La mia recensione a “Eventi, rimembranze e personaggi della memoria”, di Vittorio Sartarelli

Caro Visitatore,

Il commento di oggi è dedicato a Eventi, rimembranze e personaggi della memoria, di Vittorio Sartarelli, acquistato on line in versione cartacea.

Confesso che questo testo ha suscitato diverse perplessità. Parto come sempre dalla copertina per arrivare al contenuto.

L’ immagine  di copertina l’ho trovata accattivante e in linea con quanto narrato, fatto salvo il titolo posto in basso a mo’ di cerotto, con una scritta leggibile in controluce: premi esemplari. Ovvero?

Altre perplessità sono invece evocate dalla quarta di copertina, che narra una sequela di premi vinti dall’autore senza un minimo accenno al contenuto che il lettore troverà nel testo. Di cosa parla il libro? Cosa troverò all’interno? Perché Vittorio Sartarelli lo ha scritto? Domande che, se lasciate senza risposta, fanno abbandonare lo scritto sullo scaffale della libreria senza troppi complimenti.

A che serve un’autocelebrazione dell’autore (è autopubblicato) quando manca un riferimento al contenuti? Devo comprarlo perché vincitore di premi?  Da lettore non merito di sapere ciò che compro?

Nonostante le perplessità suscitate dalla copertina, ho deciso di passare oltre e di iniziare la lettura. Ho riscontato anche qui diverse perplessità.

La prefazione è scritta dal Sign. Riccardo Mangoni, e anche qui la domanda è d’obbligo: chi è? A che titolo ha scritto la prefazione? È un laureato? Un giornalista? Un lettore? Un amico?

Sono informazioni che danno credito a ciò che viene detto nella prefazione, che si risolve, tra l’altro, in un’ulteriore celebrazione dell’autore. La quarta di copertina, evidentemente, non bastava. Per fortuna, almeno in questa sede, c’è un accenno al contenuto del testo.

Mi ero segnato il fatto che Mangoni scrivesse di Sartarelli lodando la “ricostruzione psicologica” che aveva fatto dei personaggi. Io l’ho vista solo in parte, si poteva fare un po’ di più.

E arriviamo al contenuto vero e proprio.

La prima cosa che balza agli occhi è un uso completamente sui generis della virgola: viene tranquillamente usata tra soggetto e verbo o ci sono vari incisi aperti con la virgola e mai chiusi.

Esempio: Ma, la più gradita sorpresa per me e i miei fratelli fu il vedere, un numero imprecisato di pacchetti multicolori, equamente distribuiti, fra gomme da masticare, (anche queste una novità per loro) caramelle e poi, ben dieci chili di cioccolata.

Esempio di inciso non chiuso: Spesso sostavo a lungo su quel balconcino adorno di piantine sempre verdi e fiorite e mi piaceva guardare i passanti o il tram che transitava, fragorosamente sulle rotaie con il conducente che avvisava chi, incautamente stesse attraversando la strada (…) 

Refusi? Troppo frequenti per esserlo.

A volte la virgola salta: Il Liceo Classico di Trapani, intitolato a Leonardo Ximenes, vanta una storia di diversi secoli. : infatti, esso continua, ereditandola, la tradizione di studi del Collegio dei Gesuiti, sorto appunto alla fine del XVI secolo. “L. Ximenes” chi era costui? (una virgola, no?)

Talvolta, anche il punto e virgola appare a caso: Della via Garibaldi, altresì detta “La Rua Nuova”della mia città, conservo diversi ricordi legati alla mia fanciullezza e, man mano, fino alla mia adolescenza e poi alla giovinezza.

Ci sono poi alcune incoerenze contenutistiche: nel primo capitolo si parla di Marco e Sara, poi si passa alla prima persona con capitoli sulla vita di Sartarelli, per poi tornare a Marco e Sara. A metà libro ci si chiede quale sia lo scopo di questa narrazione, a fine libro non si è trovata una risposta (né, tanto meno, si è capito cosa c’entrino Marco e Sara col resto). Di sicuro stimola una bella autoriflessione: perché l’ho comprato?

