8 marzo 2017

coltivare-mimosa#riflessioni

Tra “Giornata internazionale della donna” e “festa della donna” corre un abisso, che non è solo semantico.

E’ l’abisso che divide una società che vuole cambiare, che mira alla parità, da una civiltà che vuole restare uguale a se stessa, con le sue disparità.

Nel primo caso si pensa a questa giornata guardando a ciò che si è fatto nei 364 giorni precedenti, e si volge il pensiero ai 364 successivi, in termini di parità dei diritti e dei doveri, perché ognuno di noi dà e può ancora dare il suo contributo, ogni giorno, in ogni luogo. Nel secondo caso si fa una festa del tubero.

Il che, nel 2017, è anche abbastanza umiliante.

 GGB

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Buone vacanze!

Caro Visitatore,

dopo le ventinove puntate che hanno accompagnato quest’ultima edizione radiofonica 2014-2015 di Crisalide…

dopo le varie recensioni scritte di film e libri

dopo averti raccontato le mie presentazioni in giro per l’Italia per il secondo tour del mio secondo romanzo Alina

dopo averti raccontato dei premi vinti…

dopo averti parlato della Psicologia della Salute e aver pubblicato il saggio La torre di Igea. Psicosomatica e Psicologia della Salute.

dopo averti inviato vari doni via newsletter,

dopo aver scritto articoli e piccoli saggi on line,

direi che un mese di vacanza me lo sono guadagnato ;)

 

Buone vacanze,

Sarò di nuovo on line a Settembre 2015.

Per restare in contatto, non esitare a scrivermi ;)

 GGB

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Una targa per la vita: e se diventasse davvero un ricordo?

Caro Visitatore,

sabato scorso sono andato a Celano, presso la sala consiliare del comune, per partecipare con il romanzo Alina, autobiografia di una schiava, all’evento Una targa per la vita, promosso dalle democratiche della provincia de L’Aquila. Parte del ricavato della vendita è andato in donazione al centro anti-violenza La casa delle donne di Sulmona.

L’obiettivo di Una targa per la vita  è apporre nella maggioranza dei comuni della provincia abruzzese una targa che ricordi la presenza di un’aberrazione nella nostra società: la violenza contro le donne e il femminicidio.

Tanti sono stati gli interventi che si sono susseguiti nella sala consiliare del comune di Celano, tanti gli esponenti istituzionali, esponenti di forze politiche (nessuna esclusa, hanno partecipato tutte) e del mondo della magistratura e del sociale.

Ogni intervento aveva un fil rouge comune: è utile o no una targa per smuovere le istituzioni?

E la stessa questione mi ha interrogato per tutto l’incontro. La risposta razionale è stato un chiaro . In un luogo istituzionale come una sala consiliare, la presenza di una targa può ricordare agli eletti presenti e futuri, che c’è un problema da affrontare, che occorre non dimenticarlo e fare tutto il possibile per agire e soprattutto prevenire.

La risposta emotiva, come sempre, mi ha portato più lontano, a un magari non fosse più necessaria, a tal punto da diventare non uno strumento di azione, ma di mero ricordo.

Ti spiego meglio. Come saprai, Roma è piena di targhe che celebrano e ricordano vari eventi che hanno attraversato la storia di questa città. Targhe per costruzioni di templi, chiese, ma anche targhe che ricordano partigiani uccisi, rastrellamenti, soldati caduti nei due grandi conflitti mondiali, esponenti del risorgimento e via dicendo.

Ricordo in particolare una targa, che scoprii per caso a ridosso del ponte degli Angeli (Castel Sant’Angelo). Essa ricordava che nel 1200 l’acqua del Tevere aveva raggiunto un livello di esondazione che oggi sarebbe impensabile in quel particolare punto della città. La targa è quasi invisibile, ci si deve soffermare per notarla. Quando la trovai ero in compagnia di mia moglie, che ancora conosceva poco Roma.

Mi chiese se fosse davvero possibile, oggi, una tale esondazione. Ci siamo risposti di no, gli argini sono troppo alti. Quella targa celebra un mero ricordo, il progresso ha reso l’uomo più abile a prevenire eventi infausti (con le dovute eccezioni tipicamente italiane che ben conosciamo).

Quale associazione tra le due targhe?

