La mia recensione a “Il ladro di anime”, di Roberto Paradiso

947003_10200754171930383_2146198830_nCaro Visitatore,

da piccoli e brevi scambi su facebook si conoscono varie persone, che spesso si fermano a lasciarti un mi piace sulla tua fan page. Capita allora di contattarli e di fare qualche scambio di battute, scoprendo che sono degli autori di testi notevoli.

E’ il caso di Roberto Paradiso, che mi ha segnalato il suo racconto Il ladro di anime, disponibile gratuitamente sulla rete. Incuriosito, l’ho scaricato e ho inaugurato con esso la lettura attraverso il kobo (ebbene sì, mi sono modernizzato, pur continuando ad avere una passione per la carta… ma sono anche ecologista, dunque continuo ad approvare gli e-book, pur non vedendoli in competizione con le brossure: aggiungono qualcosa, non tolgono… perdona la piccola chiosa!) :D

Ebbene, proprio di tecnologia ci parla Il ladro di anime, con un racconto dove i sentimenti si vanno ad incrociare con le possibilità che l’incerto futuro potrebbe riservarci.

Ora, il racconto è gratuito e disponibile sulla rete, non credo ti serva che ti faccia il riassunto di sedici pagine per incuriosirti, vero? Passo dunque subito alle impressioni.

Il modo di scrivere di Roberto mi piace, è fluido e scorrevole e la storia coinvolge non tanto per la trama ma per i sentimenti che trasmette: emozioni umanissime, paura, amore, coraggio, in un contesto di fredde macchine o meglio di una macchina in particolare, capace di diventare quasi umana, deprivando l’uomo della sua parte più intima, l’anima.

Faccio un’altra piccola chiosa, il racconto di Roberto mi ha fatto ripensare all’antica disputa dei filosofi, che si chiedevano dove risiedesse l’anima umana. La concezione cartesiana la poneva nel cervello e nello specifico nell’unica ghiandola che univa due emisferi morfologicamente simili (ma con funzioni diverse): la ghiandola pineale. Il progresso biologico ha dimostrato che l’anima non è lì, dato che gli split half (pazienti “dal cervello diviso”, operati per tumore alla ghiandola) riescono a vivere e ad avere coscienza, senza neanche accorgersi dell’assenza di questa porzione ponte del cervello.

Torno al ladro di anime, segnalando la bellezza di un finale che rappresenta il trionfo dell’amore, che diventa vera e propria essenza, nato da una macchina e dall’unione congiunta di due esseri umani.

Non so quale sia la finalità di questo racconto per Roberto, se sia un elogio dell’amore o l’ipotesi di un futuro possibile. Io ho letto come messaggio un’avvertenza: man mano che il nostro mondo progredirà tecnologicamente, dovremo sempre tenere presente la componente fondamentalmente umana che ci caratterizza.

La tecnologia è bella, apre possibilità eccezionali, allunga la vita, migliora gli agii, ma le macchine sono fredde, non hanno sentimenti propri, possono solo arrivare a somigliarci, e chissà se un giorno arriveranno a farlo per sentimenti, emozioni e sensazioni (mi viene in mente il film The bicentenary man, con Robin Williams). Anche qualora arrivassero a farlo, sarebbero comunque impulsi creati da file, copie della nostra originalità. L’avvertenza è dunque di seguire la tecnologia, senza perdere di vista il nostro intimo e le sensazioni che solo in presenza reale dell’altro possiamo provare.

Le macchine ci aprono alla comunicazione, moltiplicano il dialogo, ma l’amore, l’amicizia, la passione, le possiamo provare solo in presenza viva e vera dell’altro. Le macchine, in fondo, per quanto moderne, non potranno mai arrivare alla specialità costituita dall’uomo ;)

Un grazie a Roberto, per aver condiviso questo toccante racconto con me, e un consiglio a te, Visitatore, per una breve e bellissima lettura.

Buon proseguimento!

GGB

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