci sono gli errori, e c’è lo stare accanto dell’altro, il saper attendere e il dare fiducia.

Una nota particolare meritano poi i due attori. Germano è Germano, e non si smentisce. Astrid Berges- Frisbey ci regala una Nadine di una bellezza che commuove, nella sua forza e nella sua debolezza.

C’è un quasi lieto fine. E ne avevamo bisogno.

Da vedere.

 GGB

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Suburra

Caro Visitatore,

ho da poco visto Suburra, film di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo libro di Bonini e De Cataldo.

L’ho visto con altre cinque persone. Su sette è piaciuto a due, me compreso, non è piaciuto a tre persone, e secondo la settima avrebbe dovuto ricalcare maggiormente la realtà.

Credo che se si guarda questo film con l’idea che sia un documentario su Mafia Capitale, si resti delusi. E’ un film ispirato ai fatti che oggi la cronaca ci racconta, ma è e resta un romanzo-film, con la sua vero-somiglianza.

Eccezionali gli attori, ma dato il calibro, c’era  da aspettarselo.

Subburra non fa sconti allo spettatore, gli mette in faccia tutto, dal sesso drogato alla violenza delle mafie, al pene di Francesco Favino e alle vagine varie. Non sublima nulla.

Talvolta, forse, va anche sopra le righe con omicidi troppo facili (tipici di un romanzo, per l’appunto, e non di una realtà dove i morti fanno troppo rumore) e americanate come sparatorie nei supermercati e nei centri commerciali senza nessun intervento da parte delle forze dell’ordine (che in questo film sono vere e proprie comparse… scomparse!).

Sullo sfondo, una citazione, che fa riflettere. Un Papa perennemente di spalle alla telecamera, Ratzinger, che ricorda tanto il Giovanni Paolo II de I Banchieri di Dio, come a ricordare che Chiesa e Mafia, a Roma, non sono così lontane. Poi la scelta del Pontefice di spalle viene giustificata come evento storico che di lì a poco avverrà: le doppie dimissioni, di Papa Benedetto XVI e Papa Silvio I.

Credo che se visto con la consapevolezza che è un film sulla mafia dalle tinte forti, una sorta di Thriller, e non un film verità, o peggio un film storico sulle mafie di Roma (nonostante i richiami a diversi personaggi come i Casamonica, gli Spada, Don Carminati e vari politici corrotti) si apprezzerà come merita di essere apprezzato. Si coglierà il messaggio di fondo che “gli ideali” sono ormai nel cuore (Amendola docet), il resto è un gioco al soldo.

Un caro amico mi ha segnalato questo articolo di Giornalettismo, in cui Orfini dichiara: Come abbiamo fatto a non accorgercene? Le esecuzioni in strada, persino a Prati, c’erano. Gli arresti per racket e sfruttamento della prostituzione, pure, così come la malapolitica, quartieri sotto il giogo della criminalità organizzata o appalti per lo meno sospetti. C’era persino il libro, Suburra, scritto da un cronista e da un magistrato, non da due romanzieri fantasy. Bastava leggere quelle pagine o la cronaca, invece che fermarsi sempre e solo ai retroscena politici. Era sufficiente unire i puntini, ma noi guardavamo altrove.

Se un magistrato e un cronista si sono accorti dei segnali di verità, tessendoci sopra una storia di fantasia, e la politica non se ne è accorta, è perché probabilmente il giornalismo e la magistratura sono professioni, la politica no. E finché continueremo a considerarla un mestiere e non una missione a tempo determinato, troveremo sempre più politici ciechi, accanto a politici che sanno vedere benissimo le strade illegali per non finire il mandato. E spero che Orfini, e molti altri, se ne rendano conto.

Da vedere.

 

 GGB

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“Mia madre”: una visione complessa

imagesCaro Visitatore,

ho pubblicato un nuovo articolo sul sito dell’Associazione Clelia, dedicato al film Mia madre, di Nanni Moretti.

Ho scelto la lente della complessità per parlarne.

Buona lettura e buona visione del film,

puoi leggere la recensione cliccando qui.