Ecco, nel corso di tutta la manifestazione di apposizione della targa, ho pensato a un sogno: che quella stessa targa diventasse il ricordo di un misfatto lontano, da non dimenticare perché non si ripeta più, ma appartenente a un passato di inciviltà moderna, ormai superato.

Ho immaginato gli occhi di un’ipotetico nipote su di me, guardarmi con occhi interrogativi, e chiedermi con la stessa innocenza che c’era nei miei occhi quando guardavo dal basso verso l’alto mio nonno, che mi indicava le targhe dei rastrellamenti a Roma:

“Ma davvero all’epoca tua succedevano queste cose?”

All’epoca di mio nonno, era lecito picchiare una donna per “rieducarla”. Oggi la consideriamo un’aberrazione, ed è un passo avanti non indifferente. Ma l’obiettivo di domani è renderlo un ricordo, un qualcosa che ha avuto una fine, è cessato, perché l’uomo ha saputo andare avanti, evolversi ed evolvere la società.

Questo è il vero obiettivo per la vita: l’evoluzione della specie e della civiltà, che passa anche per le targhe.

GGB

Buone Vacanze!

Giovanni Garufi BozzaCaro Visitatore,

dopo le quarantatré puntate che hanno accompagnato quest’ultima edizione radiofonica 2013-2014 di Crisalide…

dopo le varie recensioni scritte per film e libri

dopo averti raccontato le mie presentazioni in giro per l’Italia per il primo tour del mio secondo romanzo Alina

dopo quattro edizioni del Premio Selvaggia che hanno girato per Roma…

dopo averti parlato della Psicologia della Salute,

dopo averti inviato vari doni via newsletter,

dopo aver scritto articoli e piccoli saggi on line,

direi che un mese di vacanza me lo sono guadagnato ;)

Buone vacanze,

Sarò di nuovo on line a Settembre 2014.

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Alì Babà e i quaranta coglioni. Colpire il vicino, per colpire le istituzioni.

2004-08-23_bg_aQuesto è un post di denuncia, e presto procederò per vie legali. Per non avvertire il balordo di turno in anticipo, mi limiterò a chiamarlo in questo post Alì Babà. I quaranta coglioni (purtroppo) sono gli schiavi che ha assunto.

Cosa diresti se venissi a scoprire che il locale sotto casa tua:

– Assume stranieri e italiani senza contratto.

– I suddetti stranieri e italiani lavorano 9 ore e mezza al giorno, senza pausa, se non 10 minuti per mangiare.

– I suddetti stranieri lavorano senza misure di sicurezza necessarie, a partire dal fatto di tenere nove ore e mezzo le mani a contatto con acqua, detersivi e candeggina, senza guanti (sono vietati da Alì Babà!)

– Ai suddetti viene raccomandato continuamente di non farsi male (senza contratto, l’assicurazione non paga!)

– A una nuova arrivata, dopo tre giorni massacranti di prova (nove ore e mezzo quotidiane), in cui torna a casa con le mani tagliate dall’acqua e dai detersivi e la schiena a pezzi (no, non parliamo di una diciottenne che non ha mai lavorato, ma di una ventisettenne che lavora da otto anni con turni di otto ore al giorno) chiede il contratto, le viene risposto: “Ma quale contratto! Ma neanche tra un mese! Tizia (straniera) lavora da cinque anni senza contratto e Caio (straniero) da due”.

– Tra i dipendenti corre la voce: “dai all’inizio questo lavoro spezza la schiena… poi ti abitui e non fa più male” (mi ricorda tanto i lager questa frase).

Di fronte a tutto questo, cosa diresti? Che è normalità?

images (1)E tutto questo avviene a Roma, zona centrale, a pochi passi da un ministero. E la ragazza che ha fatto la prova (straniera anche lei), si domanda: “possibile che sia così nella capitale? Ho lavorato per otto anni in Emilia Romagna, dove anche per un giorno di prova mi facevano il contratto”

E viene da rispondere: “Già, in Emilia Romagna, qui siamo nel terzo mondo, bellezza”

Poi ti mordi la lingua e il sangue ribolle nelle vene. E ti rendi conto che stai per pubblicare un libro che parla delle schiave di strada e che la schiavitù non è finita neanche fuori dalla strada. E siamo nel 2014 e in un Paese che si professa civile, e in una città che si vanta di aver insegnato al mondo la cultura.