Altra incoerenza nell’ultimo capitolo: l’autore passa liberamente dal tempo passato al tempo presente dei verbi senza una logica. Inizialmente sembra utilizzare il passato per le azioni di Marco e Sara e il presente per le descrizioni delle città italiane che visitano, ma poi la regola apparentemente salta nel trovare, qua e là, anche le azioni dei personaggi al presente (che nella riga successiva tornano al tempo passato…)

Altro appunto è sui  riflessivi. Ora, molti autori rinunciano all’accento. Non condivido questa scelta, ma quando la trovo la rispetto. Sul testo di Sartatelli si trovano però delle incoerenze: a volte appare un se senza accento, a volte il sè con accento grave, a volte il sé  con accento acuto. Va bene tutto, ma che il lettore percepisca che c’è una regola scelta, usata dall’inizio alla fine.

Spesso mancano i giusti accenti: In quella casa, al terzo piano, esisteva il salone di rappresentanza, li avvenivano i pranzi e le cene (…)

Altre volte si usano i numeri romani con l’aggiunta della o piccola di primo, es I° e non, come italiano vuole, I.

Non manca però qualche qualità al testo, che è bene evidenziare. Il vocabolario di Sartarelli è certamente molto forbito e ampio, ricco di sinonimi, fluido.

I capitoli sulla sua vita sono interessanti, dal momento che narrano un periodo storico e sociale di un passato recente. L’autore suggerisce belle immagini e belle riflessioni: a ben riflettere, ciascuno di noi è un libro, un meraviglioso contenitore che, a volte rimane chiuso per un po’ o per tutta la vita, se la persona che lo possiede non sa, o non vuole far conoscere agli altri il suo mondo interiore.

Sartarelli è anche bravo a portare il lettore nei luoghi che Marco e Sara visitano, facendo da erudita guida turistica e storica, al punto di far respirare l’aria di Petralcina, di Assisi, di Roma. Un solo appunto su Jesi: non l’ho trovata così chiusa al turismo e inospitale, né che tutto sapeva di antico, fortificato, di protezione verso gli sconosciuti, né la stessa cosa l’ho notata negli abitanti. Ma qui si va sull’opinione soggettiva, che va rispettata anche quando non la si condivide.

Un ulteriore appunto per la citazione a Papa Giovanni Paolo II, il suo cognome è Wojtyla, e non l’italianizzato “Woitila”, spesso diffuso sui giornali, ma irrispettoso, a mio avviso, della provenienza polacca del pontefice.

A conclusione, è un libro che ha potenzialità, che si fa portatore di un insegnamento importante: l’esperienza di vita. Ma è un testo che si mostra incoerente con l’elogio di quarta di copertina. Vanno curati l’editing e la grafica, va spiegato il motivo di alcune scelte di contenuto (che c’entrano per es. Marco e Sara con il resto del testo?) e di stile. E va fatto in primis per rispetto al lettore. È auto-pubblicato: la responsabilità è tutta dell’autore che, data l’esperienza e la cultura, non può permettersi di mostrarsi approssimativo verso il lettore.

Il sign. Mangoni, in prefazione, paragona Sartarelli a Biagi. Mi chiedo se abbia letto effettivamente Eventi, rimembranze e personaggi della memoria o se abbia effettivamente letto Biagi, prima di fare questo paragone. Ma, volendo anche accettare il confronto, la differenza tra un autore e un grande autore passa anche per il rivedere un testo mille volte prima di pubblicarlo.

Le piccole cose possono sfuggire, il refuso può scappare, l’incuria è un’altra storia e manda un messaggio di profonda superficialità e irriverenza nel pensarsi in relazione con il lettore. Specie quando si riempie la quarta di copertina di titoli, si urla la propria esperienza, e si consegna al lettore un testo degno di un esordiente che ha palesemente sbagliato mestiere o che, comunque, ha ancora molta strada da fare.

E, ne sono più che certo, Vittorio Sartarelli vale molto più di quanto ha voluto mostrare, perché è ciò che mi ha dimostrato in diverse riflessioni del suo testo.

GGB

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