GGB

The imitation game: nell’infinito dell’anormalità, nell’artificio della normalità

Caro Visitatore,

mi è capitato di vedere un film qualche settimana fa, The imitation game, una pellicola avvincente, che narra il potere della mente di Alan Turing, colui che cambiò le sorti dell’ultimo conflitto mondiale, decifrando il codice enigma.

Molto è stato detto sul film, aggiungere altro sarebbe superfluo, come molto è stato detto del suo genio matematico, della riabilitazione post morte, 55 anni dopo, da parte della Regina Elisabetta II, delle prime scoperte che porteranno alla nascita del computer.

Nel film appare una personalità fortemente tormentata, dalle mille contraddizioni e capace di stranezze e bizzarrie inverosimili. Turing morì suicida, appena quarantenne, il 7 giugno 1954, dopo un anno di cure imposte a base di estrogeni per la sua omosessualità (allora reato in Inghilterra).

Come spesso accade, la condizione di diversità rispetto agli altri a cui il genio è irrimediabilmente sottoposto genera comportamenti che il cinema e la letteratura tendono stereotipare, fino a rendere gli scienziati macchiette: lo scienziato o l’artista è incapace di relazionarsi agli altri, viene mostrato cinico, irriverente, ossessivo, bullizzato dai compagni di classe, alienato, strambo, ipocondriaco.

Alan Turing diventa una sorta di Sheldon Cooper contro i nazisti.

Eppure, mi ha fatto riflettere sul concetto di normalità, su quanto spesso proprio la diversità diventa genialità. Mi è tornata in mente la curva di Gauss, la rappresentazione grafica della normalità.

Secondo la psicometrica, più ci si discosta dal punto centrale (l’apice della campana) più ci si discosta dalla normalità. Un dato fondamentale da ricordare, tuttavia, è che il punto zero, ovvero l’apice assoluto, l’individuo normale per eccellenza, non esiste. E’ solo un costrutto statistico, a fronte di una fortissima variabilità umana che in un modo o nell’altro discosta tutti noi dalla norma. Il normale che ispira la statistica è finto, artificiale.

Al contempo, più si scende dalla campana, verso destra o verso sinistra, più si arriva alla anormalità. Bisogna notare però che la campana non tocca mai “il terreno” sotto di lei, la base del grafico, è simmetrica e asintotica rispetto all’infinito.

Ovvero tende all’infinito.

Quindi da un lato il normale per eccellenza è artificiale e non naturale, dall’altro l’anormalità (dove si situano tanti geni assoluti, compreso Turing) tende all’infinito.

E nell’infinito, c’è Dio.

GGB

Non vedo “The American Sniper” perché è di destra.

Locandina American SniperCaro Visitatore,

Ho letto e sentito un po’ di polemiche su The American Sniper, da parte di persone più o meno schierate  politicamente a sinistra.

Queste le critiche :

- Clint Eastwood mostra tutta la sua  essenza repubblicana.
– è l’esaltazione del mito del guerriero  americano.
– giustifica la guerra in Iraq.
– è un guerrafondaio

Tutto vero, probabilmente, ma sono stato contento di vedere il film per i seguenti motivi, gli stessi per i quali suggerisco di non perderselo:

1- offre la narrazione di una storia vera all’interno di una storia recente poco conosciuta.

2- offre una lente particolare, quella del cecchino. Mi perdonerai la battuta: intendo dire che abbiamo la possibilità di vedere la guerra dall’ottica di chi ha accettato di combatterla per un’ideale. Giusta o sbagliata che sia, è una lente da prendere in considerazione soprattutto se opposta alla nostra, proprio perché capace di mettere in discussione le nostre lenti, aggiustarle, cambiarle o rafforzarle. Si cambia con il diverso da noi, non con ciò che ci rispecchia.

3- se hai una lente di sinistra probabilmente avrai colto alcuni messaggi che Clint ci dona:

A- in un fotogramma di pochi secondi si vede Mustafa, il cecchino nemico, uscire di casa a combattere. A breve saranno uno contro l’altro, lui e Chris Kyle. In pochi secondi si scopre che ha un figlio come Chris, che era un campione olimpionico di tiro al bersaglio. Aveva una passione, come l’aveva Kyle. Le ha abbandonate per i suoi ideali. Chris e Mustafa non sono così diversi, per un attimo si sospende la visione manichea buono o cattivo, giusto e sbagliato. Per un attimo, ti ritrovi a riflettere sulla tua visione di uomo.