No, Alì Babà (italiano), non nel mio Paese, non nella mia città. Ho giurato di non fermarmi finché non vedrò il tuo locale chiuso e te a chiedere l’elemosina per strada, a provare cosa vuol dire lo sfruttamento. O meglio ancora dietro le sbarre, ma per reati fiscali è chiedere troppo in questo Paese.

Voglio vederti arrancare e ricominciare daccapo, a prescindere dalla tua età, con un’idea ben appresa nella mente: senza legalità non si va da nessuna parte. Ti insegnerò che la schiavitù è finita secoli fa e che è un’offesa al concetto stesso di democrazia.

images (2)Oggi protestiamo perché sale al potere il terzo premier non eletto dai cittadini. E’ un incazzatura giusta, ma chiediamoci perché non scoppia la rivoluzione. Non si può fare la rivoluzione se la persona che hai a fianco lotta per i suoi “diritti” e calpesta quelli di altri. Io prima sparo (metaforicamente, ovviamente) al mio vicino schiavista, poi, se è rimasto qualcuno in grado di parlare di Stato Civile, inizio la rivoluzione.

E chiedo anche a te, Visitatore, di darmi una mano in questa battaglia. Insegniamo agli italiani ad essere tali. Denuncia chi sfrutta, non essere omertoso. Non giustificare tutto con la crisi e la politica. Perché se vuoi che la cose cambino “in alto”, devi prima partire dal basso. Perché i politici non insegnano agli italiani ad essere tali, essi sono i figli di uno stato che langue a partire dalle classi sociali più basse. Solo partendo dal tuo vicino, puoi arrivare a cambiare le cose nelle istituzioni.

Perché se hai paura a colpire il tuo vicino, che è simile a te e schiavizza, dove troverai il coraggio di cambiare le cose nelle istituzioni?

Chi ruba nel poco, non ci mette nulla a rubare nel molto. Schiaffeggia la mano di chi schiavizza, e sarai pronto a ribaltare questo Paese.

Revolution mode on.

  Se sei esperto di diritto del lavoro e sai come denunciare al meglio questi schiavisti, sarò lieto di ascoltarti.

GGB

 

 

Citando Calvino, e tu perché scrivi?

images (10)Caro Scrittore e Cara Scrittrice,

ho da poco finito di leggere Sotto il sole giaguaro, di Italo Calvino. Una raccolta di racconti, scritti tra il 1972 e il 1984, pubblicata postuma nel 1986. Ogni racconto è dedicato a un senso percettivo (Olfatto, Gusto, Udito). L’idea di Calvino era di pubblicare un libro intitolato I 5 sensi.

Purtroppo, il destino volle che il suo progetto fosse monco di due sensi, Tatto e Vista, giacché Italo morì di Ictus nel 1985.

Inutile dire che te ne consiglio la lettura, dato che Calvino è un vero maestro nell’arte dello scrivere e Dio solo sa cosa avrebbe tratto fuori in un racconto dedicato alla vista e al tatto… tocca “accontentarci”, si fa per dire, di soli tre sensi, trattati in una forma narrativa mirabile. ;)

Quello che mi ha colpito è un estratto che Calvino scrisse con Luigi Baldacci, in cui spiega perché egli scrive:

Un libro che sto scrivendo parla dei cinque sensi, per dimostrare che l’uomo contemporaneo ne ha perso l’uso. Il mio problema scrivendo questo libro è che il mio olfatto non è molto sviluppato, manco d’attenzione auditiva, non sono un buongustaio, la mia sensibilità tattile è approssimativa, e sono miope. Per ognuno dei cinque sensi devo fare uno sforzo che mi permetta di padroneggiare una gamma di sensazioni e sfumature. Non so se ci riuscirò, ma in questo caso come negli altri il mio scopo non è tanto quello di fare un libro quanto quello di cambiare me stesso, scopo che penso dovrebbe essere quello di ogni impresa umana. Voi potete obiettare che preferite i libri che convogliano una reale esperienza. Ebbene anch’io. Ma nella mia esperienza la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che sfugge. 

E da qui la domanda: e tu, scrittore, perché scrivi?

GGB

La mia intervista a Radio Autori Emergenti

Cellulare, auricolare e libro in mano.

Basta davvero poco per essere intervistati da radio autori emergenti, che da un anno e più presenta i nuovi autori e le loro opere.

