La mia recensione di “Fior della tua Pianta”, di Dario Gigante

Sono rimasto un figlio.

E non sempre un figlio può essere genitore a sua volta.

Caro Visitatore,
Il romanzo di oggi è Fior della tua pianta, di Dario Gigante. L’ho conosciuto perché mi ha scritto per avere un commento al suo romanzo. Alla fine ha fatto lui un favore a me, donandomi il piacere di una lettura eccelsa.

Un inveterato luogo comune pretende che i genitori desiderino sempre il meglio per i loro figli, con incondizionato trasporto. Può un genitore, al contrario, invidiare il successo del figlio? E quali conseguenze può suscitare l’invidia? Questi due interrogativi costituiscono l’ossatura di Fior della tua pianta, romanzo breve che deriva il titolo da una deformazione del celebre verso carducciano. La storia ha come ambientazione la Trieste asburgica di fine Ottocento: un decennio cruciale per la città, che ha da poco assistito alla revoca del porto franco e sta attraversando una stagione di repentini mutamenti socio-economici. L’irredentismo leva la sua voce; Italo Svevo pubblica Una vita e Senilità senza che nessuno, o quasi, se ne accorga.

Voglio iniziare a commentare il libro proprio con alcune parole estratte dal suo romanzo, che ben si sposano con le mie impressioni:

Tra le bancarelle di carte riempite di carte senza compassione o talento da prosatori a cottimo che rispondono soltanto alle richieste degli editori (o di fugaci passioni e mode N.D.A.) può capitare un piccolo miracolo come quello di imbattersi nel giovane Dario Gigante, alla sua opera prima con Fior della tua pianta.
Sono le parole con cui il critico Cughiai commenterà il romanzo del protagonista, Amedeo Schlörff, pittore e scrittore, che otterrà fama nella Trieste di fine ottocento, divisa tra irridentisti e nazionalisti, italiani e austriaci, grazie al romanzo Un legame.

Ed è proprio il legame il perno portante di tutto il romanzo, un laccio che lega un padre (il vecchio Schlörff) al figlio Amedeo, un legame doppio che gravita tra rispetto, ammirazione e invidia.

Esiste una regola in natura, la legge dell’ordine: chi viene prima è più grande di chi viene dopo, e per questa grandezza va rispettato. Ma al contempo chi viene prima ha un dovere generativo verso i più piccoli, deve consentire la loro autonomia e crescita. L’orgoglio e l’invidia possono sovvertire questa regole, porre padre e figlio in un conflitto profondo che rimbomba quanto più è silente. E’ la sindrome di Crono, che divora i suoi figli, nel timore che diventino più grandi di lui, lo sostituiscano.

Il vecchio Schlörff, docente e scrittore incompreso, vede il figlio emergere con facilità laddove lui ha fallito. Ottenere la fama che lui non ha avuto, scegliere una strada, la scrittura, diversa da quella che lui ha progettato per lui (ovvero la pittura). Si chiuderà in un rancore sterile, che scatenerà tutto il suo pathos dopo aver ribollito a lungo nel silenzio.

Lascio a te la lettura del romanzo, perché approfondire maggiormente la trama porterebbe a svelare stravolgimenti e a rovinare la lettura.

Io voglio concentrarmi sullo stile eccelso di Dario Gigante, che riesce a mescolare fluidità e aulicità. Il linguaggio è un perno essenziale e un punto di forza del libro  porta il lettore nella Trieste che fu, consente di respirare l’aria del’epoca, e sfuma leggermente nel moderno quando Amedeo narrerà il suo presente negli anni dieci del ‘900.

I personaggi di Gigante non sono rigidi, mutano come muta la vita e l’uomo, grazie alle passioni, spesso vitali, spesso distruttive. C’è una signora narcisa che spende la sua vita tra salotti e lenzuola. E io, per lei, ero il sollazzo che cercava e del quale avrebbe finito per essere gelosa, non per amore, ma per la smania di possesso che riversava sui gioielli o su ogni simbolo di possesso. Ci sono le speranze dei giovani. Il nostro allegro cenacolo  (…) ha fatto da sfondo a storie di ragazzi che non eravamo io, Ivo, Berto e Giuseppe, ma che nella stessa foggia ,  con la stessa spensierata voglia di baldoria, hanno gozzovigliato e si sono affacciati, nella mia opera, alla vita.
C’è l’amore casto (Adele) e l’amore passionale (Serena). Ci sono il presente e il passato in una continua lotta tra loro.

E ci sono emozioni che passano dai protagonisti al lettore con estrema abilità. Da notare come le emozioni del finale siano in linea con quelle provate dal lettore, lo sgomento in primis. E sono emozioni mai citate per nome, ma comprese grazie al sentire del protagonista.

Se segui un po’ questo sito, caro Visitatore, sai che trovo sempre una critica da muovere ai libri che leggo, un pelo nell’uovo, un qualcosa da suggerire o stimolare. L’unica critica che posso muovere a Gigante è di non avermi fatto trovare critiche per Fior della tua pianta. Ha curato ogni particolare, favorendo ritmo, armonia e stile.

Al momento è il miglior romanzo letto nel 2015.

Chapeau.

Questo libro farà strada, se Gigante saprà promuoverlo al meglio e farlo uscire dal qualunquismo di diversi nostri colleghi autori.

Da leggere.

GGB

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Un pensiero su “La mia recensione di “Fior della tua Pianta”, di Dario Gigante

  1. Pingback: La mia radiointervista a Dario Gigante, autore di “Fior della tua pianta” | Il sito di Giovanni Garufi Bozza

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