E ne vale sempre la pena.

B- questo punto non è un messaggio made in Eastwood, è storia, ma Clint lo sottolinea molto. Kyle è stato ucciso da un connazionale, non uno qualunque,  uno che cercava di aiutare. La vita di Kyle è un continuo tentativo di dare il massimo, a costo della salute mentale, per aiutare i suoi compagni. Ma non sarà il nemico iracheno a ucciderlo, bensì un connazionale, non un cattivo, uno che a causa della guerra soffriva di disturbo post traumatico da stress. Anche questo dà da pensare.

E dato che io amo pensare e mettere in discussione le mie griglie di lettura, l’ho visto, ci ho riflettuto, e continuo a rifletterci. Un’occasione che non avrei avuto se l’avessi considerato solo un film di destra repubblicana.

Ti lascio con questa frase, di uno della sinistra.

Inca­pace di pen­sare la com­ples­sità east­woo­diana, si tenta di sba­raz­zarsi del pro­blema ricor­rendo alle solite accuse: «guer­ra­fon­daio», «fasci­sta», «repub­bli­cano». Igno­rando, sem­pre con Pavese, che per Clint «non esi­stono mostri ma sol­tanto com­pa­gni. Per te la morte è una cosa che accade, come il giorno e la notte». E Clint East­wood, come Pavese, sa bene che «la morte, ch’era il vostro coraggio, può esservi tolta come un bene». A. Nazzaro. (Il manifesto)

GGB

Sempre caro mi fu “Il giovane favoloso”

La nostra ragione non può assolutamente trovare il vero se non dubitando;

ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza;

e non solo il dubbio giova a scoprire il vero,

ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio,

e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere.

(Leopardi, Lo Zibaldone)

 

Caro Visitatore,

qualche giorno fa sono finalmente riuscito a vedere Il giovane favoloso, prima che lo togliessero dalle sale cinematografiche.

Ecco, i versi che vengono decantati nel corso del film mi convincono che parlare di Leopardi sia un’impresa talmente ardua che non sono neanche lontanamente degno di farlo. Chi ha scritto e diretto il film lo è certamente di più.

Dunque non mi soffermerò sugli errori biografici fatti né sul calcare sull’ambiguo rapporto padre-figlio tra Monaldo e Giacomo (quando cresci un genio, consapevole che lo sia, devi fare i conti col fatto che prima o poi si libererà di te e andrà per la sua strada, perché non è la tua proiezione).

Non mi soffermerò sul continuo sottolineare l’infelicità, la depressione, e il pessimismo (individuale prima e cosmico poi) di Leopardi, anche se sono stato sempre convinto, nel mio piccolo, che fosse più vitale di quanto i posteri raccontano.

Non mi soffermerò su una presunta omosessualità accusata dal film attraverso una transessuale (uso volutamente un termine moderno) né sulla famosa impossibilità di avere rapporti con sesso opposto per la sua bruttezza (è risaputo che Leopardi praticasse l’onanismo, ma questo il film non lo racconta).

Mi soffermerò invece su quello che mi ha fatto vibrare maggiormente durante la visione, ovvero l’interpretazione di Elio Germano. Checché se ne dica, mi ha fatto dimenticare il suo nome, mi ha messo magistralmente davanti Giacomo Leopardi, con un’espressività incredibile. Mi ha coinvolto con quella scintilla che Giacomo aveva dentro, che lo ha reso il più importante poeta italiano degli ultimi due secoli.

Ho visto, nei suoi occhi, il riflesso del mondo visto da Leopardi. Il nano e il gigante che si incontrano, il nuovo e l’antico, in un contrappunto  musicale che è uno degli elementi più interessanti della narrazione  e che accosta Rossini alla musica elettronica del tedesco Sasha Ring (alias Apparat) e al brano Outer del canadese Doug Van Nort.

Ti racconteranno che l’interpretazione è riuscita grazie a una vaga somiglianza fisica, ma non è vero: Elio Germano ha vinto questa sfida perché è riuscito ad accostare la sua anima a quella tanto tormentata di Giacomo Leopardi.

Chapeau.

GGB