Tutto questo è possibile grazie al paziente lavoro di Irene, in arte Daisy Raisi, persona con cui ho avuto modo di collaborare anche per Radiovortice.it, l’emittente on line per cui registro trasmissioni.
Ringraziandola per la sua passione e per il suo invito, vi lascio alla puntata registrata.

Buon ascolto!

GGB

La mia video intervista a “Il Narratore”

Un nuovo modo per intervistare, pratico, semplice ed innovativo, al quale ho risposto con grande piacere durante un viaggio in treno verso Bologna.
Immagini, musica e parole scritte: sono questi gli ingredienti della cosiddetta video intervista.

Ringraziando Tanya d’Antoni per avermi ospitato e per il sublime e importante lavoro che fa in modo gratuito e disinteressato, per gli autori emergenti attraverso la rubrica de il Narratore, vi auguro una buona visione :)

O meglio, una buona lettura!
;)

GGB

Vi presento il mio me scrittore!

Bene!

Credo che il modo migliore per iniziare un blog che mi aiuti a promuovere Selvaggia, I Chiaroscuri di Personalità, sia partire proprio dall’autore, ovvero da me.

Il punto è cosa si intende per me.

Uno che ha scritto di una doppia personalità lascia intendere che creda fermamente che ciascuno di noi non abbia una personalità univoca, una statua di marmo rigida, sempre chiara e lampante. Al contrario, probabilmente riterrà che la personalità sia più della somma dei singoli me che la compongono. In effetti è proprio così, e aggiungerei che i me mutano a seconda delle situazioni, del tempo che scorre, delle persone, dei contesti… ci percepiamo spesso nuovi, diversi, a volte fatichiamo a descriverci e a conoscerci. Siamo in breve personalità in crescita, plastiche, pur avendo chiaro il senso di continuità, l’idea di essere sempre gli stessi, unici.
Questa digressione mi è servita per definire quale dei me descriverò; perchè c’è un limite importante che mi è imposto dal mio me psicologo: se voglio lavorare come psicoterapeuta, come spero, è bene che un cliente poco sappia di chi io sia, di quale squadra tifi, quali idee politiche abbia, e via dicendo (cosa davvero difficile oggi, con l ‘avvento di facebook) . Può invece sapere cosa ho scritto e quali sono le mie posizioni sulla psiche. E dunque limiterò al massimo le informazioni personali su questo blog, riservandomi di descrivere unicamente il me scrittore.
Quando nasce il Giovanni scrittore? Direi in tenera età. Nel guardare tra i fumosi ricordi di quando ero bambino, identifico la prima volta che ho scritto con l’immagine di me, ad otto anni, davanti ad una vecchia ed enorme Olivetti verde. Mi ricordo che iniziai a scrivere storielle su quella vecchia macchina da scrivere del nonno, affascinato come ero da quell’aggeggio rumoroso che non perdonava alcun errore di digitazione, lasciandolo indelebile sul foglio. Ricordo che non ero tanto diverso da oggi (a proposito di personalità mutevoli…!), passavo ore a camminare e a pensare a come sviscerare le storie che inventavo.

Camminare e pensare, sono sempre stato un fan dei peripatetici!

Ovviamente molte di queste storie sono state iniziate e mai finite. Solo con Selvaggia (iniziato a diciannove anni)  ho avuto la costanza di continuare e, soprattutto la voglia di arrivare alla fine, la stessa che vedo ora in chi legge il mio romanzo.
Selvaggia però non è a tutti gli effetti la prima pubblicazione, è solamente (si fa per dire) il primo testo narrativo edito e di certo, nel mio piccolo, lo scritto piú famoso. Ufficialmente ho anche, al momento, due pubblicazioni scientifiche. Una sulla formazione al colloquio, e uno sulla legge Basaglia e sull’integrazione del malato mentale, in inglese.
Altra robetta è in uscita ma ne parleremo..!
Accennavo ai vari scritti non terminati, storie di pirati, gialli, favole e chissà quanto altro, finiti nel cestino perché mai conclusi.

Onestamente non avrei mai pensato di terminare qualcosa, eppure è stato così.
E spero ovviamente non sia l’ultima. In qualche modo, la vecchia e rumorosa e pesante Olivetti dello studio del nonno ha aperto una strada, creando un nuovo me, scrittore, che vedremo dove arriverà.
Come mi piace spesso ripetere a me stesso (e oggi lo ricordo al me scrittore)
tanta strada ho fatto, tanta ne devo ancora fare.

